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lunedì 1 agosto 2022

Balletto Di Bronzo ‎– The Official Bootleg (2020)


Si sa, Ys è una bestia senza tempo, che non muore mai e ciclicamente si ha bisogno di relative somministrazioni. Nel corso di quasi 50 anni l'orgoglioso ed indefesso Leone si è occupato di ridare esso vita sul palco, con le dovute ed inevitabili differenze. Nel 1996 Trys fu un primo tentativo, non molto riuscito a dire la verità. Andò meglio nel 2000 nell'ambito del famoso festival prog statunitense. Il revival ha trovato una nuova puntata in questa esibizione del 2018 (46 anni, mica 25!), con l'ottima sezione ritmica Spilli-Salvatori. L'impressione dominante è costituita da Leone stesso, che a più di 60 anni sfodera una prova vocale superba, anche se non saprei dire quanto inaspettatamente. Per il resto, com'è ovvio Ys viene srotolato come nei casi precedenti, con pregi e difetti: l'irreversibile assenza della chitarra (sarebbe stato il mio sogno) ed un suono di tastiere molto diverso dall'originale. A seguire un paio di recuperi graditi, Donna Vittoria e La discesa nel cervello, mentre stendiamo un velo sulla danzereccia Diaframma. Imperdibile infine il lungo monologo di Leone ai saluti, che molto bonariamente definirei l'invettiva esilarante di una cariatide nei confronti del mondo musicale moderno, per il quale tra l'altro sono d'accordo quasi su tutto.

martedì 15 febbraio 2022

Banco Del Mutuo Soccorso – Darwin! (1972)

 

Completa la fulminea trilogia d'esordio, per il cinquantennale. Incastonato fra l'iconico salvadanaio e l'insuperabile Io sono nato libero, Darwin! si materializzò come concept sull'evoluzione umana primitiva, sgranando il compatto progressive in un miscuglio in cui confluivano svariate influenze (il jazz in Danza dei grandi rettili, il folklore in Ed ora io domando tempo al tempo...., la romanza piano/voce in 750.000 anni fa). La posizione dominante (e più confortevole) venne rilocata nelle sincopi di Cento mani e cento occhi, Miserere alla storia e La conquista della posizione eretta, nonchè alla suite L'evoluzione, il quarto d'ora consegnato alla gloria che superava a destra il predecessore giardino del mago. E di nuovo, fino alla noia, a forza di menzionare Di Giacomo e i Nocenzi, sollecito il plauso all'implacabile sezione ritmica ed al chitarrista Todaro, che di lì a poco verrà avvicendato.

lunedì 7 febbraio 2022

Genesis ‎– The Lamb Lies Down On Broadway (1974)


Ho sempre avuto dei problemi con questo mastodonte; troppo lungo, troppo complicato, dal suono troppo compresso se paragonato a Selling England, simbolo del passaggio dalla fase gloriosa alla decadenza (e non necessariamente per l'addio di Gabriel), addirittura trovavo fastidioso il suono dei timpani e dei tom di Collins. Ne apprezzavo gli estratti dal vivo, ma preso nella sua interezza non sono mai riuscito ad amarlo come gli altri.

Ma come accade nella musica, l'ascolto superficiale non è mai portatore di giudizi ponderati. E' chiaro che The Lamb venne architettato sulle esigenze del racconto tematico, e certi passaggi strumentali furono necessari per questioni scenografiche. E proprio in un anno di spartiacque importante per il progressive, i Genesis trovarono la forza, in mezzo a tante correnti contrarie, di rimettersi in discussione con uno sforzo gigantesco. E basterebbero Carpet Crawlers, Hairless Heart, In The Cage, The Light Dies Down, Back In NYC per certificare che erano in ottima forma per essere già dinosauri.

giovedì 23 dicembre 2021

Miasma & The Carousel Of Headless Horses ‎– Manfauna (2007)


Mini di 20 minuti, purtroppo rimasta l'ultima testimonianza in studio di questo eccellente quintetto che due anni prima fece la comparsa con il fenomenale Perils. Il side project dei Guapo, con O'Sullivan impegnato alla chitarra e Dave Smith alla batteria apocalittica, trovò qui un canto del cigno all'altezza, che avrebbe meritato assolutamente un proseguimento. Tre pezzi: Manticore, elaboratissimo e ricco di spezie balcaniche in tipica ambientazione da fine del mondo guapiana. Taus, sinistra e greve soundtrack di cuscinetto. Garp Gadriel, si apre leggiadra con piano e violino (a me ricorda certe partiture di Roger Eno!), e poi monta la grandeur guapiana progressivamente fino al climax finale. Spettacolare.


giovedì 25 novembre 2021

Ange – Le Cimetière Des Arlequins (1973)


Li definirei il corrispondente del Banco di oltralpe, con tutte le dovute specifiche: ottimi musicisti ma concentrati più sulle ambientazioni che sullo sfoggio di tecnica, dotati di fantasia e teatralità, dotati di partiture non troppo complesse, crepuscolari, a tratti tremebondi ma poi capaci di momenti di alto romanticismo. Il parallelo non si ferma qui: a guidare il gruppo due fratelli tastieristi. A voler essere pignoli, vero che non c'era nessun omone al microfono, bensì cantava uno dei sopracitati, e lo faceva in modo egregio.  Con questo secondo album, si imposero come alfieri nazionali del Prog ortodosso. La peculiarità tecnica che spicca è un organo effettato travestito da mellotron che rende il suono più pieno e rotondo.

E pensare che il disco si apre con una straniante e marziale cover di Jacques Brel; a non saperlo prima, si direbbe un loro originale. Il pezzo forte del lotto è Bivouac, divisa in due parti, con una progressione quasi hard da brividi, ma brillano molto anche De Temps en Temps e Aujourd'Hui....Il pozzo transalpino è ancora colmo di tesoretti da scoprire, mi sa.

venerdì 27 agosto 2021

Screams From The List #99 - Gash – A Young Man's Gash (1972)


Quartetto tedesco, che come nella sventura comune a tanti gruppi europei di stile progressive finirono per essere delle meteore con un solo album in discografia. Provenienti da Brema e guidati dal tastierista cantante compositore Peters, realizzarono A Young Man's Gash nell'indecisione stilistica. La facciata A infatti include 3 pezzi piuttosto ruffiani, per certi versi simili ai coevi Atomic Rooster, con qualche spruzzata di americanate non proprio irresistibile (inclusa l'imitazione di Joe Cocker, evitabile).

Girato il piatto, però, avviene il piccolo miracolo e sembra di vivere uno split-album. La suite di 20 minuti che porta il nome del disco è una cavalcata avvincente, contrassegnata da diverse fasi, reminescente Colosseum, Genesis, e persino Hawkwind nell'allucinata fase centrale. Un gran bel viaggio che valeva il prezzo del ticket, anche per gli intarsi sinfonici, mai preponderanti perchè ben dosati in brevi razioni.

domenica 22 dicembre 2019

Locanda Delle Fate ‎– The Missing Fireflies (2012)

Operazione nostalgia della Locanda che, riunitasi quasi al completo nel 2010, ha fatto perdurare il proprio revival fino al 40ennale di Forse Le Lucciole..., per poi chiudere definitivamente la propria saga. Anche se rimasta appannaggio di un pubblico settoriale (per quanto internazionale), resta una storia piuttosto romantica, la loro, e questa reunion non ha fatto altro che aumentarne lo status, a differenza di altre che invece rimpiccioliscono il mito.
Non ha fruttato materiale nuovo, ma in compenso ha riportato il gruppo in studio per recuperare e dare nuovi natali a 3 inediti dell'epoca; l'articolata Crescendo, ricca di acrobazie ma forse un po' vanitosetta per i loro standard, la sonata impetuosa per piano Sequenza Circolare, un po' troppo seriosa. La cosa più bella di TMF è che finalmente ha avuto una sua santificazione discografica l'eccezionale La Giostra, che conoscevamo in una versione lo-fi in Live 77, e che trova la giustizia in una fedeltà degna della sua magnificenza. 
La cosa curiosa è che la registrazione (che include infine una ripresa, tutto sommato pleonastica, di Non chiudere a chiave le stelle) sembra davvero provenire dal 1977, tanto la produzione ha voluto rifarsi a quei canoni. E poi c'è da dire che il ruggente Leonardo Sasso non sembra davvero avere 35 anni in più di allora, tanto la sua voce è intatta e granitica.
Completa il cd un terzetto di estratti da un concerto d'epoca, di fedeltà piuttosto carente (nel senso che il microfono sembra posizionato nella hall, anzichè nella sala stesssa). Il peccato originale della LDF, sentita la performance ed assimilata la lontananza, è proprio questo: non essere riusciti a salvare una registrazione live all'altezza. Ma per un gruppo che in vita andò poco oltre il Piemonte, di più sinceramente non si poteva pretendere. Onore e gloria a questi signori, campioni di eleganza prog come nessun'altro nello stivale.

domenica 7 luglio 2019

Areknamés ‎– Love Hate Round Trip (2006)

Iniziava con un riffone metallico piuttosto fuorviante il secondo degli Areknames, al punto da far aggrottare le ciglia. Erano passati 3 anni dal delizioso debutto e la formazione era mutata, con l'ingresso di un nuovo chitarrista. Il soggettivo disorientamento per fortuna dura poco: tempo un minuto ed i pescaresi si tuffano nuovamente nel loro universo dark-prog con un lunghissimo e labirintico album (concepito come doppio, come ben precisato nelle note).
Un lavoro articolatissimo, registrato divinamente, con grandi pezzi come Deceit, Ignis Fatuus, Stray Thoughts, The Web Of Years in evidenza, ma sopratutto uno stile generale improntato all'equilibrio miracoloso di non tediare mai, di non specchiarsi mai sulla propria bravura, ma di creare scenari fantasiosi e stuzzicare la mente con un suono luccicante e orchestrato con grande bravura da Michele Epifani, sempre più bravo a smarcarsi dalle influenze PH/VDGG. Un capolavoro di neo-prog difficile da ignorare per gli intenditori, negli ultimi 20 anni.

martedì 14 maggio 2019

King Crimson ‎– Lizard (1970)

Un piccolo omaggio alle stagioni remote di Planet Rock, ovvero al suo esaurirsi: negli ultimi giorni della sua vita quei due assi di Mixo e Rupert trasmettevano pezzi di lunghezza dai 15 minuti in su, e la Lizard suite si stagliò imperiosa coi suoi 23 e tutto il caleidoscopio magnificente che trasporta. All'epoca del Re conoscevo soltanto il primo e così venni a sapere che c'era altro dopo l'Epitaffio e i discorsi al Vento. Inutile spendere parole su uno dei massimi capolavori del progressive, partorito da un ensemble che definire instabile è un eufemismo, in cui gli ospiti ebbero un importanza capitale, doppiato fra l'altro dall'opening Cirkus, uno degli psicodrammi più riusciti di tutto il Mark I di Bobby Fripp. Leggermente inferiori i restanti 3 pezzi, ma solo per questioni di impossibilità di pareggio.
Dopo tanti anni di non-ascolto, l'effetto è sempre quello delle prime volte; meraviglia.

domenica 28 aprile 2019

Screams From The List #82 - Various ‎– Pop & Blues Festival '70 (1970)

Davvero, non avrei dato una mezza cicca a questa compilation inerente un festival amburghese del 1970, eppure la List è servita anche a scoprire che in Germania, durante o addirittura prima del grande movimento d'avanguardia, c'è stata ottima musica anglosassone.
La testimonianza di questa rassegna, edita nello stesso anno dalla MCA, consiste in 8 pezzi per 5 gruppi; già scoperti i Thrice Mice (mediocri nel loro rivisitare la classica, qui come nel disco omonimo) e i Tomorrow's Gift (ottima conferma precedente a Goodbye Future, con una vocalist davvero originale nei 20 minuti torrenziali di Sound Of Which), la sorpresa principale consiste nei niciani/emersoniani Frumpy, presenti con due pezzi che evidenziano il funambolico organista francese Kravetz. Completano il quadro due band che non pubblicheranno null'altro in futuro; i Beautique Corporation, con ben 3 pezzi di post-beat di ottima stoffa, e i fragorosi Sphinx Tush, con un pezzo urticante di hard-rock rombante. La registrazione rende giustizia all'evento, rivelandosi molto fedele ed accurata. Musiche sempre giovani.

mercoledì 27 febbraio 2019

Scream From The List 80 - Thirsty Moon ‎– You'll Never Come Back (1973)

Ensemble tedesco che fu più di una meteora, dato che realizzò ben 5 dischi nell'arco del decennio dorato del kraut-sound. Con il quale non aveva ovviamente nulla a che fare: il settetto infatti si sbizzarriva liberamente in un jazz-prog colorito ed esuberante metà strumentale e metà cantato, certamente poco innovativo ma dalle indubbie radici crucche; è un po' come quando per l'it-prog o l'it-jazz si tira fuori l'appellativo mediterraneo; io nei TM ci sento l'atmosfera dell'Oktober Fest più intellettuale che ci sia, a modo suo affine ai Grobschnitt, ma con meno prosopopea e più attenzione alle parti soliste. Molto in vista il sax e la sezione ritmica, impeccabili.

sabato 15 dicembre 2018

Rush ‎– Permanent Waves (1980)

Per un gruppo come i Rush il periodo migliore fu a cavallo del 1980: emacipatisi dai modelli che seguivano ad inizio carriera, negli anni dell'esplosione new-wave trovarono una loro cifra stilistica, inclusa la maggior accessibilità, senza tradire spudoratamente l'integrità del loro power-pop-progressive. Di certo il loro successo dovette molto a pezzi come The spirit of the radio, che di Permanent Waves fu singolo di lancio verso le grandi masse. L'album è ottimamente bilanciato fra le cose più easy e quelle più tecnicistiche, in cui fare sfoggio delle innegabili doti. Da citare perlomeno Jacob's Ladder, che conserva con gran gusto il piglio prog e qualche scenario crepuscolare, la ballad Different string e la mini suite Natural Science, che inizia umilmente con uno strumming acustico per poi esplodere in un vortice hard davvero notevole.

venerdì 17 agosto 2018

Banco Del Mutuo Soccorso ‎– Io Sono Nato Libero (1973)

E' stata necessaria la ristampa dell'anno scorso perchè io recuperassi Io sono nato libero, il terzo album del Banco. Nocenzi, intervistato in merito, ha dichiarato di aver avvertito la necessità di ripubblicare il lavoro per via della drammatica attualità delle tematiche, che esprimevano l'urgenza di liberare l'individuo singolo dalle pastoie che il sistema impone per modellare il pensiero collettivo.
Musicalmente, in effetti, si tratta di un lavoro intenso e ben elaborato, personale come tutti i primi dischi dei romani: orchestrato divinamente, dove l'accoppiata Calderoni/D'Angelo (credo la sezione ritmica più forte di tutto l'It-Prog) fa a gara con le tastiere per farsi seguire di più. Più che Non mi rompete, il delicato acustico che si ricorda maggiormente, il disco va in gloria con le lunghe Dopo niente è più lo stesso e Canto nomade per un prigioniero politico, capolavori articolatissimi e pregni di quel senso del tragico/epico che ha reso grande il Banco.

venerdì 3 agosto 2018

Balletto di Bronzo - Live Nearfest 2000 (bootleg)

Mi permetto molto candidamente di rubare di peso un post alla Stratosfera, trattasi di un bootleg relativo al Balletto Di Bronzo che si esibì alla seconda edizione del Nearfest in Pennsylvania nell'ormai lontano 2000. Si trattava di un festival neo-prog fra i più prestigiosi al mondo (ha cessato di esistere qualche anno fa), e fu senz'altro un riconoscimento importante per Gianni Leone essere invitato a parteciparvi come prima entità italica. Il Balletto del 2000 era al Mark II, avendo egli già sostituito la sezione ritmica; di recuperare la chitarra non se ne parlava neanche, ma devo ammettere che questo splendido concerto riesce a farla dimenticare nei frangenti di Ys in cui Ajello folleggiava.
Spilli e Corsi sono a dir poco impeccabili, i suoni moderni ma non troppo, Leone denota una forma vocale quasi immutata a 30 anni dall'originale, persino i pezzi della fase Leo Nero sono migliori dell'originale. Molto, molto meglio dell'originale Trys con cui era stato bagnato il ritorno nel 1996.

venerdì 22 giugno 2018

McDonald And Giles - McDonald And Giles (1970)

L'unico disco pubblicato dai fuoriusciti del leggendario In the court of the Crimson King; l'eccezionale batterista Michael Giles ed il fiatista Ian McDonald, che qui si scopriva anche chitarrista, pianista, cantante e compositore di gran parte del materiale, coadiuvati dal fratello del primo al basso. Ovviamente arduo il compito dei due di dare un seguito in proprio a cotanto capolavoro di provenienza, ma il risultato dopotutto fu più che buono per quelli che si confermarono come musicisti di grande levatura, assistiti da un ispirazione creativa forse non eccezionale ma talmente bravi da bypassare le incertezze con le loro doti. Ne usciva poi un lato pop davvero straniante, di inevitabile estrazione sixties, alternato a frangenti avantgarde-jazz-psichedelici in rapida successione, non sempre focalizzatissimi ma mai boriosi nè fini a se stessi.
Se lo si prende senza pretese di chissà quali repliche, è uno strano oggetto prog-non prog che si distaccava con personalità (come fece d'altro canto la copertina, con i due intenti a passeggiare con le rispettive ragazze sottobraccio). E per questo va ricordato con serietà e rispetto.

martedì 12 giugno 2018

Miasma & The Carousel Of Headless Horses ‎– Perils (2005)

Nel 2003 Daniel O'Sullivan, poco più che ventenne, entrò nei Guapo ed oltre ad influenzare pesantemente le timbriche e le dinamiche di quel gruppo, spinse Dave Smith, il batterista e leader fondatore, a formare questo quintetto estemporaneo dal nome alquanto bizzarro; con loro due, un bassista, una violinista ed un tastierista, perchè qui il giovane Daniel era dedito alla chitarra.
Risultato: un RIO-Prog strumentale, movimentato, dal sapore arcaico, con sentori mitteleuropei, a tratti vagamente balcanici, con inevitabili reminescenze Guapo, dei quali potrebbero essere definiti una versione light oppure semi-cameristica, vista l'importanza del ruolo del violino. Arzigogolatissimo e bellissimo.
Un side project ben più rifinito ed importante di quanto il nome potesse far pensare, che produsse soltanto un veloce EP due anni dopo e poi andò in archivio, non più replicabile visto il divorzio fra O'Sullivan e Smith di lì a poco. Ed ennesima testimonianza del grande talento del primo.

giovedì 15 febbraio 2018

Caravan ‎– In The Land Of Grey And Pink (1971)

Difficile dare l'etichetta prog-rock a quello che è uno dei manifesti principali della Canterbury bene, e che devo dire la verità, ho snobbato per tantissimi anni, salvo poi rivalutarlo oggi. Ne capisco il motivo: pur condividendone le radici, la musica dei Caravan è diversissima dai miei paladini Soft Machine; solare, sbarazzina, romantica. In una parola, è pop travestito da un abito sofisticato, per questo è improprio affermare che il quartetto faceva prog: l'esempio più lampante è Love to love you, di un melodismo smaccato seppur mosso da un tempo dispari. I Caravan suonavano asciutti ed essenziali seppur la tecnica non mancasse loro. Ma tuffandosi a pesce nei 22 minuti di Nine Feet Underground, ci si può dolcemente abbandonare in un mondo fatato, che sorprendentemente suona ancora fresco e con la sua trama raffinatissima può corrompere anche gli animi che del progressive amano i lati più oscuri e contorti.

giovedì 18 gennaio 2018

Jethro Tull ‎– Bursting Out (1978)

Ogni tempo immemore, finisco sempre per rispolverare i JT.
Come avvenne per i Black Sabbath, anche loro pubblicarono curiosamente il loro primo live dopo 10 anni di successi, sia artistici che commerciali. Si sa che nei '70 le major avevano un potere immenso, fra cui anche decidere di attendere un calo delle vendite per rilasciare un live. Nel 1978, in pieno punk, i JT se ne uscivano col bellissimo Heavy Horses (peccato, qui manca la title-track che è il mio pezzo preferito in assoluto) e le loro azioni erano in calo a dispetto di una forma crescente, dopo qualche passo falso fra il 1975 ed il 1977. Storia a parte, il live Bursting Out fu la meritata celebrazione del decennio, ancor più apprezzabile per l'immediatezza e la genuinità; di certo la scaletta si potrebbe discutere (4 pezzi su 20 del repertorio fino al 1971 sono un po' pochi...), ma le esecuzioni sono impeccabili, ad opera del sestetto a doppio tastierista, con un infuocato Martin Barre in grande evidenza. Dinosauri di pregio assoluto.

domenica 5 novembre 2017

Gino D'Eliso ‎– Il Mare (1976)

Dimenticato cantautore facente parte di quella generazione che, se avesse voluto, avrebbe fatto una carrettata di soldi vendendosi al sistema degli anni '80. Lui invece si ritirò dalle scene, dopo una breve carriera contrassegnata dalla mutevolezza. Appena un anno dopo il debutto, il friulano aveva cambiato etichetta, look e totalmente musica, diventando uno dei discepoli del rock-wave di stampo bowie-mitteleuropeo, anticipando di un anno il conterraneo Fausto Rossi.
Una metamorfosi che ha quasi del clamoroso, considerando lo stampo di Il Mare, un disco di cantautorato prog-mediterraneo di ottima fattura. Lo definirei una specie di cuginetto minore del kolossal Anima Latina; uscito per la Numero Uno, fu prodotto da Claudio Pascoli (che stando a quanto raccontano i libri, ne era stato un fondamentale artefice nella costruzione degli arrangiamenti, e non solo fiatistici!) che evidentemente folgorato da quell'esperienza trasferì una parte del suo bagaglio in studio: i suoi delicati svolazzi di flauto e sax; le parti di moog e synth atmosferici, da lui stesso eseguite, così importanti nelle fasi pastorali; la cura attentisisma sulla ritmica, col bassista Donnarumma, possessore di uno stile affine al grande Bob Callero, in evidenza; il largo spazio riservato alle sezioni strumentali, nonostante la relativa semplicità delle strutture.
Il materiale, ovviamente, è scevro delle avanguardie, delle commistioni etniche e delle trovate immortali di Anima Latina, ma dopo 40 anni può funzionare come ottimo palliativo per i tossici di esso (come me) che si chiedono ancora se in quegli anni sia mai stato prodotto qualcosa  che si possa anche solo lontanamente avvicinare. La voce esile di Gino potrà piacere o non piacere, ma almeno una metà della scaletta è incantevole: Il Mare, Non è solo musica, Carso (nonostante un bridge rubato di peso a In the court of Crimson King..) e L'orologio testimoniano un cantautore emotivo ed elegante, che forse fu abbandonato a sè stesso dall'industria e per questo non esitò a cambiare subito pelle.

domenica 22 ottobre 2017

Egg – The Polite Force (1970)

Successivo all'esordio dello stesso anno, nonchè ultimo perchè il terzo del 1974 fu di fatto una reunion per completare dei lavori rimasti in sospeso, The polite force è uno dei dischi più avventurosi di tutta la parabola canterburyana. L'eleganza di questo magnifico trio si materializza in tutto il suo carisma nell'iniziale, splendida A visit to Newport Hospital, ma a partire dalla jazzata e nevrotica Contrasong si può dire che gli Egg iniziarono a fare sul serio; Boilk chiudeva la prima facciata con un collage avanguardistico per nastri rallentati e velocizzati, concretismi, dadaismi inconsulti e rumorismi allucinati. E poi il piatto forte sulla seconda facciata, la strumentale Long Piece, una suite monumentale che alterna slanci melodici di grande respiro a fasi serratissime, la quintessenza del prog applicato alla scuola di Canterbury. Molto, molto meglio di Caravan e compagnia bella del decennio appena iniziato.