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venerdì 8 novembre 2019

Melvins ‎– Ozma (1989)

E' il trentennale di Ozma, ed una piccola celebrazione ci vuole per quello che forse fu il loro top della fase indipendente, insieme a Lysol e Bullhead. Ci sono ben poche divagazioni e/o compromessi in questo colosso, fra l'altro ristampato l'anno scorso esattamente dalla label originale, la Boner. Su 16 tracce soltanto Vile e Revulsion/We reach superano i 3 minuti, e sono gli episodi più doom, nell'accezione melvinsiana del termine; il focus maggiore è sui ritmi serrati e spezzati, sulle rasoiate di Buzzo, sulle sue vocals psicotiche e sulle sue costruzioni anfetaminiche. Al basso di turno c'era Lorax, superfluo ribadire la grandezza di Dale Crover. Asciutta anche se un po' compressa la produzione di Deutrom, di lì a qualche anno futuro bassista nella fase major.
Menzione speciale per At A Crawl, Green Honey, Raise a Paw, ed ovviamente Oven, pochissimo tempo dopo già coverizzata dagli Helmet.
Classicone.

martedì 18 aprile 2017

Fudge Tunnel ‎– Creep Diets (1992)

Tuffo nel passato, ai tempi di Rumore 2 la Vendetta su Planet Rock e di Indies, quella trasmissione su VideoMusic condotta da un tipo hipster-punk-metallaro che trasmetteva tante belle cose. Era da allora che non ascoltavo i Fudge Tunnel, trio di Nottingham che rilasciò 3 album nei primi '90 su Earache, nella cui scuderia erano un po' un anomalia in quanto molto più accessibili della media in catalogo.
Dico ciò perche fin dai primi due pezzi, Grey e Tipper Gore, che stimolano la mia memoria perchè legate alle due sopracitate: del primo ricordo un clip, del secondo di quanto la apprezzavo. Sono abbastanza rappresentativi del disco, in quanto manifesti espressivi dei FT: una specie di sludge-grunge atipico pur senza avere connotati innovativi nè destinati ad essere particolarmente ricordati. I chitarroni di Newport ed i ritmi boombastici sono chiaro simbolo di metallo rovente, mentre l'immediatezza epidermica dei pezzi richiamava la voga di Seattle, seppur ricoperti da una coltre di distorsioni incessanti. Il limite di Creep diets sta nell'essere parecchio monocromo (un paio di tracce addirittura assomigliano a delle precedenti), ma è di quella monotonia che, per dire, animava anche Meantime degli Helmet, che col tempo ho rivalutato. E, come quello, è invecchiato sicuramente molto meglio di altri limitrofi, nonchè del catalogo medio della Earache.

venerdì 28 febbraio 2014

Tweak Bird - Undercover Crops EP (2012)

Spassoso quasi-pop-metal suonato con foga e precisione per questo power-duo di fratelli provenienti dall'Illinois. Nulla di rivoluzionario ma nel suo piccolo è qualcosa di originale: sembra di sentire i Melvins più massicciamente veloci con alla voce due folletti ben armonizzati fra di loro, appena usciti dal coro della chiesa, al posto di Buzzo. In due parole, metal da cartone animato.
Sarà anche perchè dura un quarto d'ora, ma questo EP diverte e coinvolge. Le composizioni in sè non sono fenomenali e il chitarrista sforna riffs rimasticati che non sono molto innovativi, ma è questo aspro contrasto che genera interesse. Il seguito sarà da analizzare.

giovedì 4 agosto 2011

Treponem Pal - Excess & Overdrive (1993)

C'era una volta l'industrial-metal, ovvero nei primi anni '90. I Ministry sbancavano tutti i botteghini, i Nine Inch Nails ci stavano arrivando, ma anche in Europa non si scherzava, con gli svizzeri Young Gods e i francesi Treponem Pal, che qui trovavano la loro consacrazione a livello perlomeno continentale. Isoliamo i Godflesh, che sono sempre stati a sè stanti.
A ripensarci adesso, era un movimento eccitante ed ha lasciato qualche bella testimonianza. Excess & Overdrive non sarà forse ricordato come una pietra miliare e a livello produttivo dimostra tutti i suoi 18 anni; l'enfasi dei TP era tutta spostata sull'ossessività, sui riff chitarristici urticanti e sulla vocalità feroce dell'armadio Neves. Un sound molto lucido ed omogeneo (quasi troppo), privo delle schegge di follia dei Ministry o della creatività di Reznor, alla lunga un po' ripetitivo nel suo dibattersi animalesco.
Ipotizzando di stilare una compilation, però, non si potrebbe non inserire l'highlight Pushing you too far, in cui qualche inserto elettronico dà una bella mano e le chitarre si sgranano un po', allucinate da una forma di psichedelia androide. Molto bello.

martedì 12 aprile 2011

Prong - Cleansing (1994)

I newyorkesi nel momento di massimo successo commerciale, ovvero negli anni in cui acts come Pantera e Sepultura tiravano tantissimo il mercato del metallo evoluto a partire dall'hardcore. Ma io li preferivo di gran lunga agli altri due, per diversi motivi, fra cui: il cantato del chitarrista e fondatore Victor, abbastanza furioso ma non growling (che mi sembrava insensato se al di fuori del grind-death). Una maggior ecletticità, che non prevedeva solo cascate di chitarroni a sega circolare. Qualche collegamento con la new-wave più dura, ovviamente filone Killing Joke, di cui sembrarono l'evoluzione metallica naturale (e da cui peraltro proveniva, a seguito di militanza decennale, il neo-entrato bassista, il povero Raven). Inoltre Cleansing era un punto di mediazione rispetto ai primi dischi, in cui l'hardcore era un retaggio molto insistente.
Gli hits erano molto interessanti e gradevoli ancora adesso: Snap your finger snap your back e Broken peace rollano con un gran bel tiro ritmico (il batterista Parsons, metronomico ed efficace), e come giustamente star come Korn e Tool fanno notare, restano di grande influenza sul nu-metal che esplose dopo qualche anno.
Sui pezzi meno agitati (Not of this earth, Sublime, ma anche nel chorus di No question) regna l'alone gotic-core di Coleman & Co., al punto che basterebbe togliere un bel po' di distorsione alle chitarre e parrebbe di sentire proprio Walker. Ma occorre ammettere che i Prong avevano un loro stile ben definito, indipendente da Ministry o Nine Inch Nails che furoreggiavano anch'essi in virtù di un ben poco consono appellativo industrial-metal.
Canto del cigno, chè già il successivo fu il tipico tonfo di fine corsa.

mercoledì 9 febbraio 2011

Moby - Animal Rights (1996)

Un Moby molto diverso da quello che si impose con Everything is wrong e quello che spopolò le classifiche di tutto il mondo di Play. La storia narra che in quel periodo fosse parecchio risentito nei confronti della critica che non sembrava prenderlo sul serio, e per reazione il newyorkese se ne uscì con un disco devastante che gelò tutto e tutti.
Una mossa coraggiosissima, ma a mio avviso azzeccata visto che Animal Rights fu un autentico killer. Escludente le struggenti estremità di Now I let it go e Love song for my mom, due splendidi e delicatissimi strumentali per chitarra e violino suonato dall'unico ospite di tutto il disco, è una raccolta di violenze brade assortite fra punk, metal e hard-rock.
Moby si dimostra inatteso polistrumentista, in particolare cantante esasperato e guitar hero non da poco. Assolutamente irresistibili le furiose cavalcate di Someone to love, Heavy Flow, You, e soprattutto la fenomenale cover dei Mission Of Burma That's when I reach for my revolver, secondo me superiore all'originale. Moby si sgola e comunica tutta la sua rabbia con concretezza spaventosa. Face it e Soft sfoderano riff panzer degni dei Black Sabbath, l'efferata Say it's all mine alterna strofe evocative con chorus pesante, la schizoide My love will never die ripete il suo salmo ossessionante fra una selva di feedback.
Ovviamente si tratta di un episodio in cui i fans del Moby più poppy non troveranno particolare interesse, ma nonostante sia rimasto uno one-shot credo che Animal rights sia un capolavoro di ferocia arty, purtroppo mai replicato.

martedì 27 aprile 2010

Type O Negative - Bloody kisses (1993)

Il metal concettuale ha raggiunto una delle sue massime espressioni con questo Bloody Kisses, estenuante e variegato lavoro che nel 1993 regalò una notevole popolarità ai TON.
Lungo oltre 70 minuti Steele & Co. seppero esplorare una moltitudine di atmosfere, dal doom all'hardcore, dal folk alla psichedelia, con il comune denominatore della follia; preferisco sorvolare sul contenuto, che svaria da attacchi alla chiesa a proclami di odio maschilisti-razzisti, anche perchè non so quanto il leader facesse sul serio. L'intro della suite Christian Woman è un soffice tappeto di organo (le tastiere di Silver saranno fondamentali su tutto il disco) che preclude all'epica esplosione crush-doom; si passa poi da un dimesso motivo acustico ad un tema sornione in cui i cori gregoriani fanno da sottofondo. Assolutamente geniale.
Anche se il retaggio è indubbiamente hardcore-metal, composizioni ispirate come Black no.1 e Kill all the white people si fanno apprezzare molto per i cambi repentini sempre a tono e per il coinvolgimento. I cori lussuriosi-angelici di Summer Breeze e Set me on fire generano strane atmosfere tardo anni '60 mixate con l'hard rock moderno. La title-track è un doom rallentatissimo che avrà fatto invidia ai Paradise Lost.
Il finale è ancor più schizofrenico, fra suoni da girone infernale, vaghe reminescenze Doorsiane e assoli di sitar.
Nel suo complesso Bloody Kisses è un melting pot assolutamente da ascoltare per non fare di tutto il metal un fascio irrancidito da buttare via.

(originalmente pubblicato il 13/06/08)