
E' sempre bello scoprire così, quasi per caso, i geni incompresi, gli assi misconosciuti. Mi succede raramente, tipo una o due volte all'anno, ed è una soddisfazione. L'ultima della serie è questo neo-zelandese che fu protagonista e prime-mover della prima scena nazionale all'inizio degli anni '80 (Clean, Tall Dwarfs), con i Nocturnal Projections prima e This Kind of Punishment poi, sempre in compagnia del fratello, fino a quando, nel 1990 si mise in proprio a tutti gli effetti.
Il bello di Jefferies sta nella crescita artistica, perchè è uno di quei casi rarissimi in cui la qualità del prodotto aumenta col passare degli anni. La cosa più clamorosa, poi, è stata che ad un certo punto, dopo l'ultimo disco del 2001, si è ritirato dalla scena discografica senza dire niente a nessuno. Ed oggi vive ancora nella sua Nuova Zelanda, dove di lavoro fa il maestro di batteria.
Perchè è come batterista che nasce Jefferies, ma è come pianista e compositore che sviluppa la sua possente cifra stilistica.
Subatatic è stato un punto di ulteriore rottura nel suo vorticoso cammino degli anni '90 verso musiche molto poco catalogabili, fortunatamente sorretto dalla benefica label texana Trance Syndicate. Al contrario dei precedenti, in cui si salvava ancora a malapena una vaga forma canzone e comparivano anche delle ottime parti cantate, questo è composto da 5 strumentali disorienta(n)ti ad alto tasso sperimentale.
Minimalismo, post-wave, avanguardia, cacofonia, ambient e soliloquio pianistico: è possibile condensare tutto ciò in un solo pezzo? Gli 8 minuti di
Index sono subito un pugno nel cervello. L'ossessione opprimente di
Signal porta quasi a stati di allucinazione che si annullano sul surreale panorama di
Damage, un drone post-nucleare agghiacciante.
Ritmica martellante e chitarre acuminate segnano il risveglio improvviso di
Kitty Loop, che spiana la strada allo splendore di
Three movements, che in 16 minuti recupera una sanità mentale che sembrava irrimediabilmente persa. Ed infatti Jefferies dimostrava che senza smanettare troppo, con un impianto e sonorità più convenzionali, restava un autore di razza, di quelli che fanno la differenza. Prima fase, con l'immancabile piano a svisare sopra un giro di basso circolare, flauti e synth ad ingrossare. Seconda fase, assolo di chitarra su progressione epicheggiante. Terza ed ultima, lento sfumare del motivo guida sopra clangori di dubbia provenienza, quasi a riportarci al terrorismo sonoro della prima parte di
Substatic.Tutti i suoi dischi solisti sono stati molto personali, ma questo ha rappresentato uno zenith artistico in tutti i sensi. Davvero geniale, quest'uomo che, come ho letto da qualche parte, veniva definito come
colui che suona la batteria come il pianoforte e il pianoforte come la batteria...