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sabato 5 febbraio 2022

Gem Club – In Roses (2014)


Struggente, commovente ed emotivamente pregnante il secondo album di Gem Club da Boston, all'insegna del sacro motto less is more. Sostanziale creatura del cantante/songwriter Christopher Barnes, forte di un falsetto tremolante che più realistico non si può (vedasi le prove dal vivo per capire che non c'è trucco nè inganno), di uno stile pianistico ultra-essenziale quanto elegante e soprattutto di una capacità di scrittura disarmante, coadiuvato con discrezione da una cellista, da una corista/sintesista e solo in alcuni pezzi da una sezione ritmica felpatissima.

Si tratta di un cantautorato da camera gentile ed accorato, che non è dolente nè triste bensì espressione di un anima introspettiva ed incredibilmente sensibile. Sono diversi i nomi che possono venire in mente sulle prime, ma dopo diversi ascolti appare evidente che Barnes è un artista di razza, capace di ricavarsi una preziosa nicchia fra gli amanti di queste pacate sonorità. In Roses è uno di quei dischi così omogenei e fedeli ad una linea che colpisce subito al cuore, e speriamo vivamente che il Club riapra le proprie eteree porte, perchè di tempo ormai ne è passato parecchio.

giovedì 9 gennaio 2020

Arthur Russell ‎– Another Thought (1994)

Il primo album postumo di AR, antologizzato dal produttore Don Christensen; chiunque si sia trovato a mettere le mani sulle registrazioni lasciate ai posteri merita perlomeno una citazione, chè comunque sia andata dev'esser stato un lavoraccio. 
Il suono, per essere incisioni con ogni probabilità casalinghe, è generalmente buono ed il materiale ancora di più. Per la prima metà Russell insiste sul modello del suo capolavoro, ovvero inquiete e trasognate canzoni per voce e cello, quest'ultimo come sempre eccezionale, al netto di un riverbero qui invece assente. Nella seconda metà entra in scena la drum machine, qualche ospitata sparsa (fra cui il grande Zummo al trombone) e AR dà la stura alla sua vena dance, trasformando il cello in uno strumento universale che sa essere tastiera, chitarra o semplice percussione. 
Sempre geniale anche se perso nella sua incertezza e nella sua fragilità.

sabato 10 gennaio 2015

Dark Dark Dark - Who Needs Who (2012)

La più grande rivelazione melodica degli anni 10 fino ad oggi è questo quintetto di Minneapolis che compone pezzi dall'ampio spettro di umori, li esegue rigorosamente in acustica e fa vibrare le corde giuste dell'animo. Al centro del palco, la pianista/cantante Invie si ritaglia all'istante un ruolo di grande carisma grazie alle sue interpretazioni intense; non si scompone mai ma si sente che è trasportata dalle emozioni e la sua performance, pur non avendo nulla di fenomenale, è di quelle che colpiscono nel profondo.
Wild go, del 2010, peccava ancora di qualche pezzo deboluccio, anche se rivelava già un buon numero di pietre preziose; Who needs who, a tutt'oggi l'ultimo, non ha un solo momento di stanca e vede il gruppo ad un livello qualitativo che chissà se riusciranno a mantenere. Il risultato d'insieme è sia rustico che elegante, l'omogeneità del suono trova il suo motivo d'esistere nell'eccezionale media del songwriting.
A voler fare un dispetto per trovare un paragone: le melodie avvolgenti dei primi Beach House contro il crooning autunnale dei primi Black Heart Procession, con una propensione più a questi ultimi se si considera che non sembra esserci tanta dolcezza di fondo. In evidenza le fenomenali title-track, Patsy cline, Meet in the dark, Without you, How it went down (dall'incedere vagamente Mazzy Star).
Meriterebbero molto di più qualche riconoscimento da testate e siti, che peraltro non possono neanche scomporsi alla presenza di tal apporto emozionale. Almeno per me.


venerdì 16 maggio 2014

Zola Jesus - Versions (2013)

Così, la Danilova ha finito per utilizzare il suo talento diventando di fatto una performer pop, nel senso che il materiale successivo agli esordi ha denotato una spiccata propensione al melodismo. Nulla di male, sia ben inteso; peccato che a ciò non sia corrisposta un'adeguata dote compositiva soddisfacente.
Che sia smania di successo o vocazione naturale non interessa, ciò che conta è che la strana dark-girl degli inizi si è trasformata in una performer dalla bella voce espressiva ma dai contenuti un po' banali. Questo Versions potrebbe quindi apparire diabolico, visto che insiste su pezzi di Conatus rivestendolo però di arrangiamenti da camera.
Detto che neanche il miglior quartetto d'archi di tutta la storia potrebbe ricavare oro da materiale scadente, Versions alla fine non è neanche malaccio. L'appiccitaticcio viene smussato e il battito digitale presente in alcuni titoli stride col contesto in maniera discreta. Ormai non la considero più una grande promessa, ma per lo meno con questo si è un po' riabilitata.

martedì 11 dicembre 2012

Hugo Largo - Drum (1987)

Nulla a che vedere con This Mortal Coil o Cocteau Twins, degli Hugo Largo sintetizzai già il mio pensiero al riguardo del secondo ed ultimo Mettle. E non è che fosse tanto differente da Drum, ovvero: meraviglie dispensate come se nulla fosse, a partire dall'iniziale Grow Wild, il suo intreccio di bassi proto-post-rock e la sirena Mimi Goese ad incantare. 
Ok, unico paragone possibile certi Dead Can Dance, ma con cautela; le delicatezze degli HL poco avevano a che fare con la musica etnica, bensì si dirigevano in un'area mistica ed estatica. Altri vertici oltre all'intro sono la tesa Scream tall, con splendide punteggiature di violino, la vaporosa Country. 
Drum fu prodotto dal giovane Michael Stipe, che in un paio di occasioni si ode emettere qualche controcanto, e che li portò persino in Italia. Anni ruggenti, gli indipendenti....


mercoledì 11 maggio 2011

Arthur Russell - World of Echo (1986)

Forse non basta una vita intera a scoprire tutta la musica bella che è stata prodotta. Non tanto per la cronica mancanza di tempo, ma per i nomi che sfuggono, di cui si legge qualcosa che non colpisce l'immaginazione, o semplicemente per passaparola mancanti. Fino a pochi mesi fa non sapevo neanche chi fosse stato A.R., prima di essere folgorato da questo disco.
Russell era un casinista inguaribile ed incontentabile. Un critico scrisse che in tutta la sua vita "non arrivò alla versione definitiva di nulla". World of Echo in effetti è una lunga serie di bozzetti registrati in completa solitudine, ma se questa è l'incompletezza, allora mi piace parecchio.
Voce, violoncello filtrato ed effetti elettronici. Stop. Le ariose songs, così orecchiabili ed accattivanti ma rese arzigogolate dall'impianto inusitato, catturano continuativamente.
E' tutto molto spaziale: il cello passa attraverso distorsioni e trattamenti riverberanti (uno dei capolavori, Being It, gioca anche sui passaggi stereofonici da un canale all'altro), gli effetti elettronici sembrano proprio quelli mutuati dalla disco di cui era agitatore ma ovviamente in queste atmosfere galleggianti hanno tutt'altro esito. La voce, flebile, si inerpica sulle scale melodiche con fare trasognato (See-through, altro titolo che svetta). Let's go swimming fu uno dei suoi singoli da ballo di maggior successo, ma qui acquisisce una veste neo-classica da brividi.
Ne cito solo un trio, ma tutti e 18 gli episodi sono tasselli di un prototipo levitante che sbandierava un talento innato quanto inquieto.

giovedì 3 giugno 2010

Lorna - Static Patterns And Souvenirs (2005)

Pop da camera con venature shoegaze per il quartetto inglese dei Lorna, in questo quadretto colorito e sonnolento che ispira un po' tutte le stagioni, oltre a generare tanti pensieri di paragone.
Alla voce si alternano un maschio (discreto e sensibile) ed una femmina (soffice ed eterea), quando si incrociano sembrano quasi dei Low con un orchestra lounge dietro. Il parallelo coi Cocteau Twins o Cowboy Junkies è più plausibile quando la Cohen soffia delicatamente su armonie lente, vagamente malinconiche e iper-arrangiate pur mantenendo lo stile prettamente autunnale.
Un dischetto che piacerà anche ai fan di Lofty Pillars e Pinetop Seven per le orchestrazioni, ai fan dello slow-core per le composizioni struggenti ed invernali, ai fan dello shoegaze (rif. Slowdive) che resteranno incantati dalle melodie, seppur un po' anestetiche, dei Lorna.

(originalmente pubblicato il 12/06/09)

mercoledì 21 aprile 2010

Jack - The jazz age (1998)

Sì, lo so, il Brit-pop inglese di metà anni '90 non ci ha lasciato un granchè come risultati artistici. A me ha lasciato qualche bel ricordo post-adolescenziale, legato al periodo dorato twenty-something. Ad esempio il primo album di questi Jack, Pioneer Soundtracks, fu la struggente colonna sonora della mia partenza per il servizio militare. A distanza di 10 anni il sentire solo una nota di quel disco mi fa drizzare i peli sulle braccia, al ricordo.
Tecnicamente i Jack erano un tentativo del leader, Anthony Reynolds, di sorpassare a destra i Tindersticks nello scrivere ballate tenebrose ed epiche, ricoprendole però di cascate di archi e arrangiamenti orchestrali, tant'è che la formazione al completo poteva anche arrivare alle 10 unità. L'eccesso di melassa e di pompa erano sempre dietro l'angolo, ma bisognava riconoscere loro un certo gusto e una buona qualità nel song-writing.
Non ebbero molto successo, ovviamente. Questo The jazz age era un tentativo un pelo più variegato del debutto, a cui lo preferisco per una maggior apertura e soprattutto per i 2 pezzi finali in scaletta, due autentiche gemme che dovrebbero essere inserite in qualsiasi best of the 90's british music. Love & death in the afternoon è un mid-tempo epico e classicheggiante, un killer-anthem che rappresenta il loro vertice produttivo in tema crooning-rock. Half cut wholly yours invece rappresenta il prototipo della ballata lenta strappalacrime che non fa venire il diabete, ma che fa volare con i suoi grandi spazi. Un tentativo che nel disco precedente avevano fallito con Filthy names.
Il disco successivo uscì dopo 4 anni e fu un fallimento totale. Non sono mai riuscito a sentire i dischi solisti di Reynolds. La cartella zippata che si trova sotto comprende a mò di bonus l'ep Kid Stardust, un episodio minore.

(Originalmente pubblicato il 31/01/2008)