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sabato 19 marzo 2022

Northwest – II (2019)


La piacevolissima conferma che il primo, abbagliante, album non fosse un exploit fine a sè stesso per la coppia spagnola. Vien da pensare che la matrice compositiva sia frutto della stessa ispirazione, escluso il fatto che l'atmosfera sia ancor più rarefatta e che gli interludi squisitamente neo-classici prendano il sopravvento, con archi e clarinetto impegnati in vere e proprie esecuzioni di spartiti.
Basta un pugno di ispiratissimi numeri per confermare appieno la magia: Winterland, The Day, All Of A Sudden, Wasted Light. Le dinamiche che muovevano il predecessore segnano il passo in favore di una stasi paradisiaca, concetto essenziale alla base del disco. Li aspettiamo con enorme curiosità alla prova di un terzo che sarà procuratore di sfide.

sabato 8 gennaio 2022

Residents ‎– Not Available (1978)


E' sempre molto difficile affrontare un 9/10 di PS senza avere qualche pregiudizio. Nel caso di Not Available, però, mi è venuta in soccorso una piccola serie di ricordi lontani: Rupert e Mixo che ne mandavano in onda delle sezioni per decantarne il genio, la visionarietà e la follia, a più riprese. Anche se il mio preferito resta sempre Eskimo, lo psico-melodramma in 4 parti di Not Available non sembra accusare l'invecchiamento, nemmeno da un punto di vista strettamente tecnico: l'arsenale di tastiere di Hardy Fox, che includeva in dosi massicce il famigerato Eminent e le voci deliranti di Flynn costituiscono l'asse portante del disco, a cui si aggiungevano percussioni scarne, fasi intermittenti di drum-machine e sezioni importanti di sax, nient'altro. E' una messa in scena grottesca, amara e dissacrante che riesce sempre a disorientare, non ha ancora perso la sua forza iconoclastica ed ha delle trovate compositive che suonano tutt'ora geniali.

sabato 2 maggio 2020

Audiac ‎– So Waltz (2017)

Il clamoroso e totalmente inaspettato ritorno del duo austriaco, a ben 14 anni di distanza da quel Thank you...., un exploit passato inosservato all'epoca. Stessa sorte è toccata a So Waltz, un disco che resta probabilmente appannaggio di pochi, ma che lo ameranno senza condizioni, disarmati ed estasiati da cotanta meraviglia.
Tutti questi anni sembrano un affare davvero irreale, di questi tempi. Eppure; stessa etichetta, stessa produzione a cura dell'ormai ottantenne H.J. Irmler. Soltanto che gli Audiac hanno eliminato pressochè ogni forma di ritmo per concentrarsi sulle composizioni e sulle atmosfere maestose, sugli arrangiamenti nitidi e divinamente orchestrati, sulle stentoree interpretazioni vocali di Alexander Van Veen, per confermarsi i più credibili sostituti del tardo Scott Walker, che se prima di morire non si fosse perso a rincorrere esperimenti inutili avrebbe dovuto partorire prodezze del genere. Non me ne voglia la buonanima.
Le asperità elettroniche dell'iniziale title-track sono svianti. A partire dalla seconda People going places, un pianoforte tempestoso ed insistente guida le emissioni dell'animo più profondo del duo, che affondano il coltello con le folate di mellotron e le vocals echeggianti di Gospels Unreal. Arie più rilassate ed eleganti caratterizzano le meraviglie assolute di Not Bound To Anything (Thom Yorke diventerebbe verde dall'invidia, se la ascoltasse, ma forse questo tipo di espressione sarebbe troppo intellettuale per i suoi fans meno acculturati) e Ambulance Music, condita da un florilegio solenne di trombe. Il restante scorre più placidamente, con omogeneità all'umore melanconico-impressionistico del lotto, sfiorando la musica da camera pura in When You Say My Name e chiudendo in grande stile con Lay Down Stay Here, dritta dritta al firmamento.
Che passino altri 14 anni, chi se ne frega (difficile però pensare che Irmler ci sarà ancora...); nel '31 sarò lì in impaziente attesa di un seguito. Questa è musica senza tempo, punto e basta.

mercoledì 11 settembre 2019

Mako Sica & Hamid Drake ‎– Ronda (2018)

Una pausa di un lustro, l'avvicendamento del batterista Kendrick con l'eclettico polistrumentista Chaetan Newell, ed i Mako Sica sono tornati con 3 album in 3 anni, segnando il cambio di stile importante verso un fine cesello jazz-psichedelico, certo non modernissimo ma denso di una personalità sempre più strabordante.
Per l'unità di Drazek & Fuscaldo pertanto è un manifesto espressivo questo Ronda, vista l'estemporanea inclusione di Hamid Drake, ultrasessantenne batterista chicagoano che in area modern-jazz ha un curriculum sterminato e presta in queste 5 tracce un drumming raffinatissimo, mai invadente e perfettamente calato nella realtà onirica dei Mako. La sua presenza libera Newell di passare fra piano, cello, contrabbasso e flauto senza fare una piega. Drazek non ha ancora rinnegato il suo stile chitarristico, l'ha semplicemente affinato e portato alla volta celeste, ed incrementa l'utilizzo della sua malinconica tromba.
E' purissima impro con tutti i suoi limiti, non ci sono novità in tal senso e forse i Mako non sarebbero neanche in grado di mettersi lì ed organizzarsi. Basta prendersi un'ora, farsi trasportare verso questo mondo ultraterreno e scordarsi di tutto il resto e la realtà.

sabato 7 settembre 2019

Deleted - La derelitta (1999)

Il chitarrista francese Cristophe Petchanatz, che con grande tenacia ed ostinazione tutt'oggi continua a produrre musica più che altro con la moglie nel progetto Klimperei rendendosi visibile su Bandcamp, in uno dei suoi episodi targati Deleted. Lo conobbi a metà anni '90 grazie ad una cassetta su Snowdonia, Entertainment 2, che col tempo ho sempre più apprezzato, contrassegnata da un post-rock estremamente ricercato, e che ho riascoltato con piacere contestualmente a questo La derelitta, più estremo ed incompromissorio nel saper creare ambientazioni astratte e sinistre.
Composto da ben 24 tracce, il disco testimonia un autore dalla creatività straripante, concentrato su questa art-elettronica atonale dai poteri surreali, su ritmi sghembi e marcati, e con uno stile chitarristico del tutto peculiare ed incisivo. I connotati sonori vanno dalla library arcaica all'industriale meno abrasivo, con tutto quello che ci può stare dentro. Un autore che avrebbe meritato tutt'altra esposizione, decisamente.

martedì 30 aprile 2019

Zu93 ‎– Mirror Emperor (2018)

Un incontro necessario, per entrambe le parti. Tibet che continua a restare giovane cantore e torna alle sue stagioni del folk apocalittico, gli Zu del nuovo corso che scioperano, piaccia o non piaccia (Pupillo suona un basso doom solo in un pezzo, non odo tracce del sax di Mai neanche un attimo, ma potrei sbagliarmi), con la mediazione di Pilia, deus ex-machina musicale del disco con la sua acustica. Non è una somma delle parti, come scritto altrove, bensì un crocevia di tante esperienze diverse che collimano in un concept ininterrotto su questo Specchio Imperatore. Le anime sono sostanzialmente due, quella della ballad agreste-eterea e quella delle pulsioni elettroniche sinistroidi, con i due celli (Serrapiglio e Tilli) decisivi nel punteggiare i momenti più drammatici. Per Tibet non cambierà niente e forse non verrà neanche considerato in madrepatria, ma per gli Zu è un altro centro collaborativo, dopo quello con ESR ed un percorso autonomo incerto. Bellissimo.

venerdì 26 aprile 2019

Andy Partridge & Harold Budd ‎– Through The Hill (1994)

Il bizzarro connubio fra Mister HB e Mister XTC, che la storia narra essere frutto dell'idea balzana di un promoter conoscente di entrambi. Altrimenti a chi sarebbe venuto in mente di farlo?
Ma certe volte nella musica, fra teste alte, ci si può intendere anche se si è molto distanti. Anche se non sono un fan degli XTC, riconosco qui la maestria di Partridge di saper arrangiare un insieme di 18 bozzetti dalle atmosfere più svariate, passando dal meditabondo all'allegro, dal sofisticato al giocherellone, dal grigio al giallo sole come se nulla fosse, fino a sfiorare un concetto di vaudeville-ambient. Divertente, per ciascuno, indovinare chi ha scritto cosa; ovvio che per me le tracce migliori siano quelle tendenti al buddismo più cinematico, ma è soltanto in un ascolto ininterrotto che meglio si può saggiare la gradevolezza di Through the Hill, che PS ha liquidato in una riga e con un 4/10...

giovedì 21 marzo 2019

Audiac ‎– Thank You For Not Discussing The Outside World (2003)

Duo tedesco riconducibile al giro di Irmler dei Faust, produttore e proprietario dell'etichetta di competenza. Il loro caso è quantomeno curioso: dopo quest'esordio passeranno ben quattordic'anni prima di una replica, ed in entrambi i casi si è trattato di un gioiello di contaminazione moderna, al punto di richiamare idealmente la creatività dei loro padri.
Thank you suona incredibilmente fresco, nonostante l'ambizione: per gran parte sembra uno Scott Walker maturo che collabora coi Radiohead di Kid A ed Amnesiac, per l'appunto prodotti dal leggendario tastierista dei Faust. Ma ci sono anche tracce canterburyane, spunti prog nel senso più nobile ed una componente elettronica che non prepondera mai il senso delle composizioni, in alcuni casi di una bellezza clamorosa. Vien proprio da pensare "peccato che abbiano fatto solo due dischi in 15 anni."

lunedì 28 gennaio 2019

Scream From The List 79 - ZNR ‎– Barricade 3 (1976)

Atto d'esordio di Hector Zazou, personaggio francese che nel corso degli '80 e '90 diventerà un crossoverista internazionale di elettronica e world, finendo per collaborare con tantissimi illustri fra cui Sylvian e Budd, solo per nominare i miei preferiti. Da giovane invece era un tastierista convenzionale in questo duo con tal Joseph Racaille; un duo abbastanza slegato, a dir la verità, dato che l'80% del materiale era farina del sacco di HZ e che i rispettivi spiriti espressivi sembrano abbastanza distanti. Più classico e posato Racaille, più coraggioso ed articolato l'altro, anche in termini di arrangiamenti, generalmente molto scarni quando non limitati alle due tastiere ed alle voci. 
Satie, Canterbury ed i Red Krayola di God Bless... sono i nomi che vengono in mente per primi all'ascolto, per un disco trasognato, svanito ed eterogeneo che svia parecchio dai suoni di quell'epoca, ripiegando su un morigerato post-cantautorato post-classico e situato in un area indefinibile. Per questo Barricade 3 è classificabile come una mosca bianca che di certo non sarà ricordato come pietra miliare, ma dalle peculiarità tutte sue.

martedì 29 agosto 2017

Scream From The List 62 - Lemon Kittens ‎– We Buy A Hammer For Daddy (1980)

Si sa, Stapleton è sempre stato uno che, per quanto fosse assurda la sua musica, ha sempre avuto un'occhio di riguardo alle faccende commerciali che lo riguardano. Logico quindi che We Buy A Hammer For Daddy, numero di catalogo 2 della sua United Dairies, facesse capolino nella List. Ma se lo ascoltiamo, allora continuiamo più o meno ingenuamente a credere alla meritocrazia perchè fu un disco che, per quanto fosse distante dalla galassia NWW, aveva dei punti in comune ed una sua peculiarità. Una specie di dada-post-punk cubista messo in piedi da due persone che innanzitutto sapevano suonare, i polistrumentisti Karl Blake e Danielle Dax, ma che facevano di tutto per dimenticarsene. Nella scaletta ci sono 16 episodi che più che pezzi definirei sketches, che passano con disinvoltura fra plumbee ossessioni alla Pil/Pop Group, vignette di cabaret teatrale, sfoggi di nonsense beefheartiani, scorie radioattive di elettronica lo-fi, collages di avanguardia e persino pause ambient. Un po' troppa carne al fuoco, sì, però tanto tanto saporita per i voraci gattini al limone.

domenica 16 luglio 2017

Residents ‎– Eskimo (1979)

In opposizione alla scellerata prolificità con cui criminalmente i Residents continuano a rilasciare dischi persino oggi, la gestazione di Eskimo è paradigmatica; ci misero ben 3 anni per portare a termine un'opera d'avanguardia che, se non è la migliore in assoluto del loro primo repertorio, di sicuro fu la prima del tutto priva di quell'ironia e di quella tragicomicità di cui trasudavano i precedenti.
La ben celebre tematica del disco sta nel documentario sugli eschimesi e sulle loro usanze, traslato nella tipica ottica astrusa e cartoonesca. Soltanto più di 20 anni dopo i Residents resero giustizia all'estrema cinematicità dell'opera pubblicando un dvd di slideshow e sottotitoli didascalici delle storie collegate ad ognuno dei pezzi. Quanto al contenuto, è una fenomenale formula di avant-weird-etnica irripetibile, irriproducibile, l'arte ed il fulmine della loro sapiente e consapevole follia. Un monumento antropologico al quale sarebbe dovuto seguire lo scioglimento, la parola missione compiuta, un labirinto che necessita di una moltitudine di ascolti per essere assimilato nella sua interezza. L'avvertenza di copertina recitava che Eskimo va ascoltato con vestiti pesanti o una coperta addosso. Total freezing cerebrale.

lunedì 22 maggio 2017

Cyclobe ‎– The Visitors (2001)

Atto secondo di questo fenomenale duo che come pochi altri al mondo elabora autentico illusionismo sonoro, scandaglia le oscurità delle galassie più remote, riemerge dalle foschie delle brughiere britanniche, prepara intrugli di magia nera in laboratorio. Forse il loro più rappresentativo insieme al più musicale Wounded Galaxies, The visitors è programmaticamente un disco dai suoni alieni e di maggior derivazione ambient-industriale, ma non disdegna stridenti digressioni nella musica da camera in almeno tre episodi. La ristampa del 2014, rilanciata in occasione di alcune (rarissime) date dal vivo, ha incluso un pezzo contemporaneo curiosamente minimal-pastorale, che posto a fine scaletta interrompe straniando lo stato di ipnosi auto-generatosi.

giovedì 16 febbraio 2017

Necks - Vertigo (2015)

Il wonder-trio di Sidney non finisce mai di stupirci ed è sempre più difficile trovare le parole per descrivere le loro uscite. Dopo un profondo excursus su alcuni stadi della loro colossale carriera, eravamo arrivati al tumultuoso e dissonante Mindset, al quale è seguito Open, il loro disco forse più visionario e meditativo (per non dire mistico, aggettivo che mancava dalla loro tavolozza) e poi il rovinoso Vertigo, con ogni probabilità il più scuro ed inquietante. Di una durata inedita (soltanto 44 minuti in luogo della solita oretta), propone una delle novità più rilevanti, ovvero l'utilizzo predominante da parte di Abrahams dell'organo e del Rhodes e visti gli overdub degli stessi, si tratta di una costruzione diversa dai loro standard. L'uso rarefatto dei piatti di Buck e quello in penombra del double-bass di Swanton rientra invece nei canoni di umiltà di questi due grandi uomini che sanno lavorare al servizio della suite, alchemici. Dietro la placida copertina che immortala cime di alberi su una distesa d'acqua, c'è il pezzo forse più astratto di una carriera che incredibilmente non conosce tregua di successo artistico. Che durino cent'anni.

giovedì 22 settembre 2016

Zu + Eugene S. Robinson ‎– The Left Hand Path (2014)

Eccezionale collaborazione fra le colonne italiche del jazz-core e l'ormai leggendario, statuario e poliedrico ESR, di cui ci piacerebbe ascoltare persino la lettura dell'elenco telefonico. Ciò che ci si chiede, vista l'assoluta rilevanza di The left hand path, è perchè mai sia stato pubblicato dopo direi 3-4 anni dalla realizzazione, vista la presenza di Battaglia che com'è noto ha abbandonato la formazione nel 2010. Robinson in una recente intervista dichiara che la musica era destinata a sonorizzare un film horror, ma alla fine non se ne fece nulla e gli Zu gli spedirono il pacco, chiedendogli di performarci sopra a modo suo.
C'è poco da dire, è un capolavoro che non ha nulla a che fare con gli Zu che abbiamo sempre conosciuto. Pupillo zavorra il suo basso con linee fangose, monotone e lentissime, snocciola qualche giro lercio di chitarra, gingilla con un'elettronica disturbante e per l'appunto, orrorifica. Mai e Battaglia gingillano e basta. Potrei definirlo il disco dark-elettro-organico degli Zu, un notturno minaccioso ed allucinato in cui Robinson fa quello di cui non ci siamo ancora stancati: emettere i suoi suoni vocali, inconfondibili in tutte le salse (memorabile 6 O'Clock, in cui piange), come al solito capace di elevare ed impreziosire qualsiasi cosa gli passi sotto. L'unico parallelo possibile che mi viene in mente è quello dei primi, indimenticabili Rope, ma con un impronta maggiormente lasciva e melmosa. Ben 19 tracce, e già il rimpianto che non verrà mai bissato.

lunedì 2 novembre 2015

Cyclobe ‎– Wounded Galaxies Tap At The Window (2010)

Due inglesi che hanno fatto parte entrambi, in periodi sfalsati, dei Coil, pertanto indissolubilmente legati alla lunga corrente dell'ossianico-esoterico-post-industriale britannico.
Molto concentrate le loro pubblicazioni: solo 5 album e 3 Ep in 15 anni. E' logico che la qualità abbia la meglio su qualsiasi altro aspetto, con i Cyclobe. Ebbene, la corrente continua a regalare piacevoli sorprese e Wounded galaxies ne è uno dei migliori risultati in assoluto degli ultimi 10 anni, fuori discussione. Un lavoro che non si illude di nascondere le origini di Brown e Thrower, bensì che si fregia di una maestria evocativa fuori dalla media, frutto di una ormai notevole esperienza e di un ispirazione centellinata in ogni minimo dettaglio. Il pulviscolo celeste di How Acla disappeared.... apre in maniera sublime, seguono i meravigliosi 17 minuti di danza spettrale di The woods are alive..., le fioriture di hurdy-gurdy di We'll witness the resurrection, i clangori cristallo, le dolenti figure pianistiche e i gemiti infantili di Sleeper, chiude il mega-drone della title-track in maniera maestosa. Magnifico.

giovedì 30 luglio 2015

Mark Isham - Tibet (1989)

Trombettista newyorkese di estrazione jazz che a partire dagli anni '70 diventò musicista di tour e studio richiesto da mezzo mondo. Io l'ho conosciuto per le frasi semplici ed incantevoli con cui impreziosiva alcune fra le pagine più memorabili di David Sylvian.
Parallelamente a queste attività, Isham ha sviluppato una carriera solista (anche come autore di colonne sonore) fra fusion sofisticata, world music e ambient/new age. 
Tibet è una suite strumentale in 5 movimenti in cui tutti i suoi stili vengono assortiti con un senso del gusto ammirevole. Non c'è un momento di autoindulgenza. La tromba del leader è soltanto un discreto elemento dell'ensemble di virtuosi assemblati per l'occasione (un nome, David Torn alla chitarra di chiara estrazione frippiana). Poi, ovvio che questa musica non potrà evocare proprio a tutti la natura tibetana; semmai la contemplazione del paesaggio da un comodo studio al riparo dal gelo, con vista panoramica. In ogni caso, chi odia questi suoni elaborati ed iper-prodotti stia alla larga.

mercoledì 7 maggio 2014

Xiu Xiu - Dear God, I Hate Myself (2010)

Oltrepassata la soglia del decennale d'attività, Xiu Xiu ormai sembra destinato a sopravvivere grazie alla nomea e al mestiere. Lontani ormai i tempi dei fasti e dei fuochi creativi, Stewart si destreggia con abilità fra il suo arsenale strumentistico, il suo stile fratturato e la sua voce sempre più marchio di fabbrica.
Raramente Dear God sorprende (Hyunhye's theme), affascina per le costruzioni e le arie (Falkland Rd., Impossible Feeling), quasi mai shocka come riuscivano le prime prove. Più che normalizzazione la parola giusta sarebbe una onesta seduta su shemi collaudati che per carità, restano sempre personalissimi ed unici, ma sembrano svoltare pericolosamente su un accessibilità che fa storcere il naso a più riprese (Chocolate makes you happy è troppo wave). Un po' di riconoscimento commerciale se lo meriterebbe anche, però.....