Il titanico esordio del collettivo francese dai fortissimi connotati socio-geo-politici, un lunghissimo excursus (Ouroboros arriva fino a 18', altri due pezzi si aggirano ai 10', ma non è sfiancante) dai toni fatalistico-apocalittici, per certi versi affine ai Godspeed You Black Emperor di cui rappresentano una versione dimessa strumentalmente (Opening Theme, La Traverseè), senza escludere però di mostrare qualche muscolo ritmico (Kirie Eleyson. Ottimi gli spunti in dilatazione (L'Ile, Call John Carcone), fino a sfiorare una formula ispida di psych-rock senza speranza. Il limite più grande di questa musica (registrata benissimo) è semplicemente che è molto bella per chi ama il genere, ma ha una concorrenza spietata sotto la quale rischia di finire dimenticata.
domenica 23 aprile 2023
Oiseaux-Tempête – Oiseaux-Tempête (2013)
venerdì 7 aprile 2023
Remember Remember – The Quickening (2011)
Gradevole instrumental-post-rock variopinto e cinematico da parte dell'ensemble di Glasgow, qui al secondo album di un terzetto che vedrà nel successivo Forgetting the present il loro canto del cigno. Tre dischi forse corrisponde al numero perfetto per questo tipo di complessi? Per la sua natura esclusivamente strumentale, il collettivo guidato dal polistrumentista Ronald ha sviluppato tutte le proprie potenzialità espressive con perizia, c'è da ammetterlo. In The Quickening hanno espresso qualità di arrangiamento eccellenti, a fronte di composizioni rassomiglianti più a dei mantra circolari che altro. L'avvincente Unclean Powers svetta sul resto, con un crescendo quasi godspeediano, la baldanzosa John Candy strizza l'occhiolino ai God Is An Astronaut, il deliquio di Scottish Widows rimanda alle gesta cameristiche dei Balmorhea, l'evocativa One Happier una panoramica sulle brughiere britanniche, con orgoglio e delicatezza. Questa era la loro essenza: bravi in più o meno tutto, meritevoli di un ascolto, con n. 1 pezzo memorabile in ogni disco, ma sempre di una categoria inferiore.
martedì 20 dicembre 2022
Explosions In The Sky – Big Bend (An Original Soundtrack For Public Television) (2021)
Negli ultimi 15 anni, 2 albums e 4 colonne sonore. Questo ormai sembra essere il fatale destino degli EITS, con le seconde destinate a prendere il sopravvento, vuoi per incapacità di reinventarsi, vuoi per uno sbarco del lunario confortevole, un po' come la loro musica su Big Bend. Se i Mogwai, altri assidui soundtrackers, continuano a battagliare per non perdere il filo degli albums originali, costi quel che costi, i miei adorati texani invece sembrano essersi un po' rassegnati ad essere diventati dei sonorizzatori, di gran lusso per intenderci, ma sempre servitori di una causa altrui.
Se si affronta Big Bend (neanche un film, bensì un documentario naturalistico sul Texas) come una tappezzeria qualsiasi, è di una razza pregiatissima. Al primo ascolto mi ha un po' deluso, al secondo mi ha catturato un po' di più, al terzo ho capito; è davvero importante che ci siano ancora, che ci facciano sentire a casa, che ci avvolgano con le loro buone maniere e la loro evocatività, perchè se l'alternativa fosse stato un mondo senza gli Explosions, avremmo tutti perso qualcosina. I grandi devono andare avanti, a condizione di non sputtanarsi troppo. Loro, i Mogwai, i Godspeed, ed altri, sono ancora con noi perchè lo sanno, che non devono abbandonarci al nostro destino sempre più incerto e cupo.
Big Bend non offre nessuna novità, questo potevamo immaginarcelo ancor prima di metterlo su. Ci sono momenti di grande ariosità, ci sono interlocuzioni un po' funzionali, ci sono 2-3 stucchevolezze forse ancor più funzionali, pazienza. Non ci si può ribellare al tempo che passa. Per il seguito dello spento The Wilderness non c'è fretta. Non l'hanno mai avuta, quei quattro ex-ragazzi.
mercoledì 23 novembre 2022
All Sides – Dedalus (2007)
domenica 9 ottobre 2022
Cerberus Shoal – Cerberus Shoal (1995)
Credo che non si sia mai dato abbastanza risalto alla grandezza dei CS. Anche nel momento di maggior visibilità, a cavallo del 2000, quando ebbero il sostegno della Temporary Residence per un paio di albums, la stampa li guardò con curiosità e stima, ma mai col (a mio avviso) dovuto entusiasmo. Di certo non aiutò il frastornante eclettismo che manifestarono disco dopo disco, dimostrando totale libertà artistica e disinteresse da qualsiasi riscontro commerciale. Ora ovviamente sono dimenticatissimi, eppure il tempo non scalfisce minimamente la qualità del loro repertorio, soprattutto quello dei primi anni. L'influenza esercitata dal secondo, splendido And farewell to the hightide su Mogwai ed Appleseed Cast, tanto per citare soltanto due nomi popolari, è clamorosa. Il terzo del 1997, Elements of structure / Permanence, fu il miglior album che i Talk Talk non fecero mai dopo Laughing Stock (o lo stesso discorso per i Bark Psychosis dopo Hex). E l'avventuroso proseguio verso commistioni sempre più ardite fra psichedelia e suoni etnici degli anni successivi testimonia una progressione che potenzialmente non aveva fine.
Il debutto omonimo del 1995 c'entra molto poco col loro futuro. All'epoca erano un quartetto canonico con doppia chitarra e sezione ritmica che tradiva a più riprese le proprie origini emo-core di area Gravity e dintorni, per certi versi affini ai Native Nod. Eppure le fragorose sfuriate tipiche con voce isterica rappresentavano solo una parte del loro sound, che indugiava in strutture circolari ripetute come mantra ipnotici, anticipando spesso i Van Pelt di Sultans (Rain, Breakaway Terminal Cable), di nuovo i Mogwai per le alternanze vuoti/pieni (Daddy as seen from Bar Harbor, Change), il tutto riprendendo la lezione di Spiderland soprattutto negli intarsi chitarristici di grande rilievo (Elena), con una propensione psichedelica sottocutanea a rilascio controllato. Un lavoro non perfetto e persino acerbo in prospettiva, ma superbo indicatore di un futuro radioso.
mercoledì 31 agosto 2022
Godspeed You! Black Emperor – G_d's Pee At State's End! (2021)
Dopo il passo falso di Luciferian Towers nel 2017 (a mio avviso una dormita colossale, ma forse lo ascoltai con distrazione), i Godspeed sono tornati l'anno scorso con una grande prova, facendo semplicemente ciò che riesce loro al meglio, cioè le imponenti sinfonie elettriche. Due maratone da 20 minuti di grande livello + e due riflessioni di 5' per stemperare, calmare provvisoriamente le acque e poi concludere in bellezza.
La formazione è quella classica, l'ottetto a semicerchio. La sontuosa A military alphabet è il primo gigante, che inizia con un pulviscolo di suoni e rifrazioni, inizia a carburare intorno ai 7 minuti e poi si erge in tutta la sua imponenza con un giro armonico fra i più indovinati di tutta la loro carriera. Segue il dolente requiem stratificato Fire at static valley, in preparazione al secondo gigante, Government came, più strutturato ed arzigogolato, con le chitarre in dissociazione e ritmiche quasi doom per i loro standard. Chiude la "breve" elegia cosmica Our side has to win, un implicito invito a resistere e continuare a lottare per i propri ideali, con commozione ed umanità.
Il senso di tragedia e dramma aleggia sovrano, come sempre. Non è nulla che non abbiamo mai sentito, soprattutto da parte loro in passato, ma riesce sempre a commuovermi.
martedì 26 luglio 2022
Appleseed Cast – Low Level Owl: Volume I (2001)
Piccolo spazio nostalgia per il terzo degli Appleseed Cast. Ne comprai il cd un sabato pomeriggio di primo autunno dal Pig, colpito dal sound che sapeva essere sia fisico che atmosferico, dalle alternanze umorali e dalla sostanziale evocatività. Non ne avevo mai sentito parlare, ma dal Pig accadevano queste cose: metteva un cd nello stereo, sapeva che cosa poteva colpirmi e mi tentava, quasi sadico. Passati vent'anni non lo ritengo un disco imprescindibile, e generalmente i kansasiani sono rimasti un'incompiuta; svezzatisi con l'emo-core e pervenuti ad una formula affascinante di post-indie-rock, pur essendo in possesso di un enorme potenziale non sono mai riusciti ad elaborare un capolavoro definitivo. Ci andarono più vicini nel 2003 con Two Conversations, con cui raggiunsero una maggiore maturità.
Low Level Owl rappresenta al meglio i loro limiti ed i loro pregi: un progetto ambizioso, articolato in due volumi (il secondo uscirà l'anno successivo), una specie di concept in soluzione di continuità infarcito di panorami strumentali a mo' di collegamento fra i pezzi più canonici. Pretenzioso e non sempre riuscito il risultato complessivo, ma questi ultimi erano davvero eccellenti: On reflection, Signal, soprattutto la doppietta Steps and numbers + Sentence, rivelavano uno splendido songwriting e soluzioni strumentali in interscambio perfetto. Me li tengo stretti come ricordo personale, e pazienza per i limiti.
lunedì 7 marzo 2022
Nicola Ratti – Ode (2009)
Nel suo erratico pellegrinaggio terrestre alla ricerca di ospitalità, Ratti è passato anche dall'Australia, in casa Preservation, una label con qualche nome di buon prestigio in catalogo. Ode uscì appena un anno dopo quello splendido From The Desert Came Saltwater che lo fece balzare un po' all'occhio della critica, e proseguiva nella ricerca di un suono fantasmatico, un po' desertico e polveroso che rarefaceva le vecchie eredità ambient-rock in un ottica ancor più sgranata. Rispetto ad esso, Ode serrava un po' le fila del suono grazie al contributo di una sezione ritmica all'uopo assunta (contrabbassista dei Ronin + batterista dei Quasiviri), perfettamente calata nella realtà Rattiana. Un'altro centro per il chitarrista milanese, uomo di mondo e gentile diffusore di una musica austera ma confortevole al tempo stesso.
lunedì 13 dicembre 2021
Explosions In The Sky – Those Who Tell The Truth Shall Die, Those Who Tell The Truth Shall Live Forever (2001)
lunedì 1 novembre 2021
Fine Before You Came – Forme Complesse (2021)
Sembra davvero strano, ma non avevo mai ascoltato i FBYC. Eppure sono in giro da 20 anni, ed oltretutto sono sempre stati molto inneggiati da Francesco Farabegoli, un giornalista che leggo sempre molto volentieri per il suo stile peculiare (non che tutto quello che segue lui possa piacere a me, beninteso, anzi, però ne ha sempre parlato con toni molto concettuali, quasi mistici). Ma dall'altro canto, il cosiddetto emo-core non mi ha mai attirato e nonostante l'inevitabile (con l'età) evoluzione stilistica di un gruppo davvero molto unito per questi tempi, per ascoltarli mi ci è voluto un 8/10 di Onda Rock ed un tag àulico, obsolèto, stantìo: slow-core. Slow-Core??
Il disco inizia con degli accordi strascicati in saliscendi, doppiati ben presto da una voce stentorea e dolente, ed un'altra chitarra che infioretta (forse due), abbellisce con semplicità. Una batteria sventaglia piano il ride, poi dà qualche colpo al rullante. I bpm sono al massimo sindacale del taggaggio slow-core, ci può stare. Il morale cambia in positivo e c'è una specie di chorus in maggiore, che fa l'effetto di un camino scoppiettante al rientro dal gelo (ma a me piaceva più stare fuori nella neve, se devo dire la verità). Questi 5 minuti e mezzo sono Gittana, la traccia iniziale di Forme Complesse. Inutile sottolinearlo, un capolavoro di melanconia impressionistica. Mi inquieto ed inizio a pensare che forse mi sono perso qualcosa di importante, qualcosa di anomala milanesità.
La mezz'oretta seguente non replica il miracolo, ma quantomeno serve ad inquadrare un entità che forse sì, mi sono perso ed avrebbe meritato un piccolo approfondimento. Slow-core è un tag molto forzato e non lo condivido, al netto di Gittana: quello dei FBYC è un post-post-emo-post-rock in cui il lavoro delle chitarre ha grande importanza, la ritmica è ricercata ma non ossessiva, distaccato il giusto per non sembrare troppo viscerale (nè troppo derivativo), con il cantato in italiano e tutte le problematiche che si porta dietro (lodevole, lodevolissimo, originale e tutto, ma alla lunga un po' limitante e monocorde, chissà cosa ne pensa Federico Fiumani....). Adesso vado a scandagliarmi il loro catalogo e chissà che non riesca a scovare altre 2-3 gittane. Sarebbe un successone.
















