mercoledì 23 novembre 2022
All Sides – Dedalus (2007)
venerdì 21 ottobre 2022
Radiohead - Kid Amnesiae (2021)
Vent'anni sono un lasso di tempo adeguato per voltarsi ed analizzare la doppietta con cui i Radiohead sconvolsero il mondo, critico e non. Il mio parere è che restano due grandi, ottimi dischi, ma sostanzialmente sopravvalutati in chiave storica; il quintetto di Oxford non inventò nulla di nuovo se non esso stesso, con una buona dose di coraggio ma anche una visione mirabile, degna di ricevere il massimo riguardo. Il box set ad essa dedicata, pur in assenza di rimasterizzazione (e diciamocelo, non ce ne sarebbe stato alcun bisogno, vista la qualità produttiva, praticamente impossibile da migliorare), ci dona un extra-cd chiamato Kid Amnesiae, il vero centro focale dell'operazione. Di fatto un album di remix incentrato su un drappello di estratti, ma fatto dannatamente bene ed in affascinante soluzione di continuità: Like Spinning Plates, Morning Bell, Fast Track, How To Disappear from strings, in versioni notevolmente differente rispetto agli originali, ne escono con un figurone. Gli inediti sono contrastanti: le 3 Untitled sono brevi cuscinetti di raccordo, seppur ottime. Mediocre Follow Me Around, una ballad appartenente più alla genetica pre-Ok computer, mentre sbaraglia tutto il resto If You Say The Word, giustamente lanciata come singolo: un pezzo ombroso, fosco e dolente (oserei dire i Can in purgatorio....) nel miglior trademark che non c'avrebbe azzeccato un granchè inserito nei due album, ed infatti il suo destino è stato quello di finire sotto le luci della ribalta dopo un ventennio. Meglio tardi che mai per qualcosa che finisce dritto dritto nel best of personale.
giovedì 2 giugno 2022
Ulver – Wars Of The Roses (2011)
Il giorno in cui sarò riuscito ad ascoltare tutti gli album degli Ulver, se mai ce la farò....non ci avrò ancora capito un granchè, e sarà un bene. Dietro questa triviale battuta si nasconde un mondo misterioso, tutto da esplorare ed interpretare a proprio sentore. Per Wars Of The Roses, già conflittuale dal titolo, era presente in maniera integrale il talento di Daniel O'Sullivan, che da turnista di lusso era passato ad essere membro fisso, complice certamente la militanza insieme a Rygg in Aethenor. Riflessi argentei di quell'esperienza radicale si inseriscono ad intermittenza in una scaletta a dir poco schizofrenica, con l'energetica apertura di February MMX, un avvincente e colorito synth-prog, che rappresenta il momento più accessibile ma ha una funzione disorientante. La stasi allucinatoria di Norwegian Gothic, i melodrammi guidati dal piano di Providence e England, la melanconia irreversibile di September IV, la marcia catatonica di Island, rappresentano un'evoluzione naturale alla perfezione ambient-rock di Shadows of the sun, per non tirare in ballo un passato scabroso che sembrava archiviato ma aveva lasciato scorie.
Non è un disco perfetto (il quarto d'ora finale di Stone Angels, di fatto un reading su base scabra e minimale, si poteva evitare), perchè a tratti certi scarti sembrano quasi innaturali. Per farla breve, è un disco adulto degli Ulver, con tutte le imprevedibili pieghe, il peso dei personaggi intervenuti (nel cast anche Westerhus e Noble, e si sentono) e quel fattore vagamente aleatorio di classe distillata a rilascio incontrollato, con tutti i pro ed i contro. I primi sono molti di più, però.
domenica 1 agosto 2021
Bomis Prendin – Clear Memory (1984)
Ristampato l'anno scorso in vinile e cd da un'etichetta catalana, Clear Memory fu il terzo atto di questi battitori folli di Washington, originalmente in una cassetta tirata in 50 pezzi (!). La concezione e la gestazione dovettero essere non semplici, perchè erano passati ben 4 anni dal precedente Phantom Limb. Ed in effetti qualche evoluzione la si nota, perchè rispetto ad esso ed ancor di più al micidiale debut Test del 1979 il quartetto affinava le proprie doti allucinatorie, smussava gli angoli, riduceva le rasoiate industriali e si prendeva persino il lusso di sciorinare un paio di motivetti accattivanti, seppur in veste di chiara parodia. Il risultato fu un disco ancor più surreale, in cui le tastierine demenziali di Bomis Prendin prendono spesso il timone del comando, lasciando poi i riflettori alla chitarra impazzita di Miles Anderson, che fa deragliare i temi verso l'iper-spazio maniacale. La genialità stava nell'alternare frasi musicali lucide con dissonanze improvvise e dilaganti, in un caleidoscopio sempre imprevedibile. Puro genio.







