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sabato 26 novembre 2022

Church ‎– Priest = Aura (1992)


Smaltita la sbornia del successo di Under the milky way, i Church si ritrovarono a maggior agio in una situazione di minor pressione e minori aspettative da parte dell'industria. Priest = Aura viene definito da Steve Kilbey il loro indiscusso capolavoro, io non la penso altrettanto ma siamo da podio. Gli anni '90 furono sicuramente il loro habitat naturale più congeniale; una produzione più aperta, più panoramica favorì lo sbocciare dei loro impasti chitarristici e del songwriting. Ripple, Lustre, Paradox, The Disillusionist, Old Flame, Film denotavano uno stato mentale (molto oppiaceo, a detta delle bios) introspettivo ed espanso, che mai e poi mai avrebbe rinunciato alle loro essenziali melodie imbevute di spleen, mai così vicine ai contemporanei Cure. Manifesto della maturità espressiva; tagliando 3-4 pezzi superflui ed inferiori sì, probabilmente sarebbe stato il loro capolavoro.

mercoledì 29 dicembre 2021

Protomartyr ‎– Ultimate Success Today (2020)


Buona conferma dei Protomartyr, ormai in possesso di uno di quei trademark distintivi che li rendono bene in vista nell'odierno panorama. Un suono ispido ma mai disturbante, una cifra tecnica modesta (a partire dal cantante, che a quanto pare invece è il personaggio più chiacchierato, forse per le liriche) ma estremamente efficace e composizioni ordinarie quanto ad effetto (The Aphorist su tutte). Io li vedo sempre più come dei National ignoranti, dalle radici punk mai del tutto sopite, con un chitarrista fiero anche nei passaggi più naif.

Il problema di dischi come questo è che oggi li apprezziamo e li ascoltiamo con piacere, ma passato un tempo significativo forse ignoreremo il nome Protomartyr, non conservandone un ricordo significativo.

domenica 24 ottobre 2021

This Kind Of Punishment ‎– This Kind Of Punishment (1983)

 

Chiudo il discorso in studio per i Jefferies Bros con il debutto, dopo aver già dissertato in passato del loro secondo album e dell'antologia postuma. D'altra parte, quando si parla di Peter Jefferies, non si butta via niente.
Può essere divertente immaginare il disorientamento che ebbero i fan guadagnati con Nocturnal Projections; si ritrovarono in un area grigia, priva delle dinamiche wave ed inaspettatamente austera, con PJ alle prese con le prime composizioni al pianoforte, suonato in apparenza in maniera naif ma con un piglio espressionista fuori da parecchi canoni. Peter traino centrale, Graeme rifinitore a tutto tondo. TKOP ebbe il merito di rivelare l'arte povera di una musica drammatica, a tratti angosciosa ma con una visione panoramica oltre l'introspezione nuda e cruda. Pezzi superbi come Ahead of their time, After The Fact, In View of the circumstances, Two minutes of drowning ne furono l'epitome.

domenica 26 settembre 2021

Screams From The List #100 - Glaxo Babies ‎– Nine Months To The Disco (1980)

Forse la risposta più autorevole ai fantasmagorici Pop Group di Y, questo quartetto di Bristol che purtroppo non andò oltre un mini e questo unico album. Pur non avendo in line-up uno strumento aggiunto come la voce di Mark Stewart, potevano schierare un membro in comune con loro, il determinante chitarrista Don Catsis, e fornivano la propria versione di avant-wave-funk allo stato brado. I ritmi sincopati col bassone elastico in primo piano, peraltro di eccellente fattura, servivano da rampa di lancio per digressioni surreali e fantasiose come This is your vendetta, Seven days, la title-track, Promised Land, Dinosaur disco meets the swampstom, infarcite di sax impazziti, nastri, elettronica primitiva, concretismi e quant'altro. Davvero un peccato che la loro corsa finì qui, perchè avrebbero potuto dare ancora tanto a mio avviso, ma come avvenne per il Pop Group, la fiammella della creatività evidentemente non poteva durare a lungo.

sabato 21 agosto 2021

Clock DVA ‎– Advantage (1983)


 La summa di un percorso, iniziato in maniera molto arty e poi proseguita verso lidi sempre più cibernetici e freddi. Advantage segnò un punto di non ritorno, con la dissoluzione della sigla per oltre un lustro a vantaggio di Antigroup e le sue derive elettroniche. La migliore sintesi possibile di quello che Newton e soci potessero concepire ed elaborare: un funk-wave marziale, assistito finalmente da strutture compositive più fluide ed aperture melodiche di grande respiro, col basso di Dennis in grande evidenza. Una formula che, con l'adeguata promozione, avrebbe anche potuto riscuotere un certo successo di pubblico. Ma il gruppo si frantumò e la storia proseguì diversamente. Advantage è un prezioso fotogramma di equilibrio fra ricerca e concessione.


martedì 3 agosto 2021

Editors ‎– The Back Room (2005)

 

Arrivarono appena appena lunghi, gli inglesi Editors, nella corsa NWOTNW dei primi anni Zero. Lo spettro ingombrante di essere dei replicanti degli Interpol fu una maledizione giornalistica, ma il tempo ha poi reso loro giustizia e li ha resi persino più celebrati degli americani, anche in virtù dei risultati artistici, che forse resistono meglio al passare del tempo.

The Back Room fu il loro debutto, e all'epoca lo snobbai, nonostante fosse declamato a gran voce dagli organi di stampa. A distanza di 15 anni, invece, lo trovo fresco, coinvolgente, suonato e prodotto benissimo, dotato di alcune melodie trasversali a presa diretta che non si schiodano più dalla mente, e che in qualche frangente mi hanno ricordato anche i Chameleons, un nome che non viene mai citato fra le loro chiare influenze, oltre che gli Echo & The Bunnymen.

Ligths, Munich, All Sparks, Open your arms i pezzi migliori, a mio parere.

giovedì 9 luglio 2020

These New Puritans ‎– Inside The Rose (2019)

Ben 6 anni di distacco fra l'ottimo Field Of Reeds e l'ultimo dei fratelli Barnett, ormai rimasti in solitudine familiare nell'art-output del puritanesimo, questa volta in decisa virata verso un post-gotico dal forte impatto ritmico (soprattutto la prima metà dell'album), prodotto con una cura maniacale in tutti i dettagli, e che non può non ricordare costantemente acts come Piano Magic, l'O'Sullivan in guisa Mothlite, o addirittura gli ultimi Ulver in certi tratti. Nella seconda metà emerge invece il lato più sinfonico/pastorale, con un songwriting incantevole in A-R-P e Where The Trees Are On Fire (ma anche l'intro Infinity Vibraphones è una vetta).
Praticamente infinita la lista dei collaboratori, fra cui un cameo di David Tibet, la cui ombra effettivamente si può intravedere in qualche passaggio. Il vero protagonista però è il glorioso Graham Sutton, che registra, mixa e fa qualche coro; è proprio ai suoi, grandissimi Bark Psychosis, che gli highlights di Inside The Rose pagano un commosso e sincero tributo.

martedì 18 febbraio 2020

Protomartyr – Relatives In Descent (2017)

Ormai, da quando nei primi anni zero ci fu la prima wave del revival della new-wave, non ha più senso parlare di revival. E' diventata la normalità il fatto che escano continuamente band più o meno di talento che immolano il proprio output alla stagione del post-punk, nello stesso modo in cui il punk viveva stagioni di gloria recuperata negli anni '90.
I Protomartyr, di Detroit, sono in giro già da qualche anno e dopo una trafila su micro-labels sono giunti alla Domino, con conseguente promozione a livello mondiale. Relatives in Descent vede l'ennesima fotosintesi che mixa vari dna, ma fa riflettere perchè io ci sento le stesse vibrazioni dei primi Interpol e dei National 2005/2007, il che mi fa preoccupare perchè inizio a pensare di essere seriamente assuefatto, trovando in questo aspetti positivi. Tornando alle influenze originarie, la vocalità di Casey non può non far pensare ad un incrocio fra Ian Curtis e Mark E. Smith, mentre il sound appare interessante per via di questo latente lato gotico che non prende mai il sopravvento, resta confinato e lascia spazio ad una chitarra onesta e ficcante. Per quanto riguarda i pezzi, meglio la prima metà dell'elenco.

lunedì 30 dicembre 2019

Piano Magic ‎– Closure (2016)

Dopo vent'anni di onorata militanza indie, i Piano Magic hanno deciso di chiudere il libro e lo scrigno dei loro segreti. Fra alti e bassi, incertezze, capolavori e conferme di maturità, l'unità sempre guidata da Glen Johnson si è fatta largo in una nicchia di pubblico costante e fedele, facendo della propria britishness il punto di forza, ma ottenendo più consensi in continente che in patria. Forse non passeranno alla storia della musica, ma hanno saputo elaborare una voce personale, fuori dalle correnti, dal coro, dalle masse.
Closure non ha riservato sorprese al pubblico, dimostrando che il gruppo ormai viaggiava col pilota automatico compositore, con la formula ultra-collaudata a base di wave, maudit e gotico decadente, ma ha comunque regalato la solita manciata di perle sopraffine (Let me introduce you, Landline, I Left you twice, not once), un sorprendente ballabile di potenziale successo (Exile), mentre il resto veleggia in un ordinarietà che tale non è mai stata, neanche nei punti meno alti di una parabola che termina, indimenticata e scolpita sulla roccia della perfida Albione.

mercoledì 30 gennaio 2019

A Place To Bury Strangers ‎– Pinned (2018)

Prosegue a fasi alterne la carriera del trio di Oliver Ackermann. Dopo l'ottimo Exploding Head ed il medio Worship c'era stato un passo indietro con lo scialbo Transfixiation, culminato con l'addio del batterista che oggi è rimpiazzato dalla validissima Lia Braswell, che conferisce anche svariati controcanti. Una diversificazione allo stile tipico che con Pinned vede anche una riduzione dei muri chitarristici ed annebbia un po' lo scenario con un goccio di elettronica ed atmosfere più rarefatte. E' sempre dark-punk molto espanso, ipercinetico e nevrotico, la sostanza non cambia, (Joy Division e Loop sono sempre il massimo punto di riferimento), ma questa volta anche le composizioni funzionano ed i nostalgici ne trarranno post-soddisfazione.

sabato 26 gennaio 2019

Fall ‎– This Nation's Saving Grace (1985)

Una piccola celebrazione un anno dopo la morte di MES ci sta, e credo sia giusto con uno degli albums più ricordati nella sterminata discografia dei Fall. Ho un opinione molto positiva della fase Brix Smith, quella che va dal 1983 al 1989; l'influsso che la consorte / chitarrista americana diede ad uno stile già peculiare di suo fu decisivo nel mischiare le carte; i detrattori sostengono che li fece deviare pericolosamente verso il pop, io sostengo che se pop fu non fu mai becero nè scontato nè piegato alle leggi di mercato, e This nation's saving grace ne è prova fumante, piccolo miracolo di varietà ed omogeneità, con almeno 3/4 perle da antologia (Gut of the quantifier, Paintwork, Cruisers Creek, L.A. + lo spudorato omaggio ai Can I Am Damo Suzuki, di cui solo un'arrogante spaccone come MES poteva impunemente non accreditare ai tedeschi neanche una royalty!). Difficile dire se sia il miglior disco dei Fall, non mi sogno neanche lontanamente di completare le mie lacune e dubito che i Fall abbiano mai fatto un miglior disco. Uno dei migliori credo proprio di sì.

mercoledì 2 gennaio 2019

This Kind Of Punishment ‎– In The Same Room / 5 By Four (1993)

Il terzo ed ultimo album dei TKOP, uscito postumo nel 1987 e ristampato in cd nel 1993 dalla Ajax insieme all'EP 5 by Four, che di fatto era stata l'ultima pubblicazione in vita, un'anno dopo il secondo A beard of bees. Lo split dei fratelli Jefferies fu probabilmente dovuto a due correnti che si respingevano: il grandissimo Peter diretto verso forme sempre più incompromissorie vs. Graham, voglioso di maggior respiro melodico ed apertura verso forme leggermente più canoniche, testimoniata da alcune ballad anemiche che cozzano un po' contro i capolavori del disco, cioè On Various days, Don't go, Ivan Fjordovitch, già ricchissimi di quei connotati di alto cantautorato sperimentale in dote a Peter. Il miracolo della comunione d'intenti riusciva soltanto nella splendida Overground in China; se i bros avessero potuto concretizzare un intero disco con questi risultati saremmo a parlare di una band storica, invece ne ricordiamo le gesta considerandoli un work in progress, seppur nobilissimo e progenitore delle prodezze future di Peter.

sabato 17 novembre 2018

Preoccupations ‎– New Material (2018)

Quartetto canadese su Jagjaguwar che come i Soror Dolorosa, Soft Moon e qualche altro nome attuale, fa uno spudoratissimo revival della new-wave più algida e ritmata, come se non fossero passati quasi 40 anni, fregandosene altamente e propinando al pubblico giovane del materiale (il titolo enuncia, direi ironicamente, l'attualità della proposta) che sembra quasi prodotto con un apposito software riciclatorio. Così verrebbe da stroncarli, se non chè un nostalgico come me che ha scoperto il genere una decina d'anni dopo il tempo reale non può non restare affascinato da anthem sulfurei di synth-dark come Espionage, Solace, Disarray o da lenti cadenzati e solenni come Manipulation e Doubt, che pescano senza ritegno da Cure e Joy Division, a secchiate. Così il giudizio più o meno obiettivo dipende esclusivamente da quanto possa piacere il prodotto.

domenica 14 ottobre 2018

Xiu Xiu ‎– Knife Play (2002)

Lo spiazzante e sorprendente album di debutto di Jamie Stewart, un po' prima che il moniker lo identificasse in maniera radicata e pressochè solista. Nel pieno del revival della new-wave se ne usciva alla guida di un quartetto che riusciva nell'impresa di creare un ibrido fra Mark Hollis, David Thomas e il synth-pop. Sarà il primo di una lunga serie che continua tutt'oggi, un po' abusata a dire la verità, ma comunque espressione di un output artistico sincero ed eclettico, con una sensibilità che ha ben poco di americano. Knife Play ne era la pistola fumante, ed ebbe un riscontro di critica immediato ed unanime: più che di coltelli, un gioco di ombre e luci, vuoti e pieni, schizofrenia e sentimento. Per almeno 3/4 anni, Xiu Xiu resterà una garanzia.

domenica 2 settembre 2018

GoGoGo Airheart ‎– Out Every Window The Snap Of Envy & Greed (2000)

Omaggiati di un revival da parte di SIB in un Blow Up di qualche mese fa, in quanto meritevoli di un riascolto a distanza. Fra le prove ancora acerbe degli inizi e quelle un po' incerte verso la fine stava il meglio dei californiani, con questo album che inquadrava alla perfezione lo stile precario ma al tempo stesso esuberante e sprizzante di energia. In poche parole, meno Fall e meno Gang Of Four, bensì il loro autentico tributo al Pop Group (con le dovute proporzioni, ovviamente), fra l'altro esplicitamente citato con Trap, in un mix anglo-statunitense che lo riuniva al feeling sardonico dei primi Pere Ubu. Esplosioni al calor del funk bianco, litanie demenziali, dub spettrali da camicia di forza, c'è il meglio di una band a modo suo difficile da inserire in una catalogazione ben precisa, viste anche le influenze, e rimasta inchiodata in un limbo chiamato dimenticatoio.

sabato 12 maggio 2018

Calla ‎– Strength In Numbers (2007)

Proprio nel momento in cui sembrava che potessero raggiungere un discreto successo, col secondo su Beggars Banquet, i Calla si sono fermati. E dopo dieci anni netti, sento che mi mancano e che forse non ho apprezzato quanto fosse giusto per loro insistere sul lato più tradizionalista, dopo quel Collisions che mi aveva leggermente deluso.
Strenght in numbers vedeva un trio ormai rodatissimo, immerso nel proprio spleen fino al midollo, elevarsi a status di classico, di gruppo formula. Inutile sparare nomi influenti, in fondo è stato un commiato che ce li farà ricordare per sempre, soprattutto per perle assolute come Defenses down, Rise, Dancers in the dust, A sure shot, testimonianze di un songwriting ormai col pilota automatico che sprintava emozioni da tutti i pori.
Ma forse è stato meglio così, che abbiano terminato la loro corsa con un grande disco.

giovedì 31 agosto 2017

Jumbo – 1983 Violini D' Autunno (1992)

Leggendo i primi Rockerilla che compravo, ad inizio 1993, ero suggestionato dalle pubblicità della Mellow Records, dalle copertine e persino dai titoli. Violini d'autunno era uno di quelli che m'incuriosiva di più, lo trovavo molto bello ed evocativo. Soltanto anni dopo avrei ascoltato i dischi "famosi" dei Jumbo, un gruppo atipico per l'It-Prog soprattutto per la voce grassa ed imponente di Alvaro Fella, ma che non mi ha mai veramente entusiasmato. E "soltanto" 24 anni dopo ascolto Violini d'autunno, quasi per sfizio; col tempo ho imparato che Moroni della Mellow è stato molto generoso nei confronti dell'it-prog, andando a recuperare titoli rari e preziosi (ma a volte anche dispensabili, a dirla tutta); uno su tutti, il live 1977 della Locanda Delle Fate.
Invece di Violini D'autunno probabilmente non è mai fregato nulla a nessuno, soprattutto ai progsters, ed ha tutte le carte in regola per fregiarsi del titolo di brutto anatroccolo nel catalogo della fu etichetta ligure; qualità sonora piuttosto bassa, risalente al decennio per antonomasia di esilio del genere, totalmente scevro da componenti prog e quindi diversissimo da quanto realizzato in precedenza dalla band milanese.
In pratica andò che nel 1983 i Jumbo si riformarono per poco e registrarono una manciata di pezzi piuttosto lo-fi, rimasti in un cassetto per quasi diec'anni. E' facile intuire per quale motivo non potessero interessare a nessuno al tempo; si trattava di un funk-wave sanguigno e ritmico che, soprattutto in Italia, non aveva nulla a che fare con i generi in voga. Non si tratta certo di un capolavoro, ma lo trovo molto divertente e a modo suo ricercato, grazie alle ritmiche sincopate, alla chitarra torrenziale ed alla voce trascinante di Fella che a mio avviso funzionava molto meglio in questo contesto rispetto a quando scandalizzava fino alla censura il pubblico del prog nel 1972. Qui addirittura diventa dissacrante per i testi surreali, ai limiti dell'assurdo. Una gradevole curiosità.

venerdì 10 febbraio 2017

Clock DVA ‎– Thirst (1981)

Secondo album di quello che era ancora una band e non un'entità guidata da Adi Newton come successe dal 1983 in poi. Era la chiusura di un ciclo breve ma significativo e molto peculiare nella storia della new-wave inglese: un suono spigoloso, spesso guidato dal basso, mutuato dai coevi giganti del funk bianco (ma perchè no? Persino dai Van Der Graaf di The Quiet Zone!), ma già possessore di una spiccata sensibilità arty e con i fiati a scorrazzare e seminare panico. E con un paio di pezzi persino accattivanti per gli standard di quegli anni, come Blue Tone e 4 Hours.
C'è chi preferisce o dà più importanza ai DVA cibernetico/elettronici e chi invece privilegia la prima fase; difficile asserire con fondatezza, resta sempre una questione di gusti. Io non ho dubbi, ascoltando le tracce più coraggiose di Thirst trovo più longevi quelli più vecchi.

sabato 8 ottobre 2016

Totsuzen Danball - Yokushi Oto Chikara (1991)

Diec'anni dopo il simpaticissimo debutto, e le collaborazioni con Frith e Coxhill, i TD che tornavano in pista con alle spalle un lunghissimo silenzio erano una band decisamente migliorata sotto il punto di vista tecnico, per non dire professionale. La produzione pulita ma non troppo di Yokushi Oto Chikara denotava comunque un suono ancora una volta indefinibile nella sua semplicità, straniante ed accessibile al tempo stesso. Restava immutato lo spirito giocherellone del trio, alle prese con 10 pezzi di rock humour-cartoonistico (mia personalissima impressione, vista la totale impossibilità di apprendere info in merito) con qualche vaga reminescenza new-wave; elementi peculiari il vocalist, monotonale e spassoso (qualcuno si ricorda Mai Dire Banzai, che fra l'altro andava in onda proprio in quegli anni?) e questo tintinnio-effetto chorus costante, dall'inizio alla fine, che assume i tratti della lobotomia dissacrante. Simpatia al potere.

venerdì 16 settembre 2016

Maurice Deebank ‎– Inner Thought Zone (1984)

Fu l'anima strumentale dei primi Felt, in cui fino al 1986 irradiò il suo talento di chitarrista promiscuo, prestato probabilmente ad un genere che non era proprio suo ma che cavalcò con estrena brillantezza. Curioso l'aneddoto in cui, durante un'intervista, dichiarò che il suo gruppo preferito erano gli Yes, subito rimbrottato dal cantante Lawrence che lo diffidò dal ripeterlo pubblicamente.
Lo stile di Deebank era eclettico e raffinato, elaborato ma essenziale, solitamente affidato ad un jingle-jangle cristallino coi toni alti squillanti. Questo fu il suo unico album solista; la ristampa Cherry Red del '92 fu un po' un pasticciaccio, perchè alternò le 6 tracce originali con altre 4 nuove, interessanti forse in prospettiva, ma purtroppo non seguite da nessun'altra pubblicazione. La continuità coi Felt era inevitabile, visto lo stato di grazia, ma in piena libertà Deebank era capace di creare sia atmosfere autunnali che saghe esuberanti, sospensioni psichedeliche e ragnatele dai riflessi medioevali, sempre con la grazia ed il tocco inconfondibile di un artista che tanto avrebbe potuto dare ma si è ritirato per motivi sconosciuti.