Visualizzazione post con etichetta Ambient. Mostra tutti i post
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martedì 11 aprile 2023

Harold Budd / Brian Eno – The Pearl (1984)


Seconda ed ultima ambient-opera per i due masters-pioneers, quattro anni dopo Ambient 2 : The Plateaux of mirror, stesso setting-up: Eno ad apparecchiare lo studio per ottenere un suono più espanso possibile e Budd seduto ad improvvisare le sue laconiche frasi di pianoforte. Questo capitolo, però, fu maggiormente soddisfacente per il californiano, che ebbe a dire che in confronto il precedente era uscito naif. 

Punti di vista. In The Pearl possiamo trovare fra le vignette più ispirate del primo Budd (The Silver Ball, Dark-eyed sister, Late October, Still Return), ma l'essenza coesiva di questo microcosmo ovattato resta integra anche dopo una moltitudine di ascolti. Perchè immancabilmente va in loop senza che neanche ce ne accorgiamo, facciamo altro, ci fermiamo e ci abbandoniamo a queste bellezze storiche, cristallizzate dal tempo, senza ritorno.

giovedì 2 marzo 2023

Lino Capra Vaccina – Sincretico modale (2022)


La terza età dorata di Vaccina, che ormai settantenne continua regolarmente ad uscire con nuove pubblicazioni, la maggior parte delle quali in collaborazione con altri più o meno illustri. Sono i suoi episodi in solitudine però ad attirare la mia attenzione: Sincretico Modale esce a 5 anni di distanza dallo splendido Metafisiche del suono, e ne persegue il concetto di ambientale riflessiva, in buona parte incentrata sull'immortale sgocciolìo del Grand Piano. Il pezzo d'apertura Armonie della mente si dipana sospeso come un bozzolo di farfalla, dalle coloriture vagamente Buddiane. La sottilissima tensione di Riflessi lontani vede l'unico ospite esterno, l'oboe di Camillo Mozzoni in distensione armonica. Una maggiore stratificazione di suoni concentrici (cimbali e vibrafono) caratterizza Percezione dell'essere, mentre il protagonista della nebulosa Persistenza della memoria è un dolente harmonium. Il piano torna principe ed estatico negli undici minuti della conclusiva title-track, di nuovo reminescente Budd.

Un album di pura contemplazione ed abbandono come ci si può aspettare da questo grande vecchio, anche se nel complesso leggermente inferiore al precedente.

lunedì 9 gennaio 2023

Harlassen – The Neckar Blues (2015)


Harlassen atto secondo, postumo. Registrato originalmente nel 2008 come seguito dell'eccellente A Way Now (sul serio, uno dei 3-4 migliori di tutta la saga Skelton), venne messo in un cassetto per essere poi rispolverato nel 2015 e rielaborato per la collana Archivial Series, una serie di recuperi vari effettuati durante una fase di stanca produttiva di Riccardo Cuor di Leone. 

Certo, chiamare queste 3 sezioni blues suona piuttosto paradossale, considerando che si tratta di preziose ipnosi droniche nella migliore scia del primo Skelton, in quel periodo in uno stato torrenziale di creazione di questo tipo di paesaggi. Fra striature di violino, bordoni galattici, tonfi percussivi, i Neckar Blues sono una seduta di musico-terapia da mettere in loop, nè emotivi come A Broken Consort e Landings, nè romantici come Carousell; semplicemente Harlassen, una meteora luminosissima della galassia Skelton, forse più lucente proprio per la sua fugace apparizione. Un recupero più che doveroso.


venerdì 30 settembre 2022

William Basinski – Lamentations (2020)


Dev'essere una cava davvero profonda, l'archivio di Billy Basinski; nelle note di copertina viene indicato l'arco di tempo 1979-2020 come periodo di approvvigionamento. E trattasi di loops che invecchiano molto, molto bene, meritevoli di essere ripescati e portati alla luce, quando la tecnica glielo consente, perchè Lamentations ne contiene ben 12. Anzichè indugiare sulla reiterazione oraria di un singolo (tecnica che gli ha permesso di forgiare fra i suoi capolavori più meditativi), WB ha steso una scaletta che per certi versi lo riporta ai fasti di Melancholia, ovvero il vignettismo di sintesi. A differenza di esso, però, che sviluppava un'omogeneità quasi monolitica, Lamentations apre il ventaglio ad una serie disparata di soluzioni ed umori, includendo qualche piccola tendenza spacey udita più recentemente.

Il meglio iniziale avviene nelle sonate dimesse, altamente evocative, The Wheel Of Fortune e Tear Vial, dopodichè la scaletta si fa pulverulenta ed organica con i gorghi astratti di Passio, Punch & Judy, Silent Spring e Transfiguration, che lambisce quasi una concezione di dark-ambient estatica (alla Caretaker, per intenderci). Il lotto va in gloria con All These Too, I Love e Please, this shit has to stop, tripudi sinfonici con voce femminile lirica sugli scudi. Nel complesso, uno dei migliori della carriera di Billy per eclettismo, varietà e scelte "compositive".

venerdì 19 agosto 2022

Evan Caminiti – Meridian (2015)


Al secondo su Thrill Jockey, Evan Caminiti riapparve con un nuovo look sia esteriore che sonoro. Se il precedente Dreamless Sleep, per quanto molto riuscito, segnava ancora un debito di riconoscenza nei confronti dei giganti tedeschi, con Meridian l'ex Barn Owl con i suoi synth modulari è entrato in una sfera più atonale ed astratta e si allontana sempre più anni luce dai modelli ispirativi con cui emerse 15 anni fa. Non più è soltanto una questione cosmica, quindi, ma anche lunare. Le inquietanti architetture di EC si dipanano con fare circospetto, avvolgono e a volte quasi shockano con trovate ai limiti dell'avanguardismo, un po' come certi pionieri di decenni fa che sembravano naif ed invece si inventavano trovate che avrebbero reso eterne le loro pieces. Certo, EC non raggiungerà mai uno status autorevole, ma la ricerca del suono e la qualità delle sue escursioni labirintiche dimostrano la stazza artistica.

giovedì 23 giugno 2022

Richard Skelton – A Channel For Water (2018)


Se già prima della pandemia il prode Riccardo aveva ritmi di output altissimi, negli ultimi 2 anni le uscite si sono ulteriormente intensificate. Impossibile pertanto stargli dietro, e come conviene per questa categoria di musicisti, tanto vale pescare a caso. Non tutto è oro colato, ma la media resta comunque molto alta. A channel for water nasce per mezzo di un recupero datato 2007, risalente quindi ai suoi primi anni di produzione, i tempi dorati di Landings, A Broken Consort, Harlassen, Carousell e Clouwbeck. Una decina di minuti ipnotici per rifrazioni di archi, di rincorrersi di armonici in sequenze circolari, dall'umore crepuscolare e caratterizzato da quel contrasto di tonalità/atonalità che tanto ha generato piccoli capolavori di emotività struggente.

A seguire, tre riprese dell'originale datate 2018. La prima, molto spacey e solcata da synth quasi celestiali. Molto più a tema la seconda, che ne costituisce un ideale, ombroso prolungamento. Infine la terza, in un contesto più ambient dominato da bordoni di synth e con inusitate ribollite di audio generators nel sottofondo. Nessuna di queste tre raggiunge il livello della matrice, ma ascoltato in soluzione di continuità, A Channel For Water è una tipica Skelton experience che mi sento di consigliare anche ad eventuali neofiti.

mercoledì 8 giugno 2022

Eberhard Schoener ‎– Meditation (1974)


Uno di quei dischi che sarebbero dovuti finire sulla NWW List, magari al posto di qualcuna di quelle ciofeche irritanti ed inutili. Magari Stapleton non ci si imbattè, chè l'avrebbe apprezzato alquanto nonostante l'immane austerità della proposta. Schoener, violinista classico di Stoccarda, rimase folgorato come altri colleghi sulla via dei sintetizzatori elettronici e vi si dedicò a partire dal 1971. Meditation è una suite di 35 minuti divisa in due parti (non soltanto dai limiti fisici del vinile), un affresco tremebondo di suoni cupi, di droni raggelanti, di cunicoli abissali. La prima parte è scandita da un battito di sonar ad inscenare un falso ritmo, attorno al quale le striature di synth scorrono alternate in una sequenza intimidatoria. La seconda parte, più statica e dissonante, spinge sull'astrattismo aggiungendo una soave quanto spaesata voce femminile in fonetica, ma in generale non regge il confronto con la prima facciata, che resta un caposaldo archetipo della dark-ambient. Insomma, un altro grande pioniere teutonico.

domenica 27 marzo 2022

Screams From The List #106 - Roger Doyle – Thalia (1978)

 

 

Con un percorso simile a quello di un altro ardito sperimentatore apparso sulla List come Basil Kirchin, l'irlandese Roger Doyle iniziò come batterista jazz ma dopo qualche anno si diede all'elettronica sperimentale, con l'ambizioso progetto di brutalizzare principi folkloristici della propria verde patria, come ben rivelato sull'album d'esordio Oizzo No nel 1974 (parzialmente riuscito, diciamo una rottura del ghiaccio). Dopo una pausa di 4 anni, riapparve con Thalia e si mise a fare le cose sul serio. L'apertura, con l'effervescente pianismo di Baby Grand, è puramente fuorviante perchè le atmosfere sono di ben altro tenore. Con la suite in tre parti di Thalia (circa mezz'ora) si viene immersi in un allucinato collage macro-cosmico per oscillatori, fanfare, percussioni, concretismi, proto-industrialismi e glitches ai limiti dell'udibile. Infine i 12 minuti di Solar Eyes, purissimo archetipo di dark-ambient sintetica ed agghiacciante. Una classica prova dell'assurdo da anni '70, ma elaborata con una lucidità ed un raziocinio che arriva a sfiorare i livelli dei maestri dei '60.

giovedì 20 gennaio 2022

Roger Eno ‎– Fragile (Music) (2005)


Massimo relax per questo album del Rogerino maturo, direi al massimo della propria sobrietà e compostezza. Non è un disco per tutti, questo va premesso, non è ricco di colori e stagioni come Voices nè impressionistico e festivaliero come Lost in translation. E' semplicemente una raccolta per solo piano, lento, sgocciolato e compassato nella vena più satieana possibile, con quelle sottile vena autunnale e surrealmente malinconica che costituisce da sempre il suo trademark caratteristico. Per un oretta di contemplazioni asciutte e per sottofondi filosofici.


mercoledì 15 dicembre 2021

Stray Ghost - If I Could Cross The Space To You (2020)


Come espressamente dichiarato, si tratta dell'ultimo disco del Fantasma Randagio. Anthony Saggers, giunto a 33 anni e sistematosi in Turchia dopo aver conosciuto la sua White Rose, è giunto alla conclusione di dover chiudere il glorioso ciclo che l'ha visto pubblicare tante belle perle nel corso di un decennio, per l'appunto, molto vagante. Condivido la sua scelta al 100%, dal momento che la sua torrenziale discografia può ritenersi più che completa. Partito come scultore di suoni e cattedrali imponenti, l'inglese ha via via affinato la sua arte verso un neo-classicismo minimale e sempre più emotivamente pregnante. Purtroppo, aggiungo io, senza guadagnare consensi nè un pubblico consistente.

If I Could Cross The Space To You sembra un titolo programmatico: se potesse arrivare ad un pubblico più vasto, se potesse colmare quella distanza, il buon Anthony meriterebbe un bel po' di plausi. Spero soltanto che non si arrenda e che trovi nuove forme di espressione per la sua grande anima. Non è il suo disco migliore, probabilmente, ma lo consiglierei a qualsiasi neofita disposto a mettere a disposizione delle proprie orecchie l'elegia della lentezza, della quiete e della contemplazione. E citando il mio pezzo preferito del lotto, è suonato quasi come un addio...

sabato 11 dicembre 2021

Toygasm ‎– Nighttime Rainbows (2020)

Altra porticina che si apre a seguito dello split di Lucky Pierre, anche se in ottica minore rispetto alla meraviglia targata Nyx Nòtt, a mio avviso disco dell'anno 2020. Durante la primavera 2020 Aidan Moffat varò la sua tape label personale Little Box Of Hiss, dedita a nastri registrati in solitudine, in sede casalinga. Che fosse per noia o per forzata inattività poco importa, perchè il Nostro è in una fase molto creativa e trovo giusto che si esprima in tutte le salse che gli vengono (così come su Twitter, dov'è verboso ai limiti dell'incontinenza). Toygasm è il primo capitolo, concentrato su suoni ricavati da giocattoli, apps, field recordings e tastierine di varia natura, con alcune comparsate vocali dei piccoli Samuel e Mabel, presumibilmente i suoi figli. E' quindi un florilegio di autoharp, carillon, melodiche, campanellini, tamburelli, cicalecci di pianino, nella consueta (e adorata, almeno da me) vena trasognata di AM, fra hauntologia polverosa e dolce malinconia. Un disco giocattolo, quindi, dedicato ai suoni dell'infanzia, che recupera gli intermezzi più ludici di alcuni capitoli Lucky Pierre e li amplia con il suo proverbiale know how. Una delizia a cui abbandonarsi, che si può apprezzare ancor di più se si ha un figlio in età infantile ed al quale consiglio anche di provare a somministrare. Il mio ha gradito.
 

venerdì 5 novembre 2021

Caretaker ‎– Persistent Repetition Of Phrases (2008)

 
Nel percorso che portò Leyland Kirby ad elaborare il suo capolavoro assoluto come Caretaker, Persistent Repetition Of Phrases è ben più di un passaggio di transizione, anche se sulla carta lo sembrerebbe: ad esempio ci sono i primi riferimenti concreti alle malattie da demenza senile (la traccia di chiusura si chiama Unmasking Alzheimer's), piuttosto che alla pura amnesia, come ad intraprendere una progressione metaforica. La ballroom music si era già affacciata nel suo universo con A Stairway to the stars e We'll all go riding on a rainbow, ma erano rimasti episodi marginali. Successivamente era piombato in abissi di dark ambient con i monolitici Deleted Scenes / Forgotten Dreams e Theoretically Pure Anterograde Amnesia. 

Persistent indugia equamente in entrambe le direzioni, variando le atmosfere in maniera sapiente lungo le 9 tracce, mixando le dinamiche in modo da evitare sospensioni troppo eteree: si passa dagli abissi alle languide trombe in un men che non si dica, dalle voci sepolcrali alle orchestrine fantasmatiche in una soluzione ben divisa ma omogenea. E' uno dei lavori più haunt-core di Kirby, probabilmente eclissato dal riscontro impressionante di An empty bliss, ma di sicuro ancora molto degno di essere vissuto in più consumazioni consecutive, per essere meglio avvolti nella paranormalità e nel polveroso microcosmo del Custode.

sabato 30 ottobre 2021

Stars Of The Lid ‎– Gravitational Pull Vs. The Desire For An Aquatic Life (1996)


Penso che scrivere degli SOTL sia fra le imprese più difficili nel cercare di descriverne la musica, soprattutto quando si sono già spese le (poche) parole ritenute appropriate, impiegate per i loro lavori ritenuti (giustamente) i migliori, cosicchè gli altri rischiano di passare in un secondo/terzo piano, di essere considerati minori. Un peccato, così come un peccato che siano fermi (si siano fermati) da ormai più di un decennio. Gravitational fu una transizione importante, perchè passò dal primo, tutto sommato grezzo episodio ad una nuova fase, più distensiva e panoramica. Le lunghe suite iniziano a prendere il sopravvento, la collisione Brian Eno vs. Klaus Schulze si materializza, come un colosso pulverulento pronto a dissolversi nella propria materia. Difficile trovare altre parole, poi è chiaro che Gravitational resta un po' all'ombra delle titaniche imprese che realizzeranno i due texani da lì agli anni successivi, ma è sempre bello abbandonarsi a questi suoni stanchi e fuori da ogni dimensione.

lunedì 18 ottobre 2021

Gerogerigegege ‎– > (decrescendo) (2019)


Mi ero completamente perso il ritorno di Juntaro Yamanouchi nel 2016, dopo un silenzio di 15 anni in cui i suoi fans si erano chiesti che fine avesse fatto, e durante il quale era girata persino la voce che fosse scomparso. Nel suo tipico stile massimalista, da allora ha fatto uscire una pioggia di titoli, quasi tutti riguardanti faccende di archivio, sia sul campo che sul palco. Due gli album di inediti, di cui questo > (decrescendo) costituisce la sconvolgente sorpresa, più o meno come fece un quarto di secolo prima il verboso e sommesso Endless Humiliation. In ogni caso, come sempre si astengano i palati e le orecchie fini, si adeguino i concettualisti. 40 minuti notturni di frinire incessante di cicale e grilli su cui JY suona una sequenza ipnotica e soffusa di hapi drum, una specie di piccola steel drum che fa un suono un po' meno acuto di un carillon. Le intromissioni sono piuttosto rare: il rombo di un motociclo (o di una Ape??) che passa vicino all'improvvisato stage, qualche volatile (oche?) che starnazza a distanza. A 7 minuti dalla fine, un paio di uomini scoppiano a ridere fragorosamente per qualche secondo. Passano un paio di auto, i volatili si fanno nervosi. Alla fine, un sibilo costante invade il campo ed oscura sia le cicale che l'hapi drum, fino alla dissolvenza.

Come disse Tedio Domenicale, se mai i Gerogerigegege potessero fregiarsi di un miglior album, questo ci andrebbe molto vicino come fece Endless Humiliation. Svolta ambient per Juntaro?


martedì 31 agosto 2021

Klaus Schulze ‎– Timewind (1975)


Altri dolci ricordi della Mental Hour di oltre un quarto di secolo fa. Quinto album di KS, ai tempi già consacrato fra gli dei cosmici, su cui mi sono soffermato nella sua essenza originale, senza le zavorre delle bonus-track legate alle ristampe della storia recente. In una delle magiche ore, apparivano i primi minuti di Bayreuth Return, composizione estremamente dinamica che tocca i 30 minuti di durata, con i sequencer a palla. Più estatica e sognatrice la Wahnfried che fa da contraltare, una space-sinfonia struggente e spesso melanconica. Il pretesto, un tributo al classico Wagner. L'output, immancabilmente imponente, anche se il meglio l'aveva già dato. Da lì in poi, il declino.

mercoledì 15 luglio 2020

Cabaret Du Ciel ‎– Skies In The Mirror (1992)

Interessante ripescaggio da parte di una piccola etichetta francese che nel 2018 ha riversato su vinile un tape risalente al 1992 ad opera di Cabaret Du Ciel, ovvero un duo di reduci punk/wave veneti (tali Desiderà e Morosin) riadattatisi ad una forma di sonorizzazione ambientale/soundtrack di accompagnamento a proiezioni video-art. Skies in the mirror uscì nel 1992 solo su formato cassetta, e dovette aspettare 26 anni per essere ristampato, ma tutto sommato meritava di essere ripreso dal nulla per beneficiare di un ascolto a posteriori.
Al di là delle oggettive, ridotte qualità audio di quella che di fatto era una autoproduzione al tempo, il prodotto è estremamente datato nei suoni, vertendo su una specie di minimalismo-ambient-gaze a base di bassi e nebulose di synth/midi fattura, ravvivate tuttavia da una chitarra che a tratti si mette a suonare cristallina e fa la sua figura. Devo ammetterlo: al primo pezzo avevo già pensato ecco, un altra spazzatura Midi di inizio anni '90, ma pezzi come Staircase to nowhere, Raintears e Falasarna Exposure hanno un fascino spazio/notturno tutto particolare, fanno perdonare altrettante cadute di tono/stile e fanno passare il concetto di "sana e sincera naivetè" (da chiamare in causa con rigore e non me ne voglia nessuno) dalla parte della ragione.

lunedì 13 luglio 2020

Harold Budd ‎– Avalon Sutra (2004)

Sembrava un cerchio in perfetta chiusura: HB dichiarò l'auto-pensionamento, alla soglia dei 70, e si apprestò a registrare per l'ultima volta per la label di David Sylvian, che nelle sue pagine ambient era stato un superbo discepolo del verbo buddiano, che ne diede l'annuncio con fierezza.
Non è andata così, perchè giù l'anno successivo tornava a pubblicare, seppur a più mani, e l'avrebbe continuato a fare con assiduità, ma le sue dichiarazioni fecero capire un ripensamento genuino e sincero. Proprio come la sua musica.
Comunque sia andata, Avalon Sutra resta uno dei suoi capolavori e costituì una mirabile sintesi delle migliori doti suggestive del californiano. I rimandi all'opus Pavillion Dreams sono frequenti, ma le composizioni sono snocciolate in maggior parte in forma breve, distillando un ispirazione superba in acquarelli commoventi. Strumentalmente, il contributo al suo elegiaco pianoforte si divide fra un pastorale quartetto d'archi ed i fiati nobili di Jon Gibson (in 4 pezzi, anche co-accreditato alla composizione), a costruire un quadro perfetto, da cui farsi avvolgere senza alcuna speranza, nonostante un lieve calo nelle tracce centrali del disco, più concentrate a costruire ipnosi e dilatare le atmosfere. Ma miniature supreme come Three Faces West, It's steeper near the roses, Porcelain Ginger, le 3 Arabesque, Faraon sono pura levitazione mentale.
Non era ancora la fine, avrebbe avuto ancora qualcosa da pennellare, il Maestro. Magari non a questi livelli, ma lo ha dimostrato.

mercoledì 1 luglio 2020

Richard Skelton ‎– Border Ballads (2019)

Dopo un triennio di sostanziale calma, fra il 14 ed il 17, RS è tornato ad essere iper-prolifico ed è abbastanza dura stargli dietro. Concentrandosi fra le uscite fisiche, Border Ballads appare come uno dei più significativi ed un caloroso ritorno alle gloriose origini a livello di emotività, dopo che il suo suono si era incupito e caricato di nuvoloni. Gli impasti di viola e violoncello pertanto tornano ad essere protagonisti in questo concept (12 brani, media 4/5 minuti) che verte sui confini rurali fra Scozia ed Inghilterra, con particolare attenzione ai corsi d'acqua.
Ma non sono solo i preziosi archi ad essere sugli scudi, in quanto Skelton si concentra sensibilmente (una metà circa del lotto) anche sul pianoforte, con sgocciolii di note contemplativi, a mo' di cornice espessionista. Il risultato è immancabilmente incantevole, commovente, anche se non posso non notare somiglianze con Stray Ghost, in un versante meno accademico e più emotivo. Riccardo Cuor Di Leone è così, fa dischi che posso ascoltare anche 10 volte di fila e non stancarmi mai, saluto il suo ritorno alla forma migliore e pazienza se non riesco ad ascoltare tutto quello che fa. Le emozioni più profonde vanno centellinate, sempre.

lunedì 4 maggio 2020

Michael Brook With Brian Eno And Daniel Lanois ‎– Hybrid (1985)

Generoso oppure furbo, al primo passo solista MB preferì co-intestare l'album ai ben più famosi Eno e Lanois. Ma se quest'ultimo compare in meno della metà dei titoli, il genio di Woodbridge appare il vero master della situazione, tappezzando l'intero album con le sue pacifiche distese di effetti e tastiere e dandogli il vero tratto caratteristico ambientale. Il canadese, oltre alle composizioni, sfoggiava la sua placida infinite guitar, per un assetto globale estatico. Le percussioni sparse riportano l'assieme un po' a terra, molto gradevolmente, giusto per una coloritura world.
Splendide Mimosa, Ocean Motion e Earth Floor. Impeccabile.

mercoledì 22 aprile 2020

Helios ‎– Remembrance (2016)

In occasione del decennale di Eingya, Keith Kenniff ha voluto tracciare una linea non soltanto artistica ma anche commemorativa. Pochi dubbi sul fatto che si sia trattato del suo massimo capolavoro, ed evidentemente i riconoscimenti esterni gliel'hanno confermato. Così ha voluto diffondere, in via autonoma, 7 out-takes risalenti a quel periodo, e la cover lo conferma; nell'apribile di Eingya si vedeva una coppia disegnata di spalle, in Remembrance appare il tratto da esso tagliato; le due mani che si tengono.
Vainglory apre ed è subito un sussulto: non c'è alcun dubbio, la matrice è quella e ci eravamo persi un altro gioiello di downtempo cantautoriale strumentale. Il resto della mezz'ora non replica quei livelli, bensì si mantiene su toni più dimessi, squisitamente cinematici, drumless, contemplativi.
Chiamarli scarti sarebbe un insulto, anche se in effetti di tali si è trattato. Remembrance assume comunque un suo senso, nella discografia di Helios, non soltanto per l'importanza storica del suo contesto.