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sabato 5 novembre 2022

Jethro Tull – Benefit (1970)


Il perfetto/imperfetto disco di transizione, fra le indecisioni di Stand Up e le rivelazioni di Aqualung, con il decisivo ingresso di John Evan a colorire con eleganza il songwriting di Ian Anderson che si faceva adulto fin dall'inizio con la splendida With you there to help me e con il vertice Nothing to say, il pezzo più sensibile e serioso del lotto, probabile seme decisivo per le pagine più memorabili degli anni a venire. Martin Barre si ritagliava qualche faretto isolato, ma non per questo meno incisivo e brillante. Fra le melodie più ariose, irresistibili For Micheal Collins, Jeffrey and me, A time for everything, Play in time. 

Non tutto il disco gira a meraviglia, va detto; alcune composizioni mostrano la corda, indugiando in un modello troppo legato alla stagione del folk inglese e procurando un po' di tedio. La ristampa in cd di una ventina d'anni fa includeva anche 4 bonus tracks, anch'esse pallidine a parte la grintosa Teacher, che fu pubblicata come singolo per una probabile marchetta al mercato hard-rock, ma si fa apprezzare ugualmente.

venerdì 27 settembre 2019

Screams From The List #87 - Arbete & Fritid ‎– Håll Andan (1979)

Eccentrici svedesi, e paurosamente eterogenei in questo capitolo di fine carriera, un epitaffio in grado di infilare il meglio ed il peggio di una decade intera, che attraversarono da capo a piedi, senza tuttavia trovare fortuna oltre i patri confini.
Håll Andan disorienta in tutti i versi: un'inizio pacchiano, Harmageddon Boogie, ma si intende che è una beffa per preparare a dovere il pezzo forte, gli 11 minuti di Kalvdans, una selvaggia escursione nell'avant-free dei Faust, davvero mozzafiato. Come la seguente Jag Foddes En Dag, stomp acidissimo a tutta velocità che sfuma in una foschissima pseudo-ambient-library.
Il resto purtroppo non viaggia a queste coordinate, perchè il gruppo sbanda con la (seppur gradevole) ballad neilyounghiana Kopparna Ba Bordet e poi si rilassa con una giga celtica, un raga indiano ed una psych-jam minimalista. Ma se consideriamo i due pezzi forti, resta comunque un disco degno di nota.

giovedì 26 ottobre 2017

Jade Warrior ‎– Floating World (1974)

Difficile da ammettere, ma una proposta come quella dei Jade Warrior, che per la fertile epoca era ambiziosa ed avventurosa, ha finito per diventare quasi più anacronistica dell'hard-rock e del jazz-rock coevi, essendo quindi condannata all'oblio eterno. E perchè mai? Perchè col tempo sono diventati fra i padri putativi assoluti della new-age, loro malgrado.
Floating World invece è, come la maggior parte dei loro dischi, un coacervo multicolore di stili, un florilegio eclettico. Si provi ad ascoltare il massiccio hard-etnico di Red Lotus, o il jazz flautato di Mountain of fruits and flowers, momenti di distrazione da un quadro pastorale che trasudava a pieno regime quella spontaneità ed ingenuità che, come ha abilmente scritto PS, avrebbe difettato agli astuti prosecutori.

giovedì 5 maggio 2016

Screams From The List 44 - Jan Dukes De Grey ‎– Mice And Rats In The Loft (1971)

Splendido esempio di commistione fra folk, progressive ed acid-rock ad opera di questo oscuro trio inglese. Deus-ex machina della situazione era il chitarrista/compositore Derek Noy, in possesso anche di una voce potente ed espressiva. Assieme a lui il fiatista Bairstow, con cui aveva realizzato il debutto Sorcerers nel 1969. Con l'acquisto del batterista Conlan, i JDDG fecero il salto di qualità e diedero alle stampe questo clamoroso secondo e purtroppo ultimo.
L'idea di fondo era tutto sommato simile a quella dei Comus, anche se concretizzata con risultati piuttosto diversi; quella di sviluppare le basi folk tipicamente britanniche, pregne di sensazioni celtiche, e portarle su dimensioni epiche/progressive, ma con una grinta ed una veemenza nuova. Operazione perfettamente riuscita nei 19 minuti di Sun Symphonica, cavalcata complesssa di una bellezza impareggiabile. Sul lato B il matrimonio proseguiva felicemente con la pastorale Call of the wild e con la sfuriata acida della title-track. Imperdibile.

domenica 10 marzo 2013

Lüüp - Meadow Rituals (2011)

Ensemble greco che si occupa di una ambiziosissima commistione fra musica da camera e progressive-folk. Seppur leggermente disomogeneo, il disco è molto bello: le arie risentono un minimo dell'influenza locale ma non si può definirlo di musica ellenica. Appare semmai più pronunciato un certo fattore nordico, che descrive nature incontaminate, boscaglie infinite e panorami sterminati. Secondarie ma tangibili le reminescenze di musica balcanica o medio-orientali; da qui si manifesta una lieve indecisione dei Luup nel saper prendere una decisione univoca che sembrerebbero avere in potenziale, ma occorre tenere conto del fattore guest (quasi tutti i pezzi hanno un contributo esterno, e anche piuttosto determinante), ed al netto di questo difettuccio Meadow rituals sa incantare a più riprese.
Come nei 13 minuti di Spiraling, delicatissima ipnosi per flauto, drones chitarristici e suadente voce femminile. O nell'iniziale Horse heart, fulgido incrocio fra i Crescent di By the roads e i finnici Tenhi, capeggiati da una sirena svedese nella persona di Lisa Isaksson.
Splendide anche le tracce più squisitamente cameristiche, come la drammatica Taurokathapsia, il prog conciso di Roots growth (con l'illustre presenza del sax di David Jackson), e la neo-classica Ritual of Apollo & Dyonisus.
Li aspetto al varco per il prossimo lavoro, più concentrati; possono fare meraviglie.