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mercoledì 23 novembre 2022

All Sides – Dedalus (2007)


Disco oscurissimo scoperto su Opium Hum, che a volte col suo gusto per la estrema sintesi riesce ad essere più attrattivo di qualsiasi approfondita recensione. Trattasi di Nina Kernicke, una chitarrista tedesca attiva soprattutto nella seconda metà del decennio Zero e poi molto più sporadicamente (l'ultimo prodotto risale al 2016). Dedalus è uno strumentale di gelido magnetismo e fascino notturno, fra elettronica scabra, gotico intimorente e post-psichedelia (più volte sembra affiorare la lezione dei grandi mastri d'inizio Kranky, Labradford in primis, ma anche le derive isolazioniste dei primi Main). La riuscita generale del disco sta nella varietà di proposte dei singoli pezzi, a volte insistentemente ritmati ed altre tangenti l'ambient statica, ma senza mai eccedere in una direzione. Davvero interessante, e pazienza se mi sono occorse così tante parole. In fondo potevo citare OH e sarebbe stato sufficiente.....

venerdì 21 ottobre 2022

Radiohead - Kid Amnesiae (2021)


Vent'anni sono un lasso di tempo adeguato per voltarsi ed analizzare la doppietta con cui i Radiohead sconvolsero il mondo, critico e non. Il mio parere è che restano due grandi, ottimi dischi, ma sostanzialmente sopravvalutati in chiave storica; il quintetto di Oxford non inventò nulla di nuovo se non esso stesso, con una buona dose di coraggio ma anche una visione mirabile, degna di ricevere il massimo riguardo. Il box set ad essa dedicata, pur in assenza di rimasterizzazione (e diciamocelo, non ce ne sarebbe stato alcun bisogno, vista la qualità produttiva, praticamente impossibile da migliorare), ci dona un extra-cd chiamato Kid Amnesiae, il vero centro focale dell'operazione. Di fatto un album di remix incentrato su un drappello di estratti, ma fatto dannatamente bene ed in affascinante soluzione di continuità: Like Spinning Plates, Morning Bell, Fast Track, How To Disappear from strings, in versioni notevolmente differente rispetto agli originali, ne escono con un figurone. Gli inediti sono contrastanti: le 3 Untitled sono brevi cuscinetti di raccordo, seppur ottime. Mediocre Follow Me Around, una ballad appartenente più alla genetica pre-Ok computer, mentre sbaraglia tutto il resto If You Say The Word, giustamente lanciata come singolo: un pezzo ombroso, fosco e dolente (oserei dire i Can in purgatorio....) nel miglior trademark che non c'avrebbe azzeccato un granchè inserito nei due album, ed infatti il suo destino è stato quello di finire sotto le luci della ribalta dopo un ventennio. Meglio tardi che mai per qualcosa che finisce dritto dritto nel best of  personale.

giovedì 2 giugno 2022

Ulver – Wars Of The Roses (2011)


Il giorno in cui sarò riuscito ad ascoltare tutti gli album degli Ulver, se mai ce la farò....non ci avrò ancora capito un granchè, e sarà un bene. Dietro questa triviale battuta si nasconde un mondo misterioso, tutto da esplorare ed interpretare a proprio sentore. Per Wars Of The Roses, già conflittuale dal titolo, era presente in maniera integrale il talento di Daniel O'Sullivan, che da turnista di lusso era passato ad essere membro fisso, complice certamente la militanza insieme a Rygg in Aethenor. Riflessi argentei di quell'esperienza radicale si inseriscono ad intermittenza in una scaletta a dir poco schizofrenica, con l'energetica apertura di February MMX, un avvincente e colorito synth-prog, che rappresenta il momento più accessibile ma ha una funzione disorientante. La stasi allucinatoria di Norwegian Gothic, i melodrammi guidati dal piano di Providence e England, la melanconia irreversibile di September IV, la marcia catatonica di Island, rappresentano un'evoluzione naturale alla perfezione ambient-rock di Shadows of the sun, per non tirare in ballo un passato scabroso che sembrava archiviato ma aveva lasciato scorie.

Non è un disco perfetto (il quarto d'ora finale di Stone Angels, di fatto un reading su base scabra e minimale, si poteva evitare), perchè a tratti certi scarti sembrano quasi innaturali. Per farla breve, è un disco adulto degli Ulver, con tutte le imprevedibili pieghe, il peso dei personaggi intervenuti (nel cast anche Westerhus e Noble, e si sentono) e quel fattore vagamente aleatorio di classe distillata a rilascio incontrollato, con tutti i pro ed i contro. I primi sono molti di più, però.

domenica 1 agosto 2021

Bomis Prendin ‎– Clear Memory (1984)


Ristampato l'anno scorso in vinile e cd da un'etichetta catalana, Clear Memory fu il terzo atto di questi battitori folli di Washington, originalmente in una cassetta tirata in 50 pezzi (!). La concezione e la gestazione dovettero essere non semplici, perchè erano passati ben 4 anni dal precedente Phantom Limb. Ed in effetti qualche evoluzione la si nota, perchè rispetto ad esso ed ancor di più al micidiale debut Test del 1979 il quartetto affinava le proprie doti allucinatorie, smussava gli angoli, riduceva le rasoiate industriali e si prendeva persino il lusso di sciorinare un paio di motivetti accattivanti, seppur in veste di chiara parodia. Il risultato fu un disco ancor più surreale, in cui le tastierine demenziali di Bomis Prendin prendono spesso il timone del comando, lasciando poi i riflettori alla chitarra impazzita di Miles Anderson, che fa deragliare i temi verso l'iper-spazio maniacale. La genialità stava nell'alternare frasi musicali lucide con dissonanze improvvise e dilaganti, in un caleidoscopio sempre imprevedibile. Puro genio.

domenica 24 maggio 2020

Agitation Free ‎– Last (1976)

Terzo e postumo degli AF, uscito a gruppo già bello sciolto. In teoria un prodotto minore, in realtà un live che rialzava, seppur solo per la gloria, le quotazioni di una kraut entità esordita con bel botto nel 1972 e poi attenuatasi col secondo del 1973, un po' lambiccato e meno epidermico al confronto.
Con i synth spaziali di Michael Hoenig sugli scudi, Last ha il pregio di coprire tutte le aree in cui gli AF sapevano eccellere, dalla contemplazione cosmica alla cavalcata lisergica (alla Amon Duul, per intenderci). La facciata A, registrata in Francia nel 1973, mette in mostra l'inedito Soundpool ed una ripresa di Laila II che fa un figurone rispetto a quella in studio del secondo disco.
La facciata B è live in Berlino 1974, con i 23 minuti della mono-tonica Looping IV, metà minimalismo sintetico e metà jam alla Saucerful Of Secrets memoria.
Un trip che va preso per come è, senza troppe pretese, ma nel suo complesso bello spontaneo.

martedì 29 ottobre 2019

Glide - Performance (2000)

Will Sergeant degli Echo & The Bunnymen in pieno trip solista. La chitarra lasciata a lungo nella custodia, la stura alle tastiere, il Brian Eno di fine '70 fissato bene in testa, un po' di Germania storica e la vena psichedelica impossibile da zittire.
Glide fu il suo secondo, quasi interamente dal vivo come il primo. La dimensione da palco, oltre ad esaltare le due doti di one-man-ambient-band, rende giustizia ad un suono che paga il suo tributo agli idoli di riferimento; basti confrontare con le due tracce in studio, poste a fine scaletta (Frozen Teardrop in space sfonda i 30 minuti), decisamente più levigate.
La performance ha un suo percorso avvincente: i primi 15 minuti Enoiani fino al midollo, poi sale la tensione, si attiva un beat scarno e pulsante, Sergeant tira fuori la chitarra e diffonde fendenti lisergici; l'aria si è fatta decisamente più rarefatta e ci si aggira su ambienti Ash Ra Tempel / Tangerine Dream.
In pieni tempi di reunion, il progetto Glide fu la conferma che lui era l'anima freak degli E&TB, colui che per la produzione di Heaven Up Here voleva Eno (e chissà come sarebbe uscito...).

venerdì 25 ottobre 2019

Liliental ‎– Liliental (1978)


Curioso supergruppo della tarda stagione aurea teutonica, comprendente un giovane Asmus Tietchens, il mitico produttore Conny Plank (paradossalmente qui al debutto come musicista), Moebius dei Cluster, due elementi provenienti da un gruppo jazz-rock (Kraan) ed un polistrumentista olandese. Ne sfociò un disco inevitabilmente eterogeneo, ma davvero sfizioso, con qualche frangente di humor gradevolissimo (Wattwurm e Nachsaison, eleganti numeri quasi cabarettistici). Le folate di synth e punteggiature chitarristiche psichedeliche stabilivano la cifra stilistica generale con l'iniziale Stresemanstrasse, convogliata in soluzione di continuità nelle stasi sognanti di Adel. Si proseguiva con le lunghe meditazioni di Vielharmonie e Gebremster Schaum, con atmosfere positive ma mai scontate nè ammiccanti. Ripescato da Zingales nel 2007 in occasione della ristampa nippo-tedesca, fu un episodio non troppo allineato e contrassegnato da un sano spirito di divagazione.

giovedì 20 settembre 2018

Manuel Göttsching ‎– Inventions For Electric Guitar (1975)

Con un titolo così altisonante, magari ai tempi l'avranno anche preso per vanitoso. Invece Gottsching era un visionario, e anche di quelli seri. Ed il tempo l'avrebbe dimostrato appieno, non soltanto per questo ma soprattutto per quella pietra miliare di E2-E4 che realizzò qualche anno dopo, inventando la techno-trance di sana pianta.
C'era stata la grande esperienza Ash Ra Tempel che si era appena conclusa, ed il buon Manuel in solitudine si creò questo trip colossale in 3 pezzi: la cavalcata marziale di Echo Waves, l'ambient purissima distillata in Quasarsphere, il docile polleggio di Pluralis. Tutto rigorosamente fatto con la sei corde, dilatata e poi stirata, stratificata, messa in loop e poi immersa in acido, a creare quello che prima di tutto è un meraviglioso stato d'animo. Forse il connazionale Schickert l'aveva anticipato di un anno nel mettere in pratica certi suoni, ma le invenzioni di Gottsching restano una stella luminosissima nelle costellazioni germaniche.

venerdì 20 aprile 2018

Sun Araw ‎– "The Saddle Of The Increate" (2017)

Piaccia o non piaccia, la musica di Cameron Stallones può fregiarsi di un'originalità che ha ben pochi eguali contemporanei. Ed oltretutto il suo personale percorso ha tratteggi quantomeno intriganti: una decina d'anni fa, la partenza a base di psichedelia drogata, poi la virata ai tropici ed infine la ventata di surrealismo. Con questo ultimo, il californiano tenta persino di rilanciare sul piano hauntologico, con sonorità sempre più solari ma sempre più deformate, l'elettronica che a volte prende il sopravvento sulla sua chitarra, ma è un elettronica gigiona ed ilare; un doppio vinile che non stanca, le composizioni sempre strutturate in forma libera, la voce sempre a metà fra lo stupito e lo scazzato. E nel finale persino un paio di pezzi pop che non saprei se essere preoccupato o sghignazzare per l'evidente (presunta?) ironia con cui Stallones deve averli confezionati.
Insomma, uno spasso come sempre.