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mercoledì 23 febbraio 2022

Dead Kennedys – Bedtime For Democracy (1986)


DK ultimo atto, registrato a scioglimento già ampiamente deciso ma non per questo arrendevole nè meno incisivo dei precedenti. L'anno precedente c'era stato Frankenchrist, un disco fortemente sottovalutato perchè registrava una progressione verso un suono più articolato e composizioni più strutturate, con East Bay Ray sugli scudi. Sarebbe potuto essere un viatico importantissimo verso un evoluzione verso chissà cosa, ma gli incidenti e l'ostracismo dell'america reganiana ebbero il sopravvento sulla loro fiera resistenza. Bedtime for Democracy chiuse così all'insegna di un ritorno alle atmosfere incendiarie ed ai pezzi brevi dei primi due album, senza alcuna concessione (superbe le due eccezioni da 6 minuti, Cesspools in eden e Chickenshit conformist) e con uno stato di forma che fu un delitto interrompere. Da macchina da guerra avevano iniziato e tali e quali terminarono.

lunedì 9 agosto 2021

T.S.O.L. ‎– Dance With Me (1981)


Travolgente hardcore californiano, di certo non della primissima ora ma dotato di una sua cifra stilistica. Avevo sentito nominare diverse volte negli anni i TSOL, ma la deriva ed il declino che subì il gruppo nel corso degli anni probabilmente ne hanno ridimensionato la statura complessiva. Mi ha convinto ad ascoltarli uno degli ultimi 20 Essentials di Blow Up, e devo ammettere che Dance with me non andava perso per molti motivi. Innanzitutto perchè il quartetto suonava alla grande, in special modo il chitarrista Emory, un fuciliere arroventato senza soste. Il cantante Grisham, seppur monotono come di rigore, aveva un'espressività funzionale. La sezione ritmica un treno in corsa che non sbagliava un colpo.

Il disco funziona particolarmente per le variazioni sul tema principale, che già di per sè sono irresistibili e rappresentano, come il miglior hardcore, un'estremizzazione dell'originale british-punk. Le cantilene malsane e psicotiche di The Triangle e I'm Tired of life non soltanto aiutano a tirare il fiato con qualcosa di diverso, ma stabiliscono un'apertura verso il gotico horrorifico che trova il suo apice in Silent Scream, che chissà perchè mi ha fatto idealizzare un Jim Morrison stonato, nato nel 1960/62 a Venice Beach e pienamente immerso nell'atmosfera di ribellione del tempo.

lunedì 22 aprile 2019

Dead Kennedys ‎– Plastic Surgery Disasters (1982)

Un razzo lanciato ai 1000 km/h, con la maturità di sapere di essere grandi; questo il secondo album dei DK, con una crescita tangibile soprattutto in East Bay Ray, chitarrista sempre più cesellatore e meno grezzamente hardcore, ma anche nel basso di Flouride, pulsante e puntuale. Un disco meno epidermico di Fresh Fruit, ma più intenso a livello compositivo, registrato meglio e più omogeneo. Crescita che sublimerà soltanto 3 anni più tardi in Frankenchrist, il lavoro art-hardcore che spaccherà il pubblico (e forse anche loro stessi). E che trova le sue tracce migliori alla fine, con Dead End e Moon over Marin.

sabato 3 agosto 2013

Pissed Jeans - Honeys (2013)

E' dura da accettare: 6 anni fa per me erano i campioni del mondo del noise-rock, poi nel 2009 un tonfo clamoroso col deludentissimo King Of Jeans, ed ora questo quarto album che non fa altro che farmi sprofondare nello sconforto: questi non sono più i miei Pissed Jeans.
Sono bensì un anonimo e mediocre gruppo di hardcore, che scimmiotta un po' i Black Flag ed al massimo può ricordare i Melvins più aggressivi degli ultimi 15 anni (quindi non esattamente un complimento) e a cui non è rimasto quasi nulla di noise.
Fry non incendia più la sua chitarra ma spara soltanto accordoni su riffoni, Korvette è sempre più rollinsionato, i pezzi sono piatti e senza alcuna fantasia.
Lo so, non avrei dovuto scrivere questo post ma a volte il dovere di cronaca è più forte.


mercoledì 3 ottobre 2012

Fucked Up - David comes to life (2011)

Come esprimere il proprio pensiero serenamente su un disco che è stato esaltato da tutti, ma proprio da tutti, senza riserve?
Non conoscevo i Fucked Up, ma principalmente per il fatto che non sono più interessato all'hardcore, perchè ha dato tutto da un bel po' di anni, neanche ascolto più l'hardcore evoluto che ebbe le sue grandi pagine negli anni '90. Non che lo rinneghi, semplicemente non m'interessa più, a meno che non si parli degli Husker Du che restano i più grandi di sempre.
Ora, per i canadesi si scrive di paralleli con Mould & co., si parla di hardcore progressivo, di Who. La grande intro di Let her rest e la partenza propulsiva dell'ottima Queen of hearts fanno saltare sulla sedia, promettendo benissimo. Ma il disco è lunghetto, oltre un'ora, e gli ottimi spunti disseminati ovunque finiscono per mischiarsi. E gli aspetti migliori, come le incisive frasi del bravo chitarrista solista o le doti del batterista, sono un po' coperti dal muro delle altre due chitarre che non staccano mai il pedale del gas e soprattutto dal rauco monotono in classico stile hc del cantante, che sinceramente stanca dopo un quarto d'ora. Ovviamente non si può chiedere di cantare ad uno che magari non ne è neanche capace (e forse c'è da considerare l'aspetto tradizionalista hc che credo imponga questa regola), ma qualche soluzione un po' diversificata in termini di arrangiamento avrebbe soltanto fatto bene ad un malloppo di pezzi dalle idee anche ottime.

mercoledì 9 febbraio 2011

Moby - Animal Rights (1996)

Un Moby molto diverso da quello che si impose con Everything is wrong e quello che spopolò le classifiche di tutto il mondo di Play. La storia narra che in quel periodo fosse parecchio risentito nei confronti della critica che non sembrava prenderlo sul serio, e per reazione il newyorkese se ne uscì con un disco devastante che gelò tutto e tutti.
Una mossa coraggiosissima, ma a mio avviso azzeccata visto che Animal Rights fu un autentico killer. Escludente le struggenti estremità di Now I let it go e Love song for my mom, due splendidi e delicatissimi strumentali per chitarra e violino suonato dall'unico ospite di tutto il disco, è una raccolta di violenze brade assortite fra punk, metal e hard-rock.
Moby si dimostra inatteso polistrumentista, in particolare cantante esasperato e guitar hero non da poco. Assolutamente irresistibili le furiose cavalcate di Someone to love, Heavy Flow, You, e soprattutto la fenomenale cover dei Mission Of Burma That's when I reach for my revolver, secondo me superiore all'originale. Moby si sgola e comunica tutta la sua rabbia con concretezza spaventosa. Face it e Soft sfoderano riff panzer degni dei Black Sabbath, l'efferata Say it's all mine alterna strofe evocative con chorus pesante, la schizoide My love will never die ripete il suo salmo ossessionante fra una selva di feedback.
Ovviamente si tratta di un episodio in cui i fans del Moby più poppy non troveranno particolare interesse, ma nonostante sia rimasto uno one-shot credo che Animal rights sia un capolavoro di ferocia arty, purtroppo mai replicato.

giovedì 6 maggio 2010

Fugazi - End hits (1998)

Il progressivo ammorbidimento dei Fugazi raggiunse nuovi livelli di espressività con questo End hits, grazie soprattutto ad alcune sperimentazioni di tipo armonico. Di fianco a sfuriate più o meno classiche come Place Position, Guilford Fall, Five Corporation, soprattutto l'incredibile Caustic Acrostic, (uno di quegli inni che solo i Fugazi potevano fare), si facevano sempre più strada situazioni stranianti, quasi spettrali, quasi slintiane, a dimostrare che era tempo di riflettere anzichè urlare. Recap Modotti è quasi come un dub accelerato fra riververi chitarristici cosmici. Lo strumentale Arpeggiator vive di un inusitato duello fra Mckaye e Picciotto, quasi un auto-compiacimento tecnico. Pink Frosty è diretta emanazione dalle nebbie di Spiderland. Closed captioned è una gag tragi-comica dagli sviluppi imprevedibili. Le dissonanze abrasive di Floating boy navigano a fatica fra fischi di feedback e pesanti cambi di tempo.
Un disco progressivo nell'unico senso possibile per i Fugazi.

(originalmente pubblicato il 12/12/08)

venerdì 30 aprile 2010

Black Flag - In my head (1985)

L'ultimo disco con Rollins alla voce vedeva lo strapotere chitarristico di Ginn, sempre più impegnato a tessere trame articolate e dissonanti. Il suo tiranneggiare le sorti artistiche della band lo portarono allo scioglimento: in aperta polemica con il vocalist, sotterrò le sue linee al di sotto degli strumenti. E fu un peccato, perchè In my head altro non era che un validissimo seguito agli album precedenti. White Hot, Out of this world, Drinking and driving, Society's tease sono i picchi di un albo rocciosissimo e maschio. E, a ben dire la verità e a prescindere dai contenuti, Rollins aveva una sua importanza nell'economia del sound.

(originalmente pubblicato il 04/09/08)

martedì 27 aprile 2010

108 - Holyname (1994)

Si sa, hardcore e hare-krishna sono sempre stati parecchio correlati e nel caso di questi newyorkesi si tratta più o meno della stessa cosa. Ma essendo prettamente interessato alla musica, lascio perdere la fede e mi concentro su questo Holyname che in effetti fu un ottimo esempio di hardcore contaminato, forse non eccessivamente evoluto ma con effetti e varianti di levatura.
Non so se l'originale era composto di una traccia unica come il solco ivi incluso, ma non ha importanza. Uno scampanellio e un flautino fanno da intro all'esplosione cingolata della title-track, dove gli stop and go sono al servizio della furia espressiva del quartetto. La voce è un impazzito scartavetrare come da tradizione, e sono i rallentamenti di Hopeless ad intrigare, con relativi paesaggi desolatamente bronxiani nel sottofondo. Dopo la pausa di Idefy che è una preghiera per sitar, bonghi e voce indiana, il treno hc riprende con Thirst, disorientante quanto basta per attirare l'attenzione. L'aggressione a mano armata di Grow sfuma in fade out, sono passati solo 17 minuti e l'ideologia prende il sopravvento: arriva un suono lo-fi di percussioni e litania di prece in sottofondo. Il disco è finito, la musica era tutta in quel quarto d'ora abbondante. Un lunghissimo e monotono monologo sulla schiavitù della società, un altro scampanellio con voce di donna e cori da processione, ed è un peccato per questi riempitivi che si possono tranquillamente saltare, perchè resta quel pugno di tracce che manifestava una band comunque valida.