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mercoledì 20 luglio 2022

Laika – Sounds Of The Satellites (1997)


L'anno scorso, quando i Radiohead pubblicarono l'edizione di anniversario di Kid A + Amnesiac, vidi da qualche parte rinnovarsi l'eterna questione su quanto quei due dischi siano sempre stati sopravvalutati dalla critica in quanto sbandierati come novità assoluta mondiale, come avanguardia, etc etc. Dalla parte dei detrattori invece (sempre una minoranza, ma ben agguerrita), l'arma fumante è sempre stata: senza stare a scomodare l'ingombranza dei Can, perchè non tiriamo in causa gente come gli Sneaker Pimps o i Laika, che prima del millenium bug erano già fuori con formule di elettronica corrotte con dub bianco, post-wave ed indie-rock. Questi ultimi, nati da una costola dei Moonshake, applicavano la lezione ad un trip-hop ultra-accelerato con residuati di dream-pop, confezionato su misura per la voce esile ma evocativa della Fiedler. Il factotum musicale, Fixsen, di professione ingegnere del suono, si sarebbe rivelato un (involontario o meno) influencer sui pezzi più ritmati di Kid A, ma anche per certe ondate di moog ed effetti elettronici elevati a strumenti aggiuntivi.

Su Sounds of the satellites, secondo capitolo della saga Laika, non tutto funziona a meraviglia. La lunghezza è eccessiva, alcuni pezzi sembrano un po' amorfi e poco sviluppati, il flauto a volte è un po' troppo invadente. Sembra quasi più una ricerca sul suono che una carrellata di pezzi convinti e rifiniti. Su questo aspetto, facendo leva sul talento compositivo, i Radiohead faranno infinitamente meglio, bisogna dirla tutta. Forse anche per questo i Laika sono caduti in quel dimenticatoio fagocitante che ormai sono diventati gli anni '90. Ma a loro va senz'altro riconosciuta una funzione di pionierismo non da poco.

mercoledì 16 maggio 2018

Scala ‎– To You In Alpha (1998)

Dallo scisma dei divini Seefeel fra Mark Clifford ed il resto del gruppo, questi ultimi rinacquero come Scala e fecero 3 dischi in rapidissima sequenza prima di dissolversi. To you in alpha uscì su Too Pure e beneficiò della promozione di una indie-label ai tempi già fortissima, tant'è che ricordo di averlo trovato fra i cd di mio fratello, ai tempi invaghito del trip-hop più modaiolo. Era da giusto giusto 20 anni che non lo ascoltavo e devo dire che il tempo se lo porta bene; evidentemente il buon gene dei Seefeel non tradiva, pur privo del leader creativo.
Forse intendevano provarci, gli Scala, ad avere un po' di riscontro di pubblico: per quanto la componente trip-hop non fosse preponderante, in effetti potevano avere la stessa attrattiva degli Sneaker Pimps di Becoming X, ma in un contesto più colto e ricercato, se vogliamo. I vocalizzi di Sarah Peacock, nettamente più in primo piano rispetto al passato, le strutture compositive più legate alla forma canzone, una più che buona varietà di stili ed atmosfere, quanto bastava per non sembrare confusi od incerti. Ci sono alcune solenni meraviglie dirette discendenti del gruppo madre (Still, Remember How to breathe, Wires), qualche concessione alle melodie più cristalline ma comunque di qualità, addirittura una libera uscita sull'acid-rock (Colt, che sembra una outtake dei Loop di A gilded eternity), insomma più ingredienti per accattivarsi varie fette di pubblico. Che in fondo avrebbero meritato.

sabato 8 aprile 2017

Ulver ‎– Perdition City (2000)

Tassello cruciale di una carriera sfaccettatissima, almeno quanto lo è stato il gioiello ambient-rock del 2007. A sentire Perdition city, davvero si stenta a credere che sia lo stesso gruppo che 4-5 anni prima proponeva una formula di black-metal che, per quanto personale fosse, era pur sempre black-metal. Definirlo un disco trip-hop sarebbe comunque riduttivo: come spesso accade ai musicisti sopra la media di approcciare a gamba tesa un genere assai distante dalle loro radici, il risultato è mal che vada peculiare.
Le ritmiche stentoree di quella tendenza ancora molto in onda ai tempi sono soltanto un accessorio, in fondo: Perdition city è un concept notturno, lascivo e misterioso in cui splendono le soluzioni melodiche più aperte (Porn Piece Or The Scars Of Cold Kisses, Nowehere/Catastrophe), gli strumentali drammatici ( Hallways Of Always, Tomorrow never knows) e gli esperimenti più oppressivi (We are the dead, Dead city Entries). Sopra tutto questo, l'iniziale e memorabile perla di Lost in moments. Ai tempi lo scansai del tutto, ma avrà diviso non poco le opinioni e continua a farlo (Pitchfork addirittura lo derise in maniera sguaiata). Io credo sia giusto che col tempo vada annoverato come un capolavoro di electro-art.

giovedì 26 dicembre 2013

Andy Stott - Luxury Problems (2012)

Techno-Dream-Dark-Trip aggiornato ai giorni nostri, carico di opacità e stordimenti paradisiaci. Questo è quanto propone il terzo disco dell'inglese Stott, ed i consensi sono stati veramente unanimi.
E ben vengano, dischi come questi, che aiutano l'elettronica a mantenersi sempre fresca e viva. Bè, forse la freschezza non è proprio quanto ispira l'ascolto di Luxury problems, che semmai sembra di vivere una seduta/sudata lunare, con questi ritmi mutanti, carichi di bassi minacciosi e rimbombanti.
Il tratto che inizialmente sembra essere più immediato è il diffuso e suadente vocalizzare femminile che quasi stride con l'ambiente (spettacolare in tal senso Lost and found) generalmente non molto incline al ballo e a tratti quasi rovinoso (Expecting), lasciando una porta aperta alla volta celeste solo alla fine, con gli echi angelici di Leaving. Ma il disco è sornione e sa riservare sempre avviluppi di grande fascino.

giovedì 16 settembre 2010

Furry Things - Moments away (1998)

FT ultimo atto prima della scomparsa. Nel giro di soli tre anni si erano resi protagonisti di una virata talmente netta da non poterci credere, passando dal folgorante psycho-pop-noise di The Big Saturday Illusion ad un elettronica satinata che strizzava l'occhio alle cose contemporanee degli Sneaker Pimps o a quelle più immediate dei Seefeel.
Era stato un cambio un po' inaspettato anche per la Trance Syndacate, con il boss Coffey che forse stava tentando di salvare l'etichetta da una chiusura che sarebbe arrivata soltanto l'anno dopo. In un certo senso c'era aria di cambiamenti, certo, il noise-rock anni '90 era in netto declino e ci poteva anche stare tentare nuove strade, ma evidentemente andò male per entrambi.
Non che Moments away fosse un brutto disco, era soltanto meno originale dei precedenti. Gibson aveva riposto parzialmente la chitarra nella custodia rigida e si era dato in primis ai macchinari, la Shive si prendeva il microfono e faceva la chanteuse soffusa e soffice. Pochissime le scorie non smaltite dei passi precedenti: Radiant imbalance è una corsa digitale ispida che piace parecchio, gli evocativi dub di Downswing e The statement, gli arabeschi ipnotici di I can lie e Overload, ricordano un po' il senso del gioco che caratterizzava il debutto, traslato su direttive elettroniche. Ma il livello era abbassato da imbarazzanti poppettini lounge come Between games e Strange new world, davvero poco adatti al contesto.
Finiva così la breve carriera dei texani, con un senso di incompiuta generica ,ma in compenso anche col ricordo dello splendido debutto.

venerdì 16 luglio 2010

Clouddead - Clouddead (2001)

Anche questo nasce dalla curiosità di svangare nella classifica dei best del decennio di Blow Up: almeno 5-6 firme hanno inserito questo disco e allora ho pensato, bè lo snobbai per prevenzione quando erano pompatissimi e perchè non sentirlo ora?
Prevenzione perchè io ho sempre detestato il rap, o hip-hop o come lo si voglia chiamare. Sono allergico a quella che definisco, più che musicale, una forma di intrattenimento messa in atto da poseur che snocciolano rime all'infinito, senza pressochè alcuna velleità letteraria e/o artistica.
Se poi mi vengono in mente i rapper italiani, poi, la pelle d'oca è quasi istantanea.
Comunque, questo trio americano ebbe la sua bella riconoscenza all'uscita del primo omonimo, che poi consisteva in una raccolta di 6 singoli tutti usciti in precedenza. Blow Up, come detto, impazzì per loro e io l'ho sentito solo adesso. Le sonorità sono davvero affascinanti e ci sono dei momenti molto alti: Apt. A (2), I promise never to get paint...(2), Bike (2), Jimmy Breeze (1), su tutti. E' un disco colorito e vario, in cui si mette in scena una sorta di rap cosmico e dopato oltre misura, costituito essenzialmente di beat-boxes, synth e samples come di rigore, con ritmiche lente e strascicate, ottimi momenti di ambient pura (Clouddead number five 1+2), trafigurazioni e paradossi surreali. Certo, il rappato non manca e per la mia allergia non è un gran bene, ma non inficia la qualità strumentale di fondo di questo bel dischetto. A detta di tutti, molto innovativo. Io sono troppo limitato per poterlo giudicare.

martedì 4 maggio 2010

Unkle - Psyence fiction (1998)

Mi sono accostato a questo disco principalmente per quel capolavoro impressionista che è Rabbit in your headlights, non essendo un seguace del trip-hop in modo particolare. E pur trovando altri motivi di interesse nel corso del disco, resto convinto del fatto che questo pezzo sia l'highlights non solo del disco, ma di una stagione intera. Di certo la strategia di Lavelle non aveva sbagliato: se il trip-hop restava musica di sottofondo o da ballo sballato, l'idea di abbinare personaggi di indubbia statura e popolarità favorì non poco la visibilità del progetto. Lonely soul, downtempo con archi campionati, veniva arricchita dalla vocalità di Richard Ashcroft, diventando una scurissima Bittersweet symphony. Quasi impalpabile la presenza di un gigante come Mark Hollis, impegnato a fare 4 note di piano minimale nel suo stile al termine della ballad acustica Chaos. Molto bella Bloodstain, cantata da Alice Temple, che ricorda il primo disco degli Sneaker Pimps. Frenetica Nursery Rhyme, cantata da un Badly Brown Boy filtrato.
Ma, al di là della gradevolezza della proposta in toto, resta sempre il pezzo cantato da Thom Yorke la perla lucente di Psyence Fictions, unita all'assurdità del videoclip abbinato, allucinato e irreale come nella migliore tradizione dei Radiohead.

(originalmente pubblicato il 26/10/08)

mercoledì 28 aprile 2010

Sneaker Pimps - Becoming X (1996)

Non sono mai stato un appassionato di trip-hop o downtempo, eppure questo disco passatomi quasi per caso da mio fratello mi colpì subito nel vivo, affascinandomi alquanto. Ancora oggi, a 12 anni di distanza, Becoming X suona fresco e non certo una copia sbiadita dei Portishead.
Forte di una vena melodica che incrociava pop, rock, dark-hop ed elettronica abbinata a buone songs, il debutto degli SP resterà l'unico con la vocalist Kelly in formazione, che verrà presto defenestrata da Howe e Corner, le menti musicali dietro al progetto.
Peccato, perchè la suadente voce della ragazza, che a volte sembra una versione decisa di Alison Shaw dei Cranes, impreziosiva non poco le escursioni sonore dei due. I singoli Six underground e Spin Spin Sugar, che donarono loro un certo successo in Inghilterra, evidenziavano il lato più pop delle loro costruzioni di ritmi sintetici, samples suggestivi (Howe) e chitarre (Corner). Un pezzo grintoso in apertura, Low place like home, sviava dalle direttive migliori inseguite dai tre nei lati più interessanti, in corrispondenza delle songs più oscure. Splendida Tesko Suicide, con una litania orientaleggiante a punteggiare un ritmo insistente, condita da una linea vocale superba. Ci si inabissa sulla title-track, immersione notturna dal fascino acuto e dai samples sinfonici. Un sornione contrabbasso sostiene la melodia aerea di Post-modern sleaze. Waterbaby è un altro incubo liquido di grande gusto, Roll on un singolo che mancò le classifiche. Ancora una volta samples e grandi suggestioni su Walking Zero. Ho aggiunto di mia iniziativa una stupenda b-side, How do, ballad acustica con violini che pian piano va alla deriva con spine acuminate di synth.
Un vero peccato che sia finita qui con Kelly, dato che i dischi successivi non riuscirono a ripetere la magia di questo grande disco.

(originalmente pubblicato il 03/08/08)