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giovedì 15 settembre 2022

Mudhoney – Superfuzz Bigmuff Plus Early Singles (1990)


Sulla scia di un successo generale ormai prossimo all'alluvione, la Sub Pop pensò bene di compilare tutti i formati corti che i Mudhoney avevano pubblicato nel biennio precedente, cioè l'EP Superfuzz Bigmuff ed i vari 7", condivisi e non, per metter fuori un bruciante seguito al primo album omonimo. Il primo pensiero che viene in mente è: Mark Arm seguì il proprio cuore, a fomentare lo split dei grandi Green River, perchè ciò che desiderava era un ritorno primordiale alle forme più urticanti di garage (Stooges 1970 e Blue Cheer 1968) contaminate dal passaggio del punk, grazie al ritrovo con l'ex-compagno Steve Turner e trascinato dalla sezione ritmica Lukin-Peters (quest'ultimo oggetto segreto del desiderio di Kurt Cobain, come emerso poi diversi anni dopo da confidenti del periodo). 

Sul contenuto, poco da dire: anthems trascinanti ed epidermici, con qualche variante interessante in rallentamento, ma col focus sempre sulla foga e sulla compatezza granitica del fuzz, e con un grande Arm sempre in modulazione isterica. Pezzi migliori: Touch Me I'M Sick, In'N'Out Of Grace, You Got It, Hate The Police.

lunedì 20 giugno 2022

Green River – Dry As A Bone (1987) (Deluxe Edition 2019)


Meritoria operazione di recupero della Sub Pop che, ad oltre 30 anni di distanza, riesuma il fumigante secondo EP del leggendario gruppo grunge (prima che ancora il termine venisse diffuso a macchia d'olio fino a diventare parola d'uso comune), lo amplifica con una messe di inediti e frattaglie sparse del periodo e ciliegiòna finale, recapita a Jack Endino i nastri originali per un lavoro di sistemazione che finalmente rende giustizia al loro sound, mondato così da quei danni eighties che purtroppo imperavano anche nell'underground americano. Per quanto riguarda il contenuto, ben poco da dire: erano i più grandi e non soltanto di Seattle, come poi ebbero a ribadire vari personaggi dei paraggi che di lì a qualche anno verranno sbattuti sotto i riflettori di tutto il pianeta. Nonostante il contenuto derivi da fonti, periodi e studi differenti (triennio '85-87), l'opera di Endino fa sì che queste 16 tracce si fondano in un brulicante, omogeneo calderone arroventato in cui la vocalità sfrenata di Mark Arm (anche sul palco, la reincarnazione dell'Iggy Pop del 1970), le chitarre infuocate di Gossard e Fairweather, il basso roboante di Ament e la batteria incessante di Vincent concorrevano a rendere i GR la più autentica fusione a caldo di rock, punk e metal che fosse mai esistita, creata con una congiunzione astrale di fattori di cui è molto interessante sentire le voci. Tutto questo avvenne poco prima che il gruppo andasse a fare il suo primo album, anche se già dubbioso e prossimo allo split per divergenze attitudinali. A modo loro, la storia l'avevano già creata.

domenica 21 novembre 2021

Various ‎– Deep Six (1986)

Il leggendario sampler primo atto della C/Z Records, nonchè ritenuto primo vero atto deliberato, dichiarazione d'intento del Grunge. Soltanto due acts su 6 prenderanno il volo verso la celebrità; dei giovanissimi Soundgarden ancora piuttosto succubi delle radici hardcore (quindi subito prima della breve deriva wave delle prime pubblicazioni), con un Cornell quasi irriconoscibile, e degli altrettanto acerbi Melvins, già debordanti ma ancora un po' indecisi se spingere sul pedale dei bpm o trovare la quadra l'anno successivo col primo album.

Chi avrebbe meritato il successo, dopotutto, erano i Green River di Mark Arm e dei due futuri Pearl Jam, una band che in prospettiva avrebbe potuto fare sfracelli, ma la loro storia era già verso il capolinea. Chiudono il sampler 3 nomi minori; i Malfunkshun, pretenziosi nel loro glam-horror-sabbathiano, gli Skin Yard di Jack Endino, autori di un art-noise un po' velleitario ma tutto sommato dignitoso, e gli U-Men con un noise-voodoobilly divertente ma passabile.

I due pezzi dei Green River valgono il prezzo del biglietto, ed i 4 dei Melvins sono interessantissimi in prospettiva. Deep Six fu tutt'altro che un sampler professionale (la produzione latita parecchio), ma l'entusiasmo che lo circondava si percepisce tutt'ora col coltello. Dopotutto, erano bei tempi che presagivano una rivoluzione copernicana, e nel bene e nel male questi ragazzi ne furono protagonisti.

giovedì 16 settembre 2021

St Johnny ‎– High As A Kite (1993)


Grazie ad una delle tante dritte di Opium Hum (fra i pochi blog rimasti, una garanzia di ecletticità senza eguali), faccio un altro recupero dei primi anni '90, questo quartetto del Connecticut che ai tempi era abbastanza battuto da Rockerilla, se non ricordo male addirittura al punto di guadagnarne una copertina. Le majors erano in piena fase battuta-di-caccia-agli-eredi-dei-Nirvana, e dopo questo primo su Caroline la Geffen si accaparrò le prestazioni dei San Gianni, che ne fecero altri due e poi si sciolsero nel 1995.

All'epoca non li sfiorai neanche di striscio; era possibile che li avessero passati anche su Planet Rock, ma in realtà ero diffidente di natura nei confronti delle band dal nome che non mi ispirava. Avrei dovuto dar loro una chance: facevano un college-core intriso di melodie accattivanti e agrodolci come nella tradizione grunge, ma stilisticamente ne erano distanti, in quanto più affini alle muraglie sonore dei Sonic Youth e dei Dinosaur Jr, grazie anche alle eruzioni chitarristiche incessanti ed alle esecuzioni viscerali, per non dire invasate. My father's father, Matador, Black, Unclean gli esempi migliori.

Il paradosso di High As A Kite è che uno dei suoi punti di forza fu la produzione, complessivamente povera e compressa, non si sa se per scelta o per necessità di qualsiasi natura. Fossero andati subito su major, non gliel'avrebbero permesso mai al mondo, di suonare così sporchi e lo-fi. E l'effetto finale di stordimento melodico che sprigiona ne sarebbe stato compromesso, irrimediabilmente.

lunedì 24 aprile 2017

Green River ‎– Rehab Doll (1988)

L'atto di nascita del grunge, perlomeno quello più mainstream, sotto forma di album completo. I GR avevano già pubblicato un trio di uscite brevi prima di sciogliersi nel 1987, e l'anno successivo la Sub Pop fece uscire questo testamento fulmineo. Da qui partirono due costole principali; da una parte i Pearl Jam con Gossard ed Ament, dall'altra i Mudhoney con Arm che si riunirà con Turner, già uscito dal gruppo. Superfluo constatare quale sia la mia preferita; la voce del biondo, immortalato in un carismatico primo piano sulla front cover, è la ciliegiona di un suono chiassoso e trascinante, che traeva senza dubbio linfa dall'hard-rock dei '70. Al netto di una batteria pestona e un po' prevedibile, gli 8 pezzi sono tutti pressochè irresistibili e basta non pensare che questo non è Il grunge che preferisco per apprezzarlo, al primo ascolto.

mercoledì 3 agosto 2011

Treepeople - Just Kidding (1993)

Il primo gruppo con una certa visibilità di Doug Martsch, che dall'Idaho si trasferì a Seattle con un bell'occhio lungo, infatti intorno al 1989. Incidevano per la C/Z, una indie molto promettente che ai tempi sembrava poter rivaleggiare ad armi pari con la Sub Pop.
Non sono stati nulla di eccezionale ma avendo in dote un asso di tale levatura appare interessante osservarne le radici. Influenzati dai Dinosaur Jr. meno ottundenti, con Just Kidding galleggiavano fra tentazioni grunge, scorie residue di punk-hardcore e persino qualche puntatina di folk-rock.
Un dischetto gradevole e nulla più, con la plusvalenza delle trovate chitarristiche del leader che di tanto in tanto fanno drizzare le orecchie. Di lì a poco si staccò per dare inizio all'avventura Built To Spill, ma quella è decisamente un'altra storia....

domenica 6 febbraio 2011

Milk - Tantrum (1992)

Dalla galassia dei primi nineties (eh, sembra essere passata veramente una vita!) un altro di quei tanti gruppi di cui non esiste più neanche una misera testimonianza in rete.
A causa del fatto che incidevano sulla gloriosissima Eve Recordings (rimembro sempre, la label che fece debuttare i God Machine nel 1991), immagino fossero inglesi e so per certo che fecero 3 ep e due dischi, di cui questo Tantrum fu l'ultimo. Nel retrocopertina si vedono 3 figuri, quindi si può dedurre anche la formazione autrice di un alternative-grunge viscerale che macinava sudore e tensione senza sosta.
Un chitarrismo febbrile e fischiante (a tratti violentemente hendrixiano) funge da perno al sound, che purtroppo però era prodotto davvero male: la batteria compressa retaggio degli '80 da poco passati, le vocals strozzate (vagamente JazColemaniane) di stile ridotte al lumicino dell'appena udibile. Un vero peccato, visti certi episodi davvero trascinanti come Claws, Surgery, Billy and Bobby, Book one page one che in altre vesti avrebbero senz'altro fatto un figurone.
E non è detto, chè certe sonorità in Inghilterra poi non hanno attecchito mai tanto, a parte casi limite come i Therapy?.

mercoledì 30 giugno 2010

Nirvana - From the muddy banks of Wiskah (1996)

N.B. Post originalmente pubblicato domenica scorsa 10 gennaio, e totalmente rimosso intorno a metà settimana. Alcune volte anche un blogger pirata può perdere le staffe, e a me succede in questi casi. Ma voglio dire, cancellami il link, avvisami, minacciami, ma non mi cancellare tutto il post! Almeno quello che ho scritto, lascialo, no???
Ma tanto, una volta miracolosamente recuperato lo scritto con la cronologia del browser, sospiro di sollievo e mi rilasso pensando sempre alla stessa cosa: devono fallire tutti :-)
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Anche alla luce della leadership di disco più clicclato conquistata a larghe spallate (con Incesticide) fra chi passa da queste parti, suppongo che il loro cult sia tutt'altro che morto, anzi.
E come dare torto a chi ancora li ama? Io sono uno di quelli, e questo live antologico è una rarissima combinazione fra sfruttamento discografico e documento essenziale, compendio meritocratico al quinquennio bruciante di vita del trio. 17 pezzi che ripercorrono equamente un po' tutto il repertorio, che pendono dal lato più violento e viscerale del sound, e con le solite grandi prestazioni di Cobain. Occorre rendere giustizia anche agli altri due, questo è ovvio, in particolare ad un Grohl davvero scatenato. Ma il biondo era veramente un performer eccezionale, con quello stile vocale unico e inimitabile e le sue songs immortali.
Fra le chicche principali: la primitiva Spank Thru, definito il primo pezzo in assoluto dei Nirvana, ripescata in un live a Roma nel 1991, irresistibile. La migliore versione possibile di Polly, del 1989, è un pop-core che non ha nulla a che vedere con la moscia originale, e con un impennata vocale di Cobain da pelle d'oca. Le dissonanze chitarristiche (insieme a Smear) di Milk it, la sfuriata di Tourette's, il terremoto di Negative creep. Ma sono solo preferenze minime, chè raramente i Nirvana sbagliavano un pezzo e ciò è ovviamente riportato anche su questo live, con il plusvalore di una umanità disperata che si sbatteva sul palco.

(originalmente pubblicato il 17/01/2010)

lunedì 21 giugno 2010

Failure - Comfort (1992)

Non proprio uno di quei gruppi grunge fazzoletti ad uso e consumo delle major nei primi anni '90, i losangeleni Failure potevano avere quella marcia in più per accalorarsi legioni di fans di Nirvana e Soundgarden. Ma nonostante l'esposizione ai vari Lollapalooza e il battage della etichetta, non riuscirono a sfondare sebbene a tutt'oggi ci siano diversi siti a loro dedicati, a dimostrazione che non sono stati dimenticati da tutti.
Comfort fu prodotto da Albini ma qualcosa andò storto; il suono è troppo compresso e il vocalist Andrews, già di per sè non un fenomeno, è mixato bassissimo. Soltanto la batteria ha la tipica profondità delle regolazioni dell'occhialuto, e fu un peccato perchè era un buon disco. Anthem angosciati come Macaque, Something, Pro-catastrophe, contenevano le giuste dosi di melodia che avrebbe potuto esporli a tutto il mondo anche se soltanto le major non riuscivano a capire che era troppo tardi. Certo, sarebbe stato ingiusto condannare gruppi (si pensa) autentici come i Failure, vista anche la personalità sfoggiata in primizie noise-pop come Submission, Screen man. O nella sfuriata post-hardcore di Princess, ricca di sfumature e armonici chitarristici che escono dal wall of sound. O nell'implosione di Salt wound, che da outfit emo-nirvaniano si riduce ad un marasma di inquietante melma sonora.

(originalmente pubblicato il 30/11/09)

giovedì 10 giugno 2010

Jesus Lizard / Nirvana - Split 7" (1993)

Lo stravecchio e cortissimo formato fa presto a diventare capolavoro, ma in questo caso lo fu veramente. Forti di un amicizia che risaliva ai tempi di Bleach e di una promessa di Cobain, i JL ebbero la furbizia di cavalcare l'onda del successo planetario dei Nirvana facendo pubblicare alla T&G questo singoletto che, anche se si piazzò ad un onesto 12° posto, fece comunque aumentare notevolmente la loro popolarità. In effetti Puss può essere catalogato fra i pezzi più accessibili della prima fase di Yow & co., forte di un riff irresistibile del solito Denison, ritmica fracassona e soliti deliri vocali del front-man-clown.
Ma è girando il lato (o scorrendo il cd) che arriva la chicca dei Nirvana, oltretutto era un pezzo inedito risalente al 1990, e registrato due anni dopo. Nonostante lo si possa ritenere uno scarto da Bleach, Oh, The Guilt è uno dei migliori esempi di rozzi e trascinanti anthem cobainiani, tre minuti e mezzo di sismi, stop & go irruenti, un Grohl sferragliante. Ovviamente il biondo protagonista al meglio di sè, con le deliranti vocals che ben gli si conoscono, un dissonante assolo dei suoi a mò di bridge, e il piatto forte era servito.
Micidiali.

(originalmente pubblicato il 19/08/09)

mercoledì 26 maggio 2010

Nirvana - Incesticide (1992)

Il legame affettivo è superiore a Nevermind, nonostante l'impatto storico adolescenziale; questo fu credo il 2° cd che comprai in assoluto, e pur rimanendo l'unico nella mia collezione è sempre un bell'ascolto. Perchè la forza di questa antologia sta nel fatto che sembra un album vero e proprio, nonostante il via vai di batteristi, l'estrapolazioni disparate delle varie tracce, la gamma di tempo che copre 3 anni e così via. E' una raccolta mozzafiato di anthem metal-pop, di songs confezionate a regola d'arte in carta vetrata grang, dirette discendenti dell'angoscia di Bleach (l'irresistibile Stain, la meccanica cover dei Devo Turnaround, la sulfurea Beeswax, la micidiale Downer) frammiste a veri e propri anthem di power-pop (Dive, Sliver, Been a son, Son of a gun) che nulla avevano proprio da invidiare ai killer di Nevermind. Tutto questo nella prima bruciante fase del cd, che si conclude esponendo il lato più malato e plumbeo che verrà sviscerato maggiormente in In utero. In grande evidenza la nevrotica Hairspray Queen, in cui Cobain sfodera un canto psicotico da centro d'igiene mentale sopra un arrangiamento dissonante, davvero un pezzo geniale. Le scurissime Aero Zeppelin e Big long now portavano a galla il lato più introspettivo di Cobain, facendo crescere il rimpianto anche dopo 15 anni di aver perso quello che in fondo, personalità a parte, era davvero un grande songwriter.

(originalmente pubblicato il 24/04/09)

domenica 16 maggio 2010

Alice In Chains - Alice In Chains (1995)

Nè Nirvana nè Soundgarden nè Jane's Addiction, gli AIC costruirono la loro identità svettando sulla cima del mondo nella prima metà dei '90 grazie a due componenti fondamentali, ovvero l'abilità nel saper comporre pezzi violenti ma strappalacrime per i giovani flanellati nonchè l'iconica presenza (o assenza) di Staley, divenuto col tempo una vera ed autentica croce e fonte di chiacchiericci extra-musicali, specialmente dovuti ai forfait improvvisi di live e/o apparizioni varie.
A differenza dell'agnello sacrificale più famoso degli anni '90, il vocalist era in realtà l'immagine e somiglianza della debolezza. Non era dotato a livello di potenza nè estensione, ma in possesso di un timbro particolarissimo e aveva creato un suo stile fatto di gorgheggi, vocali allungate e discese tonali che si amalgamavano perfettamente con le buone composizioni del chitarrista Cantrell. Questo omonimo fu l'ultimo atto di una saga che vedeva il gruppo in preda ad un angoscia ben riversatasi sul contenuto: la fama di milioni di fans e l'equilibrio allo sfascio a causa del tossico Staley che stava rovinando tutto. Eppure erano ancora grandi: la potenza melodrammatica di Grind apriva lasciando aperta la speranza. Melodia e melma, inferno e sole, la cura maniacale nelle parti corali (forse un fatto di necessità), e il disco sopravvive di buio proprio.
La mannaia di Sludge factory, le corse a rotta di collo Head creeps, Again, God Am, So close, lo psicodramma sabbathiano di Nothing song, contrassegnano un ambientazione da cunicolo in cui si vede ben poca serenità. A parte la banalissima Heaven beside you, unico passo falso, gli unici due momenti di relax sono la bellissima Shame on you (vicino a certe cose dell'one-shot Mad Season) e la finale Frogs, frizzante hard-folk che sembrava chiudere con un tono meno pessimista.
Sembrava, per l'appunto. Ma era prevedibile che Staley non fosse più in grado di star dritto.

venerdì 14 maggio 2010

Neil Young - Live Rust (1979)

Parlando di questo live come di Weld, ribadisco che il Young dal vivo è sempre stato meglio che in studio, dove ha disperso decine di dischi e generi in maniera arbitraria (e certe volte quasi casuale). Al seguito di Rust never sleeps, uno degli appuntamenti cruciali della sua carriera, questo concerto del 1978 vedeva marcata più che mai la sua double/face acustico/elettrico, con la prima parte del set intimista e commovente sulle note delicatissime di classici come Sugar mountain, After the goldrush, The needle and the damage done, My My hey hey ed altre, per poi attaccare la spina ed arroventare le varie When you dance, Powderfinger, Cinnamon Girl, con il gradevolissimo intermezzo di Lotta Love, autentico splendore di grazia giovanile. E come al solito, il finale riservato ai macigni, gli ultra-tormentoni che non ci si stanca mai di ascoltare nonostante ci si aspetti che siano suonati così dal primo all'ultimo secondo. Parlo di Cortez the killer, Like a hurricane, Hey hey my my into the black, Tonight's the night.
Sempre con il prezioso contributo di Sanpedro, Talbot e Molina, ai cori e al supporto basistico. I suoni stanno in un guado indefinibile fra '70 e '80, ma la maestria era già quella di sempre, con lo stadio pieno.

(originalmente pubblicato il 22/02/09)

mercoledì 12 maggio 2010

Chokebore - Anything Near Water (1995)

Comeback Thursday inizia con accordi dimessi e sottovoce, per poi esplodere in un violento refrain emo-grunge. Così cominciava il secondo disco degli hawaiani, un sound che univa tipiche progressioni Seattlish con schitarrate cartavetrose e tendenze un pelo più accessibili dei compagni di scuderia Amphetamine Reptile. Il cantato di Balthazar era un lamento singhiozzante seppur vigoroso, che spesso replicava i riff stentorei di Kroll. Fra i pezzi migliori Thin as clouds, Weightless, Plus More, JJ Slow, che azzeccano in piena la formula che avrebbe potuto renderli vincenti in tutto il mondo.
Ma nonostante il notevole potenziale commerciale, interruppero il rapporto con la AR e fecero qualche altro disco sparso su etichette molto piccole, prima di entrare in una pausa a tempo indeterminato.

(originalmente pubblicato il 16/02/09)

martedì 11 maggio 2010

Verdena - Solo un grande sasso (2001)

Bisognerebbe parlare bene dei Verdena, se non altro perchè in quanto band autenticamente indipendente hanno raggiunto un successo ragguardevole nello stivalone senza necessariamente vendersi alle masse. Ma dato che siamo in un paese in cui (a parte i mezzi d'informazione ufficiali) la libertà di parola e pensiero esiste ancora, mi permetto di dare il mio personale giudizio, che è alquanto negativo.
Come nel caso dei Mercury Rev, proprio non riesco a capire neanche i giudizi positivi della stampa specializzata su questi ragazzi bergamaschi che dimostrano totale mancanza di personalità e creatività. Ci sono due nomi che essenzialmente ossessionano i fratelli Ferrari e la Sammarelli, al punto di far sembrare la loro musica un vero e proprio plagio. Sto parlando dei Motorpsycho di metà anni '90, che coniarono una formula di grunge spumeggiante ed epico, strabordante di chitarre ma anche di emotività. Uno stile da cui alla lunga i norvegesi hanno cercato di allontanarsi, da cui invece i Verdena attingono a secchiate fino all'imbarazzo totale, soprattutto per il cantato esattamente uguale a quello di Saether. L'altro nome è inevitabilmente quello dei Marlene Kuntz, sia per schemi compositivi che per intrecci chitarristici, con in più, ancor peggio, un'impressionante somiglianza di Ferrari a certe cadenze vocali di Godano, alle sue declamazioni poetico-sensuali psico-somatiche (già basta e avanza l'originale, una copia sbiadita e malfatta proprio non serve a niente).
E giuro di aver ascoltato proprio oggi tutto questo disco dall'inizio alla fine, senza trovare uno-dico-uno spunto originale. Senza alcuna cattiveria (da parte mia).

(originalmente pubblicato il 19/01/09)

martedì 4 maggio 2010

Smashing Pumpkins - Siamese dream (1993)

Invece di stare a cercare qualcosa di buono nel come-back dell'anno scorso (decisamente deludente), io preferisco riascoltarmi il meglio degli SP. Che non era l'acerbo Gish, nè il ridondante ed eccessivo Mellon Collie, nè le gotiche opere successive, ma questo potente e sintetico sogno gemello che li inquadra al meglio. Un po' anche per nostalgia adolescenziale, mi verrebbe da dire, chè riporta alla mente discoteche alternative in cui si pogava allegramente quindici anni fa al suono di Cherub Rock o Today, gli anthem più gettonati di questo 4-piece chicagoano che nulla aveva a che fare col grunge, nonostante la congiuntura temporale. L'attacco di Quiet fa sobbalzare sulla sedia ancora oggi: il nastro al contrario, il riffone discendente alla Iommi, l'entrata devastante di Chamberlain e il giro ipnotico-circolare che si rincorre fino alla fine. Il songwriting di Corgan però rendeva al meglio anche quando stemperava le atmosfere con dilatazioni psichedeliche: Hummer, dopo le solite mattanze si arrendeva ad un liquido e soffice interplay di chitarre sognanti. Merito anche di Iha, che co-componeva Soma e Mayonaise, mini-suite dall'andamento emo-meditabondo. Ciò che si evolverà in manierismo su Mellon Collie qui è espresso perfettamente: Disarm, forse il brano più famoso, ballad pastorale per campane e sezione d'archi, viene raddoppiata da Spaceboy e dalle sue incursioni di mellotron. La finale Luna eccede un po' in glicemia, ma sono i 9 minuti di Silverfuck a mettere ordine a tutto: intro sabbathiana con ritmo in levare, sarabanda di chitarre al macello, break onirico, esplosioni di feedback, tutto in disordine ma al proprio posto. Non avranno certo cambiato la storia, ma il successo è stato meritatissimo, questo è sicuro.

(originalmente pubblicato il 28/09/08)

domenica 2 maggio 2010

Mudhoney - Piece of cake (1992)

Sono molto legato affettivamente a questo disco, anche se si dice che sia uno degli anelli deboli della discografia di Arm & Co. Era il 1992, in Italia il grunge era ancora vivo e vegeto e mi eccitava non poco la novità, quando il mio amico Luigi mi fece una cassettina C60 con Piece of Cake, che tutt'ora conservo come una delle tante reliquie della mia adolescenza. Benchè siano stati sempre indicati come artisti immobili e dediti sempre allo stesso sound, secondo me rappresentano un'entità dall'integrità artistica inossidabile. D'altronde loro stessi al giorno d'oggi lo ammettono con una candidità disarmante, la mistura di Blue Cheer e Stooges è l'unica cosa che sanno fare e non potrebbero mai provare a fare qualcosa che non si sentono. E poi bisognerebbe aggiungere che Piece of cake fra l'altro è disco variegato, tutt'altro che monocromatico. Accanto agli scossoni punk-fuzz-style classici di No end in sight, Suck You dry, Ritzville (solo per citare i migliori) ci sono tracce più rallentate in cui i Mudhoney dimostravano talento melodico e atmosferico, come la splendida Blinding Sun, When In Rome, Let me let you.
Non lo sentivo da tanto tempo, ma lo trovo sempre valido.

(originalmente pubblicato il 11/09/08)

martedì 27 aprile 2010

Temple Of The Dog - Temple of the dog (1991)

Un altro disco leggenda dell'adolescenza, in grado di far innamorare molta gente della voce di Chris Cornell, l'unico vero erede di Plant. I fan dei Pearl Jam trovarono molto di cui nutrirsi, in questo omaggio all'amico vocalist morto per overdose un'anno prima. Trovarono la musicalità aperta e vagamente mainstream dei loro beniamini ed un cantante all'apice della forma, in questo crogiolo di ballads disincantate. A distanza di 17 anni TOTD sembra già molto anacronistico come i dischi dei Guns and Roses, sia per scrittura che per produzione. La mia non vuole essere una critica negativa; ritengo che la qualità delle songs resti sempre molto buona, con apici assoluti in; Hunger Strike, impreziosita dal duetto vocale Cornell-Vedder che raggiunge vertici di lirismo inauditi; la sempre incantevole Call me a dog, epico soul-grunge-pop cristallino ed intenso; Times of trouble, dalla progressione struggente tirata al massimo; Four walled world, oscuro e malsano hard-blues.
Cornell acutizza virtuosamente per tutto il disco, Gossard sfodera assoli su assoli. Il risultato fa molto '70, anche se al di fuori dei pezzi citati si naviga molto fra i due gruppi di provenienza con sempre molta classe ma non troppa fantasia.
Era comunque uno one-shot project, dedicato ad un amico morto.

(originalmente pubblicato il 11/06/08)