L'unico modo per salvarsi dall'auto-parodia da pub o dall'insopportabilità, per chi oggi fa musica palesemente ispirata ad ere fa, è trovare una via personale al tributo. Gli svedesi Goat partono già avvantaggiati perchè m'ispirano prima di tutto simpatia: l'anonimato, le maschere e l'immaginario africano sono stratagemmi vecchi come il cucco ma il fatto che lo propongano degli scandinavi già crea uno stridore. Quando ascolto World music, la simpatia cresce perchè è un mix fantasioso di luoghi comuni psichedelici fine anni '60 irrobustiti da un basso molto possente e da un arsenale di percussioni tribali. E, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare al microfono, cioè un cantante macho, un po' maudit o pseudo-poeta, c'è la voce all'unisono di due ragazzotte non molto dotate che si sgolano per farsi sentire. Il contesto funziona meglio nei pezzi brevi, e perlopiù abbastanza accattivanti; forse lo strumentale finale vorrebbe evocare gli Amon Duul II, ma non montiamoci la testa.
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domenica 27 settembre 2015
mercoledì 3 giugno 2015
Dead Meadow - Three Kings (2010)
Racchiuso fra gli ultimi due, francamente deboli, album in studio, Three Kings è stata la celebrazione del decennale di attività discografica del trio di Washington, con tanto di dvd accompagnatorio all'edizione in doppio vinile. Un progetto abbastanza ambizioso culminato in una specie di film-concerto accompagnato da un'allucinatoria sceneggiatura mistico-desertica. Una visione imperdibile per i fan incalliti del suono ruspante e genuino dei DM, abbastanza gradevole per chi generalmente ama il rock psichedelico d'ispirazione vintage.
La scaletta audio. oltre a 5 inediti, propone un mix equilibrato della carriera, fra le splendide divagazioni desertiche dei primi 2, la pesantezza del 3°, il melodismo più pronunciato del 5°. Peccato ci sia solo un estratto dal mio preferito, ma non importa. E' sempre un bel viaggio, con i 3 re magi.
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sabato 1 marzo 2014
U.S. Christmas - The Valley Path (2011)
Non dev'esser stato facile realizzare questo disco per gli US Christmas, band abbastanza prescindibile del rooster Neurot che normalmente si abbevera ad una fonte anacronistica di rock psychedelico pesante, ai confini con lo space-rock quanto il metal quanto lo stoner. A seconda dei punti di vista, per il loro pubblico abituale può esser sembrato un colpo di spugna alle ambizioni quanto un coraggioso tentativo di rompere con gli (abusati) stili a cui lo avevano abituato, complice anche un rimescolamento drastico della line-up
Trattasi di un pezzo unico di quasi 40 minuti che evita quasi del tutto chitarroni e fattanze hawkwindiane del passato (unico comune denominatore un lungo assolo di chitarra nella parte centrale, non a caso il momento più debole) per entrare in un limbo di abbandono alla malinconia più inguaribile, lambendo il post-rock più solenne (dinamiche quasi alla GYBE!, violino in evidenza) e andando addirittura a sfiorare territori slow-core (il canto debosciato, il ritmo piuttosto lento). Diviso in 3 fasi significative, il mattone finisce per diventare qualcosa di epico che non genera certamente nuovi mostri ma può far breccia nel cuore di più audiences.
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domenica 25 agosto 2013
Pontiak - Maker (2009) - + Echo Ono (2012)
La parentesi altamente introspettiva di Comecrudos non è stata preludio di alcuna metamorfosi di sorta: i Carney bros continuano a captare per aria e poi macinare quello che in maniera banale si può definire anche hard-rock, ma lo fanno dannatamente bene.
Che sia più propenso all'espansione psichedelica (Maker) o alla compattezza senza fronzoli e con ottime songs (Echo ono), non importa un granchè, perchè riescono sempre a fare ottimi dischi che suonano antichi ma contengono un segreto artigianale di quelli seri: ricordano mille nomi ma non ne viene mai in mente uno preciso. Può darsi che la lontananza dalle città abbia determinato questa grande atipicità dei fratelli Carney, cresciuti sicuramente a pane e anni '70.
Su Echo ono ci sono pezzi forti e taglienti come l'accetta del taglialegna e persino un paio di ballads evocanti santo padre Neil Young, ed in grado di competere con quelle degli amici Arbouretum, su Maker invece prevale un sentore di stoner delle foreste incontaminate, delle riserve di caccia montane.
Vien da chiedersi quanto potranno andare avanti con queste esplorazioni non sperimentali.
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mercoledì 31 ottobre 2012
Great Saunites - Delay Jesus '68 (2011)
Duo pavese basso-batteria, immerso in una situazione tutta sua ed inesorabilmente isolato da qualsiasi corrente / trend / generalizzazione.
DJ68 dura mezz'ora per tre pezzi ed è un ottimo modello di dinamismo mutevole, non risente della mancanza di nessun'altro strumento, sta in piedi benissimo da solo. Il suono è bello pieno, con il basso eclettico ruvido e plettrato, la batteria agile con un charleston aperto che squilla in continuazione.
Il pezzo guida è Golden mountain, col riff arzigogolato che si imprime in testa e la pausa mistica con tanto di flauto. La title-track sublima le loro atmosfere cupe ma energiche in un quarto d'ora in cui succede di tutto: tirata mozzafiato, break di sospensione, rullate quasi tribali, finale con sconquassi che sfiorano la psichedelia.
Ecco il bello dei Great Saunites: la capacità di saper muovere i loro strumenti essenziali in una lotta contro chissà quali demoni. In un certo senso li definirei gli Om italiani, anche se le differenze sono sostanziali.
Da seguire con attenzione.
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sabato 21 luglio 2012
Dead Meadow - Howls From The Hills (2001)

Terra di mezzo fra le lande lisergiche del debutto e la consacrazione del terzo, Howls segna il passo di un sound modello Blue Cheer con la moviola dei Black Sabbath, risultando forse il disco meno esaltante di una carriera luminosa.
Ma per chi li ama come me è sempre un bel sentire: anche se manca un highlight come Beyond the fields we know, per esempio, il contesto è possente e coeso nella giusta misura. Spiccano la baldanza di Dusty nothing, Everything's going on e The breeze always blows, nonchè le movenze roventi di Drifting down streams, The white worm, One and old.
Potrei quasi definirlo il loro disco doom, per quanto deviante sia la definizione. E' interessante nell'ottica di tracciare la crescita di Jones & Co. verso i lidi dorati del futuro.
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venerdì 25 novembre 2011
Arbouretum - The Gathering (2011)
Ce ne faremo poco, di un gruppo che sembra ancorato all'America di 40 anni fa. Ma se a guidarlo c'è un compositore come Haumann, occorre drizzare le orecchie ed abbandonarsi ad una 40ina di minuti di quelli che ti riconciliano col concetto di ruralità.
E poi se per loro si è mossa la Thrill Jockey, un motivo ci sarà stato. Condividono coi compagni di scuderia ed amici Pontiak (hanno anche realizzato uno split EP) il recupero delle sonorità acid-rock e sfiorano di pochissimo lo stoner, ma piuttosto puntano sulla forma canzone e fanno bene, dal momento che qui ce ne sono e di ottime.
In particolare un paio sono semplicemente fra le migliori che abbia sentito quest'anno: la solenne When Delivery Comes è un lento tramonto sulle praterie sconfinate, con esplosione di violini al momento del chorus, da far venire la pelle d'oca. Ancor meglio riesce a fare Highwayman, un motivo disarmante nella sua semplicità emotiva e ripetitiva, che fa risaltare anche la bella voce limpida di Haumann. Questi vertici però rappresentano il lato più morbido degli Arbouretum, in quanto altrove le chitarre si fanno belle ispide: The white bird è uno stoner al rallentatore con un assolo chitarristico angolare, atipico per gli standard. Destroying to save omaggia alla lontana San Neil Young nelle sue arie elettriche più drammaticamente enfatiche. Il finale si fa sulfureo, con le vampate space-rock di Waxing Crescent e i 10 minuti vulcanici di Song of the Nile.
Per amatori rustici, con pochi patemi di modernismo.
In particolare un paio sono semplicemente fra le migliori che abbia sentito quest'anno: la solenne When Delivery Comes è un lento tramonto sulle praterie sconfinate, con esplosione di violini al momento del chorus, da far venire la pelle d'oca. Ancor meglio riesce a fare Highwayman, un motivo disarmante nella sua semplicità emotiva e ripetitiva, che fa risaltare anche la bella voce limpida di Haumann. Questi vertici però rappresentano il lato più morbido degli Arbouretum, in quanto altrove le chitarre si fanno belle ispide: The white bird è uno stoner al rallentatore con un assolo chitarristico angolare, atipico per gli standard. Destroying to save omaggia alla lontana San Neil Young nelle sue arie elettriche più drammaticamente enfatiche. Il finale si fa sulfureo, con le vampate space-rock di Waxing Crescent e i 10 minuti vulcanici di Song of the Nile.
Per amatori rustici, con pochi patemi di modernismo.
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lunedì 4 aprile 2011
Pontiak - Sea Voids (2009)
Davvero difficile per me scegliere un disco su cui appuntare impressioni, da parte degli ormai ben consolidati (nell'underground, come si diceva una volta...) Carney bros. Sarebbe stato abbastanza ovvio pescare fra i due colossi Maker e Living, ma in realtà ho ripiegato su questo episodio che soltanto superficialmente potrebbe essere definito interlocutorio.Sea Voids non è nè un album, nè un EP. Dura 30 minuti ed è esaltante come praticamente tutte le uscite. Se non altro, c'è quello che ritengo essere il loro capolavoro, World Wide Prince. Un mantra ipnotico ad onde modulari, dai bassi stordenti di Jennings, che a più riprese sembra annunciare un esplosione che non arriva mai. Soltanto nella fase centrale c'è un breve, spacey e solenne assolo di Van, e alla fine l'ispessimento del volume porta ad una mega-rullata di Lain che suggella il tutto.
A parte questo, è comunque un'altra fase di ricerca. Allo stesso modo degli amici e compagni di scuderia Arbouretum (davvero splendido il nuovo), è uno scandagliare stili vecchi come il cucco e metterci il fatto proprio, una cifra stilistica che finisce per diventare una dote personale, unica e quasi inconfondibile.
Il rombo rintronante di One ton one kilo, la muraglia solenne di Shot in the alarm, la letargia sospetta di Feeding, evidenziano anche una voglia di giocare coi ritmi (e forse Lain è il vero protagonista del disco, in questo senso). Dopo un paio di passabili episodi acustici, il gran finale è dedicato al folle deragliamento cosmico della title-track, con Van in grande evidenza.
Dopo averli visti live un anno fa, la mia stima per loro non ha fatto altro che crescere.
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lunedì 14 giugno 2010
Boris & Merzbow - Rock Dream (2007)
L'ultima in ordine temporale delle 5 uscite collaborative fra il rumorista giapponese (di cui devo ammettere che non ho mai sentito nulla) e il power trio ultra-eclett(r)ico che amo tanto.
Questo è un doppio cd live, autentico sforzo massimalista, orgia di suoni roventi. Praticamente è un tipico concerto dei Boris con l'aggiunta di Merzbow al terrorismo sonico, alle spirali di audio generator, ai tubi catodici catarifrangenti, col grande pregio di non montare mai sopra, di non invadere ma di essere funzionale e ben mixato nel complesso.
L'inizio è il grande classico, quello che per me resta il loro capolavoro d'intenti, i 35 minuti di Feedbacker che avvolgono, entrano dentro lentamente, vengono investiti dal tifone e poi lasciati desolanti nelle rovine desertiche del finale in cui si scatena Merzbow. I cui ghirigori elettro-tossici dominano l'inedita Evil Stack e la rovinosa catastrofe doom di Black out.Almeno metà del secondo disco è occupata dai brucianti garage-core tratti da Pink, eseguiti con una energia ed una velocità che ha quasi del sovrumano. Ma è con gli altri pezzi che Rock Dream assume quasi le sembianze di un live best of.
Il lato morbido e morboso di Rainbow rappresenta l'unico momento quieto. L'emo-doom di A bao a qu è un colosso. La trasposizione pinkfloydiana di The evil one which sobs sembra portarci in una Pompei invasa dalla lava, che continua con la cover di un gruppo simil-prog nipponico degli anni '70, la malinconica e solenne Flower sun rain.
Ancora, la potenza devastante non sembra avere fine. L'inarrestabile Just abandoned myself si protrae per 13 minuti in una sequenza sanguinaria, a chiudere quello che per me è il miglior pezzo di Pink, Farewell che smorza la virulenza del disco con uno sprazzo di luce positiva.
Magico massimalismo.
Questo è un doppio cd live, autentico sforzo massimalista, orgia di suoni roventi. Praticamente è un tipico concerto dei Boris con l'aggiunta di Merzbow al terrorismo sonico, alle spirali di audio generator, ai tubi catodici catarifrangenti, col grande pregio di non montare mai sopra, di non invadere ma di essere funzionale e ben mixato nel complesso.
L'inizio è il grande classico, quello che per me resta il loro capolavoro d'intenti, i 35 minuti di Feedbacker che avvolgono, entrano dentro lentamente, vengono investiti dal tifone e poi lasciati desolanti nelle rovine desertiche del finale in cui si scatena Merzbow. I cui ghirigori elettro-tossici dominano l'inedita Evil Stack e la rovinosa catastrofe doom di Black out.Almeno metà del secondo disco è occupata dai brucianti garage-core tratti da Pink, eseguiti con una energia ed una velocità che ha quasi del sovrumano. Ma è con gli altri pezzi che Rock Dream assume quasi le sembianze di un live best of.
Il lato morbido e morboso di Rainbow rappresenta l'unico momento quieto. L'emo-doom di A bao a qu è un colosso. La trasposizione pinkfloydiana di The evil one which sobs sembra portarci in una Pompei invasa dalla lava, che continua con la cover di un gruppo simil-prog nipponico degli anni '70, la malinconica e solenne Flower sun rain.
Ancora, la potenza devastante non sembra avere fine. L'inarrestabile Just abandoned myself si protrae per 13 minuti in una sequenza sanguinaria, a chiudere quello che per me è il miglior pezzo di Pink, Farewell che smorza la virulenza del disco con uno sprazzo di luce positiva.
Magico massimalismo.
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giovedì 10 giugno 2010
Om - Conference of the birds (2006)
L'attività di Cisneros non conosce pause, anche dopo l'abbandono di Haklus. Un nuovo drummer si è a lui unito per procreare altri mantra metallici ed evocativi. Questo secondo parto, dalla bellissima copertina, non ha molto di diverso dal suo brillante successore Pilgrimage. Il lato A, At giza, rappresenta il lato "morbido" degli Om: le sinuose e circolari linee di basso, il vociare monocorde in perenne stato di trance, batteria sempre su ride e tom, con la cassa rintronante. Che a metà pezzo, si ferma lasciando tutto in sospeso per ottenere un senso del vuoto paragonabile agli stati più allucinati dei Pink Floyd epoca 1969, salvo il fatto che non c'è altro che la sezione ritmica più determinata e testarda del mondo. Il lato B, Flight of the eagle, è segnato a fuoco dalle reminescenze Sleep, col fuzz a rischio saturazione continuo, tempi dispari e rullate metronomiche. Tutte cose che, come già ben ribadito, o ci si butta dentro a crogiuolo o ci si procura un'orchite.E' solo una questione di gusti. Io accendo la prima.
(originalmente pubblicato il 07/08/09)
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domenica 23 maggio 2010
Comets On Fire - Field Recordings From the Sun (2002)
Il furibondo e magnetico post-stoner-space-hard dei californiani al secondo appello, autentico collage di tempeste galattiche. 5 lunghissimi pezzi, con alternanze fra bombardamenti a base di wah wah ed echoplex (Beneath the ice age), sfigurate digressioni apocalictic-folk (The Unicorn), i Blue Cheer che suonano ai margini del cratere di un vulcano (ESP), i 22 minuti di The Black Poodle con le sue sarabande soniche e i dilatamenti chitarristici.Anche se le influenze sono le solite (i Cheer, gli Stooges più selvaggi, gli Hawkwind più sballati, i Monster Magnet), ciò che stupisce nel COF è l'attitudine e l'esecuzione, più straniante che mai.
E' l'enfasi che mettono nelle loro lotte ciclopiche, che sprigionano una forza da spostare le montagne, che mi genera entusiasmo all'ascolto. Non oso pensare come debbano essere dal vivo, anche se gli ultimi 2 album hanno segnato un piccolo ravvedimento verso le melodie. Cosa peraltro inevitabile, dopo lo sforzo gigantesco di Field Recordings From the Sun.
(originalmente pubblicato il 01/04/09)
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martedì 4 maggio 2010
Boris - Flood (2000)
Oltre a Feedbacker, questo è il disco dei Boris per il quale ho perso la testa, il primo ad aprirmi veramente le porte dell'incomprensibile universo del trio nipponico. Ovviamente non è il disco che sconvolge la storia del rock, dello stoner o di qualsiasi cosa, ma è semplicemente la concezione e la posa in opera del tutto che mi fa flippare il cervello. Flood è una mega-suite divisa in 4 parti, da 20 minuti, 2 delle quali caratterizzate da un suono incredibilmente placido, contemplativo e sereno, che già pensando ai Boris sembra una cosa inconcepibile. E' come osservare dall'alto un paesaggio sommerso, per l'appunto, dall'inondazione. La prima parte è forse la meno interessante, con Wata ipnotizzata da un giro minimale all'infinito; ad un certo punto iniziano ad arrivare le rullate di Takeshi da una caverna, che si fanno sempre più forti e assordanti fino a diventare un rimbombo unico. Ma ecco che cambia tutto ed inizia la fase 2, quella paradisiaca; ritmo moviola, due accordi di base di Atsuo, Wata che leggiadra regala l'assolo più lento della storia, ma proprio per questo assaporabile in tutta la sua serena melodicità. Quando la batteria si ferma è la fase 3, un sussurro appena udibile (ovviamente in lingua), breve variazione di accordi, poi sale il fuzz, il drumless space come una sega elettrica, piccola fase pastorale da brivido e poi ritorna il panzer Takeshi. Puro Melvins-style iper-amplificato, saturazione a tutta birra sul riff macellaio, si scende giù all'inferno fino a toccare la lava. La fase 4 prosegue lo stesso riff con quiete liquida fino a sfumare in un ambient impalpabile, per terminare con un minaccioso gong manipolato.
Forse sarò stato l'unico ad esaltarmi così tanto per questo mattone e per Feedbacker, ma non m'importa nulla, chiaramente....
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Queens of the stone age - Rated R (2000)
Va riconosciuto a Homme perlomeno di essersi lasciato lo stoner alle spalle proprio mentre esplodeva.
(originalmente pubblicato il 11/10/08)
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giovedì 22 aprile 2010
Boris - Feedbacker (2003)
Ho eletto Feedbacker a loro vertice espressivo, una spanna appena sopra il capolavoro Flood. Trattasi anche in questo caso di una suite lunga più di un'ora, divisa in 5 movimenti, da ascoltare rigorosamente senza interruzioni.
E' un ondata in cui perdersi in maniera totale, in cui abbandonarsi senza condizioni. Un opera completa in cui si trova un sunto di molti punti già toccati in precedenza, mixati in soluzione di continuità. Ciò che rende speciale il tutto è un senso di epico e di monumentale che pone Feedbacker come musica senza tempo e senza luogo, anche se ribadisco il fatto che difficilmente una band europea o americana avrebbe potuto concepire questo capolavoro.
Il primo movimento è atmosfera galleggiante, con la Les Paul di Wata in solitario, impegnata in nove minuti di fuzz lento e sospeso, con riverberi glaciali. Nel secondo movimento entrano in scena, molto lentamente, anche la doubleneck di Takeshi e la batteria di Atsuo. L'atmosfera si fa onirica ed echeggiante, con Wata che sfodera un solo minimale da brividi.... Se i Pink Floyd fossero nati in Giappone negli anni '90 avrebbero suonato così.
I tre sospendono, ripartono e Takeshi va al microfono, canta un motivo dimesso e onirico, poi il crushing parte alla grande e il nuovo leit-motiv mi fa drizzare i peli sulle gambe e sulle braccia.
Parte il terzo movimento, la tensione è alle stelle, la saturazione è di poco entro i limiti. Attaccano veloci e appare il basso, questo è puro e naturale stoner non standardizzato.
Non ci sono molte parole per descrivere l'alternanza di stati d'animo, di ritmi e di atmosfere di questo capolavoro. Sono sei minuti, Feedbacker part 3, da assegnare alla storia del rock.
Il quarto movimento deve per forza purificare e sigillare la chisura con una sinfonia di feedback assordanti, e quando anche la batteria si ferma lo scenario è post-apocalittico, post-nucleare.
La chisura è ancora da brividi, riprendendo il secondo movimento contornato dagli ultimi fischi che non ne vogliono sapere di smetterla.....
L'ultimo minuto è etereo, le chitarre minimali e sognanti, ogni volta che lo ascolto vorrei che non finisse mai, mai e poi mai....
Da ascoltare assolutamente anche nella versione ridotta ma egualmente suggestiva, presente sul live-split con Merzbow dell'anno scorso Rock Dream. Esiste anche un DVD bootleg di una versione live negli US del 2005.
(Originalmente pubblicato il 02/03/2008)
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mercoledì 21 aprile 2010
Comets on Fire - Blue Cathedral (2004)
Un paio di ballads speziate '60 con piano e organo giusto per variare un po' i temi ed ecco in sostanza un disco che non inventa nulla di nuovo ma è fortemente indicato per chi ama il genere.
(Originalmente pubblicato il 21/02/2008)
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Dead Meadow - Shivering king and others (2003)
Songs che evocano deserti e foreste, parentesi folk ed escursioni cosmiche, per un disco da ascoltare molto rilassati.
Controsensi lisergici da Washington D.C., la patria dell'hardcore.
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