mercoledì 20 luglio 2011

This Kind Of Punishment - A beard of bees (1984)

Svestiti i panni dei neo-wavers Nocturnal Projections, i fratelli Jefferies cercarono evoluzioni adatte alle loro inquietudini e velleità sperimentali. Seppur ancor un filo acerbi, sotto il moniker TKOP esploravano un percorso enigmatico, fra oscurità, tratti umilmente cameristici, cantautorato serioso e pseudo-avanguardie.
Il bucolico strumentale d'apertura Prelude è già un taglio nettissimo col passato recente: Peter si scopre pianista essenziale, Graham imbraccia la viola e la collaborazione/sfida è apertissima. Su questa scia scorrono anche le altrettanto ottime Turning to stone, Trepidation e An open denial, elegiache e contemplative. Altrove domina un clima teso e cupo, in cui umori joydivisioniani vengono rivoltati alla bisogna come in From the diary of Hermann e The horrible tango, in cui la batteria è pressochè assente.
La voglia di allontanarsi dai canoni specialmente neozelandesi allora in voga è una priorità assoluta per i fratelli, ma il cammino sembrava ancora lungo: fra la divagazione astrusa di East meets west e l'ordinario gotico di The sleepwalker affiora qualche incertezza di troppo che riduce un po' il giudizio generale del disco, tutto sommato disomogeneo. Fecero un altro disco e poi si divisero per sempre, il ciclo si stava concludendo e fu meglio così. Peter stava facendo crescere dentro sè l'arte e il fulmine di ciò che produrrà mirabilmente negli anni '90.

martedì 19 luglio 2011

Thingy - Songs About Angels, Evil, And Running Around On Fire (1997)

In pratica la ri-edizione indie-pop degli Heavy Vegetable, in sostanza un altro saggio di torrenzialità compositiva di Crow, che in questo primo album dei Cosi buttava dentro 24 piccole songs (ce n'è solo una oltre i 3 minuti, ma la media è sull'1 e mezzo) che smaltivano le ultime scorie dell'adolescenza hardcore e cercavano spiragli melodiosi basati sull'assiduo interplay vocale fra il corpulento e la Tenuta, anch'ella reduce dall'esperienza HV.
Songs about... è un flusso diviso con grande arguzia: i pezzi più catchy sono sapientemente alternati a quelli un po' più compressi e/o grintosi e alle ballad acustiche, mentre l'attitudine progressive non viene minimamente inficiata; merito anche della sezione ritmica del mitico Rubalcaba e di Soares, che non erano certo da meno dei colleghi precedenti e seguivano con allegria le peripezie armoniche di Crow.
Vista l'irresistibilità e l'ottima qualità di gran parte del materiale, passa in secondo piano anche il solito problema dell'inesorabile dispersione. Forse l'apice del primo Crow, che di lì a poco varerà Pinback dandosi un ulteriore calmata.

giovedì 14 luglio 2011

Thin White Rope - In the spanish cave + Red Sun EP (1988)

Viene solitamente indicato come l'anello debole della tremebonda discografia dei californiani, più che altro a causa delle pecche produttive.
Se è vero che una registrazione migliore avrebbe di certo giovato all'effetto d'insieme, voglio dire, siamo comunque di fronte ad uno dei più grandi gruppi dei tardi anni '80, quindi ci si può volentieri passare sopra. Poi ok, qui non ci sono certi apici come in Moonhead o The Ruby Sea, ma la classe e la stoffa era di serie nei TWR.
Potrebbe quasi sembrare un disco in cui Kunkel s'allarga, al di là dei credits compositivi sempre riservati a Kyser. Il country-rock tanto amato dal chitarrista gioca un ruolo importante come nell'iniziale, splendida Mr. Limpet, in Astronomy, in July.
Per il resto, il solito desert-rock intriso di elettricità e passione. It's Ok, Red Sun, Timing, Ring sono le esternazioni di spleen'n'western del grande Kyser. La travolgente Elsie crashed the party è una piacevole mosca bianca che risalta alla grande.
Buon per questa ristampa in cd che ha visto il disco originale arricchito dal Red Sun EP, che alza il livello qualitativo in maniera decisiva. La title-track viene denudata del suo abito elettrico, ci si siede attorno ad un fuoco notturno con acustica e bonghi, e la magia è immutata. Le altre 4 tracce sono cover che si spingono indietro di parecchi anni, peraltro in ambiti piuttosto pop: si passi oltre Town without pity e le altre sono chicche gustosissime. They're hanging me tonight è un grazioso country sfigurato da feedback ossessivi in secondo piano, The man with the golden gun è una ripresa della James Bond connection, strumentale caleidoscopico arroventato. Ed infine, meraviglia delle meraviglie, quella che per assurdo forse è la mia song preferita in assoluto dei TWR è la versione acida e tiratissima della Some Velvet Morning di Hazelwood, di cui conserva ben poco dell'originale, nonostante la struttura resti immutata (da pelle d'oca il break valzerato), affogata in maelstrom chitarristici di cesello grosso grosso, nonchè dotata dell'ennesima, rabbrividente prova vocale di Kyser.

These Hands Could Separate the Sky - Save Yourself (2009)

Spuntano come funghi, hanno lunghi nomi, etc etc... anche in Australia, che poi se ci si pensa è una terra che può ben prestarsi a queste sonorità.
Questi, però, cercano anche di svariare un pochetto nell'EP con cui hanno debuttato un paio d'anni fa. Dopo un intro atmosferica di un minuto e mezzo, parte Break the horizon e mi chiedo per quale motivo qualche utente del mio tracker di fiducia li abbia messi nel similar-artist-tree degli Explosions. Trattasi infatti di un roccioso pezzo di indie-emo, simile a certe cose dei primi Appleseed Cast, o di altri gruppi post-hardcore di grossomodo una decina d'anni fa che raffinavano e limavano la scorza originaria.
Comunque, per fortuna è un isola e gli altri due lunghi pezzi che compongono l'EP ristabiliscono il parallelo, pur con le dovute differenze. Patient is the sea è fortemente imparentata con i primi Mogwai, ma nel corso si intravede qualche curiosa scheggia Isis, mentre è la title track di 17 minuti a rendersi protagonista in ogni senso. Una partenza in pieno slow-core, progressione fragorosa, break ipnotico di chitarre, finale apocalittico. Abbastanza riuscita come suite, ma sarà interessante sentirli alla prossima puntata: se riuscissero ad eliminare le scorie hardcore che si portano dietro come delle zavorre, potrebbero fare buone cose.

mercoledì 13 luglio 2011

Thank You - Terrible two (2008)

Sono pazzi 'sti ragazzi, a tirar fuori questo esacerbato dischetto di appena 35 minuti. Fin dal primo ascolto, Terrible two mi ha elettrizzato nella sua irresistibilità. Rappresenta una specie di evoluzione degli Oneida dei giorni migliori in chiave tribal, ossessivo e divertente.
I protagonisti sono organo e batteria: il primo stende i tappeti-guida e svisa con corto-circuiti acidi, la seconda mitraglia colpi a frequenza supersonica indugiando su tom e timpani senza staccare un attimo. Anche la chitarra gioca la sua parte deragliante con rasoiate d'abbellimento, mentre le voci sono limitate a casuali e spiritati cori.
L'iniziale Empty Legs è la più rock del lotto, ma lo stile è già ben atipico. Da Embryo Imbroglio inizia il vero festival del trio, fatto di tirate instancabili, brevi break riverberati, cervellotiche progressioni. Self with yourself è il picco creativo, diviso in tre parti che apparentemente non hanno nulla a che vedere fra di loro: la prima fatta di scale maggiori su ritmo dispari, la seconda dissonante delirio di organetti e percussioni serratissime che manda fuori di testa, la terza grattugiata di chitarra minimali in saturazione. Pregnant friends è il loro tributo alla psichedelia della seconda metà dei sixties, fino a quando non si entra nel vortice metallico inaudito.
La title-track chiude con 9 minuti labirintici, un collage dei loro nonsense divertiti, e persino uno straccio di melodia coerente nel finale.
Gasatissimi.

martedì 12 luglio 2011

Tenhi - Airut:ciwi (2000) + Airut:aamujen (2004)

Ormai sembra cosa fatta: l'estenuante attesa, ben più lunga di un inverno scandinavo, per il nuovo album dei magnifici Tenhi sembra essere verso la fine. Sul sito di riferimento è stato dato l'annuncio sommario il mese scorso, non c'è ancora una data ufficiale di uscita ma è tutto pronto.
La retrospettiva di oggi mi porta su due pubblicazioni che in comune hanno l'Airut davanti (che ovviamente non ho idea di cosa significhi in finnico), e fra i quali ci sono stati 4 anni di distanza, ma sembravano legare bene insieme. Forse per me, che li adoro, è facile legare qualsiasi loro produzione insieme, ma un nesso concettuale evidentemente c'era lo stesso.
Ciwi è poco più di un'EP di 3 pezzi, che contiene una delle gemme più luminose di tutto il repertorio tenhiano: Kielo è un volo pindarico, leggero come la neve, condotto dai motivi struggenti del piano, seguito a ruota dal flauto e dalla chitarra, con brevi inserti vocali, bassissimi come da stile. Undici minuti di pelle d'oca.
Il folklore marziale di Ciwenkierto e l'impetuosa intro di Tu ulen nustatus sono i contenitori del capolavoro, poco più che funzionali alla delimitazione dello stesso.
Aamujen è invece un disco completo, che svaria fra le sfaccettature estetiche e preparava il campo al loro capolavoro, Maaet. Rispetto al quale però aveva una produzione molto più asciutta e stringata, un album fortemente introverso in cui i toni crepuscolari hanno il predominio assoluto.
E' sempre la scrittura il fiore all'occhiello di Issakainen & Co., a risaltare ancor di più visto e sentito il suono meno lussureggiante di tutta la carriera, e con i ritmi più sostenuti. Lahelta, Lävitseni kaikkeen, Oikea sointi, highlights malinconici, quasi dolenti e intrisi di lirismo fino al midollo.
Unici.

lunedì 11 luglio 2011

Il Teatro Degli Orrori - Dall'impero delle tenebre (2007)

La cosa simpatica del Teatro è che io personalmente non avrei scommesso proprio un niente sul successo indie che ha ottenuto. Non tanto per la validità della proposta che anzi sono qui a ribadire, quanto sul fatto che mi ha sorpreso parecchio che una proposta così squisitamente nineties abbia potuto ottenere tali attenzioni, specialmente in un momento in cui il successo va addosso a gruppi insipidi e piatti come gli A toys Orchestra o a cariatidi imbolsite come gli ultimi Baustelle, tanto per fare due nomi eclatanti.
Va dato merito a Capovilla di essersi rimesso in discussione al momento giustissimo: abbandonata la macelleria degli One Dimensional Man, abbandonato il basso, si è reinventato frontman trascinatore con testi in italiano, che più immediati non si poteva. Liriche che indugiano sulla sfera interiore di un uomo rosicato dagli esistenzialismi, dai rapporti interpersonali che non vanno mai bene, pieno di rammarichi (con tanto di citazione in omaggio a Demetrio Stratos, con quell'abbiamo perso la memoria del 20esimo secolo nella title-track).
Musicalmente il supporto, che include ancora Favero e Valente, gli altri due ODM, lascia perdere le componenti blues-noise per concentrarsi in un suono asciutto e graffiante, tipicamente alternative, privo di fronzoli e prodotto in modo essenziale. Anche se l'influenza dei Jesus Lizard sembra continuare ad ossessionare in più punti la compagnia, non mancano i pezzi killer che fanno presa immediata, come E lei venne!, Compagna Teresa, Carrarmatorock. Nel finale c'è spazio anche per qualche pausa meditata, La canzone di Tom e Maria Maddalena, con buoni risultati anche compositivi.
L'altra cosa simpatica del Teatro, infine, è la naturalezza e la spontaneità che subodora dalla sua musica. Davvero non ci colgo nulla di artefatto. E questo è molto.

domenica 10 luglio 2011

Teenage Jesus & The Jerks - Everything

Ho sempre ritenuto Lydia Lunch la risposta contemporanea americana a Siouxsie; per quanto depravata e morbosa fosse la prima, tanto distaccata e asessuata era la seconda. Pure le vocalità si scontravano: se le primissime cose dei Banshees vedevano Siouxsie strillare come un icona punk, le pochissime cose incise dai Teenage Jesus & The Jerks sono marcate dalle urla disperate della Lunch, in un contesto musicalmente incasinato come solo la no-wave poteva essere ai tempi.
Che come notorio, col punk non c'entrava proprio niente. Semmai ne era un'update intellettuale nel suo spiazzante assembramento di talenti, che non sapevano suonare un granchè ma avevano argomenti e idee da mettere in piazza. La Lunch faceva la cameriera al CBGB e aveva 18 anni quando formò questo gruppo col sassofonista Chance, ed in un paio di anni di esistenza registrarono questi 20 minuti scarsi di frattaglie. Ritmi debosciati, chitarre taglienti e dissonanti, caos brillantemente organizzati nonostante l'approssimatività delle esecuzioni.
C'erano dei concetti ben precisi, dietro questo nome blasfemo che si diedero. L'aberrazione della grande mela, la violenza fisica e psicologica, la schizofrenia, tante altre belle cosine di questo genere. Nonostante gli anni che si porta sul groppone, un'ascolto ancora molto influente.

David Sylvian - Manafon (2009)

Per me, amante di DS fin dalla tenera adolescenza, la domanda è sempre spinosa: quanto potrà spingersi avanti quest'uomo e la sua cricca di ospiti? Fra quanti anni il mondo potrà allinearsi e capire meglio l'arte sublime che sta esprimendo?
Manafon è improvvisazione radicale, senza confini, come lui stesso ha dichiarato: non c'era nulla di scritto al momento di entrare in studio, neppure le liriche. Quindi il concetto non è soltanto riservato all'ensemble che, spezzettato e assortito nelle varie tracce, affresca con crudezza e romantica impietosità l'anima del disco.
Sylvian ha dato ad esso il via, ha osservato compiaciuto, analizzato, lavorato il materiale appena partorito. Ha creato le liriche subito dopo, ispirandosi ad un preciso riferimento letterario, e ha fatto suonare la sua infinita, immortale voce in predominanza, modulata come un'aggiunta alla strumentazione. Anche se Manafon è un chiaro flusso univoco che non può essere sminuzzato, individuerei in Random acts of senseless violence e The greatest living english man le vette espressive di questo capolavoro che continua a sconcertare non solo la base dei fan storici dell'uomo.
Così è, e così va accettato. O respinto, con maggior facilità. Io lo prendo in toto e resto impressionato, e ancor di più dal rilancio appena uscito. Died in the wool, realizzato col compositore giapponese Fujikura, che riprende una parte di Manafon più altri inediti per costruire uno struggente afflato di neoclassicismo.

sabato 9 luglio 2011

Sword Heaven - Gone (2010)

Altro che paradiso o spade, questi qua triturano e devastano ogni cosa capiti loro davanti; una tipica espressione Load Records, abbruttita ulteriormente da influenze industrial vecchia scuola.
Sono in due, un batterista-effettista barbaro e un belluino chitarrista / power-elettronico, ma com'è facile prevedere fanno casino per 10 e lo fanno veramente cattivo. Andato, marcio, come lascia supporre il titolo, e come la prima traccia, Dead End, altrettanto programmatica: una sarabanda infernale di tamburi espansi, urla agghiaccianti, wall of noise e pare persino di sentire i samples di un sax impazzito. Ma in quanto morta non è una vera fine, infatti dopo le bombe arrivano i rantoli e i gorgoglii minimali di Driving through old town, fatta di nevrosi sottopelle, glitches meccanici e di percussioni in flanger che precludono alla simmetrica invasione di campo di So What, un martello pneumatico di 13 minuti che estrapola grida marziali (latrati?) dal sottosuolo, prima regolari, poi sempre più insistenti fino allo stop brutale.
Un po' più di varietà avrebbe fatto molto bene a Gone, ma continuerò a tenerli d'occhio, anche soltanto per una rivincita a Dead End.

venerdì 8 luglio 2011

This Will Destroy You - Live in HanaBi, Marina Di Ravenna 07-07-2011

Un concertino deludente, mi spiace dirlo, ma come mi aspettavo è stato concesso l'80% della sua durata all'ultimo disco Tunnel Blanket, che dopo qualche ascolto francamente risulta piuttosto fiacco e prevedibile. La direzione intrapresa dai 4 texani è quella di un panzer-shoegaze cingolato ed ossessivo, circolare e noioso, senza alcuna personalità. L'innesto in alcuni frangenti del piano Rhodes, praticamente assente sul discreto esordio, non fa altro che avvicinarli ancor di più alle fasi pastorali dei Mogwai senza averne un decimo dell'illuminazione.
L'assenza di dinamiche si avverte ancor di più in sede live, e speravo che avessero potuto assestare qualche impennata, ma niente da fare....L'attacco melmoso di Little Smoke, con la sua muraglia di chitarre + basso a 5 corde, è già una palla al piede fin dall'inizio. Senza quasi mai interrompere scorrono i pezzi recenti, sfiancanti nel loro scavare e dilatare effetti che finiscono soltanto per mascherare la pochezza compositiva e creativa dei TWDY, impegnati nel triturare e riciclare schemi ormai troppo consunti se non si ha la classe dei capi.
E' significativo che gli unici momenti di fascino siano stati i due recuperi del debutto, cioè A three legged workhorse e Burial on the presidio banks, che per quanto derivative restino hanno destato qualche gridolino proveniente del pubblico.
Per il resto, da parte mia, tanti sbadigli. Un oretta che è sembrata un eternità.

giovedì 7 luglio 2011

Swell Maps - A Trip To Marineville (1979)

Uno dei gruppi più bizzarri in assoluto della new-wave inglese, il cui lascito ha assunto ancor più sostanza per il fatto che fecero soltanto due dischi e poi si sciolsero.
A trip to Marineville è un disco a doppia faccia: una metà composta da schegge punk sghembe, trascinate in guazzabugli sconclusionati ma di grande efficacia. Gli SM sembrano dei Wire che non sanno suonare col piglio deragliante dei Rocket From The Tombs, ma già al 5° pezzo, Harmony in your bathroom subentrano i tratti più sperimentali. E' qui che viene fuori la folle genialità dei fratelli Godfrey. Ad una breve e dolente ballad pianistica come Don't throw ashtrays at me sopraggiunge l'irresistibile Midget Submarine, scura e incompromissioria, e l'avanguardia concreta alla Red Krayola di Bridge head e Adventuring into basketry . Ancora punk demenziale con Full moon, la lunga e darkeggiante Gunboats intrisa di feedback acidi, lo spettrale minutino di My little shop.
Nel finale l'alternanza prosegue felicemente, ma per quanto divertenti possano essere le rotolate a rotta di collo, sono sempre gli esperimenti più inattesi ad impressionare, a dimostrazione che gli Swell Maps vanno annoverati a band altamente seminale, per non dire avanti di oltre 10 anni.

mercoledì 6 luglio 2011

Sweep The Leg Johnny - Sto Cazzo! (2000)

Nel 1999 STLJ, promettente quartetto chicagoano di post-hardcore, viene mandato dalla Southern in Europa a promuovere il 2° disco, Tomorrow we will run faster. Giunti in Italia, vengono accolti da un tour manager che, vedendoli suonare per la prima volta, si lascia scappare l'epiteto che diventerà il titolo del disco successivo, peraltro il miglior capitolo della loro relativamente breve carriera.
Ed in effetti erano un ottimo gruppo, che generava strane associazioni: le travolgenti radici hardcore combinate con le sghembe movenze ritmiche math, il sassofono del cantante Sostak a seminare scompiglio, le intricate trame del chitarrista Daly, sparse tracce di post-Louisville, qualche esperimento di studio e Sto Cazzo! trovava la sintesi migliore per un sound scuro, denso e ricco di sorprese.
La fragorosa, muscolare apertura di The fine wrinkles è già un festival di schitarrate urticanti, starnazzate deliranti, basso e batteria albiniani. Il bizzarro esperimento di That than which, per nastri manipolati, prepara la folle corsa dell'irresistibile Walking Home on the Emergency Bed, sfaccettata e cerebrale per quanto fisicamente possente, proseguita alla grande con Bloodlines, di cui in rete esiste un video live esilarante in cui quel folle di Daly sale armato di chitarra sulla cassa-testata, apre un pannello del controsoffitto del locale, lo ispeziona suonando per un po' e poi s'illude di poter salire su di esso, cadendo rovinosamente a terra...
Columbus day è la loro escursione in territori louisvilliani, estatica e minimale ballad con tanto di parentesi violoncellistica, che si risveglia soltanto nel finale con una fuga classica. Stesso modello ancor più rimarcato nella finale The blizzard of 1999, ricca di stop and go, vuoti e clangori. Se non fossimo impelagati con l'hardcore, si potrebbe persino parlare di vago sentore di progressive.
Il disco successivo non replicherà questi alti livelli, nè avrà un titolo italico....

martedì 5 luglio 2011

Trollmann Av Ildtoppberg - Arcane Runes Adorn the Ice-Wrought Monoliths of the Ancient Cavern of the Stars (2003)

(Scritto da G.C.)

Duo inglese e nome norvegese (traduzione di Warlock of the Firetop Mountain, titolo del primo libro di una serie fantasy di Steve Jackson e Ian Livingstone), i Trollmann Av Ildtoppberg consistono di David Terry (soprannome Thundarr, basso) e James Baker (Mordraaneth, organo), nativi di Newcastle upon Tyne (già Novocastro, ma in origine Pons Aelius) e conterranei degli Zoviet France.
Se l’ispirazione musicale rimanda immediatamente a Burzum, nonché alla Trimurti drone Earth, Sunn O))), Boris, le fonti letterarie di Trollmann, desumibili dal lambiccato titolo, proprio di certe vaghezze della letteratura fantastica di genere, risiedono nelle saghe nordiche, in Tolkien, Robert E. Howard, Lovecraft. Da un tale materiale, apparentemente frusto e prevedibile, essi riescono, con mezzi poverissimi (basso più organo Roland, il tutto davvero low fidelity), ad organizzare lunghe praterie monocrome in cui le esangui linee melodiche dei due strumenti, ripetute ossessivamente, pervengono ad un grado evocativo altrimenti impossibile con un’orchestrazione più complessa.
La title track, opera del bassista David Terry, introduce, nella sua pacatezza equorea, alle atmosfere dei successivi monoliti, Aeons of Darkness, Beyond the Void e, soprattutto, The Doom-Trolls of Grelch, di venticinque minuti. Si è da subito trasportati a volo d’aquila in un paesaggio di solitudine antartica e ghiacci perenni, immobilizzato da tempi immemori, in cui torreggiano reperti di civiltà ignote, irriducibili all’umanità.
L’antecedente letterario più prossimo a tali suggestioni sembrerebbe il romanzo breve di Lovecraft At the Mountains of Madness, a sua volta ispirato alle battute finali del Gordon Pym di Edgar Allan Poe; ma questo pare vero solo ad un grado più superficiale. Vista l’origine anglosassone dei Nostri saremmo portati ad azzardare una ipotesi più profonda: che in tale opera, come in quella di certi gruppi drone-doom di area scandinava e germanica, agisca una predilezione pagana antica e inconscia per le vedute desolate ed ampie, per l’elegia virile, per il rigore delle stagioni e l’inclemenza di un destino ineluttabile.

lunedì 4 luglio 2011

Alva Noto & Blixa Bargeld - Live in Ravenna, Rocca Brancaleone 03-07-2011

(Foto di repertorio - Non era possibile scattare viste le raccomandazioni all'entrata e la continua sorveglianza del personale).
Uno spettacolo magnetico, frutto dell'incontro-scontro fra la fredda digitalità di Alva Noto e il carisma semi-teatrale di Blixa Bargeld, peraltro già ben concordato sul recente albo Mimikry.
Per oltre un ora e mezza i due hanno dato vita a creature strane, deformate quanto l'inquietante ominide-aracnoide immortalato sulla cover dello stesso. Entrano in punta di piedi e Bargeld imbocca un'armonica da cui estrae suoni dissonanti e apparentemente alla rinfusa. AN inizia a deformarli, allungarli, comprimerli, aggiunge le basi, la sua multiforme elettronica sempre foriera di argomenti molto convincenti. Tutto il live sarà incentrato su questo dualismo; la vocalità fumosa, nasale ed eclettica del grande Bargeld (capace anche di acuti da agghiacciare la pelle), modificata al piacimento di AN che costruisce impalcature ritmate mai scontate, campiona schemi di grande fascino, fa e disfa, eleva muraglie di rumore bianco da tapparsi le orecchie.
Bargeld non disdegna un paio di siparietti, specie quando tira fuori dalla tasca il "telefonino" (detto in italiano correttamente all'interno di una frase in inglese...), dichiara now I make some noise too e chiede ad AN quale sia la sua frequenza preferita, salvo poi non riuscire a raggiungerla...
Pur non essendo un conoscitore delle carriere di entrambi gli artisti, non ho potuto fare a meno di apprezzare un set non soltanto di estrema professionalità, ma per l'appunto di grande magnetismo a cui la location, l'interno della Rocca Brancaleone, ha dato certamente il proprio contributo per la riuscita.

Swans - Children Of God (1987)

Un disco dallo spirito lussurioso e mistico, improntato su scenari ossessivi e magniloquenti, privo di ogni asperità metallica rispetto ai primissimi dischi degli Swans.
Gira aveva già rimescolato quelle formazioni che lo avevano affiancato e soprattutto aveva trovato la compagna fautrice di questa rivoluzione nella Jarboe, pianista e cantante espressiva dei malesseri esistenziali. I due si alternano meccanicamente nella scaletta fra le ballad apocalittiche di lei e i freddissimi affreschi gotici di lui, impostato su un registro bassissimo da orco che sembra sempre in procinto di aggredire, sanguinario.
Restano abbastanza defilati gli altri tre componenti, specialmente la sezione ritmica, a cui vengono assegnati colpi sparsi, a cui viene preferito un ambiente oltremodo cupo, galleggiante nella melma più intricata delle visioni gotiche.
Svettano: i gospel macabri di Blood & Honey e 1000 Years, le scansioni tenebrose di Like a Drug, Trust me, il folk straniante di Beautiful child (una versione rivisitata e spiritata di I wanna be your dog, in cui il cane diventa Dio), il complesso al completo nella lugubre danza di Blind Love.
Il disco non vive un momento di sosta, in questo continuo duello fra i due che rispondono colpo su colpo, lava su ghiaccio, emozioni contro cecità.
E' un amore torbido, ma reale.

domenica 3 luglio 2011

CoH – Seasons (2003)


(scritta da G.C.)
Russo di nascita, ma svedese di adozione sin dalla metà degli anni Novanta, Ivan “CoH” Pavlov (CoH, pare, sia cirillico per sogno o sonno) perviene con Seasons alla maturità dopo gli esordi legati alla techno e all’elettronica glitch ovvero alla musica sperimentale costruita su materiale sonoro derivato da errori digitali, rumori, falle di sistema.
Seasons si compone di quattro quadri perfetti, di eguale lunghezza (circa dieci minuti) e similmente strutturati: in ciascuno d’essi uno strumento classico si contrappone ad un elemento sonoro non tradizionale in modo da creare un apparente effetto di discrasia e straniamento.
In The Colour Of Beauty - Summer Is Red, secondo lo schema anzidetto, il violino tormentato risponde ad una serie di effetti elettronici; l’atmosfera è sospesa ed ominosa, tipica di un meriggio canicolare.
Nella successiva As Ripe As Autumn's Tears le registrazioni di una pioggia campestre si alternano ai rarefatti tocchi di un pianoforte, come se dai rami d’un albero (quello della copertina?) sgocciolassero lentissimi i depositi del rovescio autunnale.
In Winter Brooding Underneath il ronzio di un drone, sempre più circolare e minaccioso, sovrasta l’agitarsi d’un violoncello - il nascente, ma imperioso risveglio della vita entro il grembo della morta stagione.
Springs Come Shooting - Make Love, Make War vede le impetuose fluttuazioni sonore generate da un computer mutarsi in un assolo per chitarra elettrica che, infine, rovina su sé stesso – in altre parole la continua ed irresistibile metamorfosi della primavera, quella che il poeta Dylan Thomas chiamava “the force that through the green fuse drives the flower”, la forza che per il verde stelo spinge il fiore.
Come i titoli dei brani fanno largamente intravedere, il primo livello evocativo (l’aspetto naturale), coesiste felicemente con una seconda lettura per cui i quattro momenti valgono anche come impressioni psicologiche di cui le stagioni sono correlativo. Ascriviamo volentieri al musicista russo questo ulteriore merito.

sabato 2 luglio 2011

This Will Destroy You - This Will Destroy You (2008)

Un breve ripassino in vista del concerto che terranno giovedì prossimo all'Hana-Bi di Marina di Ravenna, forse un contesto un po' strano per chi evoca paesaggi tutt'altro che balneari (almeno alle mie orecchie), ma non è detto che non vada.
Texani, appartengono alla seconda generazione (o terza? chi può dirlo? di sicuro l'ultima) di gruppi instru dalle movenze chiare e limpide, e mi sono apparsi un nome di media fascia. Pertanto mi fa molto piacere vederli live; la registrazione di TWDY è un punto a favore, così fedele e curata da far apprezzare le sfumature dell'impianto. Staremo a sentire come si muoveranno all'aperto.
Disco molto chitarristico, non eccessivamente dinamico ma improntato sui soundscapes di grande respiro, si fa apprezzare soprattutto negli estremi: A three legged workhorse incede su lande minimali tipicamente scozzesi, Burial on the presidio banks marca forte sulla terra natia, precisamente su Austin. Nel mezzo, buona anche Leather wings con vibrafono d'ordinanza, un po' di mestiere e serietà, nulla di cui gridare.
Sarà interessante anche cogliere la grande differenza di questo debutto col recente Tunnel blanket, ancor meno dinamico, più tastierato e maestoso, quasi godspeediano.