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sabato 28 aprile 2018

Ghostpoet ‎– Dark Days + Canapés (2017)

Quarto album al seguito dell'acclamato (e non solo da me) Shedding Skin per l'inglese Ghostpoet, un gioiello certamente non dimenticato, cosa non ovvia visto che negli ultimi anni è sempre più faticoso trovare qualcuno che senza fare rivoluzioni riesca a trovare una propria voce che si distingue. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio; il magico livello di quel disco non viene eguagliato da Dark Days + Canapes, che grossomodo si muove sulle stesse coordinate produttive (suono di gruppo di base, poca e marginale elettronica, strutture compositive definite anche se spesso circolari) ma vira su un mood cupo, introverso e molto meno sanguigno; l'indie-guy abbassa notevolmente il dosaggio di chitarre elettriche e stempera i ritmi in favore di ambientazioni notturne, per non dire raffinate (abbondano piano ed archi, ed affiora spesso una vena soul). Non che manchino le tracce esaltanti: Trouble + Me, Dopamine If I Do, Blind As A Bat, Live-Leave, Immigrant Boogie fanno centro facilmente, ma sembra che Ejimiwe abbia accantonato lo spumeggiante (e personale) stile del precedente in favore di un disco ripiegato su sè stesso, quasi ad esprimere un disagio, un abbandono esistenziale. 
La sensazione finale, a dispetto di questi sentori, è tutt'altro che un amaro in bocca: il carisma, la classe e la maestria del Poeta restano indiscutibili. Magari in prospettiva ricorderemo Dark Days come un disco di transizione, che documentava, per l'appunto, un periodo un po' buio.

martedì 24 ottobre 2017

Sleaford Mods ‎– Key Markets (2015)

Il successore del fortunato e rompighiaccio Divide And Exit, e che sostanzialmente non fa altro che ripetere lo stesso canovaccio con una dozzina di pezzi minimali, stentorei ed a loro modo, ossessivi. Anche questo è essere punk: chi si sarebbe aspettato un cambiamento o una spinta verso un'eventuale evoluzione dovrà restare deluso, perchè Williamson e Fearn in fondo non sanno o non vogliono fare altro che questo; è vero che quest'ultimo avrebbe anche potuto cercare qualche soluzione per sviare, ma in fondo se ne è fregato, no? Anzi: English Tapas, uscito all'inizio dell'anno, si è rivelato addirittura più scarno.
Tocca analizzare i dettagli; la formula SM continua a dare dipendenza, e Key Markets è forse il loro disco meno per modo di dire agitato, più cantato, meno abrasivo, più musicale. I capolavori del lotto sono; Tarantula Deadly Cargo, un giro irresistibile dei loro con quella chitarrina che fa quasi scalpore. Il funk scarnificato Silly Me, il post-punk ultra-midollare di Face to Faces, la gag ipercinetica Giddy on the ciggies.  
Poco da fare, la truffa continua.

venerdì 2 settembre 2016

Ghostpoet ‎– Shedding Skin (2015)

Come nel caso degli Algiers o dei TV On The Radio, il talentuoso Ghostpoet è un coloured che non ignora le sue radici ma guarda intensamente alla musica bianca e la adotta al 100%.
Questo quanto succede nel suo terzo disco, in cui lascia da parte i già esigui residui di hip-hop ed elettronica e diventa un indie-guy, appellativo che non vorrebbe mai sentirsi appioppare. Difficile però non definirlo tale, all'ascolto di Shedding Skin, che è interamente suonato da una band coesa, in cui il suo vociare si fa sempre più simile ad uno spoken-word (per contrasto, le pochissime frasi cantate spesso corrispondono ai migliori climax emotivi), in cui ci sono canzoni dalle strutture piuttosto convenzionali, con un umore molto crooner, in cui il principale riferimento è riconducibile ai National di mezzo. In un paio di pezzi persino i Radiohead.
Detto ciò, il disco è letteralmente bellissimo; non c'è un pezzo che non giri a dovere, che non colpisca, che non regali il brivido di questo coinvolgente ed irresistibile crossover. Potrebbe restare una parentesi isolata, visto il talento del soggetto che pare essere un buon eclettico: comunque vada, Shedding Skin non si dimenticherà facilmente.

giovedì 16 giugno 2016

Sleaford Mods ‎– Divide And Exit (2014)

Una delle bands più chiacchierate degli ultimi 2 anni, il duo di Nottingham, è sostanzialmente una truffa. Lo dicono non soltanto i fatti, ma soprattutto le cronache live, in cui il verboso Williamson srotola tutte le sue invettive mentre il compare Fearn schiaccia il tastino del playback facendo partire le basi e poi se ne sta a lato con una bottiglia di birra in mano, facendo su e giù con la testa.
Ma se si ignora quest'aspetto tutto sommato secondario, i due dischi rilasciati negli ultimi 2 anni sono fra le cose più irresistibili nell'ambito intrattenimento di questi tempi. In un certo senso è la classica scoperta dell'acqua calda, che premia la semplicità prima di tutto. Difficile definirlo hip-hop. Williamson è il tipico over-40enne incazzato che non è riuscito a sfondare nel mondo della musica, non certamente un rapper, Fearn un dj alternativo che srotola basi minimali di basso e batteria di squisita matrice post-punk. Il primo pensiero complessivo cade sui Fall, ma certe tracce fanno pensare addirittura ai grooves scurissimi dei Joy Division quando non a Metal Box, con una buona dose di bpm in più. Se si considera l'effetto simpatetico del pesante accento cockney di Williamson, succede che questa roba dà dipendenza pressochè immediata. Poi magari fra un anno o due la rivedrò come spazzatura, ma chi se ne frega. Forse la natura della truffa è proprio questa, di stregare e bruciare rapidamente come fece il miglior punk.

venerdì 15 gennaio 2016

Dälek ‎- Untitled (2010)

Testamento artistico (seppur registrato nel bel mezzo dell'attività, un lustro prima della pubblicazione) di questa illuminata entità che ha saputo elevare di non poco lo stantio status dell'hip-hop fino a portarlo ad una formula quasi indecifrabile.
Strutturata come una suite gigante di 45 minuti, Untitled è un oggetto non identificato, principalmente strumentale, un pastone inquietante che galleggia con poche ritmiche. L'inizio mi ricorda la stasi liquida degli Hawkwind di You should't do that, dopodichè tutto ciò che si aggiunge concorre a seminare panico ed astrazione; riflessi percussivi etnici, vortici lisergici, banjos minimali, clangori industriali, manipolazioni aliene, silenzi siderali, una breve e stentorea fase ritmica. La chiusura è di nuovo cosmica, di pulviscolo nero pece, fino al fade-out finale. Capolavoro.

mercoledì 7 ottobre 2015

Talibam! ‎– Puff Up The Volume (2012)

Non ho mai sopportato l'hip-hop, ma nel momento in cui i Talibam! lo sottopongono alla sedia elettrica e realizzano questo spassosissimo campionario scatta l'eccezione regina.
Provare per credere: chi ha amato le precedenti e non meno folli prove di Shea & Mottel potrà anche esserne rimasto contrariato. Io stesso pensavo che i due MC in azione fossero altri prestati alla situazione, ma da profano in materia mi sbagliavo. Sono loro stessi che sproloquiano in lungo ed in largo, non ho avuto il tempo di leggere i testi (in caso fossero disponibili), ma il mio presentimento è che si tratti di una gigantesca presa in giro al genere, persino musicalmente. Shea rinuncia parzialmente al suo talento irregolare per mettersi al servizio di groove storti, Mottel ha modo di giganteggiare distorcendo anche certi luoghi comuni del genere. Sembra anche un po' concept, con quel Jimmy che viene evocato dall'inizio alla fine.
Irresistibile.