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mercoledì 25 gennaio 2023

Muffins – Manna/Mirage (1978)

Eccellente jazz-rock strumentale di estrazione della più nobile matrice softmachiniana, ma con un tocco di personalità che fa sensazione tutt'oggi. Protagonista un'anomalia americana, questo quartetto di Washington che nel proprio essere isolato creò un caso unico. Come ha memorabilmente scritto PS, condussero un'esistenza misera e solitaria ed infatti non furono filati da nessuno fino a quando, negli anni '90, furono rivalutati un po' da tutto il mondo del settore. Ma c'è da dire che se fossero stati europei,  Manna/Mirage, il loro debutto, risalterebbe ancora oggi come un bellissimo disco di tecnica applicata alla fantasia ed all'immaginazione, componente che li fa inquadrare anche nel tag progressive (allo stesso modo dei Soft Machine o dei Colosseum, cioè molto grossolanamente). Poco vanesio e concentrato sulle elaborate strutture compositive, Manna/Mirage è imperniato su due pezzi molto lunghi, Amelia Earhart e The Adventures of Captain Boomerang, che sviluppano decine di tessiture in rapidissima successione con protagonisti gli ispiratissimi fiati e le tastiere, ma anche con una sezione ritmica spettacolare, forse alla fine della fiera l'elemento più interessante. Mai troppo tardi per scoprire questi atipici yankees.

domenica 5 giugno 2022

Screams From The List #108 - Roberto Colombo – Sfogatevi Bestie (1976)


Tastierista milanese qui al debutto con un titolo programmatico; le bestie in questione furono i musicisti assoldati (fra i più conosciuti Calloni, Donnarumma e Belloni), a cui evidentemente diede ampissimo margine di libertà esecutiva per le sue partiture jazz-rock con qualche punta di progressive. Il disco inizia alla grande con Sono Pronto e Caccia alla volpe, dopodichè affiora qualche autoindulgenza, inevitabile vista la situazione di auto-referenzialità. In sostanza, non siamo al cospetto del formalismo impeccabile dei Perigeo nè dell'istrionismo degli Arti & Mestieri, dato anche il fatto che si trattava di un ensemble estemporaneo, ma il fascino ed il divertimento trasudante non si discutono. L'inclusione nella NWW List è più pretestuosa alla luce di Metronomo 138, un collage di 8 minuti che include elettronica dissonante, percussivismo e funk, ed ad Assurdo P.2, un curioso teatrino RIO-pop che chiude un po' in agrodolce. L'anno successivo Colombo replicherà con un altro disco e poi diventerà un professionista dello studio, finendo per lavorare in pratica per qualunque cantante italiano/a, dal più impresentabile / impronunciabile a Fausto Rossi, passando addirittura all'esperienza di scrivere un pezzo insieme a PH nel 1988.

sabato 30 aprile 2022

Magma – 1001° Centigrades (1971)


Prima dell'iconica fase di Mekanik e Kohntarkosz, i Magma erano ancora un collettivo, nel senso che Vander non ne era l'unico compositore. Il doppio d'esordio del 1970, in prospettiva, era un po' acerbo, mentre su 1001° Centigrades la penso diversamente rispetto alle mie fonti critiche preferite. Il lato A occupato da Rïah Sahïltaahk, avventurosa suite di Vander, un salto nell'ignoto kobaiano, presagio di sceneggiate e cataclismi futuri, meravigliosamente orchestrata. Sul lato B; "Iss" Lanseï Doïa del pianista Cahen e Ki Ïahl Ö Lïahk del sassofonista Lasry, due fondatori del gruppo destinati di lì a poco ad abbandonare e lasciare il campo al dispotico batterista, almeno fino a quando salirà sull'astronave Jannik Top. Si tratta di due fascinosi ed articolati pezzi di jazz-rock con qualche reminescenza Soft Machine e la particolarità della presenza inquietante di Klaus Blasquiz, un tratteggio sicuramente inedito per il genere di allora. E' un disco all'ombra del futuro, ma superiore al predecessore.

martedì 26 aprile 2022

Screams From The List #107 - John Greaves / Peter Blegvad / Lisa Herman ‎– Kew. Rhone. (1977)

Destino curioso e beffardo per questo disco realizzato da due reduci di esperienze importanti in Inghilterra; il tastierista Greaves ed il chitarrista Blegvad, di Henry Cow fama, realizzarono Kew. Rhone. che ironia della sorte si ritrovò ad essere pubblicato per la stessa etichetta (la Virgin) e nello stesso giorno di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols. Probabilmente la tempistica non era quella giusta, ma d'altra parte i due, che si avvalsero fra gli altri della cantante Lisa Herman, avevano lavorato a lungo su questo pseudo-concept ed il tempo avrebbe reso giustizia ad un piccolo gioiello di post-Canterbury, articolato ed elegante sfoggio di complessità in soluzione di pezzi brevi ed oculatamente strutturati. Certamente la lezione Henry Cow si sente, ma affrontata con una maggior leggerezza (Blegvad proveniva dagli anomali Slapp Happy) ed un'ariosità irresistibile. 

sabato 25 luglio 2020

Screams From The List #97 - Plastic People Of The Universe - Egon Bondy's Happy Hearts Club Banned (1978)

Pubblicato in Francia solo nel 1978, ma con registrazioni risalenti al 1974, Egon Bondy's rappresenta il primo album di questa band praghese che fece dell'opposizione al regime vigente il suo massimo credo, ed a causa di questo ebbe tanti problemi nel poter esercitare la propria attività.
Musicalmente, è materiale che tutto sommato si mantiene dignitoso nonostante porti tutti gli anni che ha sulle spalle, ma credo che le parole di Vlad, seppur entusiastiche, possano rendere un'idea a fuoco del sound, alle quali non aggiungo altro.
....esso spazia con forza bislacca fra raucedini beefheartiane, arieggiamenti del primo Zappa, sfiati di sassofono, inserzioni acide di violino: un fondo underground e notturno (ascrivibile anche al loro esilio artistico) dona un fascino costante a tutta l’operazione...

martedì 1 ottobre 2019

Samla Mammas Manna ‎– Måltid (1973)

Il secondo disco di questi folli geni svedesi, immersi in un'area grigia fra prog, jazz e sketches tecnico-surreali, questi ultimi ancora abbastanza minoritari in favore di un'epica di fondo non troppo seriosa ma comunque importante. Almeno fino a quando il pianista Hollmer, da sempre indicato come il leader, non tira fuori un innocente e stridulo falsetto.
A grandi passi verso il capolavoro di questo versante (consigliata la visione dell'unico filmato disponibile di quegli anni), i SMM erano già una cosa unica al mondo. Maltid è un labirinto di cui è impossibile stancarsi all'ascolto, con le sorprese mai scontate sempre dietro l'angolo.

domenica 28 aprile 2019

Screams From The List #82 - Various ‎– Pop & Blues Festival '70 (1970)

Davvero, non avrei dato una mezza cicca a questa compilation inerente un festival amburghese del 1970, eppure la List è servita anche a scoprire che in Germania, durante o addirittura prima del grande movimento d'avanguardia, c'è stata ottima musica anglosassone.
La testimonianza di questa rassegna, edita nello stesso anno dalla MCA, consiste in 8 pezzi per 5 gruppi; già scoperti i Thrice Mice (mediocri nel loro rivisitare la classica, qui come nel disco omonimo) e i Tomorrow's Gift (ottima conferma precedente a Goodbye Future, con una vocalist davvero originale nei 20 minuti torrenziali di Sound Of Which), la sorpresa principale consiste nei niciani/emersoniani Frumpy, presenti con due pezzi che evidenziano il funambolico organista francese Kravetz. Completano il quadro due band che non pubblicheranno null'altro in futuro; i Beautique Corporation, con ben 3 pezzi di post-beat di ottima stoffa, e i fragorosi Sphinx Tush, con un pezzo urticante di hard-rock rombante. La registrazione rende giustizia all'evento, rivelandosi molto fedele ed accurata. Musiche sempre giovani.

martedì 5 febbraio 2019

Michael Mantler ‎– Silence (1977)

Era un vero e proprio organizzatore di eventi, il buon Mantler: un'anno dopo lo splendido Hapless Child si ripetè con la messa in musica di uno scritto del drammaturgo inglese Harold Pinter. Punto in comune col precedente, oltre alla sua signora Carla Bley, il buon Bob Wyatt che oltre a fornire una delle tre voci cantanti/recitanti si destreggiava alle percussioni dimostrando di sentirsi tutt'altro che vinto dalla paralisi. L'altra voce protagonista era nientemeno che Kevin Coyne; completavano il quadro il grande chitarrista Chris Spedding ed il bassista americano Ron McClure.
Trattandosi di un lavoro molto teatrale, l'unico difetto di Silence è l'omogeneità, quasi paradossale per un continuum tragico e drammatico (evidentemente il tipo di atmosfera preferito dall'austriaco) in cui 3 voci si alternano e dibattono senza mai sovrapporsi. Ma è soltanto il dettaglio minore, perchè i suoni sono quelli che ancora resistono all'invecchiamento ed in fondo stabilivano un superamento elegante agli stereotipi in declino del Canterburysmo. E poi un disco con Wyatt ha sempre qualcosa in più, c'è poco da fare.

lunedì 2 luglio 2018

Scream From The List 72 - Xhol Caravan ‎– Electrip (1969)

Jazz-rock frizzante e baldanzoso, venato di progressive ante-litteram, visto l'anno di uscita. Che fra l'altro fa scattare automaticamente una serie di domande; perchè la band di Wiesbaden non viene mai citata nei compendi, anche quelli più dettagliati della musica tedesca dell'età dell'oro?
Forse perchè suonavano molto più british che autoctoni, dato anche che il primo parallelo che viene in mente sono i Colosseum: ritmiche sostenute e belle compatte, organo in grande evidenza, sax e flauto che svisano in libertà, temi spaziosi e vigorosi. Soltanto che la band di Hiseman perveniva al debutto sempre nell'anno domini 1969, attestato che valorizza gli Xhol Caravan.
Le prime tre tracce, strumentali, sono assolutamente memorabili ed esemplificano ciò che riusciva meglio al quintetto. La lunghissima Raise Up High, con tanto di voce arrochita e stentorea, a tratti si perde un po' nei suoi meandri ma possiede una carica lisergica detonante. Nella ristampa in cd anche il loro primo singolo, due brevi pezzi gradevoli anche se ancora molto immersi nei sixties.

domenica 4 giugno 2017

Fermáta ‎– Huascaran (1978)

Irresistibile jazz-funk-rock con una puntina di prog, suonato da un quartetto di assatanati. Sulla carta l'anno di uscita, il 1978, lascerebbe immaginare un ritardo storico non indifferente oppure un involontario allineamento alle tendenze in drastico declino. Nulla di tutto questo, perchè i Fermàta provenivano neanche da Praga, ma addirittura dalla Slovacchia, ai tempi ancora unita alla Repubblica Ceca. Questo basta, secondo me, a giustificare lo scarto temporale.
In realtà con Huascaran erano già al terzo album ed in attività da diversi anni, ed il luogo di provenienza non era propriamente fra i più favorevoli in cui crescere e dettare le proprie idee, salvo starsene in silenzio e far parlare i propri strumenti. Ma se lo si prende a scatola chiusa, Huascaran si direbbe un prodotto proveniente dall'Europa Occidentale; la tecnica sopraffina, il buon gusto delle articolate costruzioni, il perfetto amalgama delle orchestrazioni, lo rendono godibilissimo ed all'altezza di gruppi più quotati della stessa area (Mahavishnu Orchestra il riferimento più visibile). Concept strumentale dedicato alle vittime del terribile terremoto in Perù che nel 1970 fece 80.000 vittime, fra cui anche un manipolo di scalatori loro connazionali che disgraziatamente si trovavano proprio nell'epicentro, la montagna Huascaran.

martedì 20 dicembre 2016

Catapilla ‎– Changes (1972)

Sestetto londinese che come una scheggia realizzò due album su Vertigo e poi si sciolse. Una congiunzione astrale come solo in quegli anni poteva accadere: suono jazzato in mano a musicisti bravi ma non tecnico/virtuosi, composizioni dilatate in forma di jam ma ben organizzate, per poco meno di 40 minuti di pura magia la cui unica lacuna è quella di avere i pezzi sfumati allo stesso minutaggio (A1 è tagliato esattamente come B1 e stessa cosa per i n. 2, ma di sicuro fu una scelta manageriale ed in quegli anni i responsabili facevano più danni della grandine).
Certe alchimie dei Settanta ebbero il tocco dell'immortalità. Rispetto al primo album, più esuberante nelle orchestrazioni, la formazione era cambiata per metà ma la leadership era sempre in mano al sassofonista Calvert ed al chitarrista Wilson; il primo marchiava a fuoco con le sue frasi languide, il secondo saliva in cattedra in punta di piedi ma con uno stile memorabile. Strumentisti discreti, strateghi tattici, mai sopra le righe, mai un passo più lungo della gamba, il gusto sopraffino al comando; la cantante Meek una sirena fascinosa e carica di mistero (sembrerà un parallelo improbabile, ma io ci sento le inflessioni più free di PJ Harvey).
Nè jazz, nè Canterbury, nè psichedelia, nè prog, Changes è un istantanea che la storia non dovrebbe mai ignorare: si provi ad ascoltare It could only happen to me e si troveranno certe soluzioni che l'anno successivo i Pink Floyd fecero proprie in The dark side of the moon.

domenica 16 ottobre 2016

Goblin ‎– Roller (1976)

Più che il celeberrimo Profondo Rosso, Roller fu l'attestazione dei Goblin a band di eccellenza di quella fase post-progressive che riservò visibilità a ben pochi acts italici, nonchè gesto di affrancamento dall'ingombrante soundtrack che li aveva portati alla ribalta. Da notare inoltre che un paio d'anni dopo ci avrebbero riprovato innestando anche il cantato sul Bagarozzo Mark, che nonostante il lodevole proposito non raggiunse risultati significativi.
Invece Roller svariava fra temi cupi e liquidi, parentesi pinkfloydiane, girandole funk, pastoralità inattese, giravolte jazz-rock con una coesione mirabile. Con la ciliegina del lungo Goblin, una sorta di dichiarazione d'intenti auto-omonima, splendido viaggio multiforme dagli orizzonti ampi, con ogni probabilità la cosa migliore che abbiano mai realizzato.

giovedì 28 aprile 2016

Screams From The List 37 - Secret Oyster - Secret Oyster (1973)

Titolo facente parte della cartella "a me piacciono". Come i tedeschi Lily, i danesi Secret Oyster non furono nè innovatori nè rivoluzionari, ma semplicemente artisti preparatissimi che approfittarono della congiuntura temporale per realizzare ottima, ottima, ottima musica.
Trattavasi di un prog strumentale un po' jazzato, ma comunque peculiare perchè messo in scena con una foga ed un ossessività quasi insolita per il genere; il motivo forse è riconducibile al retaggio rock di alcuni dei componenti, con una sezione ritmica martellante ed una chitarra a tratti quasi aggressiva. Principali compositori del materiale erano comunque il fiatista Vogel ed il pianista Knudsen, che sapevano ritagliarsi spazi solisti di tutto rispetto. Eccezionali Fire & Water e Public Oyster.
Coesione al top ed orchestrazioni acrobatiche, per un disco da assaporare in tutta la sua profumata, stagionata, essenza.

sabato 9 aprile 2016

Screams From The List 18 - Michael Mantler ‎– The Hapless Child (And Other Inscrutable Stories) (1976)

Grave mancanza, per un wyattiano di ferro come me, scoprire soltanto dopo quasi 40 anni questo capolavoro che vide il Nostro partecipare come vocalist per la durata dell'intero disco.
Mantler, trombettista jazz viennese attivo tutt'oggi da oltre mezzo secolo nell'area ECM, a metà anni '70 realizzò una trilogia di dischi che lo vedevano esclusivo compositore delle musiche ma non come esecutore, bensì allestitore di formazioni sempre diverse a parte la presenza comune della moglie, Carla Bley. 
The Hapless child, pannello centrale del trittico, si propose come ambizioso punto d'incontro fra il jazz ed il progressive, però quello più diretto verso la scuola canterburyana. Logica, quindi la presenza di Wyatt in questi 6 episodi ben strutturati che io però interpreterei più come un'unica suite, vista la perfetta continuità delle atmosfere. Tutto è permeato da una drammaticità ed una tensione che fanno presagire qualcosa di fatale e tragico, messo in scena dall'inevitabile ultra-perizia dei jazzisti coinvolti. Il basso fuzzato di Swallow che stabilisce un parallelo con Hopper, la chitarra fendente di Rypdal, la batteria imprendibile di DeJohnnette, le tastiere della Bley a fare da guida; sopra tutta questo, la voce eterna del Nostro. Episodio giustamente circoscritto.

martedì 15 settembre 2015

Jade Warrior - Waves (1975)

La miniera dorata dei '70 continua a regalare, indomita. Lo ammetto candidamente, non conoscevo i Jade Warrior, nonostante la fitta produzione nell'arco di tutto il decennio fra Vertigo e Island. Non basterà la vita intera per ascoltare tutta la musica degna ma certi recuperi fanno gioire e 40 anni precisi fa usciva Waves, splendido esemplare di alchimia misteriosa.
Si tratta di un pezzo unico, ovviamente diviso in due parti per il vinile. Per sintetizzare quanto realizzavano i due polistrumentisti Duhig & Field potrei inquadrare 3 diverse situazioni:
-le pause sognanti e pastorali del prog-rock che servivano per stemperare la tensione, tipo quelle con chitarra acustica, flauti, tastiere (senza ritmica) e un sentore generico di abbandono all'estasi.
-le jams sornione di jazz-rock rilassato e solo in superficie autoindulgenti (quasi in stile Traffic, non a caso qui è ospite Steve Winwood).
-flussi in libertà di stampo etnico, con le percussioni, i campanellini, i suoni concreti; quasi un anticipo della new-age, ma con uno spirito pionieristico davvero rilevante.
Una sintesi inedita che è mixata alla perfezione in 35 minuti da godere fino in fondo. La storia dei Jade Warrior, manco a dirlo inglesi, va approfondita senza meno. 

venerdì 22 marzo 2013

Magma - Üdü Wüdü (1976)

Più variegato e meno pantagruelico dei due celebratissimi predecessori, Üdü Wüdü si ritaglia un posto importantissimo nella discografia dei Magma in quanto ha il grande merito di svoltare, evitando l'incombente rischio di manierismo che poteva prendere la mano di Vander.
Top era rientrato di prepotenza nelle fila dopo aver abbandonato un paio d'anni prima. La lunghissima e scintillante De Futura fu farina del suo sacco, e si sente: quanto di più vicino possa rappresentare l'apocalisse jazz-prog, in cui il tecnicismo suo e di Vander contribuisce perfettamente alla creazione di atmosfere sinistre e grandiose.
Altrove, le composizioni sono elaborate ed ispiratissime, Weidorje e Zombies una spanna sopra le altre. Purgata degli eccessi operistici che secondo me logoravano i pur bellissimi precedenti, la musica dei Magma qui raggiungeva il suo ultimo apice, al punto che consiglierei Üdü Wüdü come primo ascolto per un neofita.