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sabato 15 ottobre 2022

Deep Freeze Mice ‎– Hang On Constance Let Me Hear The News (1985)


Ad ogni disco dei Mice che sfoglio, la riflessione è immutata; appartenevano sicuramente alla categoria british che più british non si può, con i vantaggi dell'era storica di appartenenza ed il possesso di un know-how artigianale che aveva del sublime. Oltretutto, partendo da una base poco più che amatoriale, ebbero un progresso tecnico-produttivo che portò il loro art-farfisa-wave-pop quasi alla perfezione formale. E senza mai rinunciare del tutto alle stranezze assortite, alle incursioni nei collage surreali, alle provocazioni dadaiste; un binomio irresistibile.

Hang On Constance fu il sesto. Se pensiamo in generale all'anno 1985, ci possono venire in mente tante cose, escluso il loro sound. Un disco di schegge, 17 tracce, la più lunga 3 minuti; erano in una fase altamente energetica, con la sezione ritmica a pompare, a volte anche in dispari, ma anche con strutture armoniche elaborate, senza mai smarrire il loro proverbiale melodismo. The Disappearance of the guard dog, Reading An Agatha Christie, Neuron Music, Diagonally, The unpronuncable finn le vignette più irresistibili.

La ristampa monstre del 2008 include uno dei loro collage extralarge, Blue Moon, 25 minuti di delirio avant-dada che all'epoca comparve in un 12" che però non figura da nessuna parte nelle loro discografie (e conoscendo i soggetti, non escludo che si tratti di un'invenzione pura).

domenica 7 novembre 2021

Clinic ‎– Walking With Thee (2001)


Forse il più raffinato e ricercato album dei Dottori, ma non per questo meno irresistibile di altri pregevoli capitoli della loro carriera. La prescrizione la solita, una garanzia: un vintage-pop beffardo ma venato di trovate più arty, come le frequenti incursioni di armonica in lungo ed in largo (che fanno un po' Gang Of Four), le scansioni di vibrafono nell'introduttivo, splendido Harmony, la suadente atmosfera notturna di Mr. Moonlight, il beat elettronico dell'ipnotico Come into our room, e la chiusura pastorale di For The Wars, un walzer in punta di dita che rievoca persino Arthur Lee. Poche ma gratificanti le puntate grintose, come la title-track ed il garage-punk di Pet Eunuch, una scossa adrenalinica posta strategicamente a metà scaletta. Non c'è quasi nulla che non funzioni in Walking With Thee, un gioiellino da bersi come una bevanda fresca in piena estate.

lunedì 15 giugno 2020

Deep Freeze Mice ‎– Saw A Ranch House Burning Last Night (1983)

Quarto album dei DFM, avvenuto in una fase delicata della storia decennale della band; la transizione attraverso l'unico cambio di line-up, col batterista fondatore Summers presente soltanto in una parte del disco e poi dipartito. A causa di questo, Jenkins & compagnia si arrangiarono usando una drum-machine gestita da tal Dawn Leeder, nelle liner notes addetta a unreal drums, percussions, spaghetti bolognese. L'ironia super-british dei Mice va sempre ricercata ma era una certezza così come il loro art-vaudeville-wave-pop, puro ed intransigente. Il battito elettronico non andava ad intaccare più di tanto il loro stile: You took the blue one, Sagittarians, Under The Cafe Table, Hitler's knees gli highlights, con un Jenkins sempre più ispirato a guidare le vignette surreali marchio di fabbrica. Ogni disco dei Mice che scopro, penso che siano stati incredibilmente sottovalutati ed ignorati, a causa anche dell'epoca in cui esistirono.
La ristampa (ovviamente autoprodotta) in cd del 2015 ha accoppiato alla track-listing ben 12 bonus-tracks di imprecisate differents sessions e di un live a Leicester del 1982, contenente quindi estratti dei primi 3 album, col ripescaggio fra l'altro delle leggendarie I met a man who spoke like an UCCA form e Peter Smith is a banana, rese con una grinta davvero notevole.

mercoledì 3 giugno 2020

XTC ‎– Skylarking (1986)

Lasciando perdere tutti quegli aspetti tecnici che hanno caratterizzato le ristampe (il famigerato discorso delle polarità invertite, che potrebbe essere preso ad esempio massimo di come non si riesca più a parlare di musica in senso stretto e si debbano trovare per forza delle stronzate del genere per riempire gli articoli), di Skylarking mi sta bene anche un volgarissimo mp3 a 192 kbps, questo è il formato in cui lo possiedo e non me ne frega niente. La produzione di Rundgren la posso apprezzare lo stesso (in primis le parti di batteria che nel 1986 non potevano avere un suono più fuori moda quanto inebriante nella sua secchezza), la forza delle sublimi e sofisticate pop-songs va da sè (Summer's cauldron, The man who sailed around his soul, Earn enough for us, The meeting place, risultato finale Partridge batte Moulding 3-1, ci può stare), la compattezza e variegatura delle atmosfere l'inevitabile conseguenza. Certamente, non tutto funziona al 100%, qualche riempitivo e qualche giro a vuoto c'è, quindi non metterò Skylarking nella lista dei migliori dischi di tutti i tempi, ma di certo lo apprezzo come ascolto estivo.

lunedì 1 giugno 2020

Parquet Courts ‎– Wide Awake! (2018)

Due anni dopo la gradevole (passatista, sia ben chiaro) rivelazione di Human Performance, i newyorkesi PC hanno saputo replicare con un altra buona dozzina di canzoni, portando il loro suono ancor più indietro nel tempo, quasi a rilanciare il guanto di sfida. La televisioniana Total Football, l'onirico sixties di Mardi Gras Beads, l'highlight Back To Earth (antichissime reminescenze Arthur Lee & Love), la title-track alla Modest Mouse più effervescenti, l'XTCiana Extinction, l'art-punk saltellante di Normalisation, gli episodi più felici di un'autentica macchina del tempo che non ha alcun ritegno nel negare il presente, rigorosamente. Forse proprio per questa purezza e durezza, i PC hanno tutta la simpatia possibile, e le loro composizioni, per quanto sembrino esser state realizzate in provetta, sono performance veramente umane.

lunedì 27 agosto 2018

Clientele ‎– Music For The Age Of Miracles (2017)

In termini di concerti si erano fermati solo un paio d'anni, ma a livello discografico i Clientele erano di fatto al palo dal 2009/2010, e devo dire la verità, le ultime due prove non mi avevano convinto più di tanto. Per cui, li avevo dati per persi in tutti i sensi, senonchè l'anno scorso sono improvvisamente tornati con questo album che per miracolo resuscita la verve compositiva lasciata 10 anni prima con God Save. McClean & Co. qui riescono a trovare l'equilibrio perfetto fra l'innocente e sbarazzino vintage-pop degli esordi e le orchestrazioni più sofisticate della fase matura, per un disco che nulla aggiunge e nulla toglie al loro bilancio complessivo; la notizia semmai è che un bel pugno di songs memorabili vanno ad aggiungersi al già ricco carniere del meglio che i londinesi sono riusciti a confezionare in un ventennio scarso: The neighbour, Everyone you meet, The Age of miracles, The circus, e soprattutto la clamorosa Everything you see tonight is different from itself, che sperimenta con eleganza un inedito ritmo digitale e le rasoiate di elettrica fuzzata, elementi assolutamente mai sentiti prima da parte di un gruppo che a questo punto possiamo davvero definire immortale.

lunedì 13 novembre 2017

Enzo Carella ‎– Vocazione (1977)

E' venuto a mancare il Febbraio scorso, il buon Carella. E' stata un'anomalia del pop italiano, un'outsider che non ha ricevuto giustizia dal mercato, uno di quelli che all'alba degli anni '80 si è eclissato e non ha partecipato alla festa. Per il quarantennale del suo debutto Vocazione ha lasciato questo mondo difficile, ma non fu solo il suo primo passo: fu il primo disco in cui il sommo Pasquale Panella, fino ad allora dedito al teatro, mise giù liriche.
Un sodalizio che si sarebbe mantenuto indissolubile fino all'ultimo, vista l'ammirazione sconfinata del Poeta nei confronti di Carella, da lui definito un personaggio contro i meccanismi del mercato e quindi più meritevole del suo contributo.
A livello musicale Vocazione era pop, sostanzialmente easy listening, ricco di quella qualità che negli anni '70 in Italia scorreva a fiumi, ma col surplus delle liriche che rappresentavano una novità assoluta; Panella sfoderava già le sue metafore alimentari ed i suoi giochi di parole, ma anche un erotismo ormonale che difficilmente avrebbe ripetuto in futuro, complice forse anche la giovane età all'epoca.  Carella portava una ventata di freschezza anche dal punto di vista musicale, con un suono sanguigno, ammiccante spesso al funk con un bel bassone in primo piano, ma con parti chitarristiche interessanti (a cura dello stesso) e vario quanto basta per essere divertente e naif. 
Memorabili Malamore e Il Sud è un'infanzia sudata.

domenica 15 maggio 2016

Beach House - Teen Dream (2010)

I titoli dei dischi dei BH hanno quasi sempre avuto un significato riflettente i contenuti, perlomeno musicali. Il loro capolavoro esprimeva un senso di devozione compassata, di malinconia estatica. Il quarto del '12, Bloom, è stata un'esplosione di buonumore e colori primaverili. Fra di essi, il sogno adolescenziale diviso fra sottili inquietudini, speranze e disincanti tipici di quell'età.
Lo contrassegnava una produzione più piena, per non dire professionale; lasciate alle spalle le fragili e più che essenziali architetture, la Legrand e Scally continuavano a diffondere le loro eterne melodie tramite un suono più adulto, ma non finalizzato alla ricerca di un successo che inevitabile giungeva loro. Nulla da dire in merito al songwriting, già marchio indelebile che non ha deluso, ma soltanto visto una leggera flessione con Bloom.
Il mondo visto attraverso il sogno adolescenziale, secondo la mia fantasia, è quello che i BH sono riusciti a mettere sui solchi, in cui i singoli non sono i pezzi più accattivanti, bensì fra i più belli. Un mondo in cui la loro semplicità disarmante richiama l'ingenuità tipica di quell'età, da cui più ci si allontana più se ne ha nostalgia. E come per magia, questa musica senza tempo mi riporta ad allora...Divini.

domenica 20 dicembre 2015

Kevin Ayers And The Whole World ‎– Shooting At The Moon (1970)

Dopo David Allen ecco un'altra faccia di Canterbury, quella più freak di chi si staccò dai Soft Machine per mandare a quel paese quanto stava prendendo il sopravvento. Ayers non era meno diverso dai Gong per concentrazione di stranezza, anzi, gli sballi vertiginosi alternati alle sue sofisticate ed eleganti pop songs facevano ancora più a botte con ogni ipotesi di classificazione. Era dadaismo all'ennesima potenza, privato di quel senso d'innocenza che ha tanto fatto beato Wyatt; in una parola beffardo.
Ostico persino oggi.

martedì 24 dicembre 2013

Stereolab - Transient Random-Noise Bursts with Announcements (1993)

Pur sempre piacevole, l'ascolto degli Stereolab di 20 anni fa impone più di una riflessione, la primaria delle quali è che il loro suono oggi suona più invecchiato di quello dei loro numi tutelari, risalenti a 40/45 anni fa.
Ai tempi l'eccitazione principale forse era dovuta al fatto che furono fra i primissimi a recuperare in modo così eclatante Neu! e Can, Velvet Underground e francesismi vintage, principalmente dovuti alla nazionalità della cantante. 
Transient rivelava ai più un gruppo capace di fondere amabilmente tutto questo con una certa nonchalance, ma oggi non mi eccita più.

domenica 21 luglio 2013

Parenthetical Girls - Safe as Houses (2006)

Pop evanescente e barocco, che leggo esser definito anche sperimentale. Mah. Se è sperimentale inserire quintalate di glockenspiel in un contesto che più orecchiabile di così difficilmente non si può, penso di dover rivoluzionare parecchi pensieri....
Ad ogni modo, il leader Pennington è un bravo artigiano che in Safe as houses ha dalla sua una varietà quasi invidiabile di argomenti. Il suo cantato, piuttosto espressivo, potrebbe essere il punto di forza o il maggior limite del gruppo, a seconda dei punti di vista: quando se ne sta sobrio è gradevole, quando calca la mano sulla stucchevolezza rischia di lambire territori pericolosi di emo-pop (leggi Muse). Per fortuna gli arrangiamenti sono intriganti e vintage il giusto, senza strafare. In sostanza, più che discreti, ma nessun particolare acuto in scaletta.

martedì 5 marzo 2013

Lower Dens - Nootropics (2012)

La chiara dimostrazione che i Beach House iniziano a fare scuola, a soli 6 anni dal primo album, è l'esistenza di questo gruppo di Baltimora la cui leader Hunter possiede un timbro particolare e seducente proprio come la divina Victoria Legrand.
Al di là delle assonanze vocali (peraltro calcate anche nelle cadenze), musicalmente la ripresa è parziale perchè a fronte di 2-3 pezzi la cui scarna struttura e le atmosfere riportano alle meraviglie oniriche del duo di Baltimora, i LD cercano di mischiare le carte con risultati altalenanti. Fra elettronica vintage, qualche spruzzata new-wave e persino memorie Stereolab, Nootropics si svolge in un limbo di indecisione che un po' incide sulla generica leggerezza che il gruppo vorrebbe comunicare, peraltro in presenza di 3-4 composizioni davvero gradevoli. 
Una maggior compattezza gioverebbe, ma in conclusione non sembrano essere dei fenomeni.

giovedì 14 giugno 2012

Clientele - 4 EPs 2000-2008

Il poker di formato minore rilasciato dagli inglesi nel corso di tutto il decennio.
A fading summer (2000): pura magia, la freschezza avvolgente del sound lo-fi e ultra-genuino, la voce di Maclean fatta passare in un ampli da chitarra, songwriting disarmante, quasi commovente. Saturday, Bicicles, Driving south, An hour before the light, una più bella dell'altra. Nient'altro da dire.
Lost weekend (2003): Sulla scia del piccolo capolavoro The violet hour, lievemente più frizzanti, quasi accattivanti in Emptily Through Holloway e Kelvin Parade. Nella sublime North School Drive compare un piano, e di solo piano è composta la compassata Last orders.
Ariadne (2004): pubblicazione del tutto evitabile, con Ariadne sleeping ancora di solo piano e le due tradizionali Summer Crowds in Europe e Impossible sotto tono. Il nodo centrale è il drone di organo minimale di The sea inside the shell, otto minuti inutili. Passare oltre.
That Night, a Forest Grew (2008): è quasi rock'n'roll, col gruppo talmente esuberante da non sembrare quello di qualche anno prima. Il puro '60's sound di Retiro Park e George says... ci sta ancora, anche se l'ispirazione di un tempo è tramontata e l'assolo di chitarra era veramente evitabile. Ma il funky di Share the night e il surf compresso della title-track suonano quasi innaturali, rispetto alle pubblicazioni principali che non sono mai scese sotto la sufficienza.
Nel complesso, bellissimi i primi due e ben bruttarelli gli altri.

domenica 15 aprile 2012

Beach House - Devotion (2008)

Che accoppiata!, questi due statunitensi: Lui alla chitarra, Lei all'organo, farfisa e quella voce tutt'altro che suadente, anzi spesso paragonata a Nico per il timbro. Completa l'organico una discretissima e dimessa beat-box. Impianto inguaribilmente vintagistico, la voglia di far sognare e l'abilità sopraffina di scrivere.
Non credevo alle mie orecchie la prima volta che ho sentito Devotion: ma da dove escono questi due, che rapiscono le mie orecchie in un vellutato abbraccio autunnale, con così tanta spudorata semplicità?
Lo vogliamo definire dream-pop? La vogliamo chiamare psichedelia languida? Li hanno voluti affiancare a nomi del passato più o meno importanti, ma francamente non m'importa. Io voglio solo tuffarmi in questo morbido sogno ad occhi aperti, senza neanche una mezza caduta di tono, capitanato dalle fantastiche You came to me, Gila, Holy Dances, All the years, Home Again.
Fuori può nevicare o esserci il sole, non fa differenza.

sabato 19 marzo 2011

Panda Bear - Person Pitch (2007)

Sono sostanzialmente d'accordo con Bianchi di Blow Up quando afferma che gli Animal Collective, nonostante la grande acclamazione che hanno ricevuto nello scorso decennio e tutt'ora continuano ad avere, non sono destinati all'olimpo di chissà quale storia della musica. Casomai Lennox, specialmente con questo disco, ha realizzato cose davvero di gran pregio.
In attesa di un nuovo capitolo che dovrebbe uscire da un momento all'altro, Person Pitch merita sempre qualche ascolto perchè è così gioviale e contagiosamente allegro che non gli si può resistere. A maggior ragione perchè fa rivivere con nuova linfa e freschezza musicalità financo antiche come la psichedelia di metà anni '60, perchè è tutto incentrato su un lavoro vocale strabordante ed evocativo.
In particolare, amo molto la seconda parte del disco: il caleidoscopio allegorico di I'm not, il cantico forestale di Good girl, carrots, il collage ambient-freak-out di Search for delicious e il fenomenale bozzetto di chiusura di Ponytail.
Armonie finissime, quasi da sogno, anzi, da stati di dormiveglia piacevolmente alterati...

giovedì 8 luglio 2010

Clientele - Suburban light (2000)

Col passare del tempo, e specialmente negli ultimi anni, si è fatta avanti in me la convinzione che i Clientele siano in assoluto uno dei migliori gruppi pop del decennio appena finito. Casualità, poi, questo è il 3° disco di cui scrivo in queste pagine e capita sempre in primavera, che è forse il momento migliore per gustarsi le superbe songs di McClean & co, insieme ai primi soli significativi.
E chissà che col passare del tempo io non riesca ad amare gli ultimi dischi allo stesso modo dei primi, chè Violet hour resta il loro vertice e subito dopo viene Suburban light, non proprio un primo albo ma una raccolta di singoletti sparsi sulla fine del millennio dai tre appena sbarcati in quel di Londra. E trattasi di freschissimi bozzetti intrisi di humus tipicamente british, rigorosamente rivolti alla seconda metà dei sixties, cosa che non avrebbe senso se la bottega Clientele non li producesse con arte finissima e degna dei giganti storici. Quadretti stringati, in cui una lievissima malinconia si sposa ad una solarità aperta tipica del pop, ma della razza più nobile e coerente che esista.
Le armonie e le filigrane cristalline di McClean sono inevitabilmente la radice, ma occorre dare nota di merito alle linee sinuose di Hornsey e al leggerissimo drumming di Keen, tutt'altro che secondari. Come negli altri dischi, non c'è un pezzo che non sia coinvolgente nè superfluo, le mie menzioni speciali vanno a: Saturday, Bicycles, Joseph Cornell, Reflection after Jane. Medaglia d'oro invece a I had to say this, forse posta al n.1 non a caso, per chi scrive miglior pezzo della carriera insieme a House on fire, da affiggere nella bacheca life-songs.

(originalmente pubblicato il 31/03/2010)

sabato 22 maggio 2010

Clientele - God Save the Clientele (2007)

Arriva la primavera (almeno sulla carta) e torna la voglia di ascoltare i Clientele, col loro squisito pop e l'ultimo disco risalente a un paio d'anni fa. In cui, al trio storico guidato da Maclean, si aggiungeva in pianta stabile l'avvenente e biondissima polistrumentista Draisey, una jolly adibita all'ispessimento e abbellimento del sound. God Save è un albo in cui sinceramente non viene aggiunto nulla di nuovo, ma d'altra parte forse nessuno si attendeva stravolgimenti da parte di una band che sembra sia stata trasferita dal 1969 direttamente da una macchina del tempo.
Semmai la cosa che salta all'occhio, oltre agli interventi della Draisey, è una maggior cura e pulizia del suono. Cosa che secondo me non è che li abbia avvantaggiati tanto, a fronte del fatto che non trovo pezzi killer come House on Fire in The violet hour. Ciò non significa che GS sia un'altra splendida esposizione di vignette vintagiste, di melodie solari e rilassate, di songs semplicemente perfette. Le sinfonie di Dreams for living, Isn't life strange, From Brighton beach, le frizzanti accelerazioni di Winter on Victoria Street, Somebody changed, Bookshops Casanova, le sensuali e lussureggianti The queen of Seville, These days, non c'è un pezzo brutto o fuori luogo. Il tutto ovviamente con la somma benedizione, dall'alto, di San Arthur "Love" Lee.

(originalmente pubblicato il 31/03/09)

The Clean - Compilation (1986)

Dalla lontanissima Nuova Zelanda, un complessino molto artigianale che da quasi 30 anni (periodi di ferma a parte) produce pop di qualità notevole, spiccatamente sixties nell'approccio, con qualche spruzzata di wave e surf. Compilation (titolo pleonastico) fu quindi una sorta di epitaffio, una antologia di ciò che avevano registrato negli anni precedenti, uscito in un momento in cui i Clean non esistevano più. L'entusiasmo che ne scaturì li portò alla reunion, e di fatto a tutt'oggi sono attivi. Una ventina scarsa di squisite pop-songs che si fanno mangiare come caramelle, in cui certi strumentali infilati a mo' di intermezzo risultano essere quasi più interessanti dei pezzi canonici (la psichedelia di Fish, la psicosi joydivisionana di At the bottom). L'organetto recita un ruolo speciale negli arrangiamenti; a volte sembrano degli Stranglers scazzati ma molto più convincenti, certe strutture tipicamente surf (Beatnik) sembrano power-pop dei Ramones travestiti da Iron Butterfly.
Davvero un'ottima band, questi Clean. Ascoltando questo meltin-pot di tanti generi si capisce da dove hanno attinto a piene mani My Dad is Dead, Pavement, Sebadoh, Smudge e tanti altri protagonisti dell'indie-pop degli anni '90.

(originalmente pubblicato il 30/03/09)

martedì 11 maggio 2010

XTC - Black sea (1980)

Pop geniale e suonato in maniera magistrale nel 4 album di questi baronetti frenetici ed energicamente frizzanti. Anzi, effervescenti mi verrebbe da dire: Black Sea è un campo minato di melodie accessibilissime ma stese in ritmi sghembi, con una produzione quasi atipica per i primi anni '80 in quanto volta più che altro al decennio precedente.
Respectable streets è il primo hit che già si stampa nel cervello in maniera indelebile, subito seguita dalla balzellante General and majors; gli schemi sono tutt'altro che prevedibili, e se i riflettori sono sempre stati puntati sui leaders Moulding e Partridge in quanto autori delle songs, a me sembra che il ruolo del batterista Chambers sia stato fondamentale, con i suoi serratissimi charlestons, un po' disco e un po' funky.
Raramente mi è sembrato che i pezzi migliori di una band pop fossero proprio i singoli, ed è questo il caso degli XTC. Oltre ai 2 iniziali, anche Towers of London è uno di quei tormentoni di ironica allegria che contagia immediatamente. Ma tutto il disco si fa ascoltare con piacere, navigando fra melodie solari e saghe quasi cabarettistiche, con una perizia strumentale notevole.

(originalmente pubblicato il 23/01/09)

lunedì 3 maggio 2010

Jim O'Rourke - Eureka (1999)

Come dicevo già dei Loose Fur, ritengo Jim O'Rourke un ottimo produttore e perchè no, anche un buon strumentista, ma di certo nessun suo disco mi ha fatto nè farà diventare matto. Indubbiamente il fascino di questo Eureka è davvero alto, visto il grande dispiego di strumenti e session-men di spicco. Si tratta di un vero e proprio festival di suoni, che parte prevalentemente da una base di chitarra acustica e procede per sovrapposizioni di archi, fiati, tastierume di ogni tipo, con il songwriting teso sempre al passato in forma di artigianato cantautoriale. Il quarto d'ora di Prelude to 11o or 220 women of the world indulge persino troppo in uno schema trionfale ripetuto all'infinito infarcito di cori e quant'altro. Per fortuna che si ritorna un po' sulla terra con la seconda, gradevolissima Ghost ship in a storm, grazie anche al break cinematico mozzafiato e al languore della slide nel finale. La fanfara dimessa di Movie on the way down, la bossa vivace di Please patronizers are sponser, la fusione Love-Bacharach di Something Big, l'epica Happy Holidays, tutte tracks oggettivamente arrangiate in maniera stupefacente. Ma sembra che, nonostante O'Rourke si sforzi di coinvolgere in ogni modo, la sensazione di freddezza non se la cavi mai di dosso. Neppure quando, dopo un intro di steel drums, Through the night softly esplode in un motivo che ricorda neppure troppo vagamente The great gig in the sky di pinkfloydiana memoria. E tanto meno nella title-track, strumentale interminabile che si dissolve in un caleidoscopio di trombe, effetti glitch, nastri e illusionismi vari. Ed eventuali.

(originalmente pubblicato il 15/09/08)