Visualizzazione post con etichetta Post-shoegaze. Mostra tutti i post
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sabato 16 ottobre 2021

Whipping Boy ‎– Submarine (1992)


Mi ha fatto un certo effetto l'anno scorso, per il 25ennale di Heartworm, notare l'enfasi riservata alla rivalutazione di quello splendido album, al punto di ritrovarsi altissimo in un poll dei migliori dischi irlandesi di tutti i tempi. Che i WB siano stati sottovalutati, maltrattati dalla major di turno, forse inadatti a gestire la pressione, non c'è da discutere. Il loro talento cristallino avrebbe meritato molto di più, in primis la prosecuzione di una carriera troppo poco produttiva. Certo non potevano viaggiare nel tempo, ma se fossero riusciti a resistere qualche anno forse sarebbero riusciti a saltare sul vagone del revival new-wave con agilità, magari ritrovandosi di fianco ai National come esposizione....

Dopo un paio di EP, nel 1992 esordirono lunghi con Submarine. Lo stile adulto e magnetico di Heartworm era ancora di lì a venire, ma già si poteva intuire che c'era del grosso talento al di là delle influenze principali (Velvet Underground e lo shoegaze in primis, ma io scomoderei Pink Floyd e Joy Division senza farmi tanti problemi). Ci sono dei pezzi che hanno proprio le stigmate del carisma e della maestria compositiva (Astronaut Blues, Submarine, Bettyclean, Buffalo, Beatle), ma è un puntiglioso primeggiare di poco su un disco praticamente perfetto nella sua selvatica produzione lo-fi. E' un piccolo capolavoro da recuperare a tutti i costi, a maggior ragione perchè ombreggiato da Heartworm.

mercoledì 30 gennaio 2019

A Place To Bury Strangers ‎– Pinned (2018)

Prosegue a fasi alterne la carriera del trio di Oliver Ackermann. Dopo l'ottimo Exploding Head ed il medio Worship c'era stato un passo indietro con lo scialbo Transfixiation, culminato con l'addio del batterista che oggi è rimpiazzato dalla validissima Lia Braswell, che conferisce anche svariati controcanti. Una diversificazione allo stile tipico che con Pinned vede anche una riduzione dei muri chitarristici ed annebbia un po' lo scenario con un goccio di elettronica ed atmosfere più rarefatte. E' sempre dark-punk molto espanso, ipercinetico e nevrotico, la sostanza non cambia, (Joy Division e Loop sono sempre il massimo punto di riferimento), ma questa volta anche le composizioni funzionano ed i nostalgici ne trarranno post-soddisfazione.

sabato 28 luglio 2018

Have A Nice Life ‎– The Unnatural World (2014)

Ammetto che nel primo momento in cui ho ascoltato il secondo degli HANL, la mia sensazione è stata di disappunto. Troppe le aspettative dopo il capolavoro che ce li rivelò, e per più di un motivo. Innanzitutto il disco è molto, ma molto più breve del predecessore; sembrerebbe un assurdità, ma alla fine uno dei pregi di Deathconsciousness era questo dolce dipanarsi in un lungo percorso in cui al termine tutti i tasselli si completavano meravigliosamente, con tutti i suoi vari climax. Unnatural world invece è breve, ha un vago sentore di raccolta di scarti; suona molto più post-shoegaze, contiene alcuni passi falsi (i due strumentali 4 e 8, estatici ma sostanzialmente innocui e vacui; un pezzo quasi pop come Unholy life, impensabile per loro), ma voglio dire, cercavamo una replica del colosso? Pretendevamo che facessero un'altro sforzo così titanico?
Se dopo 6 anni se ne escono con un disco stentato come questo, significa che hanno poco tempo o poca voglia, ma se continuassero così (siamo già a 4 e non c'è odore di novità) io sarei comunque contento; Defenestration Song, Burial Society, Dan and Tim Reunited by fate e Cropsey rivivono la magia gotico-nebbiosa che i Dan e Tim hanno saputo rendere realtà diventando così i re indiscussi di qualsiasi revival della new-wave degli ultimi 10 anni.

sabato 20 gennaio 2018

Minor Victories ‎– Minor Victories (2016)

Inizialmente, la diffidenza. Non bastava la reunion degli Slowdive, la Rachel doveva anche mettersi a cantare in un supergruppo con Stuart dei Mogwai, il chitarrista degli Editors ed un regista. E come per la reunion dei migliori shoegazers della storia, anche in questo caso l'apprezzamento parte dopo diversi ascolti, dopo aver metabolizzato i passi falsi (che qui comunque sono non più di un paio), dopo aver realizzato che sì, questo è un disco in cui Rachel canta da sola e forse non avevamo mai apprezzato la sua voce in questa lampante esposizione, così ordinaria in senso melodico.
Il disco sembra tutto fuorchè un'esperienza secondaria; la coesione è forse il punto forte, in una scaletta che filtra le diverse esperienze dei componenti (al punto che potresti facilmente indovinare chi ha composto cosa o comunque dato la linea guida) con saggezza e lucidità. E poi io amo i dischi che crescono verso la fine; Out to sea, The Thief e Higher Hopes chiudono e sono le migliori. E la diffidenza si sciolse come neve al sole.

venerdì 22 maggio 2015

A Place To Bury Strangers - Exploding Head (2009)

Sembra il classico gruppo costruito in laboratorio, dalla line-up uniforme, in cui la parte del leader la fa non un vero e proprio artista, bensì un tecnico/commerciante dei pedali per chitarristi.
E' proprio per questo motivo che a pelle gli APTBS non mi stanno proprio simpatici, sembrano dei raccomandati che trovano visibilità sotterranea senza avere grossi meriti in tema di innovazione. E c'hanno pure i videoclip ufficiali.
Concetto che si rafforza all'ascolto di Exploding head, perchè il disco è così coinvolgente che finisco per chiedermi: mi hanno fregato un altra volta, dopo il primo degli Interpol. E poi mi chiedo hanno costruito un generatore che può assimilare i classici e risputarli in un altra forma.
La forza della new-wave non ha limiti, e beffarda si ripropone per la milionesima volta dopo 15,20,30 anni. E stavolta si è imbastardita con i Sonic Youth, con i Loop, con lo shoegaze più energico. Exploding head è irresistibile, una scarica adrenalinica continua, una carrellata di luoghi comuni assemblata così bene che anche al 3° ascolto continuativo lascia l'interrogativo come hanno fatto? e poi l'amaro in bocca. Possibile che non si riesca a creare qualcosa di nuovo in campo rocchettaro?

venerdì 1 maggio 2015

Alameda 3 - Pozne Krolestwo (2013)

Di nuovo il polacco Ziolek, questa volta nell'ambito di un power trio. Contrassegnato dalla stessa smisurata ambizione di impressionismo, pur muovendosi in territori ben conosciuti, che ha caratterizzato il suo disco solista, Pozne kroletwsko è un altro centro pieno. I due compagni della sezione ritmica, bravi ed all'altezza della situazione, appaiono poco più che gregari dell'ego eclettico / massimalista del chitarrista/cantante.
Il punto focale sono i 3 pezzi da 12-13 minuti posti alle estremità ed al centro del disco, emblemi di questo psych-gaze-space-rock che passa dall'estasi alla furia in un secondo, in un gioco di saliscendi e piroette emotive che lasciano spesso piacevolmente disorientati. Ma è chiaro che Ziolek, immerso nel suo furore citazionista, non si lascia mancare più o meno nulla della storia. Indiavolate spirali hawkwindiane, sfuriate acide alla Chrome, poderosi indie-rock all'americana, esplosioni black-metal, contemplazioni agro-acustiche. La title-track si pone come tributo aggiornato ai grandissimi Amon Duul II di Yeti.
Ziolek, sei nel mirino. 

venerdì 9 maggio 2014

Yamantaka // Sonic Titan - YT//ST (2011)

Potrebbe essere una via alternativa al progressive moderno, la formula creata da queste due ragazze canadesi di cui una di chiara origine asiatica. L'eredità culturale della terra di provenienza (Giappone?) si fonde con un identità psichedelico-melodica di mirabile impatto, con puntate energetiche fino a lambire lo stoner-rock. La voce, cristallina e acuta, non può non ricordare il famigerato j-pop che può esser giunto alle nostre orecchie in qualche ristorante asiatico, o come sottofondo a qualche cartone animato giapponese.
Il risultato è quasi commovente, perchè le ragazze hanno anche talento compositivo: dopo un minuto di raccoglimento cosmico, la malinconica Queens fiorisce in tutto il suo splendore e viene raddoppiata da Oak of Guernica, un casuale incidente fra i primi Slowdive e i Porcupine Tree di Up the downstairs.
Il cantato in lingua d'origine di Reverse crystal / Murder of a spider stride fortemente con il supporto stoner, per poi evolversi in una solenne levitazione astrale. Il disco riserva una sorpresa dopo l'altra, perchè la seconda metà è l'opposto della prima: il motorik incessante di Hoski Neko, la brutale esplosione di A star over Pureland e l'hard-prog di Crystal Fortress chiudono in crescendo un piccolo capolavoro di globalizzazione musicale.

martedì 11 marzo 2014

Unwound - Leaves Turn Inside You (2001)

All'epoca in pochi riuscirono a farsi una ragione dello scioglimento degli Unwound, anche perchè le ragioni addotte dalla band furono l'impossibilità di fare concerti per un periodo indefinito. Nel loro nome fu battezzato persino un locale concerti.
Dopo aver realizzato Leaves, comunque, sembravano aver raggiunto un punto di non ritorno. Partiti da un ambizioso post-hardcore un po' arruffone, seppur coraggioso, e dopo una decennale carriera integerrima su Kill Rock Stars, finalmente avevano trovato una forma musicale compiuta ed eclettica. L'estetica virava su più fronti, fino a comporre un doppio cd pieno zeppo di spunti: oggi non se li ricorda più nessuno ed anch'io non lo ascoltavo da 12 anni, ma che caposaldo....Con fraseggi post-rock, dream-pop, shoegaze da manuale; come unire nella stessa stanza Slowdive, Slint e Husker Du.
Un titolo su tutti Terminus, 10 minuti in tre movimenti con apice nella fase centrale, alla Godspeed You! Black Emperor. Violino e mellotron concorrono a superare definitivamente lo status alternativo per salire di grado in profondità espressiva. Demons sing love songs batte i Blonde Redhead sul loro stesso campo, Radio Gra il loro climax slow-core-progressive, Below the salt il lungo, doloroso addio.

domenica 7 aprile 2013

Marriages - Kitsune (2012)

3/5 dei Red Sparowes formano i Marriages: la grande sezione ritmica (Burns e Clifford) + la chitarrista Rundle che per l'occasione diventa anche vocalist.
L'attività del trio sembra infittirsi, con mio rammarico in quanto chissà quanto dovrò aspettare per un nuovo RS, e poi perchè non è che Kitsune mi abbia tanto impressionato: i tre si spostano lateralmente (per non dire indietreggiano) verso un post-shoegaze piuttosto debitore agli Slowdive (Body of shape, Ten tiny fingers, Part the dark again) al quale non basta la qualità tecnica intrinseca per strappare un tiepido entusiasmo. Oltretutto, la voce della Rundle è un po' scarsina per affrontare l'impatto, e per una questione che non credo sia di mixaggio. Si salva un po' l'iniziale Ride in my place, mentre sono un mezzo disastro i due strumentali (Pelt e White Shape) che sembrano troppo delle prove di studio per essere pezzi destinati ad un disco, da tanto che sono piatti.
Deludenti; per il pedigree mi aspettavo molto di più.