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sabato 13 agosto 2022

Dreamcrusher – Another Country (2020)


Un raro album che mi fa sentire ancora abbastanza aperto nei confronti dell'attualità musicale, che non mi fa auto-ritenere un inguaribile dinosauro incartapecorito. Negli ultimi 5 anni è successo con pochissimi acts (Lingua Ignota su tutti, ma anche Stabscotch), ed è comune denominatore che si tratti di artisti piuttosto estremi, che sia solo per l'oggetto musicale o per il vissuto personale che si va a riversare sull'ouput sonoro. Non fa eccezione Luwayne Glass, transgender texano rilocato a New York per fabbricare del trovarobato traumatico, acido e abrasivo, ben esemplificato nei 43 minuti senza sosta di Another Country. Questo non è un prodotto musicale, bensì un testimone amorfo dei nostri tempi, in cui la violenza la fa da padrone ma in maniera subdola, diagonale, a volte travestita da sembianze quasi rassicuranti (gli arpeggi chitarristici iniziali, alcuni richiami sparsi allo shoegaze, certe ritmiche meccaniche rallentate, giri di basso ostinati) ma pronta a rivestire tutto di lava, feedback e distorsioni. L'articolazione del collage, apparentemente aleatoria, è invece il suo segreto: gli scenari, saturi di elettricità, si susseguono allucinati con continue svolte ed implosioni.

E' un teatro post-industriale, perchè eredita qualcosa di quella gloriosa stirpe (impossibile non pensare ai Throbbing Gristle) ma con un gusto shocking perfettamente calato nel presente. Non ascolto molta musica attuale, ma ho come il sentore che questo mostro possa essere una trasposizione molto rappresentativa (ed angosciosa) dello scenario sociale odierno.

domenica 15 maggio 2022

Yellow Swans ‎– Psychic Secession (2005)

Ora che è passato un certo numero di anni, penso che di tutta l'ondata american-noise degli anni zero, gli YS possano essere definiti un nome da podio globale. I loro colossali lavori della maturità, At All Ends e Going Places, stabilirono uno standard difficile da replicare grazie alla cura maniacale del suono ed alle tessiture strutturali, capaci di rasoiare senza pietà ma anche di concedere astrazioni non facili da cogliere al volo. Psychic Secession, il secondo maggiore (ma la loro discografia è una selva inestricabile, in questo non sono stati da meno degli altri), conteneva già in nuce questa tendenza ai chiaro/scuri, anche se tagliata ad una grana molto grossa. Il mastodontico True Union, di 20 minuti, è un'alluncinato space-harsh che rende la vita molto difficile al resto della scaletta, che ne soffre un po' le conseguenze fino all'astrattismo finale di Velocity of the yolk, in cui una straniata voce femminile segnala la sua presenza in uno scenario post-nucleare. A quel punto, il cerchio sembra chiudersi magistralmente.

venerdì 22 ottobre 2021

Drose ‎– Boy Man Machine (2016)


Notevolissimo debutto di un trio di Columbus, Ohio, che sviscera un ibrido inopinato di noise destrutturato, altamente percussivo, con chitarre abrasive ma mai veramente cattivo, semmai piuttosto teatrale per via della recitazione del cantante, che sembra un improbabile incrocio fra Al Johnson degli U.S. Maple, Les Claypool ed il giovane Michael Gira. Proprio i primi Swans sembrano essere un punto di riferimento fondamentale per i Drose, ma al netto della spietata tracotanza e con una predilezione per la nettezza e la pienezza delle chitarre. I contemporanei Daughters possono essere un altra pietra di paragone, ma con un attitudine molto più sperimentale.

La tocco piano: le fasi più asfittiche, alla moviola pura, immerse nel silenzio apocalittico, possono ricordare addirittura i gloriosi Khanate di Capture & Release. Ma andiamoci piano, perchè alla lunga Boy Man Machine respira di aria propria, e non è di certo la più sana che si possa assumere. E' un disco di sostanziale disturbo, di disagio riverberato e come detto, talmente destrutturato da tenere sempre altissima la soglia dell'attenzione. Sarà molto interessante sentire il proseguio, se ce ne sarà uno. Chissà, il filone potrebbe essere il caustico slow-core della traccia finale, His Reflection, che chiude con uno straniante melodismo, in precedenza del tutto assente.

martedì 3 marzo 2020

Daughters ‎– You Won't Get What You Want (2018)

Ottimo esperimento di modifica genetica al noise-rock. I statunitensi Daughters, nati ad inizio anni Zero, fecero due album per poi sciogliersi, e questo ritorno in sordina ha finito per diventare uno dei dischi più incensati dalla stampa degli ultimi tempi. La riuscita generale di You won't get...non sta soltanto nell'approccio, allucinato e rabbioso, ma sta anche nella produzione che permette loro di evolvere dalle radici classiche noise/post-hardcore; la chitarra di Sadler, infatti, a volte suona più come un synth che come un infiammabile tipica, e come quasi sempre in questi casi, i pezzi più interessanti sono quelli che sviano dal seminato originale per assumere direttive quasi gotiche (Satan In The Wait, Daughter, Less Sex), alla Swans. Per il resto, gli echi di Unsane e Cop Shoot Cop vanno a scontrarsi con memorie antiche di Gun Club e tardi Dead Kennedys, tutto trasposto nel presente disastrato e caotico di questo mondo marcio. I Daughters ne sono una voce attualissima e credo che, se avranno più coraggio, potremo sentirne ancora delle belle da parte loro.

martedì 24 aprile 2018

Yellow Swans ‎– At All Ends (2007)

A metà fra il brutale rumorismo degli esordi e le soluzioni più meditate della fine, Swanson e Saloman hanno dato vita al loro capolavoro, in forza di un omogeneità globale e di un imponenza colossale. Le eruzioni laviche della chitarra e i ronzii dell'elettronica; null'altro nelle 5 tracce di At all ends, che svetta come uno dei migliori lavori drone-noise che abbia mai ascoltato.
L'iniziale title-track sfoggia una linea di chitarra epica (e vagamente settantiana) che squarcia il rumore industriale sottostante. Ma è soltanto un preludio abbastanza deviante, perchè da Stretch the sands l'ambientazione si fa fosca, torva, allucinogena; questo è il noise del deserto, delle grandi ambientazioni (con qualche assonanza con i Barn Owl di Ancestral Star) ed anche delle contemplazioni, pur ruvidissime. Eccezionali le ultime due tracce, Mass Mirage, con la chitarra a disegnare orizzonti sterminati, e Endlessly Making... che passa da una specie di atmosfera desolatamente western ad esplosioni da far bruciare gli amplificatori. Un grande Saloman, chitarrista estatico e potente nelle sue scansioni ad effetto. Da manuale.

martedì 16 gennaio 2018

Wolf Eyes ‎– I Am A Problem: Mind In Pieces (2015)

Ritenevo molto improbabile che i Wolf Eyes potessero avere una crescita musicale significativa, e non per presunta imperizia; dopo quasi un ventennio di uscite, mi sembrava arduo pensare che potessero almeno in parte reinventarsi, dopo aver fatto una tabula rasa sonora di quelle fattezze. Ed invece sorpresa; si vede che a forza di incidere (ad oggi sfioriamo i 300, una cosa da guinness) il trio è maturato a livello strumentale e I am a problem: Mind in pieces è un disco che se fosse stato realizzato da esordienti, si sarebbe scritto "un nome da seguire". Non che sia nulla di rivoluzionario, ma è fatto dannatamente bene: a partire dall'ipnotica intro Catching the rich train (con tanto di piano elettrico e clarinetto...), si tratta di un animale strano, sgusciante come una vipera e schiumante come un lupo affamato, proseguendo con lo stentoreo marziale di Twister nightfall, l'electro-doom-punk di T.O.D.D., le scansioni orrorifiche di Asbestos Youth, il cyber-hardcore di Enemy ladder, e concludendo con l'escursione lunare di Cynthia Vortex. Difficile stabilire se sia il loro disco più accessibile, bisognerebbe aver ascoltato tutti gli "ufficiali"; di sicuro segna una maturità inaspettata.

giovedì 4 gennaio 2018

Venezia - Venezia (2007)

Una decina d'anni fa, una domenica mattina stavo quasi casualmente leggendo l'inserto locale del principale quotidiano della mia regione ed un defilato trafiletto catturò la mia attenzione; la foto ritraeva questo ragazzo col collo del giubbotto tirato su fino a sotto al naso, mentre sotto si parlava di una band di giovanissimi forlivesi che si rendevano protagonisti di un inusitato rock moderno, che guardava oltre oceano con personalità e spavalderia. La curiosità era tanta, ma non riuscii mai a recuperare l'autoprodotto e finì nel mio dimenticatoio.
Poco tempo fa invece, sfogliando un Blow Up del tempo, ho notato una sua buona recensione e così ho posto fine alla curiosità sospesa. Dei Venezia poi non se ne fece più nulla (un nome del genere ed un omonimo in effetti non erano molto validi per farsi notare), ed il chitarrista successivamente entrò nei famosi Raein. Un peccato, perchè per essere un gruppo di provenienza abbastanza provinciale le cose erano piuttosto interessanti, per quanto perfettibili: un math-rock arzigogolato, fragoroso ma mai chiassoso, in parte debitore di autorevoli espressioni americane '90 (Slint, June Of '44) ma anche in anticipo su alcune derive epic-instru (soprattutto in campo melodico) che, per quanto a tratti deprecabili, hanno contraddistinto una certa invasione di band abbastanza tecniche negli anni a venire. Magari con qualche sviluppo sarebbero pervenuti a qualcosa di più arioso e maturo, ma a quello ci hanno pensato poi i bravissimi concittadini Neil On Impression.

lunedì 4 maggio 2015

Yellow Swans ‎– Going Places (2010)

Il canto del cigno dei cigni gialli. A fine corsa Swanson e Saloman avevano attutito non poco la loro attidudine rumorista in favore di un approccio più ragionato, con il primo già proiettato in un percorso solista dal notevole potenziale.
Lungi dall'essere accomodante, certo. Le stratificazioni abrasivissime della chitarra dilagano ovunque, ma un inattesa vena ambientale si stava facendo largo. I bordoni elettronici, ormai dediti ad una modulazione musicale per quanto minimale e limitata, tendevano ad espandersi in un echeggiare solenne, a volte persino imponente.
Ne sfocia una specie di kolossal cosmico-rumorista (la Germania dei '70 credo continuerà ad influenzare le musiche moderne ancora per parecchio tempo, riflessione inevitabile) che chiude la carriera dei Cigni in un bilancio più che soddisfacente. Sono stati intelligenti a fermarsi nel momento giusto.

giovedì 1 maggio 2014

Wolf Eyes - Dead Hills (2002)

La peggior cosa che potrei esprimere di Dead Hills è che si tratta di uno pseudo-tributo ai Throbbing Gristle, reali padri putativi del movimento noise degli anni zero. Ciò è la cosa più concreta che mi sovviene ascoltando Rotten Tropics, terza ed ultima traccia di questo fulminante mini-album (22 minuti) ed i suoi singulti percussivi, le spirali di elettronica brada, la voce perversa, il sax impazzito. Ma è solo una riflessione che lederebbe l'originalità intrinseca di un progetto che continua tutt'oggi a produrre con ottimi risultati: se si escludessero tutte le cassette, i cd-r e i live, prendendo come riferimenti discografici soltanto i capitoli ufficiali, i Wolf Eyes starebbero in un piedistallo che non è soltanto noise.
La suite in due parti di Dead Hills è un manifesto: la inizia subliminale, quasi a distanza, gira intorno e poi attacca, feroce. La seconda ha un ritmo meccanico regolare che la rende più industriale, con le svisate di chitarra che fanno questo stranissimo effetto stoner mentre lo sciame di punteruoli sintetici e i feedbacks avvolgono tutto, indefessi e criminali.

mercoledì 26 marzo 2014

Vaz - The Lie That Matches The Furniture (2005)

I modi brutali dei mitici Hammerhead sono stati perpetrati dai Vaz, che da quel trio ereditava sezione ritmica e dinamiche. Così Erickson (basso e chitarra) e Mooridian (batteria), migrando da una costa all'altra degli Stati Uniti hanno cercato di modernizzarsi: non più voce spella-cordevocali ma canto modulato freddo e distaccato, non più muraglie impenetrabili di rumore bianco ma aperture a soluzioni di un ventaglio più ampio. Questo è stato il loro terzo album, con un chitarrista aggiunto in formazione: la novità saliente è l'utilizzo di 5-6 brevi intermezzi strumentali che stridono nettamente con il blocco dei pezzi diciamo normali: ci sono intermezzi stranianti per organo, vibrafono, droni raggelanti, synth ed una gag finale. E sono importanti nell'economia del disco, che in sostanza è un aggiornamento del noise-rock ai giorni nostri con una dose massiccia di drammaturgia emotiva (se non apocalittica) ed un drumming trascinante che si porta via tutto come un treno. Pezzo di punta l'iniziale The past is past, con inaspettata folata di mellotron nel finale, a lottare con il chitarrone.

sabato 8 febbraio 2014

Theologian - The Chasms Of My Heart (2012)

Ho letto da qualche parte una catalogazione interessante, death-synth. Può in effetti rendere abbastanza l'idea di questo lungo, lunghissimo album che sembra tratteggiare una linea fra il classico elettroshock Prurientoso e il drone-noise, ma con una tutta sua attenzione ad elevare muraglie fosche di rumore che lievitano verso lo spazio. Il risultato è curiosissimo in Bed of Maggots, in cui compaiono spirali echeggianti i corrieri cosmici tedeschi come se immersi in una vasca di acido solforico.
L'intro era stata deviante; durante i 14 minuti di Abandon All Hope l'uso della voce faceva quasi ipotizzare una propaggine massimalista-noise di Have A Nice Life, ma l'ipotesi è rimasta lì. Tutto sommato, Chasms non rivela una innata fantasia ma si ricava una dignitosa nicchiettina nell'universo post-noise. Autore del tutto tal Lee Bartow, veterano rumorista newyorkese.

lunedì 13 gennaio 2014

Pete Swanson - Man With Potential (2011)

Il suo stile è stato battezzato machine-noise e la ritengo una definizione abbastanza pertinente; allineato ad uno stile rumoristico quasi industriale, prevale uno stillicidio di elettronica stridente, quasi perforante nella sua acuta insistenza, ma che non disdegna neanche qualche puntata di  musicalità nella quale si tange una magniloquenza quasi minimalista. Hypno-noise, aggiungerei.
Potrebbe essere una versione abbrutita dei Black Dice, la proposta dell'americano che segna una decisa crescita rispetto ai tempi degli Yellow Swans. Certo, resta materiale abrasivo e urticante ma il suo sistema vigoroso funziona molto bene ed il potenziale c'è. Notevolissime la title-track e Remote view.

mercoledì 13 novembre 2013

Sightings - Through the Panama (2007)

Come suonerebbero i pezzi dei Sightings se fossero arrangiati non dico normalmente, ma quantomeno non in maniera così belluina e rumorosa? Forse suonerebbero alla Liars fase centrale, anche perchè in Through the panama Morgan bofonchia anemico come Andrew, oppure come dei Black Dice invasati e senza strategie tattiche di sconvolgimento.
Invece è giusto che suonino così, perchè ormai è 6-7 anni che sono diventati un classico del post-noise. Magari non fanno più così paura come all'inizio, e gli ultimi dischi non hanno molto da dire di quanto non abbiano già espresso, ma restano indigeribili per tanti. Through the panama è un casino irrisolvibile, non dà tregua ed è un ascolto che lava via tutte le impurità. Per me oggi è stata la valvola di sfogo alla fine di una giornata un po' stressante, ed ha funzionato.

giovedì 5 settembre 2013

Prurient - Bermuda Drain (2011)

L'urlo belluino in apertura sembra voler volontariamente aprire una trappola, perchè in realtà questo (ennesimèrrimo) disco per Ferlow ha significato un'apertura drastica a materiali musicali: una specie di ribaltone ipna-core, con tanto di fasi ambient e synth residuati di chiara epoca eighties (la title-track è clamorosa e lampante).
I ritmoni digitali di A meal can be made e There are still secrets aprono ad inediti scenari di industrial-wave, dal sentore quasi gotico: non sono uno stretto intenditore di questa corrente ma l'influenza dei primi Ministry è più che tangibile (canto isterico a parte).
Non trattando materia nuovissima, incuriosiscono di più le tracce riflessive e fascinose come Myth of sex, Sugar cane chapel e Palm tree corpse in cui non sembra davvero di avere a che fare con il rumorista selvaggio che si è soliti, ehm, ascoltare.

lunedì 26 agosto 2013

Pop. 1280 - The horror (2012)

Scovati sulla classifica del 2012 di Mattioli (e probabilmente i meno anormali della lista), sono un quartetto newyorkese che ha ben assimilato il noise-rock concittadino di 20 anni fa, ha aggiunto un bel po' della new-wave più ispida ed un tocco molto Birthday Party alla situazione.
Ne fuoriesce un disco dai toni ovviamente molto bruti ed affilati, con un vocalist fin troppo monocorde ma abbastanza aggressivo per emergere dal caos brutale del gruppo. Al primo ascolto coinvolge e sembra potente, poi si scopre che è un po' troppo schematico per eccitare più di tanto. 
Buono ma non da classifica di fine anno.

mercoledì 5 dicembre 2012

Heliogabale - The Full Mind Is Alone The Clear (1997)

Quartetto francese attivo da una ventina d'anni nell'underground alternativo più sui generis, ma che nel decennio scorso diradò notevolmente le uscite al punto che pensavo non esistessero più. Non ho sentito gli ultimi prodotti, ma questo The full mind è da rivalutare assolutamente se non da riscoprire; in tempi non sospetti Blow Up ne parlò molto bene e ci credo.
Basta solo citare il fatto che il chitarrista Thiphaine, autentico master della situazione, ha collaborato nel 2009 con gli Oxbow in occasione del loro Songs of the french, e la garanzia è sicura. E' lui il protagonista indiscusso dell'art-noise degli Heliogabale, in grado di rivaleggiare ad armi pari con Duane Denison in termini di incisività e creatività. Ma il resto del gruppo non sfigurava affatto, con la sezione ritmica a snocciolare tempi dispari e a godere della produzione di Steve Albini, altra sicurezza in termini di rendimento. Alla voce la Andrès riusciva a mantenere una certa angosciosa femminilità nonostante la crudezza degli ambienti. Un assetto micidiale che non ha nulla da invidiare ai nostri Uzeda, dovendo trovare un parallelo a tutti i costi.
Il disco è lungo, muscolare ed articolato ma non cede neanche un attimo in tensione. Si sfiorano incroci pericolosi fra Jesus Lizard e la prima PJ Harvey, fra Shellac e Oxbow nel giro di pochi secondi. 
Per chi ha amato queste sonorità nei '90 e se li fosse persi, è un must.

venerdì 9 novembre 2012

Hair Police - The Empty Quarter (2007)

E' lecito definire un'episodio degli Hair Police riflessivo?
Sarà per l'impercettibilità del drum-kit, che ad un ascolto attento direi essere assente per la maggior parte del tempo, sarà per una maggior propensione dronica generale, ma The empty quarter mi è sembrato tale. Al posto degli attacchi subdoli a cui ci hanno abituato, qua c'è una minaccia costante che, a parte la deflagrazione dell'iniziale A dead bell, resta latente, in penombra, psicologicamente ancor più disturbante.
Potrei dire che è stato il loro disco aufgehobeniano, con tutti gli scarti del caso. Ma non è il caso di aggiungere altro, tanto chi sa, sa a cosa va incontro.

martedì 8 maggio 2012

Butcher Mind Collapse - Night Dress (2011)

Sorpresa italiana dell'anno scorso, questi anconetani che sfornano un ruvido meltin' pot memore di tante cose '90 con intelligenza ed esperienza (sono tutti over 30).
Il disco è trascinante e ricco di soluzioni: il noise più blueseggiante (Cows) e quello psicotropico (Butthole Surfers) sono solo i punti di partenza, perchè i BMC sanno personalizzare grazie all'uso massiccio del sax, quello intelligente di synth e moog, non hanno uno schema predefinito per le composizioni ma sanno sorprendere con virate nette ed inaspettate (anche più di una per ogni pezzo). Inoltre, di certo non guasta avere in formazione un cantante davvero notevole che sembra un incrocio fra Jello Biafra, Captain Beefheart e il primo Jaz Coleman.
Da annoverare in scaletta: la compulsiva ossessione di Night Dress, il solenne e acido doom di Spiderwebs, il torbidissimo blues di Flameless hell, e soprattutto i 7 minuti di The loss, vera e propria suite che, iniziando da un incubo lisergico evolve in un astrazione quasi ambient.
Non li devo perdere la prossima volta che passano da queste parti.

giovedì 22 settembre 2011

Wolf Eyes - Human Animal (2006)

Ma come sarà venuta alla Sub Pop l'idea di pubblicare questi tipacci qui...Lodevole iniziativa, comunque, dare un po' di visibilità ai rappresentanti più emersi di un movimento trasversale americano che ha saputo rinnovare gli ormai vecchi concetti di noise ed industrial con esiti notevoli (anche se negli ultimi anni i Sightings sembrano averli un po' sorpassati).
Quindi, ben oltre le saturazioni belluine e brade. Human Animal colpiva al cervello anche per le fasi più inquietanti, basti sentire in apertura i meditati clangori metallici di A million years, in cui un free-sax starnazza delirante fino a lambire grida androidi, e il suo proseguio Lake of roaches dalle onde ad alto tasso radioattivo. In tal senso, i veri vertici del disco sono costituiti dagli otto minuti di Rationed rot, per percussioni sparse, drones all'orizzonte magmatico ed ancora sax imbizzarrito, nonchè i 6 di Leper War, se possibile ancora più rarefatta in uno stile piuttosto inusuale per loro, ma di magnetismo indiscusso.
L'altra metà del disco...casino! All'insegna del trademark WE ci sono lo stomp infernale di The driller, l'elettro-macelleria della title-track e Rusted Menge, l'hardcore-power-electronics di Make noise not music. Catastrofici.

mercoledì 8 giugno 2011

Sightings - Arrived in gold (2004)

Declamato come uno dei capitoli più illuminanti del new-noise degli anni '00, il 4° disco dei Sightings è un atto di evoluzione rispetto ai precedenti tritatutto. La sede è New York, la violenza non è più in your face ma diventa diagonale, beffarda e persino arty, se vogliamo. La strumentazione è sempre quella classica ma irriconoscibile, l'uso delle voci passa dall'urlo liberatorio al sussurro demente al recitato angoscioso.
Basti sentire la parte centrale del disco per capire che i Sightings stavano cedendo a qualche compromesso musicale: Internal compass fa muovere il culetto con un passo alla primi Liars ed un basso incurvato, ma le asperità chitarristiche la fanno sempre da padrone. Switching to judgement è la sua versione dark a tempo dispari, Dudes pesta duro e veloce in un festival di wah-wah ultra-aciduli. Non esattamente delle piacevolezze, ma di grande presa immediata.
D'altro canto, il lato sperimentale si arricchisce di nuove consapevolezze. Le vetrioliche poliritmie in crescendo di One out of ten (quel piano inquietante in sottofondo, mamma mia!), il riff stralunato di sugar sediment, le mini-sinfonie industriali di Odds on e The last seed, il tour de force galattico di Arrived in gold, arrived in smoke, segnano il passo disumano di un sound che forse definire avanti è un po' eccessivo, ma di fronte ad estremismi artistici come questi non si può non restare impressionati.