giovedì 29 dicembre 2022
Blue Cheer – Outsideinside (1968)
giovedì 14 luglio 2022
Kevin Coyne – Matching Head And Feet (1975)
Il quarto album del piccolo grande KC, al vertice della sua forma artistica, un paio d'anni dopo essersi rivelato con l'ottimo Marjory Razorblade, ora forte di una band dalla grande coesione che schierava uno scatenato Andy Summers nell'immediato pre-Police, oltre che un ottimo batterista di nome Peter Woolf. Componenti che comunque avrebbero contato ben poco se non ci fosse stato in primo piano il talento di un cantautore purtroppo rimasto appannaggio per pochi, shouter invasato e dotatissimo, cantautore erede del blues-rock declinato in varianti sia divertite che introspettive, in grado di svariare dal gigioneggiare da bettola/osteria a ballad malinconiche/autunnali come se nulla fosse. Matching ne mise in fila una decina, con un paio che richiamavano addirittura lo stile più ordinato del Captain Beefheart coevo (ma senza esagerare), e le gemme intramontabili di Turpentine, Tulip. Sunday Morning Sunrise, Lonely Lovers.
mercoledì 9 marzo 2022
Groundhogs – Blues Obituary (1969)
martedì 28 maggio 2019
Screams From The List #83 - Dies Irae – First (1971)
martedì 2 aprile 2019
Groundhogs – Who Will Save The World? The Mighty Groundhogs (1972)
lunedì 25 aprile 2016
Screams From The List 34 - Blue Effect & Jazz Q Praha – Coniunctio (1970)
giovedì 31 marzo 2016
Roger Chapman And The Shortlist – He Was… She Was… You Was… We Was… (1982)
giovedì 12 settembre 2013
Quicksilver Messenger Service - Shady Grove (1970)
mercoledì 24 luglio 2013
Patto - Hold your fire (1971)
mercoledì 16 giugno 2010
Jack Bruce - Harmomy Row (1971)
Rispetto all'acclamato esordio, in Harmony Row il nostro sfornava un disco più da pianista che da mastro bassman. E la conseguenza sarà un calo nelle vendite, non senz'altro nella qualità media, ma qui Bruce predilige il tocco felpato e la ballad rilassata. Armato dei fidissimi Spedding e Marshall, non lesinava comunque i suoi jazz-funk-blues tiratissimi e travolgenti (You burned the tables on me, Smiles and grins, A letter of thanks), ma in generale l'umore è più english, compassato quando non serioso. Residui emo del disco precedente si trovano nei percorsi equilibristi di Escape to the royal wood, Morning Glory, Post war, in bilico fra velata malinconia e songwriting frizzante. A sorpresa però si scopriva il lato più intimista dello scottish con le ballad più romantiche che gli potevano scappare, come l'opening Can you follow o There's a forest, per solo piano e voce. Barocchismi a go-go su Victoria Sage ed un inusitata bossa-nova su The consul at sunset sono sviluppi interessanti, ma la palma del disco va alla fantastica Folk Song, una struggente litania per organo, piano, acustica, batteria leggera leggera e mandolino, con il solito falsetto nasale che srotola uno dei pezzi più riusciti di un repertorio che non ha mai ricevuto abbastanza premi.venerdì 4 giugno 2010
Black Keys - Magic Potion (2006)
Ha ancora senso fare blues-rock negli anni zero? Con la pretesa poi di essere alternativi?Ok, a meno che non si faccia parte di quella schiera di vanitosi impenitenti che hanno un pubblico aggiornato al 1976, o maniacalmente legato agli aspetti tecnici e virtuosi dimenticandosi il lato artistico della musica. I BK in realtà provengono da un humus molto garage-punk, sebbene questo lato sia stato sotterrato col passare dei primi dischi. La schiera di personaggi illustri che si dichiarano fan e certi inserimenti su spots non hanno fatto altro che alimentare l'attenzione verso il duo americano, per certi versi affine ai White Stripes. La mancanza della forza normalizzatrice del basso è un simbolico aiuto a preservare Magic Potion da una banalizzazione comunque vetusta come il cucco. Non ci sono grosse varianti nel corso del disco; si fa apprezzare la bella voce di Auerbach, che in certi frangenti ricorda addirittura Rodgers dei Free. Ma al 90% sono riff post-zeppeliniani (e se dico post significa riciclati dai post-riciclatori) che non inventano nulla. Non basta a salvarli un'interpretazione viscerale e pasionaria.
(originalmente pubblicato il 21/06/09)
lunedì 10 maggio 2010
Mariani - Perpetuum Mobile (1970)
Il simpatico baffo dalla notevole capigliatura qui sopra altro non è che Vince Mariani, batterista texano che alla fine degli anni '60 fece uscire un 7" con 2 assoli di batteria, una cosa davvero peculiare anche per quegli anni. Era un drummer dalle grandiissime capacità, praticamente un jazzista con la doppia cassa; subito dopo però il suo discografico gli affiancò un trio di elementi per formare una band a lui intestata, e nacquero i Mariani. Alla chitarra c'era un ragazzino 15enne, tale Eric Johnson, che già dimostrava le proprie premature doti di axeman e anni più tardi otterrà un successo notevolissimo come bluesman ultratecnico. Completavano la formazione il bassista Bullock al basso e Wilson alla voce. Perpetuum Mobile non fu neanche pubblicato all'epoca, in quanto nessuna label si dichiarò interessata e sulla sfiducia si sciolsero. La ristampa dell'Akarma sarebbe data alle stampe 20 anni dopo, e si direbbe un peccato perchè i Mariani erano davvero un'ottimo gruppo di hard-blues che avrebbe meritato la propria visibilità. L'inquietudine ritmica, la pesantezza roboante del basso e gli assoli acuminati del ragazzino li rendevano diversi da qualsiasi altro act dell'epoca. Sapevano divagare in fasi psichedeliche sognanti (Re-birth day, Things are changing, The unknown path) per poi riallinearsi con una coesione invidiabile (Euphoria, Searching for a new dimensione). Assolutamente irresistibili, poi, i 3 brevi interludi jazz posti nel lato A fra un pezzo e l'altro, a dimostrazione della competenza e dell'apertura mentale dei Mariani.Una delle migliori ristampe in assoluto per quei vintagisti inguaribili dell'Akarma...
(originalmente pubblicato il 08/01/09)
Jimi Hendrix - 19 Great Performances (Feat. Jim Morrison)
Una pagliuzza in mezzo alle quintalate di bootleg esistenti su Hendrix cosa sarà mai, per chi non è maniaco dello storico axeman? Eppure ho scelto questo doppio mattone ultra-pirata soltanto per un motivo, ovvero i tre divertentissimi cameo di uno strafatto Jim Morrison preso da chissà quale serata in cui i due personaggi si incontrarono, e alla quale dev'esser stato memorabile assistere (col beneficio di sapere che si trattava di una serata diversa e presa molto sul ridere).Non starò certo a discutere la portata storica del soggetto, qui se mai viene da ribadire il concetto che se c'erano ancora delle ossa da spolpare, non sono rimaste neanche più quelle. Con la conseguenza che le mediocri capacità compositive vengono risaltate ancora di più.
In mezzo al marasma assortito, come detto sopra, mi divertono un sacco le 3 tracce in cui Morrison fa capolino sul palco. Bleeding Heart è un lentissimo blues unto e bisunto, con il cigolare insistito di un armonica. Al sesto minuto inizia il delirio, con quella voce urticante che lacera l'aria, e già me l'immagino, barcollante con il Jack Daniels in mano. Nella brevissima Tomorrow never knows invece siamo in fase down, il mormorio monocorde è appena udibile.
Ma la perla assoluta è Morrison's Lament; fra gli avvertimenti di un preoccupatissimo Hendrix a non registrare e le grida sorprese ed ilari del pubblico, il re Lucertola inizia a prendersela con tutto e tutti e sfila una serie di fuck in the ass devastanti.
Al che credo che l'abbiano portato via di peso....
(originalmente pubblicato il 06/01/09)
Iggy Pop - TV Eye (Live 1977)
Ai tempi di questo live l'iguana faceva comunella fissa con Bowie, e giocoforza ne subì influenze di carisma e glamour. E non a caso fa abbastanza strano sentire TV Eye suonata di tutto punto con tanto di tastiere, suonate da Bowie stesso. In generale questo live fatto uscire per esaurire un contratto discografico suona alquanto perbene, pur recuperando ben 3 classicissimi degli Stooges (oltre alla già citata, Dirt e I wanna be your dog). Sarà anche per la sezione ritmica, composta da due session men di lusso come i fratelli Hunt, che non lesinano finezze assortite, soprattutto il bassista.E' soltanto sanguigno rock and roll e a me piace comunque, perchè la lucertola è sempre selvaggia ed è un ascolto gradito.
(originalmente pubblicato il 05/01/09)
giovedì 6 maggio 2010
Led Zeppelin - Coda (with bonus tracks 1993)
Difatti, nulla si aggiunge e nulla si toglie: We're gonna groove, residuato dei primissimi tempi, Walter's Walk del 1973, Wearing and tearing delle ultime registrazioni, sono cavalcate rocciose e sensuali come da copione del dirigibile. Mentre per Ozone Baby, l'honky-tonk di Darlene, l'assolo di Bonzo's Montreaux e il folk-stomp di Poor Tom, sono pezzi minori e tali restano.
Le vere gemme di Coda sono una rendition eccezionale di I can't quit you baby, live ripulito del 1970; lo standard blues viene raso al suolo come da un'orda barbarica, ma è un invasione di alta classe. Il suono di batteria, inoltre, mi fa pensare che Steve Albini ha avuto la sua maggior influenza di produzione da parte di Page. Di Baby come on home, sacrosantemente ripescata, avevo già parlato qui. Travelling riverside blues e White summer conosceranno miglior inserimento nelle BBC Sessions, mentre Hey Hey what can I do fu il retro dell'unico singolo che fecero per il mercato americano. Ed è una splendida ballad elettrificata, degna del tutto di III.
Captain Beefheart - Unconditionally guaranteed (1974)
Forse non si giudica bene la qualità del prodotto perchè si ha la mente offuscata dai cunicoli dissonanti e enormemente influenti del primo periodo, oppure dalle ultime geniali sfornate prima dell'abbandono. Allora sì, UG è nettamente inferiore come creatività, come originalità, ma perchè non lasciarsi andare comunque all'ascolto di 10 pezzi carismatici, viscerali e graffianti? Forse il tasso melodico è troppo alto? Forse gli arrangiamenti sono un po' pulitini ed educati? Va bene, UG resta un pezzo minore della discografia, nella stessa misura in cui lo è stato Sefronia o Look at the fool di Tim Buckley. Se lo si prende a sè stante, chi lo ha fatto era comunque un asso di briscola e in qualunque stile lo abbia generato, è il disco di un asso. In questo caso poi, lo si intende ancora meglio quando si arriva alla traccia n. 8, This is the day, splendida ballad dai raggi di sole accecanti. Certi assoli di Harkleroad sono veramente brillanti e la pasta del Capitano è sempre quella, il suo ruggito è inconfondibile.
Anche se è un disco minore.
(originalmente pubblicato il 04/12/08)
martedì 4 maggio 2010
Blue Cheer - Vincebus eruptum (1968)
La ristampa Akarma comprende a mo' di bonus track un pezzo del periodo New improved!, che testimonia una line-up cambiata (e lo stile pure, molto più normalizzato, purtroppo...).
(originalmente pubblicato il 25/09/08)
Led Zeppelin - Studio Gems vol. 1 1968-69
Logico però che l'interesse maggiore vada per i 2 pezzi pressochè introvabili altrove: George Wallace, standard shuffle, fu registrata dai 4 di spalla a tale bluesman J Proby. La vera autentica studio-gem di questo bootleg però risulta essere Baby come on home (tribute to Bert Berns), residuato della Band of Joy da cui provenivano Bonham e Plant. Trattasi di un soul dal passo lento, dalle rifrazioni luminose ed impreziosito da una grande prestazione del vocalist, la prima di una lunga serie....
(originalmente pubblicato il 22/09/08)
domenica 25 aprile 2010
Patto - Patto (1970)
Penso che se ci fosse una classifica dei gruppi più sfigati nel vero senso della parola, i Patto sarebbero probabilmente sul podio.Ma come? Un quartetto dal talento e dalla tecnica eccellente, che sfoderava un blues-soul-jazz-rock graffiante e per nulla scontato, dopo due dischi nel 1972 viene scaricato dalla benemerita Vertigo? Ok, non vendevano come i Black Sabbath, ma altre bands del periodo nel rooster non avevano molto più successo. E comunque, se non bastasse la sfortuna commerciale, è stata impressionante la persecuzione che ha falcidiato i 4 anni dopo: il vocalist Mike Patto morì di cancro a soli 37 anni e il chitarrista extraordinarie Ollie Halsall venne annientato da un overdose di eroina nel 1992. Come se non bastasse, la sezione ritmica, Clive Griffiths e John Halsey, nei primi anni '80 ebbe un terribile incidente stradale di ritorno da un concerto, lasciando il primo in stato coma-vegetativo e semi-paralizzato. Auguro lunga vita al 60enne Halsey.....
Tornando al 1970, tutti e quattro avevano un background autoritario quando si formarono, non erano esattamente dei debuttanti. Per cui, l'intento era quello di coniare una musica fortemente coinvolgente, che attingesse in misura eguale dall'hard-rock ma anche dalla ballata melodica intrisa di soul, dalla jam jazz e dal blues. La tecnica stava dalla loro parte: Patto era un forte cantante dalla voce grassa e ruvida, dal timbro fluido e rude, da far sembrare Rod Stewart un dilettante. Halsall era un virtuoso mancino che suonava l'SG ad una velocità incredibile e con gusto sopraffino, capace di acrobazie iperboliche. La sezione ritmica non era certo da meno, però. Halsey sapeva swingare con perizia come un consumato jazzista ma quando c'era da dare gas non era da meno di Keith Moon. Griffiths didascalizzava alla grande con un basso sgusciante e impeccabile.
Come succede spesso nel caso di chi è molto dotato tecnicamente, il songwriting non è proprio epocale. Ma mi entusiasmo sempre nel sentire il vibrafono seguito dalle progressioni devastanti di The man, il boogie circolare di Hold me back, o lo showcase chitarristico di Red Glow, in cui Halsall concede una prova davvero fenomenale. Time to die è una ballata semi-acustica che stempera i toni (guarda caso nello stesso anno in cui Lucio Battisti fece Il Tempo di morire!), Government Man propone un tema blues-rock dal tempo dispari. Money Bag è lo spazio per l'auto-indulgenza dei tre virtuosi, un free-jazz basso-chitarra-batteria dissonante che sfuma in un soffice soul. Davvero straniante.
Da ricordare.
(originalmente pubblicato il 14/04/08)
mercoledì 21 aprile 2010
Free - Live! (1971)
Per chi non si è saputo accontentare dei Led Zeppelin.
(Originalmente pubblicato il 10/02/2008)







