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sabato 26 novembre 2022

Church ‎– Priest = Aura (1992)


Smaltita la sbornia del successo di Under the milky way, i Church si ritrovarono a maggior agio in una situazione di minor pressione e minori aspettative da parte dell'industria. Priest = Aura viene definito da Steve Kilbey il loro indiscusso capolavoro, io non la penso altrettanto ma siamo da podio. Gli anni '90 furono sicuramente il loro habitat naturale più congeniale; una produzione più aperta, più panoramica favorì lo sbocciare dei loro impasti chitarristici e del songwriting. Ripple, Lustre, Paradox, The Disillusionist, Old Flame, Film denotavano uno stato mentale (molto oppiaceo, a detta delle bios) introspettivo ed espanso, che mai e poi mai avrebbe rinunciato alle loro essenziali melodie imbevute di spleen, mai così vicine ai contemporanei Cure. Manifesto della maturità espressiva; tagliando 3-4 pezzi superflui ed inferiori sì, probabilmente sarebbe stato il loro capolavoro.

martedì 14 giugno 2022

Felt ‎– Stains On A Decade (2003)


L'ultima compilation pubblicata in ordine temporale dei Felt, composta quasi esclusivamente da pezzi estratti dai 7", senza ambizione di completezza ma con le sembianze di una selezione puramente arbitraria. Dal prezioso serbatoio di materiale che Hayward ha accumulato durante la decade dei Felt, ecco 15 macchie poste in ordine cronologico dal 1981 al 1988, che se non altro hanno il pregio di sintetizzare la controversa parabola in un bignami esaustivo. E quindi si parte con le prime delizie targate 1981-1984, sugli scudi con Something Sends me to sleep, Penelope Tree, Sunlight bathed the golden glow, Dismantled king is off the throne, chicche rigorosamente non oltre i 3 minuti, infiorettate da Deebank come nessun altro chitarrista al mondo avrebbe potuto fare. Uno snodo cruciale è la lunghissima (per i loro standard) Primitive Painters, che coinvolse i Cocteau Twins in un esperimento ambizioso ma forse un po' forzato, infatti non ci furono ulteriori sviluppi. Il 1986 fu l'anno della dipartita di Deebank che influenzò inevitabilmente il sound, ma la forma era ancora stellare (I will die with my head in flames, Sandman's on the rise again) e Hayward la colse come un opportunità positiva. Infine l'ultimo periodo, 1988-89, caratterizzato da un ripiegamento improvviso, un raccoglimento acustico forse spinto da una frustrazione montante per il mancato successo (ma potrebbe anche esser stato un cambio di fornitore...). Fine della corsa. Corollario essenziale alla loro intricata discografia.

mercoledì 6 aprile 2022

Deerhunter ‎– Fading Frontier (2015)


La carriera dei Deerhunter continua ad essere controversa ed in qualche modo un'enorme incompiuta, forse essa stessa vittima del carattere del suo leader Bradford Cox; basti leggere una qualsiasi intervista per capire che si tratta di un soggetto tanto autoreferenziale quanto enigmatico. Se nel 2010 con l'ottimo Halcyon Digest sembravano esser pronti per preparare il loro capolavoro, nel 2013 ci ha pensato l'inascoltabile Monomania a buttar giù le loro quotazioni. Fading Frontier in tal senso ha ripristinato e normalizzato la situazione, con un disco di impavida accessibilità, ai limiti del dream-pop. L'impronta del songwriting di Cox ormai sembra essere inossidabile a prescindere dai generi presi in carico (direi 3-4 su questo album), ed anche se si tratta di un album tutt'altro che imprescindibile, è sempre utile ascoltare i Deerhunter perchè dietro l'angolo si possono scovare pepite memorabili come il dream-pop di Take Care (forse il miglior pezzo mai scritto dai Beach House) e l'atmosferica Ad Astra (unico scritto dal chitarrista Pundt, che con pazienza rimedia sempre le briciole di spazio). Per il resto, buone melodie evanescenti, ballad elettriche sornione, un paio di cadute di cattivo gusto, insomma, molto mestiere.

mercoledì 17 novembre 2021

Madder Rose ‎– Bring It Down (1993)


La contagiosa effervescenza dei Madder Rose nel loro album di debutto, all'epoca pompatissimo da Planet Rock molto più della media delle testate giornalistiche che lo accolsero con un po' di freddezza. A quasi 30 anni mantiene ottimamente la prova del tempo e riascoltandolo con attenzione non si può fare a meno di rilevare l'abilità a 360° del chitarrista Billy Cotè, un tipo efficace che la sapeva lunga, anche oltre l'indie-pop che mise in piedi col quartetto, lasciando le luci della ribalta alla vocalist Mary Lorson. Sotto una scorza melodica impenetrabile, i MR potevano contare anche su un anima dolcemente melanconica, vagamente imparentata con i Mazzy Star, ma più sbarazzina e gioviale. Un hit come Swim avrebbe potuto sbancare mezzo mondo, se Cotè non avesse inserito quel trapano costante in sottofondo. 

venerdì 8 ottobre 2021

Manic Street Preachers ‎– The Holy Bible (1994)

Ho sempre provato un'implicita simpatia per i MSP, nonostante non mi sia addentrato molto dentro il loro repertorio. Ho sempre trovato gradevole la voce di Bradfield, a mio avviso un cantante dal timbro personale e perfetto per il loro pop-core. Le trovate sensazionalistiche degli inizi per far parlare di sè stessi e catturare attenzioni si ritorsero loro contro, con la scomparsa nel nulla di Edwards nel 1995, non propriamente un evento gradevole per il tam tam mediatico. Nonostante questo, la stampa non perse mai occasione per bombardarli di critiche. L'anno prima avevano fatto il terzo album, questo Holy Bible dal titolone altisonante e presuntuoso come da copione, ma meglio dei due precedenti. Produzione compatta, un'occhiolino alla new-wave più energica e si toglievano da dosso etichette pericolose e paragoni ingombranti. Ricordo su un Indies dell'epoca il video di She is suffering, il pezzo migliore della lista, ma oggi si fanno apprezzare ancora Of Walking Abortion, 4st 7lb, The intense humming of evil, ovvero le deviazioni verso il loro lato meno ammiccante. 

sabato 4 settembre 2021

Suede ‎– Dog Man Star (1994)


Il magniloquente e melodrammatico secondo album degli Suede è qualcosa che divide sempre, a distanza di quasi 30 anni. Se Anderson avesse lasciato campo libero ad un irascibile e torrenziale Butler, come ne sarebbe uscito il disco? Si disse, ad esempio, contenente una versione di 25 minuti di The Asphalt World, la cosa più psych & prog che abbiano mai fatto, qui fermatasi a 9'. Sarebbe potuta essere una direzione folle, insensata per quegli anni e per come si erano messe le cose col trionfale debutto. Ma l'interrogativo resta, perchè con Butler che sbattè la porta a metà registrazione, Dog Man Star ne uscì un po' incompiuto, sospeso fra le ambizioni più atmosferiche (Daddy's speeding, The 2 of us), gli irresistibili, proverbiali hits (New Generation, We Are The Pigs), qualche slancio un po' stucchevole e troppo lirico nel finale ed in generale una produzione un po' troppo compressa. Nonostante questo ed un'accoglienza ai tempi piuttosto tiepida, col passare degli anni ha acquisito uno status sempre più alto, fino a diventare una presenza fissa in tutte le principali classifiche di valutazione. Nel giro di poco sarebbero rinati sotto l'egida autarchica di Anderson, ma non c'è alcun dubbio che il sodalizio che si ruppe avrebbe potuto fare grandi cose, in prospettiva.

mercoledì 29 luglio 2020

Felt ‎– Forever Breathes The Lonely Word (1986)

Terminata la prima fase dei Felt, con i due bellissimi album del 1984, Hayward dovette trovarsi di fronte ad una defezione importante, quella del bravissimo chitarrista Deebank. Dopo un disco un po' transitorio nel 1985 ed un mini strumentale nell'estate 1986, a fine anno tornò alla forma migliore con FBTLW, senza fare rivoluzioni copernicane nè tradire il proprio integralismo. Diventato unico compositore, delegò la chitarra ad un nuovo acquisto e diede maggior peso all'organo di Duffy, ormai tratto onnipresente, infiorettante e colorito. Rimarchevole anche la prestazione del bassista Thomas.
Ma la sostanza restava il suo forte; il songwriting, baldanzoso e vivace, rigorosamente fuori moda, che induce alla positività ma sa dare i colpi migliori quando gli accordi si fanno anche minori al posto giusto, nel momento giusto (Down But Not Yet Out, All The People I Like Are Those That Are Dead, Gather Up Your Wings And Fly). 
Un altro colpo di artigianato per il buon Lawrence, nonostante la dipartita di colui che sembrava essere il principale responsabile delle musiche. Sbruffone era e sbruffone restava.

lunedì 6 aprile 2020

Pinback ‎– Autumn Of The Seraphs (2007)

Il quarto album dei Pinback, che seguiva di 3 anni il celebrato Summer in abaddon, è stato un disco che non ha riscosso grosse reazioni critiche. Colpa della propria uniformità, dell'ingombrante precedente o del fatto che Smith & Crow non hanno dimostrato un grande eclettismo?
Un po' tutti e tre. Ma tant'è, è il destino di chi elabora una propria formula e la porta avanti con testardaggine, costi quel che costi. In quella fase della loro carriera, i due hanno spinto su un indie-pop asciutto ed esuberante (non nascondo che alcuni momenti mi hanno rievocato addirittura i migliori Police) che forse ha fatto storcere più nasi. Il risultato sono 11 brani di grande omogeneità produttiva, con i tratti distintivi dei due autori ben riconoscibili. Basta questo e bastano pezzi irresistibili come Torch, Subbing For Eden, Off By 50 per continuare a voler loro bene.

venerdì 19 luglio 2019

Death Cab For Cutie ‎– Something About Airplanes (1998)

Qualcosa sugli areoplani ed in copertina una barchetta di legno stilizzata. Così Ben Gibbard esordiva ufficialmente vent'anni fa, con una full band ed una valigia piena di speranze. Il successo l'avrebbe raggiunto e la sua caratura di autore sarebbe stata consacrata col secondo un paio d'anni dopo.
SAA vive di due contrasti ben marcati: un imprinting compositivo e vocale mutuato da Doug Martsch ma sbilanciato più sulle melodie che sulle chitarre, ed un alternanza di risultati da rollercoaster. Le tracce migliori sono capolavori del pop alternativo: President of what?, Your Bruise, Champagne from a paper cup, Amputations, Line Of Best Fit mi fecero gridare al miracolo, il resto galleggia sulla sufficienza risicata quando non scende nel banalotto. Non era una questione di acerbità, l'autore era già maturo. E quel quintetto di pezzi clamorosi è manuale indie-pop.

giovedì 7 marzo 2019

S.F. Seals ‎– Truth Walks In Sleepy Shadows (1995)

La californiana Barbara Manning è una cantante/chitarrista/cantautrice che negli anni '90 avrebbe potuto sfondare a livello commerciale: il suo indie-pop aveva il potenziale per attirare buone masse, anche se non aveva niente a che fare col grunge, e neanche tanto col college-rock. Peccato che abbia sprecato il suo talento cristallino con un animo evidentemente inquieto che l'ha portata a fondare e sciogliere gruppi a ripetizione.
Con S.F. Seals fece due album con la Matador, di certo cosciente di questo potenziale. Truth walks in sleepy shadows è un gioiellino di umile artigianato pop; la Manning, inquadrata in uno schema impeccabile, non spreca una nota nè una sequenza strutturale e sa dividersi fra numeri grintosi e ballad trasognate (forse il suo lato migliore, con le splendide Bold Letters e Ladies of the sea) con una disinvoltura notevole. 
Un disco perfetto per i primi tramonti autunnali.

giovedì 14 settembre 2017

Felt ‎– The Strange Idols Pattern And Other Short Stories (1984)

Fece il paio con lo splendido Splendour of fear, uscito nel Febbraio dello stesso anno, a consacrare l'entrata nell'olimpo dell'indie-pop cristallino, dopo l'esordio sulla lunga distanza di un paio d'anni prima, già indicativo ma ancora un pochettino acerbo. The strange idols, rispetto al precedente, fu meno autunnale ed atmosferico, più baldanzoso e frizzante, più wave se vogliamo. Ma il concetto di fondo non cambiava; 9 grandi, grandi canzoni di presa immediata, con gli stessi ingredienti ma con la forza trainante della sezione ritmica in evidenza, ed il basso di Lloyd che sgusciava ovunque. 
Almeno 3 sono da best of assoluto: Vasco Da Gama, Whirlpool vision of shame, Sunlight bathed the golden glow. Lawrence sognava ancora il successo, Deebank arabescava a modo suo, il binomio compositivo faceva faville. Sarebbe durata ancora poco, purtroppo.

sabato 27 giugno 2015

Felt - The Splendour of Fear (1984)

Tutt'altro che una meteora, i Felt da Birmingham trapassarono gli anni '80 senza mai farne parte esteticamente e senza mai diventare famosi nonostante il periodo fosse fertile e la loro musica fosse fortemente melodica.
L'aspetto ancor più atipico era che una buona metà del loro primo repertorio era composto di pezzi strumentali, nonostante il leader fosse il cantante Hayward. Nella prima fase della loro storia, infatti, era tutto incentrato sulla chitarra di Deebank che ripescava il jingle-jangle applicandolo ai ritmi secchi della new-wave, mentre il registro vocale imitava in larga parte il tono di Lou Reed. Detto così non sembrerebbe il massimo della vita, se non fosse che il materiale era di gran pregio e detta chitarra sapeva creare atmosfere sognanti e malinconiche con una genuinità indicibile. L'analogia che mi viene in mente è quella coi R.e.m: stesse basi di partenza ma contesto diverso in base alla zona di provenienza. The splendour of fear è un breve ed incantevole insieme di quadretti di quell'emotività tutta britannica, al quale abbandonarsi, preferibilmente in autunno.

giovedì 18 giugno 2015

Deerhunter - Halcyon Digest (2010)

Anche se avevamo scorto avvisaglie tangibili con il discreto Microcastle, la svolta pop dei Deerhunter è stata una bella sorpresa, e con buon merito ha fatto guadagnare loro un po' di visibilità. Non poco per un gruppo altamente incerto che dalle premesse sembrava destinato ad una carriera minore nella serie B della Kranky. Halcyon digest non tradiva di certo la filosofia del gruppo, votato ancora all'ossessiva ricerca dell'eclettismo senza remore; soltanto che nel frattempo il gruppo aveva imparato a scrivere ottime canzoni pop nella persona del cantante Cox (ma attenzione al chitarrista Pundt, relegato ad un paio di pezzi, due centri perfetti) e soprattutto era passato alla 4AD, che in fatto di produzione sa sempre il fatto suo; era davvero il porto ideale per gli atlantiani, che necessitavano di una compattata esterna, per non dire darsi una regolata, che spesso in materia musicale è sinonimo di peggioramento.
Per loro invece era il caso contrario; potevano diventare i nuovi Radiohead, in tema di indie-pop. Peccato che il successivo Monomania sia stato un po' deludente, perchè questo gradevolissimo Halcyon digest resta nella memoria con gusto.

martedì 21 gennaio 2014

Systems Officer - Underslept (2009)

Nello stesso anno in cui i Three Mile Pilot tornavano con quella mezza delusione che è stata The inevitable... Zach Smith ha rilasciato il suo primo album solista, e vien da chiedersi se la reunion ha avuto un gran senso o meno visti i risultati diametralmente opposti.
Il songwriting del grande bassista infatti rivela un indie-pop di ottimo livello, potrei dire esattamente a metà strada fra i 3MP di Another Desert, Another Sea e i Pinback, ma ovviamente priva delle ingombranti presenze dei due rispettivi cantanti. Senza il baritono di Jenkins o il confidenziale di Crow (a cui peraltro assomiglia un po'), la musica di Smith sta in piedi da sola: 10 pezzi di minutaggio costante, canzoni costruite in modo canonicissimo ma con una sofisticazione artigiana ed una malinconia introspettiva di fondo che la rende a dir poco amabile. Spiccano le bellissime East, Quan , In this world, Sand I.
Da affiancare a Mothlite come interprete odierno del pop indipendente di qualità.

sabato 30 novembre 2013

Smudge - Manilow (1994)

Frizzantissimo e godibile come una fresca serata estiva l'indie-power-pop degli australiani Smudge, in grado di rivaleggiare con gli amici e contemporanei Lemonheads in fatto di talento compositivo.
Se lo si prende per quello che è e null'altro, Manilow è fantastico: 25 pezzi tutti molto brevi (alcuni sono anche sotto il minuto), sia acustici che elettrici, briosi con melodie semplici e a presa rapida, mai ruffiani nè melensi, con qualche puntatina punk sparsa. Facile a dirsi, un po' meno a farsi. Trovarsi a fischiettare e/o canticchiare Charles in charge, Ugly just like me, Divan, Little help, Ingrown è davvero un attimo.
Con questo freddo non c'azzeccherà molto ma il divertimento è garantito.

martedì 3 settembre 2013

Presence - Inside (1993)

Serie provateci ancora. Il buon fondatore della Cura, svegliatosi dopo un ubriacatura (effettiva, nel senso di sbronza) durata probabilmente un paio d'anni continuativi, trovatosi fuori dalla mischia, pensò di tentare l'avventura tirando fuori dalla naftalina l'ex-roadie Gary Biddles, addirittura al secondo progetto di fuoriusciti dalla monarchia di Ciccio Smith dopo la fugace esperienza Fools Dance, e con l'iniziale contributo di Dempsey che però si chiamò fuori dalla mischia ancor prima di apparire in pubblico (fiutato qualcosa?).
La simpatia e l'affetto per il personaggio non riescono però a nascondere l'evanescenza di Inside, che tentava di propinare un pop-wave senza particolari sussulti nonostante la bontà dei gregari in dotazione. Lungi da me fare paragoni scomodi, anche perchè se ne tennero fuori il giusto (semmai assomigliavano più a gruppi pseudo-dance-rock inglesi contemporanei), ma si può passare oltre. 
Un Rest in peace a Biddles, scomparso pochi mesi fa.

venerdì 29 luglio 2011

Danielson Famile – Tri Danielson!!! (Omega) (1999)


(scritta da G.C.)
Originaria del New Jersey, Danielson Famile è effettivamente una famiglia (allargata) composta, all’epoca, da una dozzina di giovanissimi mattacchioni (bimbetti inclusi): moglie, figlia, fratelli (germani o meno), amici, nonché il condottiero Daniel Smith, autore anche di opere in proprio col nome di Brother Danielson.
L’album forma un dittico col precedente Tri-Danielson!!! (Alpha), pubblicato nel 1998.
Il credo della Famiglia è il Cristo, i loro intenti devozionali, il rock un medium per divulgare la fede. D’altra parte Alpha/Omega, prima e ultima lettera dell’alfabeto greco, il principio e la fine, è un termine simbolico con cui lo stesso Redentore si appellò immodestamente nel suo incontro con San Giovanni sull’isola di Patmos.
Fratello Daniel, rinato teologicamente durante i suoi anni universitari, imbraccia la chitarra acustica come una Bibbia e guida i suoi giovani crociati in una serie di canzoni gospel ‘bianche’ dagli arrangiamenti bislacchi ed irresistibili. Il falsetto micidiale di Smith fa da guida ad una sarabanda sonora di silofoni, organetti, percussioni, coretti, controcanti e sassofoni. Dal vivo le ragazze della Famiglia si presentano con divise da infermierine a rammentare visivamente la guarigione spirituale indotta dalla musica sull’uditorio oppure (Smith) vestiti da albero a simboleggiare i frutti donati dallo Spirito Santo; la sensazione è quella di un Esercito della Salvezza infervorato e dalla religiosità elementare, ma sincera ed aperta, propria di alcuni gruppi cristiani americani.
Cutest Lil’ dragon, Idiot Boksen, Sold! To the nice rich man!, Deeper than our Gov’t, Nose knows, l’esilarante Failing a test= Falling in love sono i risultati godibilissimi di questa accolita di strimpellatori devoti, più vicini, temiamo per loro, a certe ingenue coloriture da comune hippy che a uno stretto apostolato cristiano.

giovedì 23 giugno 2011

Stump - A fierce pancake (1988)

A volte mi capita di sentire che gli anni '80 ok, tendenzialmente viene considerato un decennio di merda ma c'era più libertà e coraggio da parte degli artisti. Che si sia d'accordo o meno (di solito lo asserisce chi li ha vissuti integralmente, e non è il mio caso), questo quartetto anglo-irlandese dal punto di vista della libertà c'era, spiattellando un bell'art-pop arzigogolato e per nulla scontato, nonostante la produzione un po' levigata della major arpia di turno.
Facevano bella mostra della loro alta tecnica, gli Stump. L'elemento più in vista era il bassista Hopper, un funambolo da fretless tutto armonici, acrobazie e tapping. Il chitarrista Salmon e il batterista McKahey però non erano da meno, e il complesso finiva per suonare come un incrocio fra la Magic Band degli ultimi anni del Capitano con gli XTC, in particolare per il canto di Lynch, abbastanza simile a quello di Partridge.
Ne esce un disco divertente, che mixa sghembe bizzarrie a melodie piuttosto ispirate (Alcoohol, In the green), quindi gli Stump avrebbero meritato almeno un'altra occasione per ottenere maggiore visibilità, proprio mentre i loro corrispondenti americani Primus si accingevano a spiccare il volo...

venerdì 1 aprile 2011

Pixies - Surfer Rosa (1988)

Impossibile resistere al contagiosissimo power-pop dei Pixies.
Erano veramente anni che non li ascoltavo ed oggi, alle prese con il loro momento più alto, non sono riuscito a staccarmici. Surfer Rosa è un concentrato di tutte le migliori qualità che distillarono nel corso della loro bruciante, breve esistenza. La produzione incisiva di Steve Albini, le più ispirate composizioni di Francis ed una presenza costante della Deal alla voce.
Cosa dire di Break my body, River Euphrates, Broken Face, Where is my mind, soltanto per citare i pezzi più memorabili? L'essenza dei Pixies: stralunati, baldanzosi, a volte deraglianti, ma sempre alla ricerca della ricetta pop impareggiabile.
E di Gigantic, unico contributo della Deal alla scrittura? Come disse anche il caro Cobain: avrei voluto che le fosse permesso un contributo più attivo. Conclusione che mi trova d'accordo, ma si era nella dittatura di Black Ciccio Francis, e non c'era spazio. C'era da tratteggiare il trademark con la solita testardaggine: c'era da imporre i suoi classici scarti ritmici, a mio avviso la trovata più geniale per rendere il Pixies-sound tutt'altro che banale.
Immortale, ruvido pop-core.

lunedì 29 novembre 2010

Jesus And Mary Chain - Psychocandy (1985)

Scopiazzando in quà e in là dal passato (Velvet Undrerground su tutti), i Jesus And Mary Chain guadagnarono la gloria con un intuizione che nessuno ai tempi aveva ancora elaborato: affogare innocui motivetti in quintalate di fuzz e distorsioni.
A dir la verità, Psycho candy vive un dualismo che alla lunga rende il disco godevolissimo anche dopo un quarto di secolo; le ballad quiete e zuccherose (Just like honey, Cut dead, Some candy talking, Sowing seeds) semi-acustiche e dirette eredi del jingle-jangle anni '60 evidenziano comunque una buona scrittura pop da parte dei fratelli Reid. Ma ciò che rese famosi i JAMC erano per l'appunto gli ispidi e fischianti treni di The living end, In a hole, Never understand, Inside me (i migliori), indiavolati manuali di punk-pop altamente infiammabile.
Un ambito che poi finiranno per abbandonare progressivamente verso un easy listening-indie di maniera, mentre intanto la legione di complessi a loro ispirati inizieranno ad accalcarsi sullo scenario shoegaze di fine '80 inglese.