Il contrastante quarto degli Antlers, a quel punto un trio vero e proprio, criticatissimo perchè sembrò un colpo di spugna alle ambizioni smisurate del predecessore Hospice, in favore di un suono mellifluo, smaccatamente melodico e composizioni accattivanti. La realtà è che Silberman col passare degli anni ci ha fatto capire un concetto chiaro: fa quello che vuole e soprattutto non fa molti calcoli, e per questo è un personaggio che ci piace. Il giudizio ai dischi è un altro discorso, e se mi fossi basato sulle recensioni Burst Apart non l'avrei neanche sfiorato. Ma una band che fa Familiars si merita l'ascolto integrale della discografia, anche a ritroso, perchè qualche chicca la si trova sempre anche in questa raccolta slegata, frammentaria, fuori fuoco ma marcata dal grande talento di Peter Sirenetto Silberman, sempre più a suo agio con i falsetti ed i gorgheggi, in contesti trip-hop, funky, folky, indie-pop da cameretta confidenziale, soul bianco e quant'altro. Belle No Widows, Every Night my teeth..., Corsicana, Hounds, French Exit.
sabato 13 maggio 2023
Antlers – Burst Apart (2011)
giovedì 27 aprile 2023
Kitchens Of Distinction – The Death Of Cool (1992)
Trent'anni fa leggevo il nome dei londinesi KOD su Rumore, nei riquadri da 1/4 di pagina che erano riservati alle recensioni corte raggruppate per settori geografici o di generi settoriali. Mi incuriosivano, ma li dimenticai rapidamente. Quindic'anni fa li ascoltai per la prima volta, col secondo album Strange Free World, e lo trovai una mezza delusione per la sua monotonia di fondo. Ma nel frattempo le rivalutazioni si sono accavallate come si accavallano i corsi e ricorsi della vita, ed il loro terzo album The Death Of Cool incontra il mio favore, complice forse la passione maturata nel frattempo per i Chameleons, che mi ha aperto un mezzo mondo. La leggenda capitanata da Mark Burgess fu senza alcun dubbio un'influenza importante per i KOD, se non altro a livello compositivo/atmosferico, che proponevano però un indie-psych-shoegaze contrassegnato dall'ottima voce del bassista Fitzgerald, un ruvido-melodico di razza, e dalle stratificazioni del chitarrista Swales, un po' Sergeant degli Echo & The Bunnymen ed un po' Guthrie dei Cocteau Twins.
L'importanza del suono e della produzione prevaricano spesso le architetture, ma le buone composizioni non mancano: What Happens Now?, On Tooting Broadway Station e Gone world gone riecheggiano per l'appunto i Chameleons più lineari e baldanzosi, Mad As Snow e Blue Pedal i loro manifesti shoegaze, la finale Can't trust the wave una superba ballad che curiosamente rievoca i Church. Un disco avvolgente, da ascoltare senza pause, per un esperienza davvero atmosferica.
martedì 14 marzo 2023
Paradise Motel – Left Over Life To Kill (1997)
martedì 17 gennaio 2023
Fontaines D.C. – Skinty Fia (2022)
Stavo per tirare un bestemmione anglicano quando ho riflettuto un po' sull'essenza di Skinty Fia, il terzo disco dei battutissimi ed ormai celeberrimi irlandesi. Al primo ascolto non mi ha entusiasmato; innanzutitto parte male con una litania emo-indie dal titolo impronunciabile in lingua, e fatica a carburare almeno fino a metà. Qualche diversivo per fisarmonica, un semi-plagio dei Whipping Boy, un paio di cantilene un po' monotone alla Protomartyr, ed ero pronto alla stroncatura. Ma ad un certo punto arrivano le chicche, Roman Holiday, I Love you, Nabokov, la title-track, ed il livello si alza notevolmente.
Rispetto al precedente, più wave e meno punk, meno grinta e più perdizione. Ciò che resta e salva questo disco dal mio totale dimenticatoio resta l'impressione di personalità, di espressione orgogliosamente francobollata agli stereotipi storici, ma comunque vada sarà un successo (molto è merito del cantante, occorre dire, più per il timbro e l'espressività che per doti tecniche). Ma resta anche il presentimento che dal prossimo disco sarà quasi impossibile confermarsi, a meno di piccole rivoluzioni. Sarà difficile, presumo.
domenica 1 gennaio 2023
Smile – A Light For Attracting Attention (2022)
Signorine e signorini, a 6 anni di distanza da A moon shaped pool, ecco il nuovo dei Radiohead. Ed è il migliore da circa una ventina d'anni a questa parte.
Perchè così suona, e sfido a sindacare. Ci sono Yorke e J.Greenwood, che da sempre ne sono stati i protagonisti principali e lampanti legati da un vincolo granitico. A light for attracing attention ha le sembianze di uno schiaffo in piena faccia agli altri 3, con tutto il rispetto e la stima possibile. Prove tecniche di separazione? I tempi sarebbero stati ampiamente maturi per un ritorno della premiatissima azienda, ed invece è andata così. I due mastermind hanno preso freschezza a piene mani, il metronomico batterista Tom Skinner (bravissimo, suona come una macchina umana, nella migliore tradizione jakiliebezeitiana) e 13 pezzi che rappresentano un'autentica immersione nel classicismo radioheadiano senza dare la minima impressione di essere nè scarti nè operazioni di auto-riciclaggio.
L'operazione intera ha sapore di spontaneità, di libertà di espressione e di entusiasmo epidermico, quasi il contrario di ciò che è stato da In rainbows in poi. Innanzitutto il disco è suonato ed organico, c'è ben poca elettronica, molti archi e c'è ciò che fino ad Hail to the thief veniva loro meglio. Ci sono le languide ed ombrose ballad stracolme di spleen (Pana-Vision, Speech Bubbles, Open the floodgates, Waving a white flag, Skrting the surface), c'è il math-pop spigoloso ed arzigogolato (The opposite, The smoke, Thin Thing, A Hairdryer), ci sono le sfuriate alla 2+2=5 (You will never work on television again, We don't know what tomorrow brings), c'è persino uno squisito spaccato alla Neil Young (Free the knowledge). C'è la produzione chirurgica di Godrich, uno strumento invisibile che se non ci fosse crollerebbe tutto in polvere. Yorke vocalizza alla sua maniera migliore, Greenwood architetta con consumata esperienza e candido mestiere. Se le premesse sono queste, lunga vita a Smile; Radiohead ha dato, il re è nudo.
venerdì 23 dicembre 2022
Swell – Swell (1990)
Quest'anno è venuto a mancare David Freel, cantante, chitarrista e compositore degli Swell. Il gruppo era dissolto da ormai 15 anni, ed anche lui era fermo discograficamente da quasi un decennio. Oggi entrambi i nomi sono caduti in un dimenticatoio senza speranza, e neppure questa scomparsa può riattivare l'interesse postumo attorno ad una band che nei primi '90 era stata una delle più interessanti del panorama americano indie e dintorni, ed era riuscita persino ad approdare ad una major, seppur per un solo disco.
Swell, il debutto, denotava un grande potenziale nonostante l'indecisione di fondo sulla strada da intraprendere. Lo sferzante stile roots-oriented-core che caratterizzerà le pagine migliori del futuro appare già con tutta la sua visceralità (Get High, Dan A son of god, Wooden Hippie Nice). Uno spiccato ammiccamento indie-pop quasi alla Pixies permea Stop e Ready, che mostrano tutta la validità di una registrazione per nulla scontata nell'anno 1990, già in tutto e per tutto immersa nei nineties, col suono sanguigno delle elettriche, il giusto risalto alla batteria di Kirkpatrick (sempre stato il vero protagonista del sound) e per giunta in totale autoproduzione. Accanto a questi, però, apparivano anche delle anomalie destinate a restare irripetute nel loro repertorio, come le spettrali scansioni di A town, la quadratura quasi wave di Love you all, la spiritata litania di Yes and no e soprattutto lo strumentale gothic-dark Sick half of a church, davvero straniante. Paradossalmente, chissà cosa sarebbe successo se Freel avesse perseverato nei filoni di queste anomalie, cosa ne sarebbe stato della carriera degli Swell. Non c'era da dargli torto per aver scelto la strada post-roots, ma la curiosità resterà sempre.
giovedì 17 novembre 2022
Duster – Duster (2019)
martedì 16 agosto 2022
Unrest – Tink Of S.E. (1987)
Più o meno nell'ordine di scaletta: un garage-punk epidermico e trascinante, un surf'n'roll a rotta di collo, un anthem emo-indie anticipatorio della saga Kinsella e derivati (soprattutto nel canto), uno strumentale in odore new-wave, una versione rozzissima di 21st Century Schizoid Man, una ballad indolente a base di strumming ostinato, uno strumentale sconclusionato con basso fuzz di reminescenza No Means No, un bizzarro esperimento per percussioni trovate, un'austerissima e dolente acustica con canto marziale in tedesco (?!), e siamo alla traccia n.9. Le restanti 7 riprendono le tematiche precedenti, in ordine sparso, con predilezione preponderante per il lato più indie ma con follie sparse ovunque.
Gli Unrest furono un trio di Washington attivo a cavallo degli anni '90, e Tink Of S.E. fu il loro terzo album. Dire che fossero indecisi sulla linea da seguire è un puro eufemismo, come si può evincere dai contenuti. PS li esalta come fra i più originali interpreti del post-hardcore degli Stati Uniti ed attribuisce loro un ruolo fondamentale nel superamento di quei canoni, ed in effetti a tratti le loro pirotecniche vignette nascondono un genio vulcanico e sarcastico. Non tutto funziona sempre a dovere su questo meltin pot astruso, ma resta un ottimo esempio di caos organizzato ed originale.
mercoledì 18 maggio 2022
Built To Spill – Ultimate Alternative Wavers (1993)
Liberatosi dai modesti Treepeople, Doug Martsch tornò a casa e si fece il suo gruppo, inizialmente con la sezione ritmica di Youtz e Netson. Con questo debutto così potè mettere in scena il suo personalissimo cantautorato elettrico, certamente erede delle epiche nevrosi neilyounghiane, che genererà uno dei più grandi capolavori americani degli anni '90, un live all'altezza ed una maturità più che dignitosa, anche se a singhiozzo. Visto in prospettiva, quindi, UAW è un disco grezzo, prodotto un po' lo-fi e con alcune incertezze, ed anche a causa di ciò all'epoca venne salutato come l'opera prima di un gruppo promettente, simbolo del trapasso del grunge e del recupero di certe radici, valorosamente aggiornate a quei giorni. Esemplari ed anticipatori delle meraviglie future: Shameful Dread, Three years ago today e Built To Spill. Il deposito del marchio.
mercoledì 6 aprile 2022
Deerhunter – Fading Frontier (2015)
La carriera dei Deerhunter continua ad essere controversa ed in qualche modo un'enorme incompiuta, forse essa stessa vittima del carattere del suo leader Bradford Cox; basti leggere una qualsiasi intervista per capire che si tratta di un soggetto tanto autoreferenziale quanto enigmatico. Se nel 2010 con l'ottimo Halcyon Digest sembravano esser pronti per preparare il loro capolavoro, nel 2013 ci ha pensato l'inascoltabile Monomania a buttar giù le loro quotazioni. Fading Frontier in tal senso ha ripristinato e normalizzato la situazione, con un disco di impavida accessibilità, ai limiti del dream-pop. L'impronta del songwriting di Cox ormai sembra essere inossidabile a prescindere dai generi presi in carico (direi 3-4 su questo album), ed anche se si tratta di un album tutt'altro che imprescindibile, è sempre utile ascoltare i Deerhunter perchè dietro l'angolo si possono scovare pepite memorabili come il dream-pop di Take Care (forse il miglior pezzo mai scritto dai Beach House) e l'atmosferica Ad Astra (unico scritto dal chitarrista Pundt, che con pazienza rimedia sempre le briciole di spazio). Per il resto, buone melodie evanescenti, ballad elettriche sornione, un paio di cadute di cattivo gusto, insomma, molto mestiere.
venerdì 11 febbraio 2022
Acetone – If You Only Knew (1995)
Tendendo ad ignorare la slavata raccolta di cover country I guess I would, si tratta del secondo album degli Acetone, che di fatto gettò la maschera: se su Cindy la spina portante era ancora abbastanza sanguigna con qualche languidezza sparsa, su If you only knew accade esattamente il contrario. Al santino di Neil Young si aggiunse quello dei Velvet Underground più letargici, e la svenevolezza dei primissimi Low diventò una curiosa assonanza. Fu un passo abbastanza significativo, anche per il fatto che la scaletta fu assemblata in modo drastico: man mano che le tracce scorrono, il ritmo si fa sempre più lento ed i pezzi sempre più anemici, fino alla timida impennata del finale. Peculiare senza alcun dubbio, ma io eviterei di tirare in ballo lo slow-core. L'antologia retrospettiva pubblicata nel 2017 da Light In The Attic ha generato qualche articolo in rete di retrospettiva, che altrimenti avrebbe lasciato gli Acetone in un oblio irrecuperabile, e che fa luce sulle loro condotte di vita, forse specchio più o meno involontario del loro output.
martedì 1 febbraio 2022
Fontaines D.C. – A Hero's Death (2020)
Impone una riflessione: se espressioni di questo tipo diventano dischi dell'anno anche per chi ha una certa reputazione, allora o lo stato generale è pessimo oppure la reputazione inizia a scricchiolare. Nulla di specifico contro questo onestissimo quintetto di Dublino, che ad un'occhiata superficiale apparrebbe genuino quanto gli Idles, tanto per citare altri soggetti passivi di hype negli ultimi anni. A hero's death dopotutto è anche più che un buon disco, che ricicla e rimastica luoghi comuni degli ultimi 40 anni, dal post-punk al college-rock all'alternative americano 80/90, con una cifra personale dominata dal cantante, non particolarmente potente nè versatile ma bravo a calarsi con timbro e passione, dal lavoro di precisione dei due chitarristi e dalle trovate singole nel costruire piccoli anthem. La prima metà del disco è notevolissima: lo spleen iniziale di I don't belong e Love is the main thing, le serrate ossessive di Televised Mind e A lucid dream, la ballad agrodolce You Said e la bucolica Oh Such A Spring (che incredibilmente mi ricorda il Lou Reed di Berlin, so che sembra fuori luogo ma è così) mettono in mostra un alto talento generale. Da lì in poi, però, i 5 pezzi restanti denotano un calo di qualità verticale e così, drasticamente, tramonta il mio sogno di trovarmi d'accordo con la testata di reputazione.
martedì 21 dicembre 2021
Galaxie 500 – Peel Sessions (2005)
Due sedute da San John Peel, una nell'Ottobre 1989 e l'altra nel Novembre 1990, a pochissimo tempo dallo split. Un totale di 8 pezzi, metà cover e metà estratti dal loro album migliore. Un assemblaggio che sulla carta non avrebbe aggiunto nulla alla sostanza della storia di questo trio, ed invece funziona perchè le renditions furono eseguite con un piglio più focalizzato ed un energia che poteva creare spiragli per sviluppi futuri, che ovviamente non ci furono.
E fa aumentare un po' il rimpianto perchè in fondo i Galaxie 500 furono un'incompiuta, un gruppo che forse non si prese abbastanza sul serio e non si concentrò per realizzare il meraviglioso disco che hanno soltanto sfiorato. Per fortuna, ci avrebbero pensato i Low a proseguire quella tradizione, con più talento e convinzione. A loro testamento, Decomposing Trees appare qui in una superba versione.
sabato 16 ottobre 2021
Whipping Boy – Submarine (1992)
Mi ha fatto un certo effetto l'anno scorso, per il 25ennale di Heartworm, notare l'enfasi riservata alla rivalutazione di quello splendido album, al punto di ritrovarsi altissimo in un poll dei migliori dischi irlandesi di tutti i tempi. Che i WB siano stati sottovalutati, maltrattati dalla major di turno, forse inadatti a gestire la pressione, non c'è da discutere. Il loro talento cristallino avrebbe meritato molto di più, in primis la prosecuzione di una carriera troppo poco produttiva. Certo non potevano viaggiare nel tempo, ma se fossero riusciti a resistere qualche anno forse sarebbero riusciti a saltare sul vagone del revival new-wave con agilità, magari ritrovandosi di fianco ai National come esposizione....
Dopo un paio di EP, nel 1992 esordirono lunghi con Submarine. Lo stile adulto e magnetico di Heartworm era ancora di lì a venire, ma già si poteva intuire che c'era del grosso talento al di là delle influenze principali (Velvet Underground e lo shoegaze in primis, ma io scomoderei Pink Floyd e Joy Division senza farmi tanti problemi). Ci sono dei pezzi che hanno proprio le stigmate del carisma e della maestria compositiva (Astronaut Blues, Submarine, Bettyclean, Buffalo, Beatle), ma è un puntiglioso primeggiare di poco su un disco praticamente perfetto nella sua selvatica produzione lo-fi. E' un piccolo capolavoro da recuperare a tutti i costi, a maggior ragione perchè ombreggiato da Heartworm.
giovedì 16 settembre 2021
St Johnny – High As A Kite (1993)
Grazie ad una delle tante dritte di Opium Hum (fra i pochi blog rimasti, una garanzia di ecletticità senza eguali), faccio un altro recupero dei primi anni '90, questo quartetto del Connecticut che ai tempi era abbastanza battuto da Rockerilla, se non ricordo male addirittura al punto di guadagnarne una copertina. Le majors erano in piena fase battuta-di-caccia-agli-eredi-dei-Nirvana, e dopo questo primo su Caroline la Geffen si accaparrò le prestazioni dei San Gianni, che ne fecero altri due e poi si sciolsero nel 1995.
All'epoca non li sfiorai neanche di striscio; era possibile che li avessero passati anche su Planet Rock, ma in realtà ero diffidente di natura nei confronti delle band dal nome che non mi ispirava. Avrei dovuto dar loro una chance: facevano un college-core intriso di melodie accattivanti e agrodolci come nella tradizione grunge, ma stilisticamente ne erano distanti, in quanto più affini alle muraglie sonore dei Sonic Youth e dei Dinosaur Jr, grazie anche alle eruzioni chitarristiche incessanti ed alle esecuzioni viscerali, per non dire invasate. My father's father, Matador, Black, Unclean gli esempi migliori.
Il paradosso di High As A Kite è che uno dei suoi punti di forza fu la produzione, complessivamente povera e compressa, non si sa se per scelta o per necessità di qualsiasi natura. Fossero andati subito su major, non gliel'avrebbero permesso mai al mondo, di suonare così sporchi e lo-fi. E l'effetto finale di stordimento melodico che sprigiona ne sarebbe stato compromesso, irrimediabilmente.
martedì 3 agosto 2021
Editors – The Back Room (2005)
Arrivarono appena appena lunghi, gli inglesi Editors, nella corsa NWOTNW dei primi anni Zero. Lo spettro ingombrante di essere dei replicanti degli Interpol fu una maledizione giornalistica, ma il tempo ha poi reso loro giustizia e li ha resi persino più celebrati degli americani, anche in virtù dei risultati artistici, che forse resistono meglio al passare del tempo.
The Back Room fu il loro debutto, e all'epoca lo snobbai, nonostante fosse declamato a gran voce dagli organi di stampa. A distanza di 15 anni, invece, lo trovo fresco, coinvolgente, suonato e prodotto benissimo, dotato di alcune melodie trasversali a presa diretta che non si schiodano più dalla mente, e che in qualche frangente mi hanno ricordato anche i Chameleons, un nome che non viene mai citato fra le loro chiare influenze, oltre che gli Echo & The Bunnymen.
Ligths, Munich, All Sparks, Open your arms i pezzi migliori, a mio parere.
lunedì 26 luglio 2021
American Football – American Football (1999)
Strano, il destino di questo disco. Ricordo bene che, a fine anni '90, della covata derivante dai Cap'n Jazz scriveva con chiarezza soltanto Piero Scaruffi, e neanche con tanto entusiasmo. Ad avere la maggiore esposizione furono sicuramente i Joan Of Arc, e neanche in questo caso ci si strappò i capelli. Non si può negare che ogni espressione di Mike Kinsella non abbia un'alta percentuale di originalità, il fatto sta essenzialmente nel de gustibus. A questo progetto estemporaneo (infelicemente) chiamato American Football furono dedicate pochissime righe, con distacco. Col passare degli anni ha guadagnato una reputazione enorme (lo dico con malizia: un album solo e lo scioglimento accresce il mistero?), e la mia è la seguente: un ottimo disco, che in effetti fu ignorato ed avrebbe meritato più risonanza. Puro Kinsella-style, poco da dire: cantilene arzigogolate, ceselli chitarristici, ritmi dispari ma essenziali, l'importante assenza del basso, melodie generalmente crepuscolari ma all'occorrenza anche solari e positive. Giusto il recupero ed il revival, anche se la mediocre reunion ha un po' ridimensionato il fenomeno.


















