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giovedì 6 ottobre 2022

True Widow ‎– True Widow (2008)


In attesa di qualcosa di nuovo che manca ormai da 6 anni, il recupero del primo, fondamentale omonimo dello stone-gaze trio texano, un qualcosa che ai tempi fece sensazione non solo per il fattore novità ma anche per la qualità del songwriting, confermato 3 anni dopo dal grande secondo e poi parzialmente proseguito col terzo. Non nascondo che mi dispiacerebbe che la loro avventura fosse giunta al capolinea, perchè la loro speciale mistura (l'incrocio maledetto fra Jesu e Low, per sintetizzare alla massima esponenziale) potrebbe avere ancora qualcosa da dire di significativo.

A.K.A, Duelist, Corpse Master, K.R., i pezzi più memorabili che restano scolpiti nella mente e nel cuore in maniera indissolubile. Una spanna sotto gli altri, ma soltanto perchè contengono le prese meno immediate o emettono meno rumore dell'anima. Un lotto emotivo granitico, dalle melodie arrendevoli e dalla scorza ruvidissima, qualcosa che richiamava leggende ma che nella sua essenza non l'aveva mai realizzato nessuno.


giovedì 28 ottobre 2021

Jesu ‎– Terminus (2020)


Un benvoluto ritorno per Justin Broadrick aka Jesu, che in solitaria non pubblicava da ben 7 anni, nel frattempo c'era stato il ritorno di Godflesh, l'epifania collaborativa con Markone Kozelek, diciamo riuscita al 70/80% nel 2016 e poi conclusa in modo scarso nel 2017. Terminus ritorna grosso modo a quello che gli riesce meglio, ovvero a quello slow-doom-gaze che gli fece raggiungere vette molto alte una decina d'anni fa, rilasciando senza timori quell'influenza redhousepaintersiana che tanto mi emoziona e mi fa sentire ancora giovine.

Il punto di partenza per un margine di miglioramento è contenuto in 3 delle 8 tracce presenti in scaletta: la batteria umana di Ted Parsons, l'immarcescibile batterista decano e veterano di tante band storiche. A dirla tutta, sono 3 performances che probabilmente la maggioranza dei batteristi professionisti sarebbe stato in grado di fare, per la loro natura pacata e minimalista, ma gia di per sè sono un simbolo di ciò su cui dovrebbe e potrebbe insistere JB: l'ulteriore umanizzazione di un suono che, ripetendosi, rischia di rinchiudersi in una nicchia sempre più elusiva.

Due di questi pezzi, la title-track e Don't wake me up, sono i migliori del disco, insieme a Sleeping in. Escluse un paio di parentesi debolucce, Terminus è un altro rifugio confortevole per chi ama il lato più intimista e riflessivo di JB, con quel passo di tartaruga sotto il sole, con la corazza non scalfibile ed il cuore in mano.

martedì 20 agosto 2019

Nadja – Bodycage (2005)

Uno dei primi (si fa per dire, il sesto...) album della coppia canadese, già bella collaudata in tema di lunghissime e mastodontiche elucubrazioni circolari. Bodycage è concentrico: due tracce di 20 minuti con una da 10 nel mezzo, Autosomal, che poi è la meno interessante, volta al lato violento e tempestoso. L'apertura Clinodactyl è uno dei manifesti del loro solenne massimalismo: intro lucente di 8 minuti e poi entrano in scena le ritmiche, pantagrueliche, mentre il tema principale diventa epico e drammatico. Ossification invece si rivolge alla sfera celeste, un ambient-core notturno e fascinoso che al 10 minuto prende forma compiuta e stratificazioni completate, di nuovo con le percussioni tonfanti, a bassissimo bpm, mentre la tempesta attorno ha saturato tutto. Sapranno fare di meglio di lì a poco, quel che è certo è che l'esperienza vale sempre un viaggio di questi, almeno una volta.

giovedì 30 maggio 2019

Jesu ‎– Infinity (2009)

Uno dei dischi più ignorati di Jesu, e parzialmente bocciato persino da Broadrick stesso, che in un intervista lo dichiara un'esperimento non esattamente riuscito come pensava di poter realizzare. Si tratta di una suite di 50 minuti in cui condensa i concetti fino a quel momento brillantemente espressi sui primi due album, mentre lui lo ha elaborato pensando ad una cosa proggy (!).
Mi chiedo cosa avesse in mente di sviluppare, dato che per me invece si tratta di uno dei suoi massimi capolavori; 50 minuti emozionanti, che si articolano su 4-5 temi principali, concatenati ma non ossessivamente ripetuti. Una breve partenza elettronica, una seconda serrata dream-gaze con doppia cassa, poi un rallentamento parziale, un rapidissimo excursus godfleshiano con growl, un emotivo bridge e poi lo stop. 
E' il sogno; un riff sospeso nel vuoto che trasporta in un'altra dimensione. Qui Broadrick tradisce una grande influenza fino a quel momento pressochè insospettabile, che poi diverrà assodata su Ascension: i primi Red House Painters. E' l'inizio della fase slow-core di Infinity, che si dipana per 16 magici minuti. Gli ultimi 10 invece sono la fase ambient, con le scorie chitarristiche che si stratificano una sopra l'altra, su cui mi immagino Mark Kozelek che ascolta compiacente e benedice, pensando, bello, avrei voluto farlo io.
Beh, se questo è Broadrick-progging, prog sia. Ed è chiaro che l'esperimento non si ripeterà, perchè ha ben altro per la testa. Ma Infinity è una delle sue vette, e non m'importa se lo penso solo io.

sabato 1 dicembre 2018

Angelic Process ‎– Coma Waering (2003)

Per me che ho ascoltato per primo il disco finale del duo georgiano, l'analisi della retroguardia è stata di rigore e scoprire Coma Waering è stata ancor più una sorpresa. Se nell'atto conclusivo il duo concentrava l'enfasi sulle melodie ricoperte di plutonio radioattivo, sul secondo si destreggiava in sfide titaniche con grande attenzione per le ritmiche, per un risultato finale articolatissimo, per non dire spericolato. I saliscendi che si susseguono senza sosta, così come le esplosioni, i goticismi che trasudano da tutti i pori (il pensiero vola rapidamente a Pornography), le avvincenti composizioni, rendono Coma Waering il loro disco migliore; a 15 anni di distanza, per non dimenticarli, per l'importanza e l'originalità che hanno rivestito come attori di un suono immediatamente riconoscibile.

martedì 1 marzo 2016

Barn Owl ‎– V (2013)

Davvero dura riuscire a replicare quel mastodontico capolavoro che era Ancestral Star per i due californiani, che rappresentava quasi un funerale simbolico ed impietoso del drone-doom. Per cui, dopo un episodio interlocutorio (Lost in the glare) e qualche divagazione (uno split, un EP, un live), li aspettavo al varco con qualcosa di più significativo ma con la consapevolezza che avrebbero dovuto cambiare le carte in tavola. Così hanno fatto, e si tratta di una mutazione drastica.
V assimila con successo l'esperienza ambient che Caminiti ormai sviluppa a scadenza annuale da un lustro a questa parte e la inserisce nel maestoso BO-sound, compiendo una trasfigurazione fra mistica e metafisica. Scompaiono feedback e distorsioni, entrano a gamba tesa colonne impetuose di synth e liquefazioni psichedeliche, le chitarre sono meste ed indolenti. E' un cerimoniale solenne che culmina nei 17 minuti di The opulent decline, summa di quanto elaborato in precedenza nella scaletta. 
L'impresa lambisce i livelli di Ancestral star, e chissà ora cosa ci riserva il Barbagianni per il futuro.

giovedì 18 febbraio 2016

Seirom ‎– And The Light Swallowed Everything (2014)

Dopo l'esaltante esordio sulla lunga distanza, De Jong è tornato con un'altro splendido disco, più concentrato nella durata e più compatto nel suono, il che lascia intravedere nuove ed imprevedibili soluzioni. Così, And the light swallowed everything rischia di essere diventato il suo disco più accessibile in assoluto.
La parola d'ordine è ancora una volta la luce, che oltre ad ingoiare tutto entra anche nei titoli di alcuni pezzi, e che è l'elemento cardine di questo suono pieno, stratificato ma non saturo, ricco di visioni paradisiache ma mai soffice. Le ritmiche diventano a tratti parti integranti dell'insieme, le vocals sparse elementi cruciali nell'avvicinare questa musica ad una versione hardcore degli Slowdive (la nostra Francesca Marongiu è accreditata in I'm so glad to have been part of you, ma appare un altra cantante non identificata nell'estatica The best you can be e nella solenne Leaving), mentre le parti di violoncello eseguite da Aaron Martin conferiscono i tratti struggenti in maniera magistrale.
Parlare di ammorbidimento per il nostro satanasso preferito sarebbe ingeneroso: chi lo segue da un po', riconoscerà sicuramente il suo Dna e poco male se qualcuno non apprezza. A mio avviso si tratta di un evoluzione necessaria ma spontanea ed in pieno corso d'opera; non mancherà di sorprendermi di nuovo, ne sono convinto.

venerdì 27 febbraio 2015

Planning For Burial - 3 EPs 2011-2012

Un po' demoralizzato dal recente Desideratum, corro a cercare di rinfrancarmi su 3 uscite minori di Wasluck, uscite su cassetta o su cd-r.
Con una maggior cura generale ed un accurata selezione del materiale migliore, con questi 3 EP avrebbe potuto far uscire un seguito degno del micidiale Leaving. Nel segno delle sue contraddizioni, il giovanottone del New Jersey si rivolta fra vulcanici doom-gaze, laconici slow-core, incerti galleggiamenti cantautorali e meditazioni ambientali.
In ognuno dei 3 c'è almeno un pezzo che avrebbe meritato di stare su quel grande debutto: su Late twenties blues c'è quello emblematicamente titolato I put Red House Painters on a mixtape for you, sorta di sporca letargia spaziale alla Have A Nice Life. 
Untitled apre con il solenne doom-gaze urlato al parossismo I hope you'll pick me down, ma subito dopo c'è Annick, perla di minimalismo notturno dalle parti dei Pan American.
Su Quietly si parte con lo splendido slow-core Bleached body per poi divagare su una serie di abbozzi, parecchio suggestivi per la maggior parte, ma troppo lo-fi e sfocati per valorizzare l'enorme potenziale di Wasluck. 
A prescindere da questi, spero vivamente che ritrovi la forma dell'esordio.

mercoledì 7 gennaio 2015

Angelic Process - Weighing Souls With Sand (2007)

Con l'invenzione del doom-gaze nel primo album del 2001, gli AP finirono per influenzare i Nadja che approdarono a queste sonorità soltanto un paio d'anni dopo. Ma a differenza delle suite quasi free-form di Aidan Baker, i georgiani sono sempre stati dalla parte delle forma canzone e soprattutto da quella della intensitività emo.
Come nel caso dei Nadja, trattavasi di una coppia mista, Kris e Monica, che in poco più di un lustro ha costruito questo suono originalissimo, indipendente da un ipotetico retaggio metal: muraglie impenetrabili di chitarre suonate alla maniera shoe-gaze con tutti gli effetti, ma con la sostanziale differenza della distorsione senza sosta: l'equivalente di uno tsunami. Ritmi generalmente lenti, di derivazione doom. Composizioni epiche, vocalità fine ma disperata, ed uno spleen emotivo che ricorda in qualche modo i Cure della gloriosa trilogia dark
Questo fu il loro testamento, nonchè apice di potenza e massimalismo del percorso. Se qualcuno pensa che sia un disco monotono perchè i pezzi si assomigliano tutti e lo tsunami alla lunga può stancare, allora non l'ha ascoltato con l'attenzione che si merita. Perchè scoprirebbe il filo rosso che segna le lunghe tracce (il sospetto di concept mi sovviene) in un escalation non scomponibile che culmina drammaticamente con How to build a time machine.
L'anno successivo lui ebbe un non meglio precisato infortunio alla mano e poi si tolse la vita. Certi demoni dovevano esser parecchio duri, da scacciare.