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giovedì 29 dicembre 2022

Blue Cheer – Outsideinside (1968)

Oltrepassato il mezzo secolo di età, il 1968 dei Blue Cheer mantiene tutta la sua possenza granitica e la sua lungimiranza come un totem della musica dura di tutto il proprio futuro. In gennaio, l'ultra-ottundente Vincebus Eruptum aveva sconvolto tutti con la propria violenza. Sei mesi, Outsideinside rilanciava il fuoco ma con un'ottica appena appena più strutturata: l'opening Feathers from your tree, impreziosita da un bel pianoforte, un'armonia ariosa e degli scarti ritmici, gettava addirittura un ponte acerbo verso il progressive, ma fu soltanto un'anomalia. Il pirotecnico hard-stoner trovava nuovi inni in Just a little bit, Come and get it, Magnolia caboose babyfinger, nella cover a tutta velocità di Satisfaction. Spettacolare la performance del batterista Whaley, un tornado decisivo nell'economia di un sound fra i più compatti del proprio decennio. Subito dopo l'uscita del disco, l'abbandono del chitarrista Stephens ed il probabile ostracismo di chi non amava i loro volumi portarono il gruppo ad una svolta netta ed un declino immediato, ma la storia l'avevano già marchiata.

venerdì 13 marzo 2020

Monster Magnet ‎– 25 Tab (1991)

Episodio in qualche maniera collaterale dei primi MM, di quando in formazione c'era ancora l'importante chitarrista John McBain, defenestrato da Dave Windorf poco dopo il loro capolavoro Spine Of God. Tab, una testimonianza dei primi concerti del gruppo, è un monolite insensato di 32 (!) minuti, dalla ritmica medio-lenta immutata, sopra di cui si innervano tutti gli audio-generators possibili che si mangiano chitarre e voci. A seconda dello stato d'animo con cui si affronta, può essere completamente inascoltabile come un viaggio avvincente.
Le cose serie arrivano nella facciata B del vinile. 25, di 12 minuti, è una delle prove migliori di tutto il loro repertorio, un killer efferato calibrato alla perfezione fra gli Stooges di Funhouse e gli Hawkwind di Doremifasol latido, una composizione in progress che decolla veramente col passare dei minuti. Esaltante anche  la compatta Longhair,  mentre Lord 13 chiude con profumi d'incenso spinoso, relax meritato dopo un trip davvero duro. La ristampa del 2006 ha aggiunto come bonus una versione live dell'epoca originale di Spine Of God, molto lo-fi ma dalla resa tremebonda, con la voce di Wyndorf che si inerpica su vette che non avrei mai pensato potesse raggiungere.

sabato 10 agosto 2019

Kyuss ‎– Welcome To Sky Valley (1994)

Sfruttando il clamore suscitato e le sensazioni diffuse da Blues For The Red Sun, i Kyuss trovarono un ingaggio major ed il successo con questo terzo album. Da allora il termine Stoner divenne una categoria di consumo, in quei mid-90's in cui si cercava una casella che potesse prendere il trono del grunge, rapidamente decaduto dopo i folli bagordi appena trascorsi.
Blues era stato disco del mese di Rumore, l'avevo comprato senza indugio e me ne ero innamorato all'istante. Sky Valley no, non lo comprai perchè c'era meno entusiasmo. Mixo e Rupert me ne diedero importanti assaggi su Planet Rock ed ebbi l'impressione che fosse un po' distratto e dispersivo, l'effetto novità era rapidamente sparito ed altre cose stavano distogliendo la mia attenzione dai ragazzi di Palm Desert.
Riascoltandolo ad un quarto di secolo di distanza, lo rivaluto in maniera importante. L'attacco di Gardenia è contagioso nel suo rotolare mostruoso, Supa Scoopa spazza via la sabbia dal deserto, Space Cadet una splendida parentesi acustica dal sapore classico, Demon Cleaner la concessione alla melodia più genuina, Whitewater una mini-suite avventurosa. Non tutto è perfetto in Sky Valley ed ovviamente lo standard di Blues for the red sun non era più replicabile, ma restava comunque un lavoro destinato ad essere ricordato come un evento importante.

martedì 13 novembre 2018

Queens Of The Stone Age ‎– Queens Of The Stone Age (1998)

Che vista lunga che aveva il rosso Josh Homme. Dopo lo scioglimento dei Kyuss si portò il batterista Hernandez e varò QOTSA. Nel ventennale vale la pena di ricordare il loro album di debutto, sul quale scommise (a ragione) la label di Gossard dei Pearl Jam, unico ed ultimo indipendente perchè il successo fu immediato. Un disco roccioso e compatto, accattivante e sornione, che già sorpassava l'epic-stoner dei Kyuss, e non soltanto perchè al posto della voce ruggente di John Garcia era subentrato il falsetto esile e beffardo di Homme.
Abbondano i pezzi irresistibili, da quelli che riprendevano la vecchia lezione tellurica della band madre (Regular John, Avon, Mexicola) a quelli che schiudevano aperture power-pop trascinanti (If Only, How to handle a rope), a quelli un po' più sofisticati, e a mio parere i migliori (You would know, You can't quit me baby). Roboante.

venerdì 7 febbraio 2014

That's All Folks - Soma..the 3rd way to Zion (1999)

Dopo i primi demos ed un EP, finalmente nel ' 99 gli stoners baresi giungevano al traguardo del primo album vero e proprio e....perdevano gran parte del loro afflato melodico, che tanto mi aveva fatto apprezzare le loro cassettine, in favore di un approccio granitico oltre misura.
Per carità, trattavasi di un discreto contributo alla causa pietrificante (o grungeggiante, come nell'epidermica Afterbite), ma a fine millennio forse era già un po' tardino per replicare le abusate gesta dei Monster Magnet. Si salva un po' la trippeggiante title-track finale. Peccato.

venerdì 3 maggio 2013

Monster Magnet - Superjudge (1993)

Dico veramente, oggi pensavo di scrivere su Powertrip e lo ascoltavo perchè mi chiedevo "ma per quale motivo i MM post-Dopes to infinity sono sempre stati così scadenti? Non è che mi sono sbagliato?"
Raramente mi auto-smentisco, e neanche stavolta è successo. Così meglio buttarsi su un masterpiece come Superjudge, che ai tempi passavo in heavy rotation sul mio stereo, mi dava una carica stupefacente e veniva osannato da Beppe Riva su Rockerilla. Era il top dello stoner, era più diretto e viscerale dei pur grandi Kyuss, e quant'altro. Poteva piacere al freak amante degli Hawkwind, al nostalgico dei primi Stooges e Blue Cheer, e non dispiaceva neanche al grunge-kid.
Non lo ascoltavo sicuramente da più di 10 anni ma ancora oggi, al di là dell'aspetto affettivo, Superjudge resta un grande disco, anche grazie ad una perfetta produzione major che rendeva giustizia al loro sound (non come il predecessore Spine of God, dall'impatto un po' smorzato nonostante l'eccelso materiale, su indie), con pochi momenti sottotono e tanti vortici di effetto devastante, come succede nella prima metà: Cyclops revolution, Twin Earth, Superjudge, Cage around the sun sono i perfetti manifesti del loro space-core che non sa solo assestare mazzate e far schizzare orbite ma sa anche fornire momenti di meditazione astrale. Nel secondo lato invece s'intensifica la pesante influenza Hawkwind, con l'inevitabile cover Brainstorm e la quasi cover Dinosaur Vacuum, ci sono rocciose entrate hendrixiane (Elephant Bell, Stadium) ed il tradizionale omaggio al raga indiano con la conclusiva Black Balloon.
Acquisisce così peso la mia opinione che, a partire da Powertrip non sono più stati i Monster Magnet, ma il mestierante Wyndorf con dei freddi collaboratori, tutti intenti a versare contributi a scapito del passato.

martedì 25 maggio 2010

Kyuss - Demon Cleaner (1994) + Fatso Forgotso (1997) EPs

Un mix a mio parere importantissimo per qualificare una delle più grandi band degli anni '90, uno dei simboli più luminosi di un intero movimento del quale sono stati maestri indiscussi. Sia ben chiaro, trattavasi comunque di riprendere certe sonorità tipiche degli anni '70, ma fu la freschezza e un'astrale combinazione di intenti a rendere unici i Kyuss. Demon Cleaner era uno dei pezzi più immediati di Sky Valley nonchè meglio riusciti con la progressione rollante nonostante una prova un po' sottotono di Garcia. El rodeo era un antipasto del capitolo finale Circus, che dopo un inizio baldanzoso e quasi giocoso partiva col tipico treno ruggente, la locomotiva sezione ritmica ultra-compatta, Homme a ridisegnare con linee semplici e marcate, Garcia a fare il leone. Hurricane un inedito degno di stare su qualsiasi album. Poi un'estratto live con Gardenia, Thumb e Conan, indiavolati e sulfurei.
Fatso forgotso è difatti la parte di competenza dell'ultima uscita, lo split coi QOTSA che rappresentava in un certo senso il passaggio di testimone, ma non ha per niente il sentore di un addio tanto che era avvincente. Il degno tributo ai Sabbath, Into the void, inizia canonico per poi lanciarsi in una jam centrale inusitata, quasi santaniana. Le due fasi di Fatso forgotso fanno rimpiangere ancor di più lo scioglimento, vista la convivenza di stili, una specie di stoner-soul inusitato che si dilunga oltre 10 minuti in maniera magistrale.
Degna chiusura comunque per una band che dalla lite fra i due leader ricavò il titolo di re indiscussi del groove metallico.

(originalmente pubblicato il 14/04/09)

lunedì 10 maggio 2010

High on fire - The Art of Self Defense (2000)

Il gruppo formato da Matt Pike al seguito dello split degli Sleep, un'altro power trio in cui ovviamente la sua chitarra fa il bello e il cattivo tempo, in cui la voce abrasiva ricalca molto quella dell'ex compagno Cisneros. The art of self defense è un albo rovinoso e disastrato dove l'abusatissimo Black Sabbath-sound viene iper-velocizzato fino a raggiungere livelli trash-metal-core. Sei pezzi quasi tutti uguali per 6 muraglie sonore monotone ed impenetrabili, ed il fuoco è servito. Peccato che manchi quel mix di visionarietà e creatività che rendeva unici gli Sleep; difatti otterranno risultati molto più interessanti Cisneros e Haklus con i secchissimi e misticheggianti Om. E resta comunque la convinzione che, con il monumento di Jerusalem, si sia raggiunto uno stato di climax forse difficilmente raggiungibile in futuro da questi uomini.

(originalmente pubblicato il 04/01/09)

giovedì 6 maggio 2010

That's All Folks! - Demos + You gotta pay 7'' (1994)

Stranissimo il mio rapporto con i TAF: comprai tutti e 3 i loro demo e il 7" di You gotta pay, grazie alle famose rubriche di Rumore e Rockerilla. Poi, quando finalmente approdarono al Cd vero e proprio, per qualche motivo me li sono persi tutti e due.
Per certi versi, pur non facendo nulla di particolarmente innovativo, il trio barese è stato uno dei primissimi gruppi stoner a venire fuori in maniera significativa in Italia. Per quanto ne sappia, non esistono più (in rete non si trova praticamente nulla) e in pochi ne sentiranno la mancanza, ma io li ho ascoltati un sacco perchè ne ho sempre apprezzato l'ispida mistura di Stooges, Blue Cheer e Monster Magnet.
Fuzz a manetta, quindi, ma anche una buona capacità compositiva: Baby Monster, Motormouse & Autocat, Liver Lips, Wicked Garden, Lamù, sono tutti pezzi tirati fino all'esasperazione ma con un'ottima propensione alla forma canzone, in modo da evitare sbrodolamenti od eccessi tipici del genere. E nel mazzo si trova un piccolo gioiello, Eclipse, psychedelia dal passo lento e dalla splendida progressione armonica del vocalist/chitarrista Colaianni, una gemma da far impallidire Wyndorf.
Anche se fuori tempo massimo, un plauso è d'obbligo per questa realtà che seppe farsi valere al di fuori dei centri nevralgici della nostra italietta.

(originalmente pubblicato il 20/12/08)

martedì 4 maggio 2010

Blue Cheer - Vincebus eruptum (1968)

Come disse una volta il grande Mixo, il più simpatico ed illuminante dj radiofonico che RadioRai abbia mai avuto, i Blue Cheer erano i cavernicoli del rock che brandivano strumenti come clave ed hanno aperto il discorso stoner in via ufficiale esattamente 40 anni fa, con questa detonazione chiamata Vincebus Eruptum, che si apre con una versione tellurica del classicone Summertime Blues, al cui confronto la versione degli Who sembra uno zuccherino....Gli acuti dilanianti della SG di Stephens, il panzer-bass e la voce arrochita di Peterson, le mitragliate di piatti di Whaley, era tutto diretta conseguenza dei volumi impensabili per l'epoca e dell'abuso di LSD nella summer of love. Al contrario dei Quicksilver, che facevano acid-art, i BC puntavano in maniera impressionante sull'impatto fisico/sonico del loro blues iperamplificato. I labirinti angosciosi di Doctor Please e Parchment Farm, gli stop and go sincopati di Out of focus e Second time around, il disco brucia velocemente e senza pause con una violenza che ai tempi dev'esser sembrata una vera bestemmia alle orecchie dei più.
La ristampa Akarma comprende a mo' di bonus track un pezzo del periodo New improved!, che testimonia una line-up cambiata (e lo stile pure, molto più normalizzato, purtroppo...).

(originalmente pubblicato il 25/09/08)

domenica 2 maggio 2010

Electric Wizard - Supercoven EP (1998)

Per certi versi si potrebbero definire gli Sleep inglesi, con tutte le varianti del caso. Nati dall'incontro fra un freak totale come Jus Oborn e la sezione ritmica di una cover band dei Black Sabbath, gli EW navigano da 15 anni lo spazio più allucinato del doom-metal altamente lisergizzato e dopato. Leggendo i credits e le interviste appare chiaro come le droghe leggere siano una vera e propria religione, al punto di portare non pochi problemi tipo arresti e cose del genere nel corso degli anni.
Supercoven fu un EP rilasciato fra il 2° e il 3° disco e mi piace molto perchè ha il potere di magnetizzare con le sue 2 jam ultra-cosmiche. Specialmente la title-track si dilunga per 13 minuti col suo strascicare lento ed infinitamente pesante, mentre Burnout fa ancora di più con i suoi 18 primi, dilatandosi in flanger corrosivi. Sono due jam immerse in uno spazio-temporale sicuramente non-umano, sono galassie nero-pece immerse nellla soda caustica.
Con tutti i pregi e i difetti del caso. Cioè, si astengano i non-amanti del genere.

(originalmente pubblicato il 10/09/08)

domenica 25 aprile 2010

Sleep - Holy Mountain (1992)

C'era una volta un gran bel programma (non ricordo se era ancora la defunta Videomusic o se era la prima Mtv italiana) che si chiamava Indies, era solo un'ora alla settimana ma mostrava video di musica indipendente. Ci fu questa puntata, forse nel 1994, in cui l'ultimo video era Dragonaut degli Sleep. Era assolutamente artigianale, in bianco e nero, probabilmente girato con 2 sole camere e mostrava 3 ragazzi californiani intenti nel suonare alle prese con strumenti vintage e amplificatori Orange, in sei minuti di purissimo blues-metal rallentato e pesantissimo. Sembrava che la macchina del tempo ci avesse portato direttamente nel 1970 con quel video, potevano essere i Black Sabbath in sala prove, se non fosse che negli Sleep c'era un uomo che faceva contemporaneamente le parti di Osbourne e Butler, ovvero Al Cisneros. E se non fosse che il sound degli Sleep, seppur discendente senza dubbio dai primi BS, aveva una dose maggiorata di metal e psichedelia, tanto che il tempo ha reso loro molta giustizia. Credo che siano stati influenti sull'ondata stoner almeno tanto quanto i Kyuss, se non di più!
La montagna sacra è un macigno immane di pesantezze e stordimenti lisergici. Il power-trio aveva un retaggio hardcore da non sottovalutare, come si evince dall'inizio di Evil Gypsy e da Inside the sun. La già citata Dragonaut ha per l'appunto un appeal blues che la rende forse il pezzo meno pesante in scaletta. Il resto del disco è doom ottundente suonato con perizia. Pike era un chitarrista molto bravo nei soli, Haklus era un novello Ward ma secondo me l'apporto di Cisneros era il più importante; nonostante uno stile vocale monocorde e grezzissimo, il suo Rickenbacker romba grasso e gommoso per tutto il disco senza soste.
L'unica penalizzazione forse era la scarsa produzione, che non focalizza bene l'insieme. Problema che verrà risolto alla grande con il loro parto infinito nonchè ultimo capitolo, il successivo Jerusalem / Dopesmoker.

(originalmente pubblicato il 29/04/08)

venerdì 23 aprile 2010

Monster Magnet - Spine of God (1992)

Una mega-rullata in flanger introduce Pill Shovel. E' l'anno di Blues for the red sun, anno di morte del grunge e di nascita dello stoner. I Monster Magnet guadagneranno successo con pazienza e costanza, e anche qualche concessione alle mode.
Ma il primo full album comprendeva ancora il chitarrista fondatore John McBain, che di lì a poco verrà sostituito da Ed Mundell, e segnalava ancora un gruppo fortemente indipendente e ispirato nel produrre space-rock divinamente retrò. Dave Wyndorf, il gran capitano, guidava il gruppo ad un concentrato di grinta, sudore ed allucinazioni che passerà notevolmente inosservato. Molto più Hawkwind che Stooges, Spine of God è secondo me il loro miglior disco. L'anno dopo passeranno su major e il suono verrà parzialmente ripulito, seppur i risultati per qualche anno saranno ancora molto positivi.
Pill Shovel e due giganti come Nod Scene e Spine of God sono labirinti di perdizione, inni alla psichedelia pesante. I sensi sono rallentati e appesantiti, le visioni sono miraggi intermittenti. Nel calderone delle chitarre fuzzate si sente odore di incenso, marijuana e si ode anche qualche sitar.
La voce di Wyndorf è una carta vetrata che incute timore.
Black Mastermind è un omaggio alla navicella spaziale di Dave Brock, in pieno stile seventies. Medicine e Snake Dance due brevi e convulse graffiate in stile Iggy Pop e fratelli Asheton co.
C'è persino una cover dei Grand Funk, tutto sommato passabile.
Nel mezzo a tutto questo ambaradan rovente e fumante c'è spazio anche per qualcosa di relativamente leggero, come le ballate di Zodiac Lung e soprattutto la splendida Ozium, che chiude con uno spiraglio di sole. Un organo celestiale conduce una epica melodia cantata da un Wyndorf finalmente rilassato, che comunque non rinuncia ad una lunghissima coda spaziale super-sballata, come nel miglior segno di tutto il disco.
Revivalisti sì, ma di gran classe.

(originalmente pubblicato il 04/04/08)