Visualizzazione post con etichetta Post-Rock. Mostra tutti i post
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domenica 23 aprile 2023

Oiseaux-Tempête – Oiseaux-Tempête (2013)


Il titanico esordio del collettivo francese dai fortissimi connotati socio-geo-politici, un lunghissimo excursus (Ouroboros arriva fino a 18', altri due pezzi si aggirano ai 10', ma non è sfiancante) dai toni fatalistico-apocalittici, per certi versi affine ai Godspeed You Black Emperor di cui rappresentano una versione dimessa strumentalmente (Opening Theme, La Traverseè), senza escludere però di mostrare qualche muscolo ritmico (Kirie Eleyson. Ottimi gli spunti in dilatazione (L'Ile, Call John Carcone), fino a sfiorare una formula ispida di psych-rock senza speranza. Il limite più grande di questa musica (registrata benissimo) è semplicemente che è molto bella per chi ama il genere, ma ha una concorrenza spietata sotto la quale rischia di finire dimenticata.

venerdì 7 aprile 2023

Remember Remember – The Quickening (2011)


Gradevole instrumental-post-rock variopinto e cinematico da parte dell'ensemble di Glasgow, qui al secondo album di un terzetto che vedrà nel successivo Forgetting the present il loro canto del cigno. Tre dischi forse corrisponde al numero perfetto per questo tipo di complessi? Per la sua natura esclusivamente strumentale, il collettivo guidato dal polistrumentista Ronald ha sviluppato tutte le proprie potenzialità espressive con perizia, c'è da ammetterlo. In The Quickening hanno espresso qualità di arrangiamento eccellenti, a fronte di composizioni rassomiglianti più a dei mantra circolari che altro. L'avvincente Unclean Powers svetta sul resto, con un crescendo quasi godspeediano, la baldanzosa John Candy strizza l'occhiolino ai God Is An Astronaut, il deliquio di Scottish Widows rimanda alle gesta cameristiche dei Balmorhea, l'evocativa One Happier una panoramica sulle brughiere britanniche, con orgoglio e delicatezza. Questa era la loro essenza: bravi in più o meno tutto, meritevoli di un ascolto, con n. 1 pezzo memorabile in ogni disco, ma sempre di una categoria inferiore.

martedì 20 dicembre 2022

Explosions In The Sky – Big Bend (An Original Soundtrack For Public Television) (2021)


Negli ultimi 15 anni, 2 albums e 4 colonne sonore. Questo ormai sembra essere il fatale destino degli EITS, con le seconde destinate a prendere il sopravvento, vuoi per incapacità di reinventarsi, vuoi per uno sbarco del lunario confortevole, un po' come la loro musica su Big Bend. Se i Mogwai, altri assidui soundtrackers, continuano a battagliare per non perdere il filo degli albums originali, costi quel che costi, i miei adorati texani invece sembrano essersi un po' rassegnati ad essere diventati dei sonorizzatori, di gran lusso per intenderci, ma sempre servitori di una causa altrui.

Se si affronta Big Bend (neanche un film, bensì un documentario naturalistico sul Texas) come una tappezzeria qualsiasi, è di una razza pregiatissima. Al primo ascolto mi ha un po' deluso, al secondo mi ha catturato un po' di più, al terzo ho capito; è davvero importante che ci siano ancora, che ci facciano sentire a casa, che ci avvolgano con le loro buone maniere e la loro evocatività, perchè se l'alternativa fosse stato un mondo senza gli Explosions, avremmo tutti perso qualcosina. I grandi devono andare avanti, a condizione di non sputtanarsi troppo. Loro, i Mogwai, i Godspeed, ed altri, sono ancora con noi perchè lo sanno, che non devono abbandonarci al nostro destino sempre più incerto e cupo.

Big Bend non offre nessuna novità, questo potevamo immaginarcelo ancor prima di metterlo su. Ci sono momenti di grande ariosità, ci sono interlocuzioni un po' funzionali, ci sono 2-3 stucchevolezze forse ancor più funzionali, pazienza. Non ci si può ribellare al tempo che passa. Per il seguito dello spento The Wilderness non c'è fretta. Non l'hanno mai avuta, quei quattro ex-ragazzi.

mercoledì 23 novembre 2022

All Sides – Dedalus (2007)


Disco oscurissimo scoperto su Opium Hum, che a volte col suo gusto per la estrema sintesi riesce ad essere più attrattivo di qualsiasi approfondita recensione. Trattasi di Nina Kernicke, una chitarrista tedesca attiva soprattutto nella seconda metà del decennio Zero e poi molto più sporadicamente (l'ultimo prodotto risale al 2016). Dedalus è uno strumentale di gelido magnetismo e fascino notturno, fra elettronica scabra, gotico intimorente e post-psichedelia (più volte sembra affiorare la lezione dei grandi mastri d'inizio Kranky, Labradford in primis, ma anche le derive isolazioniste dei primi Main). La riuscita generale del disco sta nella varietà di proposte dei singoli pezzi, a volte insistentemente ritmati ed altre tangenti l'ambient statica, ma senza mai eccedere in una direzione. Davvero interessante, e pazienza se mi sono occorse così tante parole. In fondo potevo citare OH e sarebbe stato sufficiente.....

domenica 9 ottobre 2022

Cerberus Shoal – Cerberus Shoal (1995)


Credo che non si sia mai dato abbastanza risalto alla grandezza dei CS. Anche nel momento di maggior visibilità, a cavallo del 2000, quando ebbero il sostegno della Temporary Residence per un paio di albums, la stampa li guardò con curiosità e stima, ma mai col (a mio avviso) dovuto entusiasmo. Di certo non aiutò il frastornante eclettismo che manifestarono disco dopo disco, dimostrando totale libertà artistica e disinteresse da qualsiasi riscontro commerciale. Ora ovviamente sono dimenticatissimi, eppure il tempo non scalfisce minimamente la qualità del loro repertorio, soprattutto quello dei primi anni. L'influenza esercitata dal secondo, splendido And farewell to the hightide su Mogwai ed Appleseed Cast, tanto per citare soltanto due nomi popolari, è clamorosa. Il terzo del 1997, Elements of structure / Permanence, fu il miglior album che i Talk Talk non fecero mai dopo Laughing Stock (o lo stesso discorso per i Bark Psychosis dopo Hex). E l'avventuroso proseguio verso commistioni sempre più ardite fra psichedelia e suoni etnici degli anni successivi testimonia una progressione che potenzialmente non aveva fine.

Il debutto omonimo del 1995 c'entra molto poco col loro futuro. All'epoca erano un quartetto canonico con doppia chitarra e sezione ritmica che tradiva a più riprese le proprie origini emo-core di area Gravity e dintorni, per certi versi affini ai Native Nod. Eppure le fragorose sfuriate tipiche con voce isterica rappresentavano solo una parte del loro sound, che indugiava in strutture circolari ripetute come mantra ipnotici, anticipando spesso i Van Pelt di Sultans (Rain, Breakaway Terminal Cable), di nuovo i Mogwai per le alternanze vuoti/pieni (Daddy as seen from Bar Harbor, Change), il tutto riprendendo la lezione di Spiderland soprattutto negli intarsi chitarristici di grande rilievo (Elena), con una propensione psichedelica sottocutanea a rilascio controllato. Un lavoro non perfetto e persino acerbo in prospettiva, ma superbo indicatore di un futuro radioso.

mercoledì 31 agosto 2022

Godspeed You! Black Emperor ‎– G_d's Pee At State's End! (2021)


Dopo il passo falso di Luciferian Towers nel 2017 (a mio avviso una dormita colossale, ma forse lo ascoltai con distrazione), i Godspeed sono tornati l'anno scorso con una grande prova, facendo semplicemente ciò che riesce loro al meglio, cioè le imponenti sinfonie elettriche. Due maratone da 20 minuti di grande livello + e due riflessioni di 5' per stemperare, calmare provvisoriamente le acque e poi concludere in bellezza.

La formazione è quella classica, l'ottetto a semicerchio. La sontuosa A military alphabet è il primo gigante, che inizia con un pulviscolo di suoni e rifrazioni, inizia a carburare intorno ai 7 minuti e poi si erge in tutta la sua imponenza con un giro armonico fra i più indovinati di tutta la loro carriera. Segue il dolente requiem stratificato Fire at static valley, in preparazione al secondo gigante, Government came, più strutturato ed arzigogolato, con le chitarre in dissociazione e ritmiche quasi doom per i loro standard. Chiude la "breve" elegia cosmica Our side has to win, un implicito invito a resistere e continuare a lottare per i propri ideali, con commozione ed umanità.

Il senso di tragedia e dramma aleggia sovrano, come sempre. Non è nulla che non abbiamo mai sentito, soprattutto da parte loro in passato, ma riesce sempre a commuovermi.

martedì 26 luglio 2022

Appleseed Cast ‎– Low Level Owl: Volume I (2001)


Piccolo spazio nostalgia per il terzo degli Appleseed Cast. Ne comprai il cd un sabato pomeriggio di primo autunno dal Pig, colpito dal sound che sapeva essere sia fisico che atmosferico, dalle alternanze umorali e dalla sostanziale evocatività. Non ne avevo mai sentito parlare, ma dal Pig accadevano queste cose: metteva un cd nello stereo, sapeva che cosa poteva colpirmi e mi tentava, quasi sadico. Passati vent'anni non lo ritengo un disco imprescindibile, e generalmente i kansasiani sono rimasti un'incompiuta; svezzatisi con l'emo-core e pervenuti ad una formula affascinante di post-indie-rock, pur essendo in possesso di un enorme potenziale non sono mai riusciti ad elaborare un capolavoro definitivo. Ci andarono più vicini nel 2003 con Two Conversations, con cui raggiunsero una maggiore maturità.

Low Level Owl rappresenta al meglio i loro limiti ed i loro pregi: un progetto ambizioso, articolato in due volumi (il secondo uscirà l'anno successivo), una specie di concept in soluzione di continuità infarcito di panorami strumentali a mo' di collegamento fra i pezzi più canonici. Pretenzioso e non sempre riuscito il risultato complessivo, ma questi ultimi erano davvero eccellenti: On reflection, Signal, soprattutto la doppietta Steps and numbers + Sentence, rivelavano uno splendido songwriting e soluzioni strumentali in interscambio perfetto. Me li tengo stretti come ricordo personale, e pazienza per i limiti.

lunedì 7 marzo 2022

Nicola Ratti – Ode (2009)


Nel suo erratico pellegrinaggio terrestre alla ricerca di ospitalità, Ratti è passato anche dall'Australia, in casa Preservation, una label con qualche nome di buon prestigio in catalogo. Ode uscì appena un anno dopo quello splendido From The Desert Came Saltwater che lo fece balzare un po' all'occhio della critica, e proseguiva nella ricerca di un suono fantasmatico, un po' desertico e polveroso che rarefaceva le vecchie eredità ambient-rock in un ottica ancor più sgranata. Rispetto ad esso, Ode serrava un po' le fila del suono grazie al contributo di una sezione ritmica all'uopo assunta (contrabbassista dei Ronin + batterista dei Quasiviri), perfettamente calata nella realtà Rattiana. Un'altro centro per il chitarrista milanese, uomo di mondo e gentile diffusore di una musica austera ma confortevole al tempo stesso.

lunedì 13 dicembre 2021

Explosions In The Sky ‎– Those Who Tell The Truth Shall Die, Those Who Tell The Truth Shall Live Forever (2001)


Potremmo essere davvero in pochi a pensarla così (di sicuro la stampa lo esclude), ma il mio album preferito degli EITS resta sempre e comunque The Earth is not a cold dead place del 2003, un capolavoro grondante di emozioni, sobbalzi, lanci e cadute. Per me la miglior sintesi del loro selvaggio romanticismo resta fotografata in quel magico firmamento sonoro. Considerando che negli anni '10 hanno rilasciato soltanto 2 album che purtroppo hanno certificato un declino ispirativo forse inevitabile, è naturale andare a ripescare il loro secondo Those Who Tell the truth..., che all'epoca fece sensazione e li smarcò dall'ombra del paragone con i Godspeed. Non ascoltandolo da almeno 15 anni, resto con piacere dell'idea che fu disco seminale per tantissimi epigoni, che contenga grandi anticipazioni (Yasmin the light e With Tired Eyes...), e che abbia l'unica pecca di non essere perfettamente omogeneo, con qualche piccola dispersione. Un problema da poco, comunque, soprattutto in prospettiva. In fondo suonavano soltanto da un paio d'anni, e la sensazione di un gruppo capace di fare imprese la cogliemmo in tanti.
 

lunedì 1 novembre 2021

Fine Before You Came ‎– Forme Complesse (2021)


Sembra davvero strano, ma non avevo mai ascoltato i FBYC. Eppure sono in giro da 20 anni, ed oltretutto sono sempre stati molto inneggiati da Francesco Farabegoli, un giornalista che leggo sempre molto volentieri per il suo stile peculiare (non che tutto quello che segue lui possa piacere a me, beninteso, anzi, però ne ha sempre parlato con toni molto concettuali, quasi mistici). Ma dall'altro canto, il cosiddetto emo-core non mi ha mai attirato e nonostante l'inevitabile (con l'età) evoluzione stilistica di un gruppo davvero molto unito per questi tempi, per ascoltarli mi ci è voluto un 8/10 di Onda Rock ed un tag àulico, obsolèto, stantìo: slow-core.     Slow-Core??

Il disco inizia con degli accordi strascicati in saliscendi, doppiati ben presto da una voce stentorea e dolente, ed un'altra chitarra che infioretta (forse due), abbellisce con semplicità. Una batteria sventaglia piano il ride, poi dà qualche colpo al rullante. I bpm sono al massimo sindacale del taggaggio slow-core, ci può stare. Il morale cambia in positivo e c'è una specie di chorus in maggiore, che fa l'effetto di un camino scoppiettante al rientro dal gelo (ma a me piaceva più stare fuori nella neve, se devo dire la verità). Questi 5 minuti e mezzo sono Gittana, la traccia iniziale di Forme Complesse. Inutile sottolinearlo, un capolavoro di melanconia impressionistica. Mi inquieto ed inizio a pensare che forse mi sono perso qualcosa di importante, qualcosa di anomala milanesità.

La mezz'oretta seguente non replica il miracolo, ma quantomeno serve ad inquadrare un entità che forse sì, mi sono perso ed avrebbe meritato un piccolo approfondimento. Slow-core è un tag molto forzato e non lo condivido, al netto di Gittana: quello dei FBYC è un post-post-emo-post-rock in cui il lavoro delle chitarre ha grande importanza, la ritmica è ricercata ma non ossessiva, distaccato il giusto per non sembrare troppo viscerale (nè troppo derivativo), con il cantato in italiano e tutte le problematiche che si porta dietro (lodevole, lodevolissimo, originale e tutto, ma alla lunga un po' limitante e monocorde, chissà cosa ne pensa Federico Fiumani....). Adesso vado a scandagliarmi il loro catalogo e chissà che non riesca a scovare altre 2-3 gittane. Sarebbe un successone.

mercoledì 17 giugno 2020

Caudal – Ascension (2014)

Uno dei progetti collaterali più interessanti di Aidan Baker, proprio perchè divaga su aree da lui non direttamente esplorate in precedenza ma non impedisce di far emergere i tratti più talentuosi della sua sensibilità. Si tratta di un classico power-trio strumentale col bassista Sweeney ed il batterista Salazar, che pur essendo relativamente sconosciuti (e non certo giovanissimi, a giudicare dalla foto) fanno un lavoro eccellente soprattutto nei 20 minuti di Uprise, una sfuriata kraut-wave per batteria motorik, basso alla Hook e chitarra psycho-shoegaze. La personalità di Baker però esce alla grande nei 17 minuti di Slow Bow, una bomba atmosferica di indolenza e stratificazioni chitarristiche, che sviluppa magicamente stati di trance nel modo in cui (purtroppo in poche occasioni, in proporzione alla discografia un tantinello esagerata) Baker sa fare. Chiude 451S2, che riprende il martello ritmico su un tappeto timbrico ambientale, una sigla di chiusura un po' straniante ma efficace.
Disco eccellente, non certo per innovazione ma per esecuzione ed efficacia.

lunedì 2 dicembre 2019

Tangents – New Bodies (2018)

Quintetto australiano così composto: un addetto all'elettronica, un tastierista, un chitarrista, un violoncellista ed un batterista. Provengono da Sydney, città che inevitabilmente richiama un nome gigantesco come quello dei Necks.
Il sound dei Tangents, magnificamente registrato, è uno strumentale vivace e brioso che in alcuni momenti può richiamare le fasi più inquiete dell'iper-trio A-B-S (Immersion), ma vista anche la ricca orchestrazione vira verso un post-jazz-rock zona Tortoise, suonato con parco virtuosismo e che non disdegna richiami verso epoche molto più lontane, visto lo stile elegante ed ortodosso del pianista.
Qualche fase che non convince (i 10 minuti di Gone to ground stancano), ma i momenti migliori (l'accoppiata vincente Terracotta e Arteries) rendono New Bodies un gradevole sottofondo-ma-non-troppo, cinematico e fantasioso. Per i fans dei sopradescritti, senz'altro consigliato.

sabato 7 settembre 2019

Deleted - La derelitta (1999)

Il chitarrista francese Cristophe Petchanatz, che con grande tenacia ed ostinazione tutt'oggi continua a produrre musica più che altro con la moglie nel progetto Klimperei rendendosi visibile su Bandcamp, in uno dei suoi episodi targati Deleted. Lo conobbi a metà anni '90 grazie ad una cassetta su Snowdonia, Entertainment 2, che col tempo ho sempre più apprezzato, contrassegnata da un post-rock estremamente ricercato, e che ho riascoltato con piacere contestualmente a questo La derelitta, più estremo ed incompromissorio nel saper creare ambientazioni astratte e sinistre.
Composto da ben 24 tracce, il disco testimonia un autore dalla creatività straripante, concentrato su questa art-elettronica atonale dai poteri surreali, su ritmi sghembi e marcati, e con uno stile chitarristico del tutto peculiare ed incisivo. I connotati sonori vanno dalla library arcaica all'industriale meno abrasivo, con tutto quello che ci può stare dentro. Un autore che avrebbe meritato tutt'altra esposizione, decisamente.

martedì 6 agosto 2019

Labradford ‎– Labradford (1996)

Terzo e più bell'album del duo (allora trio), dal punto di vista emozionale. Nelson e Brown liberavano la loro vena lirica, e con l'ausilio del bassista Donne aggiungevano una timida, lenta iniezione ritmica. Recuperando lo sparso, a tratti represso slancio melodico di Prazision, rimasto un po' in disparte sul secondo A Stable Reference, ci regalavano un afflato finissimo; le pigre didascalie chitarristiche ed i sussurri intellegibili di Nelson, le coloriture d'organo di Brown, gli effetti elettronici sottopelle, tutto va in gloria con i capolavori Midrange e Battered, magnificenti sculture di quiete cosmica in forma intimista. Ma a partire dallo strumentale iniziale, disorientante quanto poco indicativo del proseguio, non c'è un momento che non convinca in questi solchi confidenziali, universali, a tratti tangenti una forma di gotico difficilmente sentita prima, se non negli ultimi Talk Talk. Pietra miliare di tutto il post-rock.

domenica 14 aprile 2019

Aerial M ‎– Aerial M (1997)

Un disco al quale sono molto legato affettivamente, di cui comprai il cd dal Pig verso la fine della naja. Trattasi del primo solista di David Pajo, che dopo le prodezze slintiane aveva militato precariamente nei Tortoise e nei For Carnation. Pur non inventando nulla di nuovo, Aerial M resterà la sua migliore espressione, dato che in seguito ripiegherà su un cantautorato non irresistibile per poi riprendere a saltare da un gruppo all'altro.
Il bello di Aerial M è che sembra un'auto-citazione di tutti i gruppi in cui era stato il texano, a ribadire la creatività, il peso e l'importanza. Rachmaninoff e Skrag Theme sembrano prelevate di peso da Spiderland, sintesi degli psicodrammi e delle arie rarefattissime di quell'immenso capolavoro. AASS, Dazed And Awake e Always Farewell ristabiliscono le arie austere e serene del primo Tortoise, nonostante all'epoca Pajo non fosse della partita. Il focus centrale del disco resta comunque il chitarrismo sognante, pigro ed evocativo, al di là del songwriting: era un cantautorato post-rock strumentale di gran classe, e fu un peccato non essere in grado di ripetersi.

sabato 9 marzo 2019

Silver Mt. Zion – Fuck Off Get Free We Pour Light On Everything (2014)

La reunion dei Godspeed non ha fermato i SMZ; semmai ne ha soltanto rallentato l'attività produttiva, che al momento è rimasta a quest'ultimo, dal quale ormai è passato un lustro.
Il nucleo fondativo Menuck-Amar-Trudeau si è stabilizzato con la Moss ed il batterista Payant, e la coesione del quintetto ne guadagna. Al netto delle fasi pastorali, Fuck Off è un disco piuttosto tempestoso ed assordante. Potremmo definirlo Godspeed-core, oppure punk-prog; la prima metà del disco, con Fuck Off Get Free e Austerity Blues sugli scudi, è composta da lunghe digressioni tirate allo spasimo, i SMZ non sono mai stati così veloci ed aggressivi, eppure la componente epica classica del loro trademark prima o poi risorge e fa andare tutto in climax.
Non deludono mai neanche loro, come i Godspeed (anche se l'ultimo in realtà non mi ha entusiasmato..): sembra tutto ovvio e scontato, ed invece continuano ad esaltarci con la loro essenza, così umile e grandiosa al tempo stesso.

mercoledì 19 dicembre 2018

Talk Talk ‎– Laughing Stock (1991)

Solo poche parole per un grande capolavoro fuori dal tempo in cui venne distribuito. Il mio ricordo; ero un bambino quando le radio commerciali battevano fortissimo con Such a shame e It's my life. Due anni dopo le hits di The Colour of spring passavano più di rado, con le aspettative un po' raffreddate persino per i conduttori radiofonici. Altri due anni dopo e gli stessi si chiedevano cosa fosse successo a Mark Hollis, perchè avesse buttato via così il suo successo con quello strano oggetto chiamato Spirit of eden. Al termine della corsa TT, delle radio non era più neanche interesse mettere in onda Laughing Stock. Era quasi più un vincolo contrattuale da sbrigare per la Polydor, ormai disinteressata ad un artista che non ne voleva più sapere di darsi in pasto alle masse.
Laughing Stock; meglio o no di Spirit Of Eden? Questo è un dilemma che probabilmente non risolverò mai, tanta è la meraviglia che sprigiona. Il bozzolo che era stato impiantato 5 anni prima con la divina Chameleon Day aveva attecchito perfettamente. Questo è il suono del surreale più serio, della levitazione pura, del subconscio liberato dalle pastoie del vivere quotidiano. Serve una tonica sola, come quella fragorosissima di Ascension Day o quella metafisica di Taphead. Ma ho già commesso un'ingiustizia; torno indietro subito, esplodo in una risata e faccio ripartire lo Stock. Magia.

lunedì 5 novembre 2018

Shipping News ‎– Very Soon, And In Pleasant Company (2001)

Nel momento in cui uscì, il secondo album degli Shipping News si portava dietro delle grosse aspettative, e non solo in casa Quarterstick: per Jeff Mueller era diventato il gruppo principale all'indomani dello split dei June Of '44 e i Rachel's di Jason Noble non attiravano più le stesse attenzioni del 1995/96. Dopo il buon esordio con Save Everything di quello che sulle prime sembrava più che altro un progetto secondario, Very soon.... li pose in rilievo come i più accreditati eredi del post-slintianesimo. E' un album praticamente perfetto, nonchè il seguito più credibile al mitico Rusty dei Rodan. C'è tutto il necessario: le fasi sincopate e graffianti, quelle sognanti e delicate, le atmosfere sospese, i tonfi ed i deliqui, e poi ci sono le canzoni; convincenti, ben scritte ed eseguite, cantate esclusivamente da Noble e quindi più sbilanciate verso la melodia. Produzione perfetta e non va escluso dai credits il batterista Crabtree, poco meno che fondamentale. Memorabili l'articolatissima Quiet Victories e l'iniziale The March Song.

mercoledì 20 giugno 2018

Comfort - Eclipse (2006)

Formazione toscana che ha pubblicato 3 dischi fra il 2006 ed il 2011, e passata ingiustamente inosservata, almeno alla mia attenzione, dato che ho scoperto Eclipse per caso assoluto. Trattasi di classico caso in cui la provenienza non aiuta, nonostante l'evidente abilità dei musicisti, di evidente alta formazione tecnica, in particolar modo il pianista, elegante e direi di estrazione jazzistica. Componente da non sottovalutare; ad asserire un paragone ingiusto, direi una versione medi-mitteleuropea dei Tortoise, per l'eleganza degli arrangiamenti, per le ritmiche compatte ed elastiche, per l'utilizzo del vibrafono; si sente però nei Comfort uno sbilanciamento verso atmosfere epic-instru (le striature di una chitarra elettrica un po' repressa, ma sempre gradita), a realizzare un insieme composito, mai autoreferenziale, a modo suo molto emotivo, quasi cinematico in certi punti. Mi viene in mente un altro parallelo, quello coi Neil On Impression, più colto senza dubbio per via dei diversi background. Qualche momento di stanca nel finale, ma la statura resta comunque medio-alta.

mercoledì 21 marzo 2018

Airportman ‎– Letters (2008)

Chiamarsi come il primo pezzo di Up! dei Rem, forse una delle tracce meno digeribili per i fans più puri del quartetto-poi-trio di Athens, sempre che fosse questa l'origine dell'ispirazione, è stata una stranezza che non mi ha mai indotto all'ascolto di questo prolifico (10 dischi in 10 anni) gruppo cuneense; che poi sapessi che tutto era fuorchè un clone della banda di Stipe, non importava.
Oggi, ascoltandoli per la prima volta, mi rendo conto che non è stato giusto, perchè almeno Letters è un disco che, seppur abbastanza monocromatico, riluce di un eleganza formale e rustica al tempo stesso, intriso di una malinconia cinematica che a tratti ha del sublime. L'ispirazione può esser derivata dalle tristi nenie dei Black Heart Procession, o dalle tessiture agresti dei Drunk, o dalle rarefazioni di Mark Hollis; composta da 9 tracce senza titolo, è un'unica grande meditazione dal sapore rurale (evidente tratto dna piemontese, mi ha anche ricordato i Madrigali Magri, nonostante le evidenti differenze), priva di qualsiasi ritmica, con un cuore grande così.