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martedì 14 febbraio 2023

Zelienople – Hold You Up (2020)


Vale più o meno lo stesso discorso, con le dovute differenze, che ho fatto tempo fa per Holy Sons; ci starebbe una pausa di un paio di settimane per fermarsi ed ascoltare in sequenza tutta la discografia, che consta di una ventina di titoli, con ogni probabilità mai meno che buoni. Per adesso conosco il debutto del 2002, forse leggermente acido ed acerbo in prospettiva, lo splendido mediano Give It Up del 2009, oggi è il turno del più recente del lotto, Hold You Up, che non può fare altro che confermare il mio apprezzamento per il loro polveroso e spiritato ambient-rock. Immancabilmente il motore della situazione è sempre Matt Christensen, ma non sarebbe una cosa di gruppo senza Weis e Harding, essenziali nel fornire un corredo che diventa l'essenza stessa dello Zelienople sound.

Una verve ritmica maggiore nell'iniziale Safer e nella finale America fanno da zavorre per il poker centrale di escursioni svanite e di durata potenzialmente infinita, da ascoltare e riascoltare e riascoltare senza stancarsi. Menzione speciale per la title-track e You Have It, ma è solo una questione di gusti. Abbandono totale; ce l'hai o non ce l'hai.

martedì 8 novembre 2022

Matt Christensen – I Know What The Fight Is (2017)

Per quanto rappresenti un modello vintage nel suono e nello stile, MC è perfettamente in linea con i tempi e con i modi degli artisti più fieramente liberi da ogni condizionamento e dagli schemi del panorama musicale; la sua discografia Bandcamp lievita mese dopo mese ad un ritmo irrefrenabile, e la lista supera ormai le 150 unità. E' chiaro che pubblica qualsiasi cosa registri. Allora tanto vale, come regola comune, basarsi sulle uscite fisiche, perchè con ogni probabilità avranno come minimo una cura sopra la media di quelle solo digitali. Almeno, in teoria.

I know what the fight is segue di un anno il divino Honeymoons, ed indugia su quel modello a dispetto di una registrazione meno limpida: strutture pigre, l'illuminata chitarra dal sapore desertico, le minimali e strascicate nenie vocali, il supporto ritmico di qualcosa che somiglia ad un double bass e percussioni spartane, col santino degli ultimi Talk Talk sull'ampli ed il flusso di coscienza che scorre come acqua fresca, senza alcun limite che non sia il proprio animo e la propria dimensione.

Il disco ha 7 tracce, non molto dissimili fra di loro, alcune terminano in fade out perchè potrebbero non avere fine. Il consiglio, se ci si vuole avvicinare al mondo di Matt Christensen, è di lasciarsi andare completamente e di prenderlo quasi come un sottofondo. E' fra i più immacolati e polverosi allo stesso tempo che possano capitarci fra le orecchie.

sabato 21 maggio 2022

White Birch – The Weight Of Spring (2015)

 Il ritorno di Ola Fløttum a 10 anni di distanza dal precedente, sublime Come Up For Air. Durante quel lungo silenzio, erano ovviamente successe un po' di cose. I WB come entità conosciuta nel decennio precedente si erano sciolti nel 2006, ed il factotum si era dato alle sonorizzazioni ed alle soundtracks, oltre a metter su famiglia. Accatastando materiale non idoneo alle sue commissioni, si accorse che ce n'era abbastanza per poter concepire una nuova opera d'artigianato a nome WB, e realizzarla con un paio di collaboratori necessari alla strumentazione di accompagnamento, con la Glitterhouse a patrocinare volentieri.

Fu un torto agli ex compagni di avventura? Non lo possiamo sapere, possiamo solo ringraziare che il norvegese abbia dato alle stampe un'altra puntata del suo melanconico, etereo, soffuso catalogo, fatto di ballads avvolgenti, così intimamente scandinave e pregnanti di calore umano, col surplus della maggiore esperienza a compensare qualche piccolissimo cedimento di stanca in scaletta. Spiccano il volo per la stratosfera The Fall, Lamentation, Winter Bride, Spring. La primavera ha un suo peso, Ola Fløttum il suo specifico l'ha ampiamente dimostrato. Speriamo affastèlli ancora, in qualsiasi altra stagione.

sabato 19 marzo 2022

Northwest – II (2019)


La piacevolissima conferma che il primo, abbagliante, album non fosse un exploit fine a sè stesso per la coppia spagnola. Vien da pensare che la matrice compositiva sia frutto della stessa ispirazione, escluso il fatto che l'atmosfera sia ancor più rarefatta e che gli interludi squisitamente neo-classici prendano il sopravvento, con archi e clarinetto impegnati in vere e proprie esecuzioni di spartiti.
Basta un pugno di ispiratissimi numeri per confermare appieno la magia: Winterland, The Day, All Of A Sudden, Wasted Light. Le dinamiche che muovevano il predecessore segnano il passo in favore di una stasi paradisiaca, concetto essenziale alla base del disco. Li aspettiamo con enorme curiosità alla prova di un terzo che sarà procuratore di sfide.

lunedì 7 marzo 2022

Nicola Ratti – Ode (2009)


Nel suo erratico pellegrinaggio terrestre alla ricerca di ospitalità, Ratti è passato anche dall'Australia, in casa Preservation, una label con qualche nome di buon prestigio in catalogo. Ode uscì appena un anno dopo quello splendido From The Desert Came Saltwater che lo fece balzare un po' all'occhio della critica, e proseguiva nella ricerca di un suono fantasmatico, un po' desertico e polveroso che rarefaceva le vecchie eredità ambient-rock in un ottica ancor più sgranata. Rispetto ad esso, Ode serrava un po' le fila del suono grazie al contributo di una sezione ritmica all'uopo assunta (contrabbassista dei Ronin + batterista dei Quasiviri), perfettamente calata nella realtà Rattiana. Un'altro centro per il chitarrista milanese, uomo di mondo e gentile diffusore di una musica austera ma confortevole al tempo stesso.

lunedì 29 novembre 2021

Zelienople ‎– Give It Up (2009)


Abbandona (o abbandono, o altre declinazioni), questo l'invito derivante dal titolo dell'ottavo albun degli Zelienople, a quel punto ridotti a trio rispetto agli inizi. Io invece lo tradurrei in abbandonati, oppure mi abbandono all'ascolto, inerme e sognante. Il problema del gruppo di Matt Christensen è che la loro discografia potrebbe essere zeppa di dischi che dicono nulla e tutto al tempo stesso, ma semplicemente bellissimi come Give It Up, e mi occorrerà un sacco di tempo per indagare (per tacere dello stesso MC, di cui conosciamo molto bene un paio di eccellenti solisti, ma anche qui in termini di prolificità non si scherza).

Un inebriante punto d'incontro fra la psichedelia polverosa, l'ambient rock di derivazione nobilissima, certo shoegaze (a volte mi vengono in mente gli Slowdive di Pygmalion). Non ci sono ombre emotive in questo trasognato girovagare per canovacci ripetuti all'infinito, con la compassata e sempre brillante chitarra di MC e le sue nenie vocali fragili  ed incerte a costituire la spina dorsale di ogni pezzo, coadiuvato dalle percussioni quasi impercettibili di Mike Weis e dai corredi d'ambiente di Brian Harding. Difficile scegliere quale traccia si elevi sulle altre, perchè la dimensione onirica del lotto prevale su qualsiasi metro di giudizio e l'eventuale desiderio di skippare è inibito.

Musica che dice tutto e nulla, musica fantasma, che non invita ma che crea campi magnetici. Un inno alla libertà di ascolto. Tutto ciò che voglio è calma.

lunedì 6 settembre 2021

Northwest - I (2018)


Coppia di fatto spagnola, emigrata dalla terra natale a Londra qualche anno fa e dedicatasi a questo progetto dal debutto eccellente, di quelli che lasciano il segno. Lei, voce estatica e rapita un po' Liz Fraser ed un po' Kate Gibbons. Lui, architetto musicale equamente abile fra l'elettronica mai dominante e le partiture acustiche di fine cesello. Una sorta di strano incrocio fra le paradisiache visioni degli Insides, le incursioni dei Radiohead più spettrali, gli stranianti tratteggi degli ultimi Talk Talk, l'austerità formale degli Audiac. Un disco dal respiro lentissimo, immerso in una trance onirica permanente ma non scevro da dinamiche (London, esempio calzante di oltre 11 minuti capace di sintetizzare la loro arte), orchestrato con sapienza (notevole l'uso del mellotron come fosse una tastiera qualsiasi), in cui il songwriting riesce a fare a spallate con l'impostazione concettuale. Ammaliante.

giovedì 9 luglio 2020

These New Puritans ‎– Inside The Rose (2019)

Ben 6 anni di distacco fra l'ottimo Field Of Reeds e l'ultimo dei fratelli Barnett, ormai rimasti in solitudine familiare nell'art-output del puritanesimo, questa volta in decisa virata verso un post-gotico dal forte impatto ritmico (soprattutto la prima metà dell'album), prodotto con una cura maniacale in tutti i dettagli, e che non può non ricordare costantemente acts come Piano Magic, l'O'Sullivan in guisa Mothlite, o addirittura gli ultimi Ulver in certi tratti. Nella seconda metà emerge invece il lato più sinfonico/pastorale, con un songwriting incantevole in A-R-P e Where The Trees Are On Fire (ma anche l'intro Infinity Vibraphones è una vetta).
Praticamente infinita la lista dei collaboratori, fra cui un cameo di David Tibet, la cui ombra effettivamente si può intravedere in qualche passaggio. Il vero protagonista però è il glorioso Graham Sutton, che registra, mixa e fa qualche coro; è proprio ai suoi, grandissimi Bark Psychosis, che gli highlights di Inside The Rose pagano un commosso e sincero tributo.

domenica 21 giugno 2020

Matt Christensen ‎– Coma Gears (2014)

Assimilata la sorpresa con Honeymoons e indagato superficialmente sugli Zelienople, la voglia di ascoltare altro di MC non è tardata. Nel voler approfondire il discorso, però, affiorano i seguenti problemi: 1) un sassofonista jazz omonimo, anch'egli statunitense, dal quale è facile discernere vista l'area di operatività distante anni luce, ma che crea comunque sovrapposizioni 2) la relativa oscurità in cui il chitarrista naviga, dal momento che si tratta sostanzialmente di un dilettante (per dire, neanche una su Pitchfork!) 3) finchè si prende Discogs come riferimento, le uscite non sono tantissime ma se si finisce sulla sua pagina Bandcamp, la lista dei titoli è infinita.
Vale così lo stesso discorso che faccio per Aidan Baker. Un titolo a caso che mi piace e vada come vada. Sorpresa, Coma Gears è un'altro bellissimo disco, e diverso da Honeymoons. Ormai l'ho inquadrato, MC: è uno di quei soggetti che ha il suo fortissimo stile personale, che cicla e magari ricicla all'infinito le stesse idee, ma ha il tocco magico di conferire un impronta che lascia il segno. Il suo songwriting spiritato, a passo di lumaca, scazzato e deciso al tempo stesso, è qualcosa che si ama o che si odia. Coma Gears è un disco che infonde una sorta di trance a tratti desertica, e quindi dai connotati americani decisi, ma che già tradisce la fascinazione per l'ambient-rock britannico delle leggende più citate in Honeymoons in vesti più ruvide (in un paio di pezzi, Worry e Blame The World sembrerebbe quasi dei demo inediti dei Loop di Heaven's End).
Niente ritmi, un deciso uso di tastiere atmosferiche a fare da tappeto e sostenere la sua Telecaster, sopraffina ed indiscussa protagonista nel dispensare le note giuste, in sequenze e numeri. E la conferma di avere in questo impiegato nei servizi sociali (nonchè avido bevitore di caffè) uno dei migliori non-inventori degli ultimi anni.

martedì 6 agosto 2019

Labradford ‎– Labradford (1996)

Terzo e più bell'album del duo (allora trio), dal punto di vista emozionale. Nelson e Brown liberavano la loro vena lirica, e con l'ausilio del bassista Donne aggiungevano una timida, lenta iniezione ritmica. Recuperando lo sparso, a tratti represso slancio melodico di Prazision, rimasto un po' in disparte sul secondo A Stable Reference, ci regalavano un afflato finissimo; le pigre didascalie chitarristiche ed i sussurri intellegibili di Nelson, le coloriture d'organo di Brown, gli effetti elettronici sottopelle, tutto va in gloria con i capolavori Midrange e Battered, magnificenti sculture di quiete cosmica in forma intimista. Ma a partire dallo strumentale iniziale, disorientante quanto poco indicativo del proseguio, non c'è un momento che non convinca in questi solchi confidenziali, universali, a tratti tangenti una forma di gotico difficilmente sentita prima, se non negli ultimi Talk Talk. Pietra miliare di tutto il post-rock.

domenica 8 aprile 2018

Supersilent ‎– 8 (2007)

Tutti i dischi dei Supersilent mi fanno lo stesso effetto: al primo ascolto, noia, interrogativi, dubbi e supposizioni. Al terzo/quarto qualcosa inizia a restare in mente, al quinto le cose si stabilizzano e i momenti topici restano. Su 8 ce ne sono almeno 3/4: la tempestosa eruzione vulcanica di 1, la magnifica letargia con chitarra brulicante di 5, l'acid-noise di 7, lo stranissimo quadro astratto di 4. Sul resto, le solite divagazioni con scampoli di jazz strafatto, elettronica zoppicante, silenzi misteriosi e deflagrazioni improvvise. Prendere o lasciare è il loro motto.

mercoledì 4 aprile 2018

Matt Christensen ‎- Honeymoons (2016)

Splendida scoperta, di questo cantautore chicagoano attivo da una quindicina d'anni nella band Zelienople, di cui però non ho alcuna conoscenza. Honeymoons è sostanzialmente un ennesimo raccoglitore dell'eredità degli ultimi Talk Talk e dei Bark Psychosis di Hex, ma con un ottica molto povera di romanticismo, algida ed ancor più rarefatta, ma non certo per questo fredda. Uno slacker elegante e raffinato, che con abilità conferisce un tocco europeista al suo dna americano (non a caso il disco esce per un'etichetta norvegese). Sei lunghi brani che si dipanano molto lentamente, poco meno che essenziali; al netto di qualche tastiera e qualche scarnissimo beat sintetico, la protagonista è la sua elettrica, pulitissima, squillante, riverberata, rilassata; Christensen è uno slow-hand illuminato che conduce le sue composizioni senza bussola, lasciandole andare alla deriva, sussurrando con discrezione liriche sparse, facendo galleggiare l'ascoltatore in un limbo irresistibile, da consumare avidamente, a ripetizione.

mercoledì 21 marzo 2018

Airportman ‎– Letters (2008)

Chiamarsi come il primo pezzo di Up! dei Rem, forse una delle tracce meno digeribili per i fans più puri del quartetto-poi-trio di Athens, sempre che fosse questa l'origine dell'ispirazione, è stata una stranezza che non mi ha mai indotto all'ascolto di questo prolifico (10 dischi in 10 anni) gruppo cuneense; che poi sapessi che tutto era fuorchè un clone della banda di Stipe, non importava.
Oggi, ascoltandoli per la prima volta, mi rendo conto che non è stato giusto, perchè almeno Letters è un disco che, seppur abbastanza monocromatico, riluce di un eleganza formale e rustica al tempo stesso, intriso di una malinconia cinematica che a tratti ha del sublime. L'ispirazione può esser derivata dalle tristi nenie dei Black Heart Procession, o dalle tessiture agresti dei Drunk, o dalle rarefazioni di Mark Hollis; composta da 9 tracce senza titolo, è un'unica grande meditazione dal sapore rurale (evidente tratto dna piemontese, mi ha anche ricordato i Madrigali Magri, nonostante le evidenti differenze), priva di qualsiasi ritmica, con un cuore grande così.

giovedì 2 marzo 2017

A.R. Kane ‎– 69 (1988)

Splendida anomalia britannica: un duo di colore che abbandonò qualsiasi stereotipo legato alla musica nera per abbracciare uno strano e fascinoso miscuglio di new-wave, dream-pop, fulgidi arabeschi chitarristici (senza disdegnare feedback stridenti), lambendo spesso un campo dub dalle parvenze molto più bianche.
Un disco fantasioso e super-variopinto, con la peculiarità delle voci che, essendo tutt'altro che limpide (per non dire sgraziate), davano un chè di preziosa precarietà. Dopo una prima metà effervescente anche a livello ritmico, la seconda parte va in gloria con le meravigliose rarefazioni di Sperm Whale Trip Over, The Sun Falls Into the Sea, The Madonna is With Child e Spanish Quay, numeri magistrali di ambient-rock. Si scrive un po' ovunque che hanno anticipato tante cose della Too Pure, il trip-hop, persino certi aspetti dello shoegaze. Un po' di giustizia è arrivata postuma, dato che in vita non ebbero un granchè di riconoscimenti; per quanto mi riguarda, ho impiegato 3-4 ascolti per permeare nella grandezza di 69.

venerdì 30 dicembre 2016

Miracle Condition ‎– Miracle Condition (2009)

La parentesi di Mark Shippy, spalleggiato dal primo batterista degli US Maple Pat Samson e da uno (intuisco bassista) sconosciuto dottore in bioinformatica, tal Matt Carson. Per loro un album, un EP e una distanza siderale da quanto realizzato nel glorioso passato e nell'immediato futuro (cioè Invisible Things).
Il sound di MC è infatti contrassegnato da una specie di shoegaze-ambient-post-rock davvero inaspettato per gli standard di Shippy; eppure col senno di poi, anche se non la ricorderemo come la sua cosa più memorabile, appare chiaro che si trattava di una fase sincera e genuina.
E poi si sa, un fuoriclasse lo è anche in trasferta. Il disco è una parata di tanti stili; l'epic-instru più alto (reminescenze Explosions in the sky scorrono un po' per tutta la scaletta), l'indie-rock più confidenziale degli anni '90 fino a lambire le stasi dello slow-core (Anthem) o i balzelli art-pop di derivazione Three Mile Pilot / Pinback (The Wandering Y, Assignment), i cumuli shoegaze-core (Arrival), stratosfere che Halstead invidierebbe a morte per un ipotetico nuovo Slowdive (Into the bay), per terminare con l'unico pezzo in cui fa capolino la pazzia rimasta latente altrove, Alphaspectra Rising che in 8 minuti fa un mini-riassunto ed aggiunge una grinta ed un dinamismo quasi alieno in un disco che sarà riservato agli amanti dei sopracitati e forse meno a quelli di US Maple, ma è fatto maledettamente bene.

venerdì 16 dicembre 2016

Slowdive ‎– Pygmalion (1995)

La grandezza degli Slowdive non va misurata soltanto nel fattore guardati-le-scarpe e non soltanto nel miliare Just for a day, ma anche nel coraggio di fare uno dei capolavori più misconosciuti dei nineties come Pygmalion, dopo quel Souvlaki che vedeva il gruppo ancora in ottima forma ma un po' confuso sulla direzione da intraprendere, forse distratta anche dall'ingombrante presenza di Eno. Con questo terzo rinnegarono di fatto quanto realizzato in precedenza e si diedero ad un ambient-rock trasognato sotto la loro lente, che assimilava la lezione degli ultimi Talk Talk, dei Bark Psychosis di Hex e che clamorosamente anticipava persino certe atmosfere criptiche che i Radiohead portarono alla ribalta qualche anno dopo. C'è poco da spiegare sul contenuto. lunghe e circolari composizioni minimalistiche nella struttura, poche stratificazioni, grande enfasi sulle trovate melodiche sempre brillanti di Halstead. Qui sotto di video ce ne metterei 9, di video. Ovvero quanti i titoli in scaletta.

domenica 14 febbraio 2016

Land ‎– Night Within (2012)

L'aggancio è facilmente prevedibile; la presenza di David Sylvian nella traccia iniziale, per lo più in spiccata performance melodica, realizza per pochi minuti una fantasia appartenente al passato per non dire dimenticata: come sarebbe stata una collaborazione con i Bark Psychosis di 20 anni fa.
Comunque, anche se non ci fosse stato l'illustrissimo, Night within avrebbe attirato la mia attenzione perchè si tratta di uno splendido album di quel ghost-ambient-rock che si ispira proprio ai divini BP di Hex ed ai Talk Talk di Laughing Stock (il timbro secco delle chitarre, la batteria così pseudo-jazz col ride tintinnante, le trombe educate ma al contempo irregolari), con un'aggiunta di componente noir che lo rende un po' nevrotico e per questo affascinante ai giorni nostri.
Autori dell'operazione due inglesi relativamente sconosciuti ma con le mani ben impastate per uscire su Important ed allestire uno staff di esecutori di cui Sylvian è solo la punta dell'iceberg. Per questo motivo l'operazione sembrerebbe uno one-shot, ma di quelli destinati ad esser ricordati,

domenica 6 dicembre 2015

Autistic Daughters ‎– Jealousy And Diamond (2004)

Trio austro-neozelandese attivo su Kranky nello scorso decennio, dedito ad un ghost-rock degno di grande attenzione.
Questo fu il primo album e sorprendentemente faceva riprendere nuova vita al suono dei Talk Talk di Laughing Stock e dei Bark Psychosis di Hex, però con un distacco emotivo che li rendeva a loro modo diversi da quel mood tipicamente britannico. 
Quasi ovvio, vista la provenienza non solo geografica: il cantante/chitarrista Roberts, il bassista Dafeldecker ed il batterista Brandlmayer erano di estrazione art-avant e questa loro trasposizione dello slow-core finì per diventare una formula a dir poco originale.
Le sonorità sono pacate ma non gentili, con una chitarra pigra e discreta, la voce praticamente un sussurro, le ritmiche sonnolente; da potenziale sonnifero il disco si trasforma in un cunicolo notturno stracarico di fascino e mistero. Da segnalare la presenza alla produzione ed alla registrazione del connazionale Tricoli.

giovedì 28 maggio 2015

Jodis - Black Curtain (2012)

Quasi nulla da aggiungere alla meraviglia manifestata in occasione del loro primo. La luce è così abbagliante che non si può fissare. Black Curtain riduce le fasi distorte, sottrae quasi del tutto le parti di batteria, Martin sovrappone le sue voci in un contesto sempre più onirico e splendente.
E' uno di quei dischi che funzionano magnificamente ancor di più se ascoltati in cuffia, magari durante un viaggio in freccia bianca: il paesaggio scorre velocissimo, la musica blocca il tempo e riempie l'orizzonte con tutte le sue sfumature. E i silenzi non lasciano entrare neanche il suono incessante dei vagoni sui binari.
Ultimo numero in catalogo della Hydrahead. Non so se è stato anche l'ultimo numero di Plotkin, Martin e Wyskida. Di sicuro sarà/sarebbe difficile fare meglio di così. Non se li è filati nessuno, com'era prevedibile; troppo atipici da qualsiasi altra cosa. Sulle recensioni lette in giro preferisco sorvolare. Mi sento soltanto di dire che i Jodis hanno applicato con estremo successo la stessa lezione che impartirono i Talk Talk alla musica pop/rock, traslandola sulle loro origini metalliche.
Quella della sottrazione. Sbam.

lunedì 10 marzo 2014

Unmade Bed - Mornaite Muntide (2011)

Se i Father Murphy sono gli attuali propositori di spirito psichedelico più brillanti in Italia da un punto ottico diciamo in veste cerimoniale, i fiorentini UB lo sono in chiave extra-sensoriale.
Questo loro secondo album, registrato in una chiesa sconsacrata, ha un suono molto vintage ed è un'esperienza ai limiti dell'onirico che ha un retaggio sì psichedelico ma non è che si ferma lì. Il tratteggio sfumato e sfocato del trio rasenta una forma grezza di ambient-rock (non dissimile da certe pagine dei Bark Psychosis), crea illusioni auditive e disorienta il filo del discorso anche dopo svariati ascolti. 
Sarà per la generale atmosfera soffusa ed ovattata, sarà anche perchè le 5 tracce sono legate fra di loro in un continuum, o perchè ci sono degli spunti clamorosamente belli come Gentle Marionette e At twilight giant farflies, ma questo trio rischia di passare inosservato e sarebbe un ingiustizia: non hanno nulla da invidiare nè a Jennifer Gentle nè ai sopracitati Father Murphy, anzi: sono storia a loro stessi.