Visualizzazione post con etichetta Drone. Mostra tutti i post
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mercoledì 8 giugno 2022

Eberhard Schoener ‎– Meditation (1974)


Uno di quei dischi che sarebbero dovuti finire sulla NWW List, magari al posto di qualcuna di quelle ciofeche irritanti ed inutili. Magari Stapleton non ci si imbattè, chè l'avrebbe apprezzato alquanto nonostante l'immane austerità della proposta. Schoener, violinista classico di Stoccarda, rimase folgorato come altri colleghi sulla via dei sintetizzatori elettronici e vi si dedicò a partire dal 1971. Meditation è una suite di 35 minuti divisa in due parti (non soltanto dai limiti fisici del vinile), un affresco tremebondo di suoni cupi, di droni raggelanti, di cunicoli abissali. La prima parte è scandita da un battito di sonar ad inscenare un falso ritmo, attorno al quale le striature di synth scorrono alternate in una sequenza intimidatoria. La seconda parte, più statica e dissonante, spinge sull'astrattismo aggiungendo una soave quanto spaesata voce femminile in fonetica, ma in generale non regge il confronto con la prima facciata, che resta un caposaldo archetipo della dark-ambient. Insomma, un altro grande pioniere teutonico.

sabato 30 ottobre 2021

Stars Of The Lid ‎– Gravitational Pull Vs. The Desire For An Aquatic Life (1996)


Penso che scrivere degli SOTL sia fra le imprese più difficili nel cercare di descriverne la musica, soprattutto quando si sono già spese le (poche) parole ritenute appropriate, impiegate per i loro lavori ritenuti (giustamente) i migliori, cosicchè gli altri rischiano di passare in un secondo/terzo piano, di essere considerati minori. Un peccato, così come un peccato che siano fermi (si siano fermati) da ormai più di un decennio. Gravitational fu una transizione importante, perchè passò dal primo, tutto sommato grezzo episodio ad una nuova fase, più distensiva e panoramica. Le lunghe suite iniziano a prendere il sopravvento, la collisione Brian Eno vs. Klaus Schulze si materializza, come un colosso pulverulento pronto a dissolversi nella propria materia. Difficile trovare altre parole, poi è chiaro che Gravitational resta un po' all'ombra delle titaniche imprese che realizzeranno i due texani da lì agli anni successivi, ma è sempre bello abbandonarsi a questi suoni stanchi e fuori da ogni dimensione.

mercoledì 11 agosto 2021

Lazyboy – "Unasked" (2013)


Un'altro progetto one-shot di Bruce Anderson e Dale Sophiea, che alla pari del monumentale Grale (un capolavoro che cresce col tempo e con gli ascolti) ha contribuito a ridefinire sempre più in termini avant le vicende dei due grandi reduci MX-80. Unasked è un bignamino di 20 minuti diviso in due parti: i primi 10 un cyber-metal svanito e nebbioso, un cristallino simil-Godflesh ripassato al microscopio. Il beat digitale s'interrompe, le distorsioni smettono di echeggiare e si entra nel tunnel; una densissima foschia ambient ammanta le casse, in un atmosfera a metà fra i giganti tedeschi ed una vecchia passione mai celata, ovvero il Carpenter di Halloween e The Fog.

Un po' citazionista e certamente non ai livelli di Grale, che purtroppo è rimasto isolato come questo. Ma un saggio dei grandi è sempre un saggio, e va recepito.

lunedì 18 maggio 2020

Grale ‎– Eternity (2012)

Uno degli ultimi progetti dei venerabili Bruce Anderson e Dale Sophiea, sempre più duramente e puramente dediti all'astrazione sonora. In Grale si avvalgono di un addetto all'elettronica che affianca il barbuto DS, tal Gregory Hagan. I due mettono in scena un architettura post-atomica, fatta di nebbie radioattive, di droni fendenti nel buio della notte glaciale, di scenari raggelanti, di sparuti ritmi industriali, su cui Mastro BA indugia sulla sua vena più meditativa e compassata, quella che da diversi anni a questa parte ha preso il sopravvento. Sono quasi 80 minuti di gorgo sonoro a cui non si può fare altro che arrendersi a mani alzate. Questi due sessantenni hanno ancora tanto da dire.

sabato 6 aprile 2019

Stars Of The Lid ‎– Music For Nitrous Oxide (1995)

Stelle atto primo, senza alcun compromesso. Un lavoro ad alto tasso dronico, molto distante da ciò che svilupperanno soltanto un paio d'anni dopo, dalle raffinatezze evanescenti di cui saranno capaci. Wiltzie e McBride, forse ancora influenzati dalle musiche che li circondavano / del loro giro (Labradford, Windsor For The Derby) pervenivano a questa formula chimica sulfurea in cui far distendere le loro sei corde con circospetto fragoroso. Con lunghezza già chilometrica ed infinita calma, raggiungevano depressioni abissali e risalivano celestiali, con la velocità con cui si muovono le montagne, ovvero ere geologiche. Musiche che sfidano il concetto di tempo, che sondano fondali minacciosi ma sanno anche concludere con una Goodnight in chiave positiva, quasi un preludio ai felici sviluppi della loro carriera, contraddistinta da una solenne serenità più affine alle loro corde.

venerdì 4 gennaio 2019

ÄÄNIPÄÄ ‎– Through A Pre-Memory (2013)

Esperienza presumibilmente one-shot fra O'Malley e Vainio, con un album da 80 minuti circa, ovvero 4 pezzi per 20. Uscito su Mego ed accolto con relativa freddezza dalla stampa di settore, Through a pre-memory non aggiunge granchè ai curricula artistici dei due, ma dopo 2-3 ascolti rivela tutta la sua forza e soprattutto stabilisce un format difficilmente imitabile e/o replicabile; grazie alla presenza di Alan Dubin, per un quarto d'ora circa riesce a far materializzare l'ultra-spettro Khanate in salsa electro-glitch-dronica, come a dire che O'Malley aveva ancora qualcosa da esprimere in quel glorioso filone abbandonato in fretta e furia qualche anno prima. A prescindere da questo, come negli altri 99 progetti in cui ha fatto parte nella sua vita, il giacca-di-pelle seattleiano riesce ad interagire con l'interlocutore della situazione in maniera efficiente, con il solito gusto della sfida impertinente: Vainio fa il suo ed insieme tirano fuori questo electro-drone-doom apocalittico, spezzettato, angoscioso, con apice nelle partiture d'archi di Mirror of mirror dreams.

giovedì 13 dicembre 2018

Jim O'Rourke ‎– I'm Happy, And I'm Singing, And A 1, 2, 3, 4 (2001)

Pitchfork gli ha dato 9.0, PS invece 5/10. La media è esattamente il voto che darei io a questo album che nel 2001 vide il (provvisorio) ritorno alle sonorità meno scontate e di avanguardia dal cui humus il buon Jimmy aveva mosso i primi passi di musicista. Nello stesso anno, per dire, aveva pubblicato su Drag City Insignificance, un disco di rock ordinario che più ordinario si poteva (per quanto la parola ordinario possa essere un complimento nei confronti di questo moderno guastatore e diciamocelo, grande produttore). In questo live registrato fra New York e Osaka ce lo ritroviamo alle prese col minimalismo, con l'elettronica analogica, con il glitch tanto in voga ai tempi, per un trio di titoli che sembrano costruiti in forma compatta e con una sequenza tutt'altro che casuale, anzichè prelevati da un palco (non si sente nessuno fiatare, e la qualità del suono non a caso è pari a quella di uno studio). Per questo, pur partendo da premesse tutto sommato non molto originali, è innegabile che si tratti di un capitolo elegante e raffinato, oserei dire, di volgare contemporanea elettronica.

domenica 9 dicembre 2018

Keiji Haino ‎– Abandon All Words At A Stroke, So That Prayer Can Come Spilling Out (2001)

Scelta oculata dalla sterminatissima discografia di KH, se non altro perchè PS gli ha affibbiato un bel 7/10 e poi in quanto rientra nella categoria "dischi senza chitarra, e quindi interessanti per recepire traiettorie diagonali della sua arte".
In tal senso, questo doppio cd rilasciato nel 2001 dalla canadese Alien8, una label che si è sempre dedicata parecchio al Sol Levante, si tratta di un vero centro perchè Whereto Can I Cast Away This Fragrant Echo Called The End, So That I May Summon An Awakening From The Other Side? è un eccezionale suite di 47 minuti per hurdy-gurdy e voce. Ci si dimentichi del suono tradizionale di questo antico strumento; KH lo trasforma in macchina dronica generatrice di paesaggi foschissimi, di nebbie glaciali, di insostenibili thrilling, suonandola di fatto come avrebbe trattato la sua 6 corde. Un viaggio indimenticabile.
Col secondo cd purtroppo non si replica la magia: con I Have Decided To Tear You To Pieces. Whether You Become Light Or Darkness Depends On You. I Wonder, Which Shall You Choose? KH si lancia sulle percussioni (sia acustiche che elettroniche) alla sua maniera, come un samurai impazzito, corredando con le sue urla belluine in una consueta performance estremista. Detto che 44 minuti così sono decisamente troppi, per quanto le variazioni siano innumerevoli, se non altro il capitolo resta una sua pietra angolare per la prima suite, davvero monumentale.

domenica 8 luglio 2018

Richard Skelton ‎– Towards A Frontier (2017)

Era quasi inevitabile che prima o poi il nostro grande Rick si confrontasse con una realtà immagignifica come l'Islanda. La sua musica poteva e doveva dar vita a questa unione, ed è stato grazie all'invito suggestivo di soggiornare in un villaggio sulla costa est, di neanche 700 anime, che però viene definito un vivace centro culturale. In loco Skelton ha risieduto in più riprese e nel giro di due anni ha realizzato questa suite di 66 minuti, tempestosa e colossale.
Avendo visitato quella terra e ritenendola il posto più bello che abbia mai visto, posso anche solo lontanamente immaginare l'ispirazione di cui il nostro abbia potuto beneficiare; i suoi archi, dilatati, irrobustiti, sviscerati, in fermo immagine, sovrapposti e miscelati, costruiscono la cosa più compatta e maestosa; manca un po' quell'afflato di cuore che caratterizzava i suoi massimi capolavori, ma l'abbiamo notato già da quando incide come Inward Circles, che l'uomo si è incupito, forse irrigidito; il tempo ha lenito il dolore ma l'uomo è segnato. Un po' Basinski, un po' Stray Ghost altezza Nothing but death, un po' tardo Xela, Towards a Frontier è un affresco imponente che svetta come uno dei 5-6 prodotti migliori di sempre di Skelton.

sabato 16 luglio 2016

Inward Circles ‎– Nimrod Is Lost In Orion And Osyris In The Doggestarre (2014)

Il nostro prode Riccardo riparte con un nuovo moniker e dà una sterzata al suo glorioso filone chamber-core, ormai giunto a saturazione e quindi bisognoso di appartarsi.
Sopra Inward Circles (citazione letteraria che si riferisce ai cerchi concentrici interni agli alberi) si posano nuvole dense e plumbee. Skelton incupisce le atmosfere, le carica di tensione e fa passare i suoi archi un attimo in secondo piano, in favore di una ambient cupa ed imponente. Si dà al drone inquinato di scorie elettroniche, uno stile che non è certo innovativo ma la sua mano inconfondibile prende il sopravvento col passare dei minuti, gettando il cuore oltre l'ostacolo con una seconda metà del disco formidabile.
Non è il suo top assoluto, onestamente, ma vorrei sapere quanti skeltoniani pensano che sia possibile superare le vette di 6-7 anni fa.

venerdì 26 febbraio 2016

Lawrence English ‎– Wilderness Of Mirrors (2014)

Australiano, English fa parte di quella corrente di artisti elettronico-ambientali dal piglio più fragoroso e scultoreo, per farla breve epigono di Ben Frost e Tim Hecker, i nomi di punta internazionali del filone, con i quali peraltro ha già collaborato.
Al contrario dei due, però, ha pubblicato una media di 3 dischi all'anno, pertanto risulta difficile dare un giudizio globale di quanto realizzato. Wilderness of mirrors si segnala per un omogeneità quasi impressionante, per il suono compatto ma costantemente increspato dalle ruvidezze, per certi climax che lo rendono quasi rabbioso e schiumante.
Non si tratta di un disco facile neanche per le orecchie abituate a questa materia; ha bisogno di più ascolti per essere assimilato e anche dopo essi non è semplice trovare una messa a fuoco. Non lo definisco un capolavoro perchè i due sopracitati hanno fatto di meglio, ma l'impatto è di quelli che non lasciano indifferenti.

lunedì 19 ottobre 2015

Emeralds ‎– Solar Bridge (2008)

Trio di Cleveland, Ohio, che ottenne una piccola visibilità in quell'area dell'underground americano attigua alla No Fun ed al suo festival, all'hypnagogia ed al noise estremo. Possiamo osservare, dopo qualche anno, che si è tutto sciolto come neve al sole: si tratta di corsi e ricorsi storici come ne abbiamo visti tanti, di coincidenze di gusti e tendenze sociali. Dopodichè, passato il ciclone, si fa pulizia e restano soltanto i più forti (che non sono necessariamente i migliori).
Nello specifico, gli Emeralds erano piuttosto sostenuti da SIB e Mattioli che ne decantavano le gesta in un bel servizio sulla moaning wave di quel tempo. Sofferenti come tanti di incontinenza produttiva, hanno rarefatto le uscite fino a sciogliersi l'anno scorso. A riascoltarlo adesso, credo che Solar Bridge resti un ottimo prodotto nella media dell'ambient più dronica e minimalista; uscisse oggi non varrebbe un granchè.
I tre (due synth ed una chitarra, piuttosto trattata) indugiavano su bordoni di chiara origine cosmic-deutsch, con le consuete stratificazioni ma senza saturare. Due tracce per soltanto 27 minuti; molto bella The quaking mess, con più soluzioni ed una progressione affascinante.

domenica 11 ottobre 2015

T'ien Lai ‎– Da’at (2013)

Suonano incappucciati e con vestiti dai colori sgargianti, sono due polacchi ed inevitabilmente uno dei due è il solito Ziolek; per fortuna che nel 2014 si è fermato altrimenti il rischio svalutazione sarebbe diventato alto. L'altro si chiama Jedrzejczak e suona anch'egli in altri gruppi, ha collaborato con Ziolek in Stara Rzeka. Il punto di contatto con quest'ultimo progetto e Alameda 3 sta sempre nel porre un enfasi esagerata su tutto, persino in questo drone-cosmic-folk che non inventa pressochè nulla.
Tuttavia Ziolek riesce a trovare ancora una volta la chiave d'accesso per lo scrigno del mistero: non ci si stanca neanche qui. In particolare quando i due sfoderano qualche influenza mediorientale o indiana, infilata fra corrierismi orbitanti e super-droni di ruvidezze spettrali. Preso nel suo complesso, Da'at è un viaggio denso di sensazioni che si fa rispettare, nel suo ambito.

lunedì 5 ottobre 2015

Nijiumu ‎– Era Of Sad Wings (1993)

Il progetto dark-etereo di Haino Keiji, durato soltanto questo disco e la partecipazione ad un cofanetto con avanguardisti da ogni parte del pianeta nel 1997, ovvero quando il settore lo stava ancora scoprendo e si meravigliava.
E' un Keiji molto diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere: si avvicina di più a quello estatico-levitante nel senso che in Era of sad wings non ci sono esplosioni di nessun tipo, ma i presagi sono tutt'altro che rassicuranti. Inizialmente e per larga parte è pura dark-ambient da caverna, con i vocalizzi dimessi e all'apparenza impauriti fino agli ultimi 10-15 minuti in cui i fantasmi lo rapiscono senza riserve, e allora sono dolori. Fuorvianti i credits che indicano guitars/vocals; appare chiaro che Keiji si dedica ad emissioni di suono di classico stampo industriale, con i bordoni angoscianti e tutto il necessario ad incupire al massimo.
Non credo che sarebbe necessario essere fan del mito per poter apprezzare Era of sad wings; è parecchio lungo e tortuoso, ma gli estimatori della dark-ambient-industrial potranno convenire che si tratta, con ogni probabilità, di una pietra miliare dell'area. A maggior ragione perchè Mr. Keiji è un intruso della materia.

giovedì 17 settembre 2015

Ingenting Kollektiva ‎– Fragments Of Night (2012)

Eccellente flusso ambient da parte di una oscura formazione di San Francisco, dichiaratamente ispirata ai film di Ingmar Bergman fin dal nome del progetto stesso mentre Fragments of night trae linfa dai suoni (non meglio precisati) del 1969. D'accordo, è una gran bell'annata da cui trarre spunto, però gli IK riescono ad essere ottimi esponenti dell'ambient organica dei giorni nostri, un po' ossianica e ronzante, ma mai troppo legata ad un singolo filone. 
Infatti i vari temi che si sviluppano in questa suite di 42 minuti sono di un magnetismo che ha del magico. Il suono è sporcato da intromissioni concrete ai limiti dell'industriale, fatto frullare da drones insistenti, cullato su bordoni basinskiani, solcato da sax ipnotici, ma nulla di tutto questo prevale sull'altro. Consigliatissimo agli estimatori che sono forse un po' stanchi dell'inflazione.

sabato 4 aprile 2015

Ensemble Economique ‎- Standing Still, Facing Forward (2010) + Melt Into Nothing (2014)

Lo strano cammino di Pyle in due uscite piuttosto rappresentative della sua schizofrenia produttiva. Ricapitolando in breve; ha iniziato nel 2008 con una elettroacustica sporca e stridente, si è imposto nel 2010 con l'afro-cosmic dell'ottimo Psychical, ha transitato velocemente nel 2011 nell'ipnagogia suadente di Crossing the pass (per certi versi vicino a quanto fa Kirby sotto il moniker The Stranger), si è concesso un passaggio nel sound-collaging con Interval signal, per poi svoltare bruscamente nelle ultime produzioni verso un territorio che in pochi forse avrebbero immaginato.
Mattioli non ha apprezzato ed è anche comprensibile; per chi è rimasto impressionato dalle sue prime prove dev'esser stato spiazzante verificare che Pyle si sia dato ad un gotico-etereo che sa di 4AD primi anni '80, di Lycia e soprattutto di Black Tape For A Blue Girl. Ovvio che stiamo parlando di ottimi riferimenti, ma lo è stato anche per me; eppure, vista la perseveranza discografica (3 capitoli in un anno scarso) c'è da credere in questa visione. Anche perchè il suono è fascinoso e ben costruito e i pezzi sono gradevoli. Melt into nothing forse stabilisce un punto di non ritorno, è c'è da immaginare che Pyle stia progettando un'altra svolta.
Un capitolo cruciale della sua prima fase invece era Standing still, che potrebbe essere incasellato persino alla voce black-library. Fra droni impenetrabili, tonfi galattici ed incubi orchestrali, si aggira sinistra l'ombra dell'Egisto Macchi dei primi anni '70. Dire minaccioso è poco.

martedì 6 maggio 2014

Xela - In Bocca Al Lupo (2008)

Con questo disco i fans della prima ora di Twells se la sono dati a gambe, sostituiti dagli amanti della dark-drone-ambient più rovinosa e scura.
Il concetto, a partire dal titolo, è horror, meglio se italiano, una suggestione che ossessiona Twells fino ad intitolare i 4 lunghi movimenti in latino, di ispirazione religiosa.
Per gli amanti della categoria, il risultato finale è abbastanza valido. Stupisce, semmai, l'eclettismo dell'inglese, in grado di passare dagli eterei esordi ad incubi del genere e di rilanciare ulteriormente. Dopo l'esilio tremebondo delle prime 3 tracce, la finale Beatae Immortalitatis muta il concetto in un drone-noise (chitarristico?) con tanto di batteria e movimentazioni inaspettate. E' il colpo di coda che fa impennare il giudizio finale di un disco il cui ascolto merita davvero l'augurio del titolo.

giovedì 6 giugno 2013

Nocturnal Emissions - Spiritflesh (1988)

Equiparabile come contemporaneità e percorso a Steve Stapleton (nonchè ad un'incontinenza discografica incontrollabile), Nigel Ayers è uno sperimentatore inglese che da oltre 30 anni incide sotto la sigla NE. Partendo da caustiche basi industriali come altri conterranei contemporanei, col passare del tempo ha virato in favore di sonorità ambientali, esoteriche e di bizzarrie assortite (fra le quali spicca un disco realizzato soltanto con voci di infanti), nonchè di un elettronica abbastanza ritmata a metà anni '90.
Non ha raggiunto la relativa popolarità di NWW e certuni cambi di orientamento farebbero pensare quasi ad un astuto osservatore dei movimenti altrui, in realtà alcuni suoi dischi sono di ottimo spessore ed in particolare questo Spiritflesh è un bel saggio di drone-ambient ritualistica, immerso nella natura come il cucuzzolo immortalato in copertina.
Il panorama è mistico e meditativo, con tappeti di synth fra il celestiale e l'inquieto, condito da concretismi animali e percussionismi atti a movimentare la quiete naturistica di fondo (c'è anche una danza della pioggia). Suoni antichissimi mixati ad un elettronica analogica; una ricetta che non era nuovissima già allora ma poteva regalare ottime, agresti sensazioni.

giovedì 22 novembre 2012

Hasegawa-Shizuo - I Know A Chord Buried Into The Ground And A Tongue On A Cloud (2008)

Come ha ben scritto Savini su Blow Up, questi due non hanno paura di nulla. Hasegawa è il leader-mente-screamer degli Aburadako, Shizuo è un bassista avant-rock di lunga esperienza e dalle numerose collaborazioni, fra cui cito soltanto Keiji Haino.
Per il primo, assolutamente nulla che abbia a che fare con i grandissimi decani math-rockers di provienienza. Questa storia dell'accordo sepolto si potrebbe, con un po' di sufficienza, piazzare sotto l'aggettivo esoterico vista l'estrema difficoltà di ascolto e certe parentele industrial-cerimoniali.
Ma come spesso accade per i più grandi artisti giapponesi, il filtro natale impone e riceve attenzione. Shizuo si occupa probabilmente delle parti elettroniche, chè qua di bassi non se ne sentono. Hasegawa si dedica a degli strumenti tradizionali (principalmente fiati striduli e non esattamente gradevoli) ed immagino alle percussioni che si odono rimbombare in sottofondo.
La componente dronica ha grande rilevanza, ma le atmosfere sono mutevoli ed ogni singolo episodio vive di esistenza propria: in questo senso I know a chord è un campionario a mio avviso molto ostico ma ricco di soluzioni che sfuggono qualsiasi banalità in ambito impro-avant. 
E qui il pedigree garantisce.

venerdì 20 aprile 2012

Blind Cave Salamander - Troglobite (2009)

Non mi succede molto spesso: al primo ascolto Troglobite mi era piaciuto molto, ma alla distanza mostra qualche corda. L'idea di Moonfish, all'inizio, è buona: arpeggio minimale di chitarra, concentricità elettronica e violino lamentoso, squisitamente gotico. Poi la mano psichedelica prende il sopravvento, con la viola elettrica di Palumbo a delirare in sottofondo.
Il polistrumentista larseniano è qui insieme alla violinista Kent e dall'elettronico Beauchamp, a creare sfondi molteplici, non sempre angosciosi come nell'apertura. La rilassatezza di Blood lagoon e Untitled li fa sembrare un mini ensemble gotico da camera, l'ambientale siderale di Transition e Magma rassicura. Certe idee melodiche sono anche piuttosto buone, come in Used to be the last, ma alla fine non resta un granchè di memorabile.
E di sicuro potevano risparmiarsi la vacua versione di Set the control for the heart of the sun.