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venerdì 8 luglio 2022

Yoko Ono/John Lennon – Unfinished Music No. 1. Two Virgins (1968)


Invece di celebrarli sulla serie NWW List con l'accreditato Vol. 2 Life With The Lions, (e men che meno col pessimo Plastic Ono Band), due righe sul primo capitolo sperimentale della coppia, un vero pugno nello stomaco che dovette fare non poca risonanza al tempo, nonchè storcere qualche milione di naso ai bitolziani. Mezz'ora di delirante freak-out-free-form per suoni sparuti, dementi e svaniti di Lennon + fonetica dissonante, isterica e algida della Ono. La "suite" ci mette un po' a carburare, ma il secondo quarto d'ora, quando il Bitolz iniza ad ingranare qualche passaggio illuminato, è un brillante bignami di naivetè dadaista, che in qualche modo giustifica l'operazione e ne restituisce il senso.

mercoledì 26 gennaio 2022

Screams From The List #104 - Jean-François Pauvros - Gaby Bizien ‎– No Man's Land (1976)


Duo francese per una collaborazione rimasta isolata, ed entrambi al debutto. La serie è i matti sono liberi di circolare, ma d'altra parte l'epoca era proprio quella più fertile. Parlare di free-jazz forse è un tantinello esagerato, per questo non è scatenatevi bestie. Siamo in un area più o meno grigia: Pauvros, chitarrista nevrastenico e per nulla convenzionale, rigorosamente dissonante, schizofrenico. Bizien, batterista lui sì dotato di tecnica, probabilmente di estrazione, e nei ritagli di tempo impegnato anche con un trombone, come ha definito Vlad, aerofagico. E' proprio la perfomance di quest'ultimo ad attirare di più l'attenzione, perchè il contesto appare del tutto slegato e privo di conduzione, ma molto superiore a decine di dischi della List concepiti e realizzati sul canovaccio dell'assoluta naivetè.

sabato 27 novembre 2021

Screams From The List #102 - Der Plan ‎– Geri Reig (1980)


L'elettronica deviata, low-cost e spesso demenziale dell'album di debutto del trio tedesco, in verità un nome che non ha fatto la storia come altri coevi (i DAF in primis, sicuramente di altra levatura) ma che conserva un fascino di datazione soggettivo. L'influenza dei padri putativi Kraftwerk veniva stemperata con un attitudine spesso residentsiana, con qualche sprazzo Throbbing Gristle, un approccio iconoclastico che dell'attitudine teutonica conserva il rigido rigore da Dna ma anche un'autoironia irresistibile che dopotutto, è anche il suo forte.

domenica 12 settembre 2021

Half Japanese ‎– Loud (1981)


Dopo il ciclopico debutto vinilico dell'anno precedente, ai fratelli Fair venne un'ideuzza niente male: triplicare la line-up con elementi affini, raggiungendo la quota di triplo duo: due chitarre, due batterie, due sax. La ricetta di fondo, sempre quella: follia brada e pedale sul gas. Il risultato, un art-free-jazz-punk spastico e deforme, irresistibile sagra naif, più loud e lo-fi che si potesse. 

Difficile, quasi impossibile separare una di queste 20 schegge impazzite della durata media di 2 minuti: Loud fu fatto per essere ascoltato interamente, senza alcuna sosta, per assimilare al meglio questi cingoli abrasivi ricoperti di schegge di vetro. Jad Fair singhiozza belluino, i due sax starnazzano incontrollati, le chitarre raschiano selvatiche, le batterie rullano e spiattazzano incessanti. 

Ma guai a sostenere l'idea della totale disorganizzazione alla radice. I più attenti lo sanno da 40 anni, ed ancora oggi ci tengono a precisare che gli Half Japanese avevano tutto ben chiaro in testa e lo mettevano in campo con grande lucidità. Che poi il risultato fosse un audio-shock, beh, era esattamente l'obiettivo.

domenica 1 agosto 2021

Bomis Prendin ‎– Clear Memory (1984)


Ristampato l'anno scorso in vinile e cd da un'etichetta catalana, Clear Memory fu il terzo atto di questi battitori folli di Washington, originalmente in una cassetta tirata in 50 pezzi (!). La concezione e la gestazione dovettero essere non semplici, perchè erano passati ben 4 anni dal precedente Phantom Limb. Ed in effetti qualche evoluzione la si nota, perchè rispetto ad esso ed ancor di più al micidiale debut Test del 1979 il quartetto affinava le proprie doti allucinatorie, smussava gli angoli, riduceva le rasoiate industriali e si prendeva persino il lusso di sciorinare un paio di motivetti accattivanti, seppur in veste di chiara parodia. Il risultato fu un disco ancor più surreale, in cui le tastierine demenziali di Bomis Prendin prendono spesso il timone del comando, lasciando poi i riflettori alla chitarra impazzita di Miles Anderson, che fa deragliare i temi verso l'iper-spazio maniacale. La genialità stava nell'alternare frasi musicali lucide con dissonanze improvvise e dilaganti, in un caleidoscopio sempre imprevedibile. Puro genio.

martedì 26 maggio 2020

Screams From The List #95 - L. Voag ‎– The Way Out (1979)

Ennesima scheggia di follia, imprevedibilmente dalla Perfida Albione, ad opera di tal Jim Welton, bassista degli Homosexuals, gruppo DIY uscito dal punk ma arrivato persino ad incidere per la Recommended di Chris Cutler a metà anni '80. 
The way out, originalmente autoprodotto, fu ristampato nel 1997 con un espansione che non ha fatto altro che scompigliare ancor di più il banco di un oggetto non identificabile, composto di due parti: House (X-Axis), la parte musicale, composto di 7 pezzi sbilenchi fra avant-rock, reggae demenziale, jazz deviato, surf zoppicante, cabaret e folk. Irresistibile.
La seconda, Chat (Y-Axis), virtualmente ampliata dalle numerose bonus track, è un coacervo di tracce molto brevi, sotto i 2 minuti, in cui succede letteralmente di tutto, fra musica concreta, deliri fuori controllo, nastri in reverse, cantilene spettrali abbozzate, e collage di praticamente un po' di ogni fonte sonora possibile.
Un calderone forse fin troppo dispersivo; difficile riuscire a seguirlo. Ma tanto lo scopo era di shockare, e Welton riuscì ad ottenere lo scopo perfettamente. Non ci fu alcun seguito.

venerdì 27 marzo 2020

Screams From The List #93 - Smegma ‎– Glamour Girl 1941 (1979)

Il super-delirante esordio dei californiani, uno dei gruppi più longevi dell'intera storia moderna (l'ultimo album è del 2019, ed è circa il 50esimo, ma più che altro perchè l'attività si è fatta ultra-frenetica negli anni '10) nonchè uno dei più folli e comunque tributati dalla scena weird-noise americana.
Difficile analizzarne la carriera, perchè ho ascoltato solo due album a caso degli anni '80, e non ne ho maturato una grossa impressione. Invece Glamour Girl 1941, forse favorito anche dalla congiuntura temporale (qualcuno osa sostenere che il 1979 non sia stato un anno incredibile nella storia della musica moderna?) è un notevole compendio di musica off, ovviamente prodotto e suonato in maniera approssimativa ma con una visione di follia molto lucida e ludica. La prima parte del disco verte su un free-jazz demente e compassato, con sax e contrabbasso in evidenza, mentre la seconda spinge agli estremi psicopatici, con collage vocali dell'assurdo, rumorismi, concretismi, ed un'aggressiva chitarra elettrica che in qualche modo giustifica il coraggioso appellativo da parte di qualche giornalista di uno dei primi gruppi noise-rock della storia (primo anche no, si pensi soltanto alla Nihilist Spasm Band). In ogni caso, un capitolo importante della non-ortodossia americana, e abbastanza seminale.

martedì 26 novembre 2019

Screams From The List #89 - Frank Zappa ‎– Lumpy Gravy (1969)

Dopo i fasti innovativi dei primi 3 dischi, Zappa diede la stura alle sue velleità di compositore / direttore assoldando un'orchestra jazz-rock ed assegnandole una partitura sottoforma di collage dell'assurdo, alternando musica suonata canonicamente ad inserti di musica concreta ed un sacco di dialoghi.
L'influenza su NWW riguarda senz'altro quest'ultimo aspetto, che nella Side A è abbastanza marginale, mentre sulla B diventa preponderante. Confrontato con i prodotti di Zappa dell'epoca, ovviamente Lumpy Gravy finisce per fare la figura dell'esperimento parzialmente riuscito, anche se lo stesso non nascose mai la sua soddisfazione per il risultato finale, arrivando persino a dire che conteneva la sua musica preferita.
In ogni caso, ognuno potrà trovare, nei vari scampoli delle pieghe del disco, la propria parte prediletta. La mia è quella di Oh no, ad esempio, col tema guidato dal vibrafono su ritmo dispari, una vera e propria perla che trascende sia il jazz che il rock. E' chiaro che Zappa ha fatto di molto meglio, ma in certe fasi si possono ascoltare diversi anteprima di quanto riuscirà a compiere con Hot Rats.

domenica 9 dicembre 2018

Keiji Haino ‎– Abandon All Words At A Stroke, So That Prayer Can Come Spilling Out (2001)

Scelta oculata dalla sterminatissima discografia di KH, se non altro perchè PS gli ha affibbiato un bel 7/10 e poi in quanto rientra nella categoria "dischi senza chitarra, e quindi interessanti per recepire traiettorie diagonali della sua arte".
In tal senso, questo doppio cd rilasciato nel 2001 dalla canadese Alien8, una label che si è sempre dedicata parecchio al Sol Levante, si tratta di un vero centro perchè Whereto Can I Cast Away This Fragrant Echo Called The End, So That I May Summon An Awakening From The Other Side? è un eccezionale suite di 47 minuti per hurdy-gurdy e voce. Ci si dimentichi del suono tradizionale di questo antico strumento; KH lo trasforma in macchina dronica generatrice di paesaggi foschissimi, di nebbie glaciali, di insostenibili thrilling, suonandola di fatto come avrebbe trattato la sua 6 corde. Un viaggio indimenticabile.
Col secondo cd purtroppo non si replica la magia: con I Have Decided To Tear You To Pieces. Whether You Become Light Or Darkness Depends On You. I Wonder, Which Shall You Choose? KH si lancia sulle percussioni (sia acustiche che elettroniche) alla sua maniera, come un samurai impazzito, corredando con le sue urla belluine in una consueta performance estremista. Detto che 44 minuti così sono decisamente troppi, per quanto le variazioni siano innumerevoli, se non altro il capitolo resta una sua pietra angolare per la prima suite, davvero monumentale.

lunedì 22 ottobre 2018

Volcano The Bear ‎– Egg And Two Books (2006)

Live dei VTB giocato in casa in quel di Leicester, registrato nel giugno del 2006. Droni incessanti, fanfare dissonanti, voce straziata e disgraziata, chitarre acustiche stentoree, batteria tonfante sullo sfondo, piani suonati senza pietà, per un concerto che paradossalmente, rinunciando agli studio-tricks o alle sovraincisioni, costringe i quattro a giocare all'essenziale finendo così per evitare le lungaggini che hanno quasi sempre minato i dischi in studio. Si trattava comunque di un periodo di grazia, dato che dello stesso anno è il loro capolavoro riconosciuto. Difficile dire se si tratti di un disco per completisti, vista la peculiarità del loro marchio: di sicuro è uno dei migliori.

martedì 7 agosto 2018

Dinner Is Ruined ‎– Worm Pickers Brawl (1994)

Sul primissimo numero fanzine di Blow Up, c'era un servizio di SIB dedicato a Palace, Smog e Wormpickers Brawl. Di questi ultimi c'erano talmente poche notizie reperibili che il Direttorissimo non soltanto non era a conoscenza dei due dischi rilasciati precedentemente dalla band, ma addirittura aveva invertito nome e titolo del disco, che invece andava attribuito a Dinner Is Ruined (sul secondo numero però arrivò puntuale l'errata corrige..). Tal progetto, proveniente dal Canada, fu attivo soprattutto negli anni '90, brancolando nell'underground meno in vista, e sostanzialmente riconducibile ad un polistrumentista / cantautore di nome Dale Morningstar.
Poco da aggiungere a quanto SIB puntualizzò, cioè che si trattava di un progetto nobile, dedito ad un post-indie-folk-free-form-freak-out deviato e deviante. Echi del primo Smog, irriverenza alla Half Japanese, sballi psichici alla Peter Jefferies, cantilente dementi alla Flaming Lips, sbraghi elettrici alla Strapping Fieldhands, tutto immerso in un calderone lo-fi che fa tanto anni '90. Godibilissimo.

venerdì 20 aprile 2018

Sun Araw ‎– "The Saddle Of The Increate" (2017)

Piaccia o non piaccia, la musica di Cameron Stallones può fregiarsi di un'originalità che ha ben pochi eguali contemporanei. Ed oltretutto il suo personale percorso ha tratteggi quantomeno intriganti: una decina d'anni fa, la partenza a base di psichedelia drogata, poi la virata ai tropici ed infine la ventata di surrealismo. Con questo ultimo, il californiano tenta persino di rilanciare sul piano hauntologico, con sonorità sempre più solari ma sempre più deformate, l'elettronica che a volte prende il sopravvento sulla sua chitarra, ma è un elettronica gigiona ed ilare; un doppio vinile che non stanca, le composizioni sempre strutturate in forma libera, la voce sempre a metà fra lo stupito e lo scazzato. E nel finale persino un paio di pezzi pop che non saprei se essere preoccupato o sghignazzare per l'evidente (presunta?) ironia con cui Stallones deve averli confezionati.
Insomma, uno spasso come sempre.

mercoledì 18 aprile 2018

Nihilist Spasm Band ‎– Vol. 2 (1979)

Il ballottaggio è plausibile; sulla NWW List sarebbe potuto esser stato questo, il prescelto, in quanto uscito nel 1979, ma indubbiamente il fascino di No Record resta insuperato e troppo coraggioso per essere sfidato. Tant'è che Vol. 2, replica a ben 11 anni di distanza, resta un oggetto misterioso ma in sostanza inferiore a quello storico debutto; quello che sembra mancare di più è il ringhio isterico di Exeley, qui confinato in pochi minuti, ma dopo 3/4 ascolti ciò che emerge inesorabile è la furia cieca che emerge soprattutto nei 17 minuti di Dum-de-dum, un campionario devastante di deragliamenti dissonanti, talmente sconclusionato da diventare quasi comico.
Un'ascolto quasi purificante, ideale per scaricare un po' di stress.

sabato 14 ottobre 2017

Bomis Prendin ‎– Phantom Limb (1980)


Originalmente autoprodotto nell’aulico formato di flexi disc, si tratta del secondo atto della geniale formazione di Washington; ho letto da qualche parte che pare sia stato proprio questo ad aver spinto i NWW ad inserirli nella list, anziché quell’oggetto volante non identificato che fu il debutto. Poco importa, la materia grezza è altrettanto scottante: composto da 13 tracce molto brevi (al massimo 2 minuti e mezzo), Phantom Limb è non meno eversivo col suo industrial-space-noise-pop, che passa da cantilene demenziali in salsa radioattiva (che faranno scuola agli Ubzub) a sinfonie per oscillatori impazziti,  da balletti meccanici marziali ad allucinazioni psicotropo-fantascentifiche come se nulla fosse, con pressochè tutto quello che ci può stare nel mezzo. Da manuale del sacro e genuino fuoco della follia.

domenica 24 settembre 2017

Ubzub ‎– Triple Alien Threat (1998)

Secondo ed ultimo disco degli Ubzub, seconda ed ultima mattanza di free-acid-freak-out senza ritegno e senza vie d'uscita. Rispetto al monumentale debutto sulla lunga distanza, l'eruzione si fa meno Chrome, più Residents e Throbbing Gristle, ma il formato non cambia: una moltitudine di tracce che brancolano su un teatrino demenziale dell'assurdo. Ma come brillantemente scriveva SIB in occasione della già citata intervista nel 2008 a Rob Williams, al di sotto di queste gag corrosive si nascondeva un'animo pop, nella stessa accezione residentsiana, se vogliamo: sostanzialmente gli Ubzub scrivevano pezzi compiuti, che finivano però in un tritacarne atomico che distorceva e mandava al macero tutte le eventuali melodie concepite ed i loro accessori. Quel che è certo è che lo humour corrosivo la faceva da padrone. Geni spostati.

mercoledì 14 giugno 2017

Hella ‎– Church Gone Wild / Chirpin Hard (2005)

Solo due folli come Zack Hill e Spencer Seim potevano concepire questa freak-opera, peraltro abbastanza ignorata, se non stroncata da più parti dagli addetti; per il loro terzo album, realizzarono un doppio in cui si dividevano totalmente. Se nelle note interne non fosse stato specificato con precisione che Church gone wild è del batterista e Chirpin Hard del chitarrista, a scatola chiusa si sarebbe anche potuto pensare ad un tomo realizzato in combutta, nonostante le differenze palpabili.
Ebbene, sono 3 giorni che li ascolto in continuazione e non riesco a stancarmi neanche un attimo, anzi; ad ogni giro la curiosità e la sorpresa mi colgono e mi elettrizzano, senza sosta. Che fossero un duo ultra-peculiare ce ne eravamo accorti fin dal debutto, ma questa ora e 3/4 li eleva al rango di outsiders totali del nuovo millennio, per quanto sia sempre più difficile indossare queste vesti.
Chirpin Hard è stato argutamente definito nintendo-rock, ma suona quasi normale in confronto a Church Gone Wild, che è un capolavoro di freakitudine moderna, il parto di un pazzo furioso ed incontrollabile. Non servono altre descrizioni, anche perchè non le saprei trovare.
Uno spasso totale.

sabato 4 marzo 2017

Scream From The List 56 - Heratius ‎– Gwendolyne (1978)

Ennesimo inqualificabile art-avant-monster dalla Francia, con un unico, inevitabile disco in carniere, peraltro in ritardo temporale sulle bizzarrie più generalizzate del decennio.
Essenzialmente un trio tastiere, chitarra e clarinetto, gli Heratius vengono solitamente definiti i Faust d'oltralpe, ma la sensibilità musicale era più focalizzata seppur convogliata in una serie di stranezze difficilmente descrivibili; in un certo senso lo potrei battezzare industrial-progressive da camera, vista l'alternanza fra ruvidezze analogiche, gorghi rumoristici, fraseggi bucolici col clarinetto in evidenza, qualche svisata elettrica frippiana, un recitato che fa molto teatro d'avanguardia, demenze blues spudoratamente umoristiche, e tanto altro.
Gwndolyne va preso per ciò che è: un pasticciaccio dada figlio del proprio tempo, sfuggente per l'eternità e relegato alla categoria delle musiche più incredibilmente strane. In solida reputazione.

martedì 4 ottobre 2016

Screams From The List 51 - Semool ‎– Essais (1971)

Trio francese di molto probabili non-musicisti o comunque alle prime armi, che rappresentarono un'influenza capitale sui primi NWW per quanto riguarda l'approccio più nichilista nel senso cerebrale del termine. In rete ho letto un mini-dibattito che discuteva se nel caso di Essais sia lecito parlare del labile confine fra genio e laziness (svogliatezza, ma forse anche inettitudine generale); quel che è certo, non lascia indifferenti. Ma il dubbio di questo confine, dopotutto, non è stato forse una caratteristica costante anche dell'intera carriera di NWW?
Ciò che registrarono (letterale, nella metropolitana parigina Rue Saint Maur, ma che sia una presa in giro?) fra il '69 e il '71 è un assortimento di bizzarrie che definire sperimentazione sembra un po' arduo. Da notare che, incredibile ma vero controsenso, fu ristampato per la prima volta nel 2000 dalla prog-label italiana Mellow e in vinile appena l'anno scorso dalla francese Soufflecontinu, specializzata in recuperi proprio della List.
Innanzitutto la facciata A mi ha fatto venire un colpo, perchè presenta lunghi e spastici soliloqui di chitarra acustica sbilenca conditi da qualche effetto che dopotutto assomigliano abbastanza a quanto realizzammo io e il mio amico Berto in registrazioni casalinghe  una trentina d'anni abbondanti dopo, incluse le citazioni concrete di Pink Floyd e Black Sabbath (!). Ma in tutta sincerità le cose più interessanti arrivano a partire dal saggio n. 5, in cui i Semool iniziano a fare sul serio con i nonsense; assurdità di ogni, pianoforti usati come percussioni, sonagli, triangoli, anticipi industrial, nastri al contrario, sarabande affini ai Red Krayola delle Free form freak out, languide ed improvvise improvvisazioni più musicali, e nel finale un'altra citazione demenziale dei BS, con l'assolo inascoltabile di Paranoid.
Intendiamoci, ci vuole del fegato per ascoltare Essais, ma l'ha detta bene Vlad: i più sbarazzini di noi non potranno sottrarsi all'ascolto.

giovedì 14 aprile 2016

Screams From The List 23 - Nihilist Spasm Band ‎– No Record (1968)

Canadesi di Ontario, i Nichilisti furono in qualche modo la versione free-jazz dei Cromagnon e dei Godz, dissennati che a fine anni '60 avevano il fegato di mettersi in gioco con una proposta pressochè indigeribile. L'incredulità sta nel fatto che oggigiorno il gruppo è ancora attivo, per di più con gli stessi componenti a parte un paio che purtroppo sono deceduti, e suona ancora di frequente nei club della propria città, per il loro divertimento personale, ma un pubblico è sempre benvenuto. Vedere le loro foto attuali, di candidi 70enni con lo stesso sorriso beffardo di mezzo secolo fa, è quasi commovente e fa anche senso il fatto che abbiano pubblicato la stessa mole di materiale negli ultimi 10 anni che nei 30 precedenti. Infatti No Record rimase non bissato fino al 1979.
Pionieri della destrutturazione degli strumenti, i Nichilisti non sono mai stati interessati ad imparare a suonare. L'improvvisazione è totale, nonchè la devastazione di ogni luogo comune musicale. Il Non-Disco, molto presumibilmente registrato dal vivo, è uno spasso dall'inizio alla fine. Kazoo e clarinetto fanno a gara a chi le spara più grosse, la batteria insegue improbabili traiettore jazz, basso, chitarra e violino emettono rimbombi e dissonanze, il cantante sbraita come un predicatore invasato. Mai ascoltato qualcosa del genere?

lunedì 11 aprile 2016

Screams From The List 20 - Ron 'Pate's Debonairs ‎– Raudelunas Pataphysical Revue (1977)

Uno dei dischi più incredibilmente strani che mi sia capitato di ascoltare, e non soltanto per l'altissimo tasso di freakeria ivi contenuto, che da solo di per sè non sarebbe stato sorprendente. Registrato dal vivo nel 1975 in un università dell'Alabama da questo ensemble, i Debonairs, una mini-orchestra di 10/12 musicisti, come da titolo si tratta di un bignami di patafisica all'ennesima potenza, con l'aggiunta di un frontman, tal Fred Lane, che non faceva altro che aggiungere benzina sul fuoco della provocazione e dell'ironia prorompente da questi solchi.
Innanzitutto gli estremi del disco, My kind of town (Sinatra) prima e Volare (indovinare...) dopo: due prese in giro colossali al jazz da big band, due scalcinati ed irresistitibili swing dell'assurdo. Imperdibili. Nel mezzo, questo Lane che presentava le operazioni con declamazioni e gags di chiaro sapore cabarettistico, applausi oceanici platealmente posticci in contrasto al pubblico realmente presente, sparuto. E soprattutto gli shock auditivi: un traumatico Concert for active frogs, 10 minuti di squittii per fiati e voci modificate che manco uno stagno in piena estate. The captains of industry, power electronics non-sense per trapani e microfoni. The Lonely Astronauts, sinfonia demente per cello, fiati e corde di chitarra sul manico. The Chief divisions..., squinternata marcia etnica con qualche anno di anticipo sui Sun City Girls.
Eccessivo, assurdo, esilarante.