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lunedì 6 marzo 2023

Deutsch Amerikanische Freundschaft – Alles Ist Gut (1981)


Il terzo album dei D.A.F., definitivamente ridotti a duo, approdati su Virgin, trasferiti a Londra e con le spalle belle larghe. Erano passati soltanto due anni dal bruciante Produkt Der... ed uno dall'ibrido Die Kleinen und Die Bosen, e la metamorfosi era completata. Quella contenuta in Alles ist gut è vera e propria Electronic Body Music, monolitica e minimale, disidratata da qualsiasi effetto, proveniente da un bunker senza finestre, ma con una varietà di soluzioni ricchissima. Si svaria dalla danza spastica (Sato-Sato, Rote Lippen, Mein Herz macht Bum) all'anthem da pista da ballo alternative (Der Mussolini, Als war's das letzte Mahl), alla citazione del fondamentale retaggio Kraftwerk (Der Rauber und der Prinz), alla meccanica industriale (Ich und die Wirklichkeit), al gotico robotico (Verlier nicht den Kopf), all'electro-punk (Alle gegen alle). Un menu senza tregua, senza orpelli e con una visione lucida e spietata.

domenica 11 dicembre 2022

Aphex Twin – Digeridoo + Xylem Tube E.P. (1992)


Due EP della prima ora di Richard James, per un trentennale del tutto casuale ma gradito come qualsiasi recupero storico dell'irlandese. Dopo essersi rivelato l'anno prima con i primi due Analogue Bubblebath, il 1992 fu quello della rivelazione internazionale, della sensazione europea. A Gennaio uscì Digeridoo, che fra l'altro istigò immediata curiosità: quello che si sentiva nella title-track era realmente un didgeridoo? Ma prima di tutto, per me, che cos'era un didgeridoo? In epoche pre-internet, in mancanza di informazioni reperibili su un enciclopedia, certe domande potevano restare irrisolte a lunghissimo. In realtà non c'era nessun campionamento di quello strumento etnico, era soltanto frutto della maestria di RJ alle macchine nel saperlo replicare. L'EP è ascrivibile alla categoria aphex-core, molto meccanico e serrato, quasi del tutto atonale. Era il manifesto corrente di una scia dura e pura che poi sfocierà soprattutto in Polygon Window.

Sei mesi dopo, lo Xylem Tube EP concedeva qualche panorama decisamente più tonale e di ispirazione cosmica, come nelle reminescenze Tangerine Dream dell'iniziale Polynomial-C o nelle sincopi psico-sinfoniche di Dodeccaheedron. Nel mezzo, due panzer bitorzoluti, Tamphex e Phlange Phace, danzano storti, metallici ed indecifrabili. A volte giudicare un EP è difficile perchè ci si misura con lunghezze differenti, ma questi 22/23 minuti, presi nel suo insieme fumigante, sono fra le cose migliori in assoluto mai fatte da RJ; una sintesi magistrale della sua arte scostante, fisica e cerebrale.

venerdì 21 ottobre 2022

Radiohead - Kid Amnesiae (2021)


Vent'anni sono un lasso di tempo adeguato per voltarsi ed analizzare la doppietta con cui i Radiohead sconvolsero il mondo, critico e non. Il mio parere è che restano due grandi, ottimi dischi, ma sostanzialmente sopravvalutati in chiave storica; il quintetto di Oxford non inventò nulla di nuovo se non esso stesso, con una buona dose di coraggio ma anche una visione mirabile, degna di ricevere il massimo riguardo. Il box set ad essa dedicata, pur in assenza di rimasterizzazione (e diciamocelo, non ce ne sarebbe stato alcun bisogno, vista la qualità produttiva, praticamente impossibile da migliorare), ci dona un extra-cd chiamato Kid Amnesiae, il vero centro focale dell'operazione. Di fatto un album di remix incentrato su un drappello di estratti, ma fatto dannatamente bene ed in affascinante soluzione di continuità: Like Spinning Plates, Morning Bell, Fast Track, How To Disappear from strings, in versioni notevolmente differente rispetto agli originali, ne escono con un figurone. Gli inediti sono contrastanti: le 3 Untitled sono brevi cuscinetti di raccordo, seppur ottime. Mediocre Follow Me Around, una ballad appartenente più alla genetica pre-Ok computer, mentre sbaraglia tutto il resto If You Say The Word, giustamente lanciata come singolo: un pezzo ombroso, fosco e dolente (oserei dire i Can in purgatorio....) nel miglior trademark che non c'avrebbe azzeccato un granchè inserito nei due album, ed infatti il suo destino è stato quello di finire sotto le luci della ribalta dopo un ventennio. Meglio tardi che mai per qualcosa che finisce dritto dritto nel best of  personale.

martedì 18 ottobre 2022

Screams From The List #111 - Tangerine Dream ‎– Electronic Meditation (1970)


Ma chissà perchè è stato il primo poi, a finire nella List, e non i colossi più rappresentativi degli anni successivi. Provo a darmi un motivo: nel suo essere anomalo in prospettiva, Electronic Meditation fu una fonte di ispirazione enorme per i primi due NWW, per l'attitudine psichedelica e curiosamente anche per la line-up, con la differenza che i TD sapevano suonare: un chitarrista, un percussionista ed un organista, sospesi fra caos e meditazione, per l'appunto. Schulze, che lascerà subito dopo per imbarcarsi sulla sua navicella spaziale, inscenava un battito primordiale tempestoso e spirituale. Froese poneva basi bucoliche e stendeva tappeti onirici di organo, Schnitzler lanciava strali elettrici ed infiorettava con cello e violino. L'influenza di A Saucerful Of Secrets ed Ummagumma Live è enorme, pertanto il giudizio sostanziale dipende dalla gradazione di gradimento psichedelico di ciascuno. A mio avviso, una felice anomalia.

lunedì 12 settembre 2022

Iosonouncane – Ira (2021)


Cantautore sardo che in passato ho ignorato per futili e snobistici motivi, lo ammetto. Il monicker non particolarmente attrattivo e soprattutto l'affiancamento (sbagliatissimo, ma da qualche parte l'avrò letto) ad altri interpreti connazionali che poi sono andati a vincere Sanremo, e per me interessanti soltanto in sede di programmi TV di satira politica. Chiusa parentesi, ovviamente non ho potuto ignorare il fatto che Ira sia stato sbandierato ovunque come un capolavoro di art-avant e devo dire che si tratta senza alcun dubbio di un lavoro importante, che merita la maggiore attenzione possibile.

Jacopo Incani si è preso un lustro per concepire quest'opera di dimensioni colossali e di impatto ottundente, rivendicandolo nelle interviste come un disco apertamente politico. Perchè è politico di questi tempi uscirsene con un oggetto di quasi 2 ore, di ascolto così impegnativo, con dei riferimenti così ingombranti, anche se la cifra stilistica personale è molto marcata, soprattutto nell'utilizzo del canto che è declinato in una specie di Esperanto solista, che sembra ricalcare le grammatiche inglesi ma utilizzando pronunce fonetiche italo-spagnole. Nella maggior parte del percorso sonoro, sono gli aperti contrasti a brillare: i ritmi nord-africanti vs. quelli techno, le algide striature elettroniche vs. i richiami ancestrali di piano e dei mellotron, spesso presenti. Il tutto declinato in pezzi che non durano mai meno di 4 minuti e si estendono fino ai 10'.

Impossibile non pensare a Thom Yorke & Radiohead quando Incani acutizza il suo falsetto su tessiture scabre e fantasmatiche (mi ritorna in mente la metafora di PS per il suono di Kid A, quel ....come una carcassa nei boschi....che credo sarebbe appropriata anche per Ira), e penso che i fan degli inglesi dovrebbero dare una chance a questo monolite, armandosi di pazienza e apertura mentale. Ma ci sono tante altre sfere di influenza, che Incani peraltro ha onestamente denunciato: Swans, Robert Wyatt, Residents, roba forte e storica. Io aggiungerei anche gli ultimi Talk Talk e perchè no, gli Audiac traslati in un contesto mediterraneo, ma non per questo meno raffinato.

Il limite più grande di Ira sta nella sua lunghezza, so che è borioso da dire perchè si tratta di un prodotto che non dovrebbe essere considerato come un disco, ma come una forma d'arte che non va confinata bensì fatta risuonare nelle coscienze di chi ci si dedica. Comprendo perfettamente che la sua omogeneità è tale da renderlo un corpo unico, e grazie ad essa sostengo che è quasi impossibile trovare momenti di stanca. Occorrerebbe prendersi qualche giorno e far girare soltanto questo, isolandosi da altri ascolti. Non è escluso che lo faccia: sarebbe un andare controcorrente le mie abitudini, un'azione in difesa della libertà personale, un gesto di responsabilità a favore di questo presunto atto politico. Per una volta non è così male allinearsi alla critica mainstream; probabile disco dell'anno scorso.

mercoledì 20 luglio 2022

Laika – Sounds Of The Satellites (1997)


L'anno scorso, quando i Radiohead pubblicarono l'edizione di anniversario di Kid A + Amnesiac, vidi da qualche parte rinnovarsi l'eterna questione su quanto quei due dischi siano sempre stati sopravvalutati dalla critica in quanto sbandierati come novità assoluta mondiale, come avanguardia, etc etc. Dalla parte dei detrattori invece (sempre una minoranza, ma ben agguerrita), l'arma fumante è sempre stata: senza stare a scomodare l'ingombranza dei Can, perchè non tiriamo in causa gente come gli Sneaker Pimps o i Laika, che prima del millenium bug erano già fuori con formule di elettronica corrotte con dub bianco, post-wave ed indie-rock. Questi ultimi, nati da una costola dei Moonshake, applicavano la lezione ad un trip-hop ultra-accelerato con residuati di dream-pop, confezionato su misura per la voce esile ma evocativa della Fiedler. Il factotum musicale, Fixsen, di professione ingegnere del suono, si sarebbe rivelato un (involontario o meno) influencer sui pezzi più ritmati di Kid A, ma anche per certe ondate di moog ed effetti elettronici elevati a strumenti aggiuntivi.

Su Sounds of the satellites, secondo capitolo della saga Laika, non tutto funziona a meraviglia. La lunghezza è eccessiva, alcuni pezzi sembrano un po' amorfi e poco sviluppati, il flauto a volte è un po' troppo invadente. Sembra quasi più una ricerca sul suono che una carrellata di pezzi convinti e rifiniti. Su questo aspetto, facendo leva sul talento compositivo, i Radiohead faranno infinitamente meglio, bisogna dirla tutta. Forse anche per questo i Laika sono caduti in quel dimenticatoio fagocitante che ormai sono diventati gli anni '90. Ma a loro va senz'altro riconosciuta una funzione di pionierismo non da poco.

mercoledì 8 giugno 2022

Eberhard Schoener ‎– Meditation (1974)


Uno di quei dischi che sarebbero dovuti finire sulla NWW List, magari al posto di qualcuna di quelle ciofeche irritanti ed inutili. Magari Stapleton non ci si imbattè, chè l'avrebbe apprezzato alquanto nonostante l'immane austerità della proposta. Schoener, violinista classico di Stoccarda, rimase folgorato come altri colleghi sulla via dei sintetizzatori elettronici e vi si dedicò a partire dal 1971. Meditation è una suite di 35 minuti divisa in due parti (non soltanto dai limiti fisici del vinile), un affresco tremebondo di suoni cupi, di droni raggelanti, di cunicoli abissali. La prima parte è scandita da un battito di sonar ad inscenare un falso ritmo, attorno al quale le striature di synth scorrono alternate in una sequenza intimidatoria. La seconda parte, più statica e dissonante, spinge sull'astrattismo aggiungendo una soave quanto spaesata voce femminile in fonetica, ma in generale non regge il confronto con la prima facciata, che resta un caposaldo archetipo della dark-ambient. Insomma, un altro grande pioniere teutonico.

domenica 27 marzo 2022

Screams From The List #106 - Roger Doyle – Thalia (1978)

 

 

Con un percorso simile a quello di un altro ardito sperimentatore apparso sulla List come Basil Kirchin, l'irlandese Roger Doyle iniziò come batterista jazz ma dopo qualche anno si diede all'elettronica sperimentale, con l'ambizioso progetto di brutalizzare principi folkloristici della propria verde patria, come ben rivelato sull'album d'esordio Oizzo No nel 1974 (parzialmente riuscito, diciamo una rottura del ghiaccio). Dopo una pausa di 4 anni, riapparve con Thalia e si mise a fare le cose sul serio. L'apertura, con l'effervescente pianismo di Baby Grand, è puramente fuorviante perchè le atmosfere sono di ben altro tenore. Con la suite in tre parti di Thalia (circa mezz'ora) si viene immersi in un allucinato collage macro-cosmico per oscillatori, fanfare, percussioni, concretismi, proto-industrialismi e glitches ai limiti dell'udibile. Infine i 12 minuti di Solar Eyes, purissimo archetipo di dark-ambient sintetica ed agghiacciante. Una classica prova dell'assurdo da anni '70, ma elaborata con una lucidità ed un raziocinio che arriva a sfiorare i livelli dei maestri dei '60.

giovedì 17 febbraio 2022

Spartiti – Spartiti (2014)


Le prime prove tecniche del duo Collini-Reverberi, qui immortalati dal vivo (anche se non si direbbe proprio) in quel di Pesaro, nel febbraio 2014. Un paio d'anni prima di uscire allo scoperto con l'ottimo Austerità, i reggiani testarono le reazioni di un pubblico ancora addolorato per la scomparsa di Fontanelli e la conseguente fine degli Offlaga. Per non copiare un copione rodato e di successo, Reverberi srotola scenari decisamente più scarni, dissonanti ed inquietanti, sempre a base di elettronica vintage ma con pochissime velleità musicali, come a testimoniare un ripiegamento morale ed esistenziale. Le inedite storie di Collini (presenti in scaletta due testi terzi, comunque ascrivibili ad una cruda cronaca esistenziale dal forte parallelo) facevano la loro parte, infallibili: delle 4, la torrenziale Vera finirà su Austerità e Borghesia su Servizio D'ordine del 2017, che temo essere rimasto la loro ultima fatica. A completare il quadro, i due highlights irresistibili, la storia adolescenziale di Soggiorno Obbligato e la superba Il Treno della verità.

sabato 27 novembre 2021

Screams From The List #102 - Der Plan ‎– Geri Reig (1980)


L'elettronica deviata, low-cost e spesso demenziale dell'album di debutto del trio tedesco, in verità un nome che non ha fatto la storia come altri coevi (i DAF in primis, sicuramente di altra levatura) ma che conserva un fascino di datazione soggettivo. L'influenza dei padri putativi Kraftwerk veniva stemperata con un attitudine spesso residentsiana, con qualche sprazzo Throbbing Gristle, un approccio iconoclastico che dell'attitudine teutonica conserva il rigido rigore da Dna ma anche un'autoironia irresistibile che dopotutto, è anche il suo forte.

martedì 26 ottobre 2021

Screams From The List #101 - Robert Ashley ‎– In Sara, Mencken, Christ And Beethoven There Were Men And Women (1974)


Scherzi della List. Ma quanto coraggio il buon Gianni Sassi, a fare la collana Nova Musicha, e forse ancor di più nel pubblicare questo solco dello statunitense Robert Ashley, sperimentatore ardito e multimediale attivo su più fronti. Solco che fu esclusiva italica fino alla prima ristampa americana, avvenuta quasi 30 anni dopo. 40 minuti di monologo robotico, che assomiglia ad una lista infinita di nomi con diversi intercalari (il finale very titanically è scultoreo), con un interessantissimo sottofondo di moog ad opera del non accreditato Paul Demarinis. Uno schizofrenico ammasso di gorgoglii, glitches, bubboni e spirali che verso il finale viene doppiato da una specie di ritmo tribale sintetico, il valore aggiunto del solco.

Sulle prime l'avevo bollato come una palla mortale, ed invece, man mano che i 40 minuti scorrono, l'ipnosi è garantita fino all'assuefazione totale, magnetica, sulle onde sinusoidali di questo moog impazzito. Si astengano orecchie di quasi tutti i tipi perchè per una volta non sono d'accordo con Vlad Tepes, che lo classificò come poco più che una curiosità.

mercoledì 20 ottobre 2021

Pierre Henry & Michel Colombier ‎– Les Jerks Électroniques De La Messe Pour Le Temps Présent Et Musiques Concrètes Pour Maurice Béjart (1968)


Antologia sistemata un po' così (come spessissimo è capitato ai grandi maestri dell'avanguardia di oltre mezzo secolo fa) del grande PH. Si potrebbe discutere a lungo di questo argomento e delle scelte dei discografici, ma in fondo parliamo ormai di preistoria e lo storcimento di naso alla lettura delle liner notes passa all'ascolto di una prova monumentale di questo maestro anticipatore. 

La mini-suite di 10 minuti Messe Pour Le Temps Présent fu scritta a 4 mani con Michel Colombier, autorevole compositore e librarysta del tempo (grossomodo una specie di Piero Umiliani d'oltralpe, a leggerne la bio), ed è una deviazione illuminata dal percorso squisitamente avant, grazie all'apporto di una band di session-men che snocciolano una variopinta sarabanda acid-beat-rock in linea con le sonorizzazioni meno ostiche, su di cui PH sembra divertirsi un mondo a lanciare strali e bubboni di audio generators. Laterale, ma significativo e godibile.

Il maestro riprende pieno possesso della situazione nel restante programma del vinile, con una specie di best of degli anni immediatamente precedenti. Ben poco altro da dire in merito, se non ribadire che le sue composizioni estraevano suoni da una miniera inesauribile di idee, di sviluppi atonali che ancora oggi, a mio avviso, incutono un certo timore reverenziale.

giovedì 19 agosto 2021

Zola Jesus ‎– Okovi (2017)


Dev'essere andata più o meno così; qualcuno le ha messo pressione addosso, tipo con la voce che hai, cerca il successo, puoi ottenerlo, e così la Danilova l'ha cercato veramente, finendo su Mute a fare un disco imbarazzante, ruffiano e stucchevole. Tre anni dopo, il ritorno a casa in tutti i sensi: sulla stessa label che l'aveva lanciata oltre 10 anni fa, un disco serio e maturo, ben bilanciato fra le tentazioni commerciali ed il suo immarcescibile spirito gotico (sintetizzabile con Soak, questa sì che meriterebbe il successo mondiale). Okovi offre diverse combinazioni: si apre con una corale estatica alla Grouper, Doma, ma è un caso isolato. La mutuazione inevitabile di Siouxsie trova sfogo nell'ossessiva Exhumed, affogata in poliritmi tribali. Entrando nel cuore del lotto, la Danilova centra il suo climax espressivo dando spazio agli archi, una tendenza a lei non nuova. Ash to bone e Witness sono le perle incontrastate.

Nella seconda metà, purtroppo, manda tutto al club. Fino alla chiusura quasi cosmica di Half Life, è tutto un ballabile che per carità, è anche gradevole e ben fatto, ma non trova il mio gradimento. Sarebbe stato un gran disco, se fosse stato tutto all'altezza dei primi 5 pezzi. Di questi tempi, mi accontento. La ragazza è giovane ed il potenziale per confezionare un capolavoro c'è ancora.

martedì 7 luglio 2020

Lard Free ‎– Lard Free (1977)

Terzo ed ultimo per lo Sgrassato di Gilbert Artman, che nel giro di 4 anni passò dal free-jazz-core del primo all'elettronica pura del secondo fino a terminare nel 1977, con una line-up collaborativa sempre mutata da un episodio all'altro. Per questo capitolo conclusivo del progetto, il polistrumentista normanno non si avvalse più di strumentisti classicamente jazz-rock, ma di figure adatte ad un altro coacervo di elettronica spinta, che sul lato A include la lunga Spirale Malax, un trip oscuro degno dei Tangerine Dream di qualche anno prima. E' tuttavia il lato B che riserva maggiore interesse, con la Synthetic Seasons, divisa in 3 parti, con droni di organo solcati da una batteria tonante in estemo riverbero, suoni quasi industriali, sulla prima. La batteria torna vicina e ben udibile nella parte due, che sgrana un ritmo dispari saltellante, con il chitarrista Baulleret che sale in cattedra con un lamento ultra-elettrico atonale ed angoscioso. Da manuale. Terminato il groove, fra le macerie resta solitario un clarinetto desolato che preannuncia la parte 3, con un lungo groove metallico da incubo che va in fade out fra glitches spaziali, per una suite complessiva lacerante e intimorente. Che sia stato questo album a far entrare lo Sgrassato nella List, anzichè il primo? Oppure tutti e tre?

mercoledì 20 maggio 2020

Ataraxia – The Unexplained (Electronic Musical Impressions Of The Occult) (1975)

Certamente non l'act gotico italiano uscito negli anni '90, bensì Mort Garson, compositore statunitense e pioniere del Moog a partire dagli anni '60 con un capitolo isolato a nome Ataraxia che, come da sottotiolo, sonorizza impressioni dell'occulto. Ed è un irresistibile lotto di tracce effervescenti, di girandole elettroniche che, seppur dal suono inevitabilmente antico, riscontra anche qualche anticipazione della techno-trance di un 15 anni dopo, grazie alle ritmiche ossessive ed in qualche caso con pompa-cassa, come nella title-track. Gradevolissimo.

mercoledì 29 gennaio 2020

Thom Yorke ‎– Anima (2019)

Ormai la carriera di TY riserva ben poche sorprese, a parte la soundtrack di Suspiria che a quanto pare però non ha entusiasmato tanto, in fatto di pareri generali. Sembra quasi diabolica, la questione: si deve sempre necessariamente fare dei confronti con i dischi dei Radiohead, e non è per nulla giusto. D'altra parte, per quale motivo TY dovrebbe fare musica in solitaria (per l'esattezza, con il solito inossidabile Godrich) se non per liberare la propria espressione?
E' la solita prevedibile questione. Anima è un disco al 100% di elettronica, credo che la chitarra si senta soltanto all'inizio di Runwayaway. E' umbratile, scontroso, meditabondo, i ritmi sono claudicanti, e le nuove perle della situazione sono: Last I Heard, Twist, The Axe, Not the news. Non c'è molto altro da dire, se non che si tratta di un altro capitolo di impressionismo elettronico che impreziosisce la lunga carriera di TY. D'altra parte, troviamo paragoni o epigoni a quest'altezza in giro?

venerdì 17 gennaio 2020

Tolerance – Divin (1981)

Secondo ed ultimo atto del duo nipponico che mi aveva sconvolto alla scoperta dell'oggetto non identificato sulla List. Di Tange e Yoshikawa da lì in poi si perderanno le tracce nelle lande del Sol Levante, lasciando anche interrogativi su cosa avrebbe potuto riservarci il proseguio.
Perchè per quanto fosse spiritato, lascivo e glaciale fosse Anonym, Divin segnava una drastica virata verso l'elettronica, che per quanto fosse analogica e a tratti primitiva, finiva per anticipare la techno ed alcune sue filiazioni che negli anni '80 e '90 troveranno terreno fertile. Divagazioni a ritmo serrato, qualche sbuffo industriale, reminescenze della library più spietata, e silenzio assoluto da parte della Tange, la cui voce aveva tanto caratterizzato (in un certo senso artistico, certo) il debutto.
Sicuramente meno interessante ma comunque antesignano.

sabato 30 novembre 2019

Tangerine Dream ‎– Ricochet (1975)

A suggello di una stagione magnifica per il trio, questo assemblaggio di vari live intercorsi durante il 1975 diventò una pietra miliare della loro carriera, incastonato fra gli altri capolavori in studio Phaedra e Stratosfear.
Ormai lanciati in un'opera pionieristica fantasiosa, i tre erano anche assistiti da una fortuna commerciale frutto della felice congiuntura temporale, culturale di massa. Nei 40 minuti di Ricochet sublimavano tutte le intuizioni ricavate in precedenza in studio, trasportate, secondo i ricordi dei protagonisti, con l'incoscienza totale di cosa sarebbe successo sul palco; ci si metteva d'accordo soltanto sulla tonalità, e con quella si viaggiava.
La facciata B del vinile, e soprattutto gli ultimi 10 minuti, è una delle loro vette più immagignifiche, che non a caso faceva bella mostra di sè in una delle Mental Hours.

venerdì 25 ottobre 2019

Liliental ‎– Liliental (1978)


Curioso supergruppo della tarda stagione aurea teutonica, comprendente un giovane Asmus Tietchens, il mitico produttore Conny Plank (paradossalmente qui al debutto come musicista), Moebius dei Cluster, due elementi provenienti da un gruppo jazz-rock (Kraan) ed un polistrumentista olandese. Ne sfociò un disco inevitabilmente eterogeneo, ma davvero sfizioso, con qualche frangente di humor gradevolissimo (Wattwurm e Nachsaison, eleganti numeri quasi cabarettistici). Le folate di synth e punteggiature chitarristiche psichedeliche stabilivano la cifra stilistica generale con l'iniziale Stresemanstrasse, convogliata in soluzione di continuità nelle stasi sognanti di Adel. Si proseguiva con le lunghe meditazioni di Vielharmonie e Gebremster Schaum, con atmosfere positive ma mai scontate nè ammiccanti. Ripescato da Zingales nel 2007 in occasione della ristampa nippo-tedesca, fu un episodio non troppo allineato e contrassegnato da un sano spirito di divagazione.

lunedì 7 ottobre 2019

Lucky Pierre - Singles 2000-2005

Sei piccoli formati nei primi anni di Lucky Pierre, all'insegna di una relativa indecisione sulle direzioni da intraprendere (sempre che ad Aidan importasse qualcosa). Almeno 4 sono di altissimo livello e sublimano l'arte collagistica del barbuto, in pieni anni Arab Strap.

2000 Pierre's Final Thought - Two Songs By Lucky Pierre 7'': Primissimo solco autoprodotto. A dir poco splendido, con l'elettro-folk di Chloe e l'operistica digitale di Sometimes i feel like a motherless child. Poesia pura.
2000 Blank For Your Own Message EP: E subito dopo nuova magia per una mini suite di 17 minuti in 3 parti. Prima parte estatica con pattern di piano, beat soffuso e folate galattiche. Seconda parte ancor più melliflua con violoncello e organo vellutato. Terza ed ultima in loop notturno, con chitarre eleganti e chiose evocative. Superlativo.
2002 Angels On Your Body-Bogey On My Six 7'': la title track la conoscevamo come opening track di Hypnogogia, qui rallentata. Magnifico il retro, lo strascicato trip-honky- folk-hop di Bogey on my six.
2003 Humbug! (For John) - Darth Bastard 7'' Aidan si butta in pista, letteralmente, non so con quanta serietà. Episodio da dimenticare, tamarritudine house a palla, una specie di carpenterianesimo con la pompa-cassa e tronfismo a go-go.
2003 Lucky Pierre Vs. Minotaur Shock Vs. Pedro 7'': Glitch-acoustic-library di buona fattura, manca forse l'ispirazione impennata (o la ruberia indovinata che gli si compete). D'altra parte i remix non sono suoi.
2005 Lucky Pierre & Notes - 2005 I Hate T-shirts That Say 1977 EP. La title-track vede un rapper in azione, ad importunare in parte un motivo assolutamente memorabile, di quelle ruberie sinfoniche su ritmo up-tempo irresistibile. Biblebash è un altro centro pieno, una specie di Anonimo Veneziano sotto anfetamina. Completa Black Disco Vista, che è un allucinogeno pompa-cassa da incubo.