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lunedì 9 maggio 2022

Low ‎– Double Negative (2018)


Nel riuscito tentativo di invecchiare con dignità, conservando la propria essenza ma cercando nuovi stimoli e sbocchi, i Low hanno semplicemente cambiato il vestito delle loro arrendevoli ballads. Apparentemente non è cambiato molto dai primi, commoventi, struggenti albums; la loro fonte di ispirazione resta quella dell'introspezione e dell'ispezione dell'anima più profonda. Dopo aver attraversato una crisi di mezza età, per gran parte degli anni Zero, da qualche anno hanno saputo trovare la forma migliore facendosi produrre da uno specialista, tal Bj Burton, che li ha spinti verso panorami espressivi di elettronica aspra, stridenti desolazioni mixate con gli immancabili impasti vocali di Sparhawk e Parker. Si potrebbe definire il Kid A dei Low, con le dovute proporzioni temporali. La critica si è unanimemente strappata le vesti per questo disco, io non faccio altrettanto ma non posso fare a meno di sottolineare il pregio ed il piacevole disorientamento grazie al quale i Low stanno invecchiando molto, ma molto bene. Eccellenti Dancing and blood, Always trying to work it out, Dancing and fire, Poor sucker.

venerdì 24 maggio 2019

VV.AA. - Music And Migration (2010)

Valida antologia di una label inglese, la Second Language, specializzata in materiali neo-folk, cantautorati artigianati semi-elettronici e derivati. Curata fra gli altri da Glen Johnson dei Piano Magic, supporta un organizzazione benefica che monitora le migrazioni dei volatili in tutto il pianeta.
Contiene 21 tracce per altrettanti artisti, fra cui occorre segnalare senza dubbio i pesi massimi: Vashti Bunyan con una delicatissima delle sue, Xela con un divino echeggiante peregrinare dei suoi, Richard Skelton con una girandola panoramica Carousell, Library Tapes con un carrello pastorale e Leyland Kirby con un escursione light-dark-ambient in stile.
Il resto dei partecipanti non lo conosco, ma qualche bella scopertina c'è: David John Sheppard, Danny Norbury, Heather Woods, Lene Charlotte Holm (puro Grouper-style pianistico con qualche anno di anticipo), Fieldhead, tutti più o meno concentrati su materiali di questa caratura. Due/tre stecche nette ci sono, in ambito folk più canonico, ma ciò non toglie che si tratti davvero di una bella compilazione.

giovedì 1 novembre 2018

Leafcutter John ‎– Tunis (2010)

E' un po' che non abbiamo più notizie di John Burton, per cui retrospettiva su questo pseudo-live dal concetto fascinoso: invitato ad un festival a Tunisi, gli è stato imposto di eseguire il suo concerto con l'ausilio anche di materiali registrati nei dintorni. Col nastro poi è tornato a casa ed ha assemblato il disco finale, risultato in un meltin' pot ambizioso di influenze locali, un po' di acustica ed electro-ambient polverosa, misticheggiante, da miraggio desertico. Fra canti di muezzin, strumming, droni estatici, ipnosi e tribalismi, Burton è riuscito a non farsi prendere la mano ed ha fatto centro, e che si tratti di un live ce ne accorgiamo solo negli ultimi secondi, quando un caloroso applauso si leva dal pubblico.

lunedì 14 dicembre 2015

Leafcutter John ‎– The Housebound Spirit (2003)

Prima della svolta folk col bellissimo The forest and the sea, peraltro precedente ad una lunghissima pausa, John Burton era un performer prettamente elettronico, audace nel mettere in scena le sue schizofrenie anche tramite un dispositivo che genera suono attraverso la luce.
In questo disco Giovanni Tagliafoglia eccedeva in un po' troppi stili; glitches, astrattismi robotici, quadretti da camera, electro-dub, pseudo-operismi, soltanto un paio di dolenti torch-songs delle sue. A volte l'avanguardia trascende un po' il sentimento e le emozioni, si sa, eppure l'inglese riuscì a canalizzare questo enorme guazzabuglio di stili in qualcosa di avvincente senza far storcere il naso nè a chi la ama nè a chi la odia, a mio parere.

mercoledì 13 febbraio 2013

Leafcutter John - The Forest and The Sea (2006)

Ombroso cantautore britannico che, come si evince da foto, alterna stile acustico da murder ballad ad utilizzo saggio di laptop, sia per ispessire che per fornire bizzarri esperimenti sonori. Una soluzione che svariati progetti hanno provato a centrare negli ultimi 10 anni, ma che per quanto mi riguarda non ha mai generato almeno un capolavoro. John Burton ci va molto vicino.
Un altissimo lirismo ammanta le tracce migliori di questo bellissimo disco: almeno 4 pezzi (Now, Let it begin, Dream I, Seba) possiedono il tocco magico e infinitamente melanconico dei primi Black Heart Procession: l'approccio ai concretismi e alle disturbate frequenze contribuisce a mischiare le carte.
Questo tagliafoglie, che evita qualsiasi luogo comune crooneristico (proprio come i maestri Jenkins e Nathaniel), sa creare ambientazioni da melodramma commovente: l'iniziale Let it begin, con l'innesto di archi (veri o campionati che siano), mi ricorda addirittura l'afflato del giovane Roy Harper.
Una menzione va fatta anche per i pezzi sperimentali, come Dream II o In the morning, che intervallano con sinistre emissioni glitch e plumbei droni da quiete dopo la tempesta. Plauso.

sabato 26 gennaio 2013

Khonnor - Handwriting (2004)

Cantautorato abbastanza intimista spesso imbevuto in un'ovattata coltre di elettronica dagli sprazzi più che eccellenti per questo americano che però nel frattempo sembra essersi un po' perso. Un peccato, viste le premesse.
In Handwriting ci sono due aspetti dominanti: la ballad pigra per chitarra acustica e poco altro, e la ballad syntetica con beat-box, glitches e scenari ambientali. La voce incerta ed indolente di Khonnor, lasciata quasi sul sottofondo, è un mero corredo a giustificare la definizione di songs, quando in realtà sono gli spunti strumentali a risaltare maggiormente come nella splendida Crapstone o in Kill2, evocativamente simile al Barzin che aveva debuttato giusto un anno prima.
Un suono costantemente espanso, a dispetto della povertà di equipaggiamento dichiarata nelle bios, lascia l'ascoltatore nella sensazione di trovarsi in un limbo confidenziale come pochi altri solisti attualmente riescono a fare (Screen love, space, time), dove la freddezza degli interventi elettronici è sempre attenuata dalla calorosa attitudine della gioventù col cuore in mano.

sabato 15 ottobre 2011

(R) - Under the Cables, Into the Wind (2005)

Palumbo dei Larsen alla sua prima libera uscita, con un tracciato che solo in minima parte richiama il gruppo madre, e che si concentra su coordinate minimalistico/ipnotiche.
Love song è un tema che apre e chiude, sommatoria di sibilii e sferragliate di piatti sotto uno slide di basso. Landscape #1 irradia un po' di positività, ma il continuum di organetto e simil-cornamuse alla lunga (9 minuti) annoia parecchio, così come gran parte dei 12 minuti di Ghosts are made of DNA, oscillazione dark-ambient da encefalogramma piatto, forse più una ricerca del suono che altro.
Le cose si fanno interessanti con la psichedelia minimale di Shining camels and rising anacondas, ma poi Palumbo si imbarca in un folk slabbrato e acido con I'm with you e che dire, sembra non essere propriamente il suo genere e la voce è da dimenticare.
In sostanza, ben poche idee e ancor meno conseguenti cose.

venerdì 14 gennaio 2011

Low In The Sky - We are all counting on you, William (2007)

Interessante progetto americano strumentale che fonde folk ed elettronica con delle ottime trovate, specie sul piano delle melodie, ma di cui si sa poco o nulla.
Un atmosfera sognante ed evocativa domina il disco nella sua quasi totale interezza. Le chitarre cristalline di New Amsterdam 1672 rievocano certe arie dream-pop dei primi anni '80, ma è solo un episodio circoscritto. The Pursuit of the Giant Squid sembra portarli più su derive sobriamente orchestrali, dalle parti GY!BE ma con misura e leggiadria quasi surreale.
La produzione è un punto di forza del disco. Sia quando si resta sull'acustico che quando il ritmo si fa digitale e compaiono i sample, le scelte sonore sono sempre oculate. Curiosamente Fellow Mice si avvicina, effetti e tastiere escluse, ai nostri Bachi Da Pietra.
Non mancano neanche spunti che in qualche momento rievocano addirittura gli Arab Strap, sparsi in qua e in là. Sinceramente non saprei dire se con una voce i Low In The Sky potrebbero ottenere di più nel risultato finale, però perlomeno un tentativo serio lo dovrebbero fare (e non quello che mi sembra un campionamento femminile su Fnd Wax Cylindr at Abandnd Shell Station). Basti sentire il pezzo migliore del disco, la solenne e marziale Dialogue wuth a shadow, ed immaginarci sopra, che ne so, uno tipo il vocalist dei Stateless. Ne avrebbe guadagnato, senz'altro.