Visualizzazione post con etichetta Post-Jazz. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Post-Jazz. Mostra tutti i post

mercoledì 22 marzo 2023

Screams From The List #114 - Association P.C. – Sun Rotation (1972)


Quartetto misto olandese-tedesco dedito ad una free-fusion in stile scatenatevi bestie, improntato ad una selvaggia ostentazione di qualità tecniche, ma con il classico, irresistibile sound polveroso tipico di queste produzioni. Scaletta divisa fra sinuosi temi composti ed improvvisazioni belluine, in cui spicca soprattutto il batterista Courbois (le cui iniziali danno il nome al gruppo), un tornado alla Cobham. Poco altro da dire, se non che; non sono passati alla storia e forse un motivo ci sarà, ma un gradevole ascolto o due ci stanno alla grande.

lunedì 6 febbraio 2023

Mako Sica / Hamid Drake Featuring Tatsu Aoki & Thymme Jones – Ourania (2021)


Sempre più similari ad un unità jazz mobile che fa spots e featurings, i Mako Sica affinano le loro escursioni con orgoglio e senso di comunità. Perso il polistrumentista Newell, Drazek & Fuscaldo conservano Drake e per Ourania alzano l'età media con nientemeno che il venerando Thymme Jones (tastiere e tromba) ed il jazzista giapponese Tatsu Aoki (liuto shamisen e contrabbasso). Prende forma così un quintetto sorprendentemente coeso che genera 5 lunghe passeggiate riflettenti, incentrate su una trance misticheggiante sterminata in cui ciascun personaggio sembra fare a gara con gli altri ad apparire più quieto e meno invasivo possibile. Una sfida molto dura sulla carta, ma che sfodera il senso intero dell'operazione: jazz psichedelico lunare, intriso di umiltà e umanità.

lunedì 4 ottobre 2021

Mnemonists ‎– Some Attributes Of A Living System (1980)


Un anno dopo lo shockante esordio, il collettivo del Colorado eliminava la terminologia Orchestra e sfornava questo secondo, composto da 22 frammenti concatenati fra di loro. E di nuovo, piuttosto arduo trovare delle descrizioni: flusso magmatico senza soste che non lascia spazio all'immaginazione, Some Attributes è un labirinto inestricabile di chitarre dissonanti, fiati starnazzanti, percussioni di ogni tipo, un po' di elettronica antidiluviana, qualche sommesso schizzo di piano. Rigorosamente improvvisato, quasi senza overdubs, è un'esperienza atonale che va affrontata nella sua interezza, senza soste, per poterne apprezzare al meglio il concetto. Sempre che ve ne fosse uno a monte.

domenica 29 agosto 2021

Necks - Three (2020)


Formato diviso per l'ennesimo esercizio di Necks-style. Ogni nuovo disco lo affronto un po' con sufficienza, convinto che prima o poi mi sentirò un po' stanchino delle loro jam, ed alla fine senza fare stravolgimenti accade sempre qualcosa di inaspettato. Three, forse per il suo titolo così pleonastico, non contribuisce ad arricchire il loro catalogo in maniera significativa, ma funziona bene come un condensato di classicità intrinseca. Further è la campionatura del loro versante elegante, col ritmo sincopato e la strumentazione a pieni giri, la ritmica sempre uguale ed Abrahams a dividersi fra piano ed organo.

Bloom è l'emblema della loro rappresentazione di caos organizzato, con Buck ipercinetico a preponderare sopra gli altri. Un treno vellutato in corsa che genera ipnosi nevrotica.

Lovelock l'ambientazione sinistra, notturna ed inquieante. Lloyd-Swanton tremebondo a svisare con l'archetto, Abrahams superbo nel distillare i suoi sgocciolii, Buck viscido a sgusciare fra rullante e triangoli e chincaglierie. 

Ogni nuovo disco, una nuova fiera delle vanità e della destrezza. Alla loro età, la sfida può essere soltanto contro sè stessi e le macchine che hanno in corpo.

martedì 7 luglio 2020

Lard Free ‎– Lard Free (1977)

Terzo ed ultimo per lo Sgrassato di Gilbert Artman, che nel giro di 4 anni passò dal free-jazz-core del primo all'elettronica pura del secondo fino a terminare nel 1977, con una line-up collaborativa sempre mutata da un episodio all'altro. Per questo capitolo conclusivo del progetto, il polistrumentista normanno non si avvalse più di strumentisti classicamente jazz-rock, ma di figure adatte ad un altro coacervo di elettronica spinta, che sul lato A include la lunga Spirale Malax, un trip oscuro degno dei Tangerine Dream di qualche anno prima. E' tuttavia il lato B che riserva maggiore interesse, con la Synthetic Seasons, divisa in 3 parti, con droni di organo solcati da una batteria tonante in estemo riverbero, suoni quasi industriali, sulla prima. La batteria torna vicina e ben udibile nella parte due, che sgrana un ritmo dispari saltellante, con il chitarrista Baulleret che sale in cattedra con un lamento ultra-elettrico atonale ed angoscioso. Da manuale. Terminato il groove, fra le macerie resta solitario un clarinetto desolato che preannuncia la parte 3, con un lungo groove metallico da incubo che va in fade out fra glitches spaziali, per una suite complessiva lacerante e intimorente. Che sia stato questo album a far entrare lo Sgrassato nella List, anzichè il primo? Oppure tutti e tre?

giovedì 14 maggio 2020

People – 3 X A Woman: The Misplaced Files (2014)

Il progetto del grande Kevin Shea insieme alla cantante/chitarrista Mary Halvorson, per un indie-Rio(t)-jazz spostato e spassoso (oserei definirlo una versione femminile e cantautoriale dei Talibam!), alla prova del nove col terzo e per adesso ultimo album. Verifica perchè dopo due album interessanti ma un po' troppo scarni qui trovava una focalizzazione migliore, grazie all'inserimento di un bassista e di un trio di fiati senz'altro appropriati. Irresistibili soprattutto i pezzi da un minuto, schizzi imprendibili di gentil follia che formano un'ammasso all'apparenza inconciliabile: il compassato cantautoriato della Halvorson con il furibondo e selvaggio drumming dell'eterno Shea (peraltro autore delle liriche, e come si evince da video sottostante, autentico istrione da palco e dotato di un auto ironia che difficilmente si riscontra in musicisti così dotati).

venerdì 27 marzo 2020

Screams From The List #93 - Smegma ‎– Glamour Girl 1941 (1979)

Il super-delirante esordio dei californiani, uno dei gruppi più longevi dell'intera storia moderna (l'ultimo album è del 2019, ed è circa il 50esimo, ma più che altro perchè l'attività si è fatta ultra-frenetica negli anni '10) nonchè uno dei più folli e comunque tributati dalla scena weird-noise americana.
Difficile analizzarne la carriera, perchè ho ascoltato solo due album a caso degli anni '80, e non ne ho maturato una grossa impressione. Invece Glamour Girl 1941, forse favorito anche dalla congiuntura temporale (qualcuno osa sostenere che il 1979 non sia stato un anno incredibile nella storia della musica moderna?) è un notevole compendio di musica off, ovviamente prodotto e suonato in maniera approssimativa ma con una visione di follia molto lucida e ludica. La prima parte del disco verte su un free-jazz demente e compassato, con sax e contrabbasso in evidenza, mentre la seconda spinge agli estremi psicopatici, con collage vocali dell'assurdo, rumorismi, concretismi, ed un'aggressiva chitarra elettrica che in qualche modo giustifica il coraggioso appellativo da parte di qualche giornalista di uno dei primi gruppi noise-rock della storia (primo anche no, si pensi soltanto alla Nihilist Spasm Band). In ogni caso, un capitolo importante della non-ortodossia americana, e abbastanza seminale.

lunedì 2 dicembre 2019

Tangents – New Bodies (2018)

Quintetto australiano così composto: un addetto all'elettronica, un tastierista, un chitarrista, un violoncellista ed un batterista. Provengono da Sydney, città che inevitabilmente richiama un nome gigantesco come quello dei Necks.
Il sound dei Tangents, magnificamente registrato, è uno strumentale vivace e brioso che in alcuni momenti può richiamare le fasi più inquiete dell'iper-trio A-B-S (Immersion), ma vista anche la ricca orchestrazione vira verso un post-jazz-rock zona Tortoise, suonato con parco virtuosismo e che non disdegna richiami verso epoche molto più lontane, visto lo stile elegante ed ortodosso del pianista.
Qualche fase che non convince (i 10 minuti di Gone to ground stancano), ma i momenti migliori (l'accoppiata vincente Terracotta e Arteries) rendono New Bodies un gradevole sottofondo-ma-non-troppo, cinematico e fantasioso. Per i fans dei sopradescritti, senz'altro consigliato.

venerdì 22 novembre 2019

Necks ‎– Body (2018)

Un benvenuto cambio di stile, al compimento del 20esimo album in studio del super-trio australiano. Body è un lavoro che deve aver richiesto un po' di tempo, contiene una massiccia dose di overdubbing e quindi non è assolutamente riproducibile dal vivo.
Non è che fossimo stanchi della collaudatissima formula impro che aveva raggiunto vette di misticismo inedite in Vertigo e Unfold, ma la sorpresa in Body rappresenta un gesto che difficilmente ci si aspettava.
Già dall'intro si sente che la propulsione è di quelle più agitate, in un contesto che ricorda un po' il leggendario Aquatic, esattamente un quarto di secolo fa. Al 25esimo minuto però accade un esplosione che non ha precedenti; un semi-motorik incessante (manca il terzo colpo di cassa, ma l'effetto Neu! è lampante) con Buck impegnato in un lavoro di chitarra elettrica isterico, a modo suo minimalistico anch'esso, concentrato sulle note più alte del manico, mentre Abrahams e Swanton fanno un supporto ipnotico ed altrettanto chiassoso. Un paradosso, per i Necks, ma possibile in quel mondo parallelo che hanno stabilito e fissato nelle nostre orecchie.
Al termine di questa lunga fase festaiola, il rientro alla contemplazione è quanto di più fascinoso e notturno abbiano mai fatto, con lo sdoppiamento di Abrahams fra note basse e medio-alte, Buck che genera suoni percussivi dei suoi, strumma un'acustica ogni tanto e Swanton che svisa e dronizza con l'archetto.
Avremo anche finito le parole per descriverli, invece loro non hanno ancora finito di fare magie.

domenica 5 agosto 2018

Lard Free ‎– I'm Around About Midnight (1975)

Uno dei gruppi più apprezzati fra le scoperte archeologiche della List, con il disco d'esordio del 1975. Come poteva essere logico in un percorso evolutivo, il quartetto di Gilbert Artman si lasciò alle spalle il corpulento jazz-rock delle origini per immergersi anima e corpo in un elettronica globale e lungimirante, che in 6 tracce esprime altrettante ambientazioni, evocando fosche arie dark-ambient (Violez l'espace), caracollanti digressioni world con chitarre frippiane (In a desert alambic), soavi cicalecci alla Jade Warrior coevi (Does East Bakestan Belong...), citazioni di corrieri cosmici tedeschi (Tatkook a roulette), escursioni pianistiche su tappeti siderali (Even Silence..), lasciando soltanto alla minacciosa Pale Violence under a reververe l'esecuzione in stile classico con sezione ritmica, peraltro già distantissima dai luoghi comuni che già avevano tritato col precedente. Vien da chiedersi se forse fu questo ad ingraziare Stapleton per l'inclusione. Grandi.

mercoledì 1 agosto 2018

Scream From The List 73 - Frank Köllges ‎– Drums, Voices, Knispel Nie (1977)

Batterista di Dusseldorf di estrazione jazz, ma negli anni '80 attivo anche in progetti sperimentali a noi oscuri come Die Krupps e Harte 10. Nel 1977, a soli 25 anni, si guadagnava un posto nella list con un programmatico album per voce e batteria (Knispel è un cane che fa un cameo ululante nella traccia One for Knispel), inciso per un'oscurissima label. Un one-shot bizzarro che resterà isolato per 15 anni, quando il buon Frank riapparirà in solitaria ma con tutt'altro affare orchestrato.
Poco da dire, si tratta di una follia; il vociare equivale ad uno scat che passa dal borbottio al dimenarsi schizofrenico ed animalesco con tutto quello che ci passa dentro, mentre il drumming è di quelli che sì, sono tecnici, ma non sono esercizi. Quindi ben altro che un manuale o uno sfoggio di perizia: è una spontanea e genuina dimostrazione di freakitudine, ed è irresistibile.
Per la cronaca, mai ristampato.

mercoledì 20 giugno 2018

Comfort - Eclipse (2006)

Formazione toscana che ha pubblicato 3 dischi fra il 2006 ed il 2011, e passata ingiustamente inosservata, almeno alla mia attenzione, dato che ho scoperto Eclipse per caso assoluto. Trattasi di classico caso in cui la provenienza non aiuta, nonostante l'evidente abilità dei musicisti, di evidente alta formazione tecnica, in particolar modo il pianista, elegante e direi di estrazione jazzistica. Componente da non sottovalutare; ad asserire un paragone ingiusto, direi una versione medi-mitteleuropea dei Tortoise, per l'eleganza degli arrangiamenti, per le ritmiche compatte ed elastiche, per l'utilizzo del vibrafono; si sente però nei Comfort uno sbilanciamento verso atmosfere epic-instru (le striature di una chitarra elettrica un po' repressa, ma sempre gradita), a realizzare un insieme composito, mai autoreferenziale, a modo suo molto emotivo, quasi cinematico in certi punti. Mi viene in mente un altro parallelo, quello coi Neil On Impression, più colto senza dubbio per via dei diversi background. Qualche momento di stanca nel finale, ma la statura resta comunque medio-alta.

domenica 8 aprile 2018

Supersilent ‎– 8 (2007)

Tutti i dischi dei Supersilent mi fanno lo stesso effetto: al primo ascolto, noia, interrogativi, dubbi e supposizioni. Al terzo/quarto qualcosa inizia a restare in mente, al quinto le cose si stabilizzano e i momenti topici restano. Su 8 ce ne sono almeno 3/4: la tempestosa eruzione vulcanica di 1, la magnifica letargia con chitarra brulicante di 5, l'acid-noise di 7, lo stranissimo quadro astratto di 4. Sul resto, le solite divagazioni con scampoli di jazz strafatto, elettronica zoppicante, silenzi misteriosi e deflagrazioni improvvise. Prendere o lasciare è il loro motto.

mercoledì 23 agosto 2017

Pluto – Shoehorse Emerging (1994)

Fra gli innumerevoli acts a nome Pluto (Discogs ne elenca una trentina..) ci fu anche questo 7-piece assemblato a mo' di supergruppo, le cui personalità più in evidenza erano i fiatisti Slusser e Carney (collaboratori rispettivamente di Tom Waits e John Zorn) ed il batterista Weinstein degli MX-80 Sound. Un progetto a due colpi, col secondo che uscì 4 anni dopo, dedito ad un post-jazz strumentale sfaccettato e senza troppo sfoggio di tecnica e/o vanagloria. Un po' di free classico ma tutto sommato controllato, un po' di swing aggiornato, un po' di RIO, qualche puntata metallica, tutto orchestrato con maestria e un senso dell'ironia più che palpabile. Devono essersi divertiti un mondo. Riservato agli amanti del settore.

domenica 2 aprile 2017

Scream From The List 57 - Pataphonie ‎– Pataphonie (1975)

Ennesimo grido francese, reso ancor più affascinante dall'aurea di mistero che ammanta la storia del gruppo. Esiste solo una bio dei Pataphonie, che parla in sostanza di una band di amici che se ne fregava (come tantissimi altri nei '70) dell'indigeribilità della proposta, una specie di deformità avant-jazz-rumoristica che manda letteralmente in pappa il cervello. Non si può parlare di astrattismo, di cerebralità o di concetti del genere: questi due lunghi pezzi, di certo improvvisati e registrati dal vivo, sputano il linguaggio dell'assurdo di un quartetto di gente che aveva senz'altro delle doti tecniche, che affiorano in tratti insospettabili e a più riprese. Ma dopo svariati ascolti, l'aggettivo è sconcertante, quello che impressiona per il coraggio. Non saprei neanche dire se e chi abbia influenzato. Per chi si vuole disorientarsi e sconvolgersi per una quarantina di minuti. Un esperienza terminale.

venerdì 10 marzo 2017

Fire! Orchestra ‎– Exit! (2013)

Progettone messo in piedi dal fiatista di fama mondiale Gustafson, che con questo primo ha guadagnato la palma di disco dell'anno per BU. Registrato dal vivo in studio da parte di un ensemble di una ventina di elementi quasi tutti svedesi, Exit! ha avuto l'ambizione di aggiornare il jazz da big band ai giorni nostri con due lunghissime suite. 
Traguardo raggiunto perfettamente: Part one parte con passo felpato, in parte imparentato col jazz classico, con svisate di fiati, voce femminile e piano alla Abrahams in primo piano. Dopo una pausa, l'orchestra riparte sorniona cambiando il tema e chiude con eleganza.
Ma è la tempestosa Part two a sbancare, con un ritmo tumultuoso che taglia momentaneamente i ponti col jazz, un maelstrom incessante di caos organizzato. Un'altra pausa a circa metà e poi la ripartenza con la disintegrazione della composizione, è la parte impro che manda tutto a catafascio. Per me magari non disco dell'anno 2013, ma da top ten sì.

giovedì 16 febbraio 2017

Necks - Vertigo (2015)

Il wonder-trio di Sidney non finisce mai di stupirci ed è sempre più difficile trovare le parole per descrivere le loro uscite. Dopo un profondo excursus su alcuni stadi della loro colossale carriera, eravamo arrivati al tumultuoso e dissonante Mindset, al quale è seguito Open, il loro disco forse più visionario e meditativo (per non dire mistico, aggettivo che mancava dalla loro tavolozza) e poi il rovinoso Vertigo, con ogni probabilità il più scuro ed inquietante. Di una durata inedita (soltanto 44 minuti in luogo della solita oretta), propone una delle novità più rilevanti, ovvero l'utilizzo predominante da parte di Abrahams dell'organo e del Rhodes e visti gli overdub degli stessi, si tratta di una costruzione diversa dai loro standard. L'uso rarefatto dei piatti di Buck e quello in penombra del double-bass di Swanton rientra invece nei canoni di umiltà di questi due grandi uomini che sanno lavorare al servizio della suite, alchemici. Dietro la placida copertina che immortala cime di alberi su una distesa d'acqua, c'è il pezzo forse più astratto di una carriera che incredibilmente non conosce tregua di successo artistico. Che durino cent'anni.

domenica 17 aprile 2016

Screams From The List 26 - Etron Fou Le Loublan ‎– Batelages (1976)

Avant-Trio francese al debutto: batteria sghemba e poliritmica, basso funambolico suonato per lo più come una chitarra, sax che si adegua al contesto e svisa irregolare. Un suono ispido e secco oltremisura; occorreva essere davvero bravi e gli EFL non difettavano di certo.
Poco jazz ed ancor meno prog, per nulla inquadrabili, i transalpini hanno costruito la prima parte della loro carriera su questa sintesi stridente: trame angolari, spesso ai limiti dell'atonale, contro il retaggio del cabaret patriottico, come si evince dalle parti cantate, caratterizzate da un enfasi ed una teatralità che non lasciava alcun dubbio.
Seppur qualche melodia affiori in qua e in là, Batelages resta un oggetto ostico e stimolante: seguire queste traiettorie imprendibili, al termine del disco, regala non poche soddisfazioni.

martedì 12 aprile 2016

Screams From The List 21 - Mnemonist Orchestra ‎– Mnemonist Orchestra (1979)

Allo spulciare della List, spunta un interrogativo: ma se nell'insert originario erano stampati solo i nomi degli artisti, chi ha fornito i titoli dei dischi? Una ristampa successiva della UD? Un'elenco dettagliato enumerato da Stapleton in persona? No, nulla di tutto questo. Per quanto riguarda le sigle che pubblicarono soltanto un disco in vita, il problema non si pone. Per tutte le altre, normalmente si fa riferimento ad una guida compilata dalla rivista inglese Audion, da sempre in stretto contatto con Mister NWW.
Alla voce Mnemonists viene riportato il disco Horde, con la precisazione però che si tratta di una scelta del tutto arbitraria effettuata dalla redazione o dal giornalista incaricato di stilare. Ed è anche del tutto forzata, perchè Horde uscì nel 1981, ovvero un anno dopo l'uscita della list aggiornata su To the quite men from a tiny girl, datato estate del 1980. Per cui, altrettanto arbitrariamente, io decido invece di citare l'esordio del collettivo d'avanguardia del Colorado, risalente al  1979, con l'intestazione completa di Orchestra che scomparirà a partire dal secondo album.
Dettagli e/o pignolerie a parte, questo catalogo dei Mnemonists non è proprio roba per madamine, bensì come scrive Vlad, memorabili colonne sonore per disturbati mentali. Quattro assemblaggi di 11-12 minuti ciascuno, in cui gli strumenti (principalmente la nutrita sezione fiati, chitarra elettrica notevolissima anche se mixata un po' bassa, batteria balbettante, percussioni, suoni concreti) vengono lasciati allo stato brado, in preda a sconclusionate improvvisazioni che vorrebbero essere free-jazz. Al di sopra di essi, il lavoro di collaging (studio editing, manipolazione nastri, effettistica, loop vocali impazziti) che la fa da padrone e rende il pastone ancor più inestricabile ed indefinibile. L'effetto finale è di una gigantesca allucinazione senza vie d'uscita.

mercoledì 1 aprile 2015

Necks - The boys (1998)

A fine anni '90 i Necks si misero a fare qualche soundtracks. La loro capacità di creare visioni importanti era diventato di pubblico dominio anche fra gli addetti ai lavori del cinema, eppure The boys è stato l'unico lavoro ad essere pubblicato in separata sede. Il film è un drammatico australiano che in rete non si trova tradotto, ovviamente.
Una bella sfida per Abrahams, Buck e Swanton: mettere in discussione il loro sistema impro per sonorizzare immagini. In passato soltanto Next, a mio modo di vedere, era stato composto e preparato prima della registrazione. Così, smussati gli angoli e le iperboli, The boys mantiene intatto il loro approccio sonoro in una formula più contenuta. Ci sono 5 temi, come da manuale minimalisti ed abbastanza lunghi per renderli di fatto jams. Un paio sono fra i più memorabili del loro catalogo (e li ho scelti come suonerie del mio cellulare...), il che è tutto un dire. C'è persino l'inedita inclusione di un basso fuzzato.
E' ciò che consiglierei ad un novizio del trio delle meraviglie di Sidney.