Mini-lp uscito a poca distanza da Colossus, dal quale deriva la title-track; di quel grande disco era la traccia più leggera e lineare, fantasmatica se vogliamo, senza dubbio la più musicale e meno ossessiva del lotto. Questo stava a segnalare un imminente cambio di direzione per il duo Harris-Bullen, un liberarsi delle ultime zavorre post-metal e post-industrial per librarsi in un dub elettronico spettrale ed immagignifico. Di fatto questo 5 tracce è una questione di remix: della Minimal mix della title-track, virata in chiave trip-hop con un buon lavoro di chitarra, al dub galattico di Black Ash Dub, allo statico rantolo industriale di Drained, si chiude in grande stile con Host Of Scorpions, una versione raffinatissima di quello che forse era il miglior pezzo di Colossus, ovvero Scorpionic. Manco a dirlo, una perla scoperta su Mental Hour. Inaudita fino a pochi mesi prima, tanta era la velocità di movimento dei due.
sabato 30 giugno 2018
giovedì 28 giugno 2018
Black Sabbath – The End (4 February 2017 - Birmingham)
Ci sarebbero alcuni motivi per storcere il naso di fronte a questo live terminale, al di là degli scontati rituali di saluto, di commiato, di inevitabile celebrazione, di storia, etc etc. In primis l'assenza di Bill Ward, il quale pare sarebbe anche stato in grado fisicamente di sostenere il tour finale ma non ha raggiunto (!) un accordo contrattuale con gli altri per presenziare; un paradosso che ha quasi dell'incredibile. Al suo posto un turnista tipicamente heavy metal con tanto di doppia cassa, pelli iper compresse, piatti stoppati, molto muscolare, insomma abbastanza distante sia per stile che per suono allo storico.
Anche per questo in generale la resa, per quanto impeccabile, appare un po' troppo secca; il basso di Butler a mio avviso ha un po' troppi toni alti, perdendo in profondità; così soltanto la SG di Tony (A)Iommi suona fedele all'originale. Noiosi dettagli? Pretendo troppo da dei quasi settantenni? Beh, sarò un integralista nostalgico, perchè amo ancora alla follia Live At Last o Beyond the wall of Spock...E così la sorprendente, strabiliante prestazione di Ozzy svetta su tutto il resto, esaltando il suo stato di salute ormai del tutto ripulita: zero stecche ed una modulazione perfetta.
La scaletta? Beh, c'è poco da dire, gli antichi highlights ci sono proprio tutti, l'energia sprizza da ogni angolo, il sentore di celebrazione non è stentoreo; notevole anche la coda-bonus di 5 pezzi live in studio fra cui risaltano The wizard, Wicked World ed addirittura la pastorale Changes. Addio gloriosi uomini nerovestiti, è terminato il vostro magnifico viaggio; we love you.
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Cult Music
martedì 26 giugno 2018
Mazzy Star – So Tonight That I Might See (1993)
Riconosciuto all'unanimità come episodio migliore del trittico di album con cui Roback e la Sandoval solcarono i primi '90, con uno stile squisitamente controcorrente alle mode imperanti; pur essendo distanti anni luce sia dallo shoegaze che dallo slowcore, il loro suono compassato e disincantato direttamente ereditato dai Velvet Underground conquistò il pubblico alternativo. Fade into you, la ballad circolare che apre il disco, fece proseliti, col suo sentore di classico, così come la cover di Arthur Lee Five String Serenade.
Riascoltato dopo un quarto di secolo, So tonight... appare come un disco semplice e disarmante: Roback si destreggiava fra acustiche ed elettriche con gusto misurato, la Sandoval ovviava ad una limitatezza espressiva con fare sensuale ed evocativo. Un'accoppiata vincente, che senza strafare regalò ottime vibrazioni.
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Psych-Rock
domenica 24 giugno 2018
Peter Hammill – From The Trees (2017)
Grosso modo, From The Trees dovrebbe essere il 50esimo album del nostro grande eroe, giunto ai 69 anni, successivo all'ultima fatica VDGG, non proprio memorabile. Questa è una fase alterna come tante altre precedenti, in cui l'ispirazione si presta meglio al proverbiale intimismo delle prove soliste, anzichè alle fatiche di gruppo. Prova ne è l'ottimo risultato di questo disco, che al primo ascolto non conquista subito, perchè non fa altro che rimasticare il dna hammilliano ma alla fine scioglie anche il fan più sazio; i migliori del lotto, Reputation, Anagnorisis, Milked, On Deaf Ears, The Descent, rappresentano l'ennesimo bignami della classe immortale del nostro, ispirando il ricordo di altrettanti antenati dello sterminato canzoniere hammilliano, ma cosa ci vogliamo fare? Gli alti e i bassi fanno parte della vita, l'altra metà di From the trees è abbastanza ordinaria, i sopra citati ci sanno ancora regalare le emozioni che solo lui sa generare.
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Songwriters
venerdì 22 giugno 2018
McDonald And Giles - McDonald And Giles (1970)
L'unico disco pubblicato dai fuoriusciti del leggendario In the court of the Crimson King; l'eccezionale batterista Michael Giles ed il fiatista Ian McDonald, che qui si scopriva anche chitarrista, pianista, cantante e compositore di gran parte del materiale, coadiuvati dal fratello del primo al basso. Ovviamente arduo il compito dei due di dare un seguito in proprio a cotanto capolavoro di provenienza, ma il risultato dopotutto fu più che buono per quelli che si confermarono come musicisti di grande levatura, assistiti da un ispirazione creativa forse non eccezionale ma talmente bravi da bypassare le incertezze con le loro doti. Ne usciva poi un lato pop davvero straniante, di inevitabile estrazione sixties, alternato a frangenti avantgarde-jazz-psichedelici in rapida successione, non sempre focalizzatissimi ma mai boriosi nè fini a se stessi.
Se lo si prende senza pretese di chissà quali repliche, è uno strano oggetto prog-non prog che si distaccava con personalità (come fece d'altro canto la copertina, con i due intenti a passeggiare con le rispettive ragazze sottobraccio). E per questo va ricordato con serietà e rispetto.
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Prog-Rock
mercoledì 20 giugno 2018
Comfort - Eclipse (2006)
Formazione toscana che ha pubblicato 3 dischi fra il 2006 ed il 2011, e passata ingiustamente inosservata, almeno alla mia attenzione, dato che ho scoperto Eclipse per caso assoluto. Trattasi di classico caso in cui la provenienza non aiuta, nonostante l'evidente abilità dei musicisti, di evidente alta formazione tecnica, in particolar modo il pianista, elegante e direi di estrazione jazzistica. Componente da non sottovalutare; ad asserire un paragone ingiusto, direi una versione medi-mitteleuropea dei Tortoise, per l'eleganza degli arrangiamenti, per le ritmiche compatte ed elastiche, per l'utilizzo del vibrafono; si sente però nei Comfort uno sbilanciamento verso atmosfere epic-instru (le striature di una chitarra elettrica un po' repressa, ma sempre gradita), a realizzare un insieme composito, mai autoreferenziale, a modo suo molto emotivo, quasi cinematico in certi punti. Mi viene in mente un altro parallelo, quello coi Neil On Impression, più colto senza dubbio per via dei diversi background. Qualche momento di stanca nel finale, ma la statura resta comunque medio-alta.
lunedì 18 giugno 2018
Crass – Best Before...1984 (1986)
Il delirante e farneticante art-punk dei Crass nella raccolta che pubblicarono postuma, un paio d'anni dopo lo scioglimento. Venti tracce che coprono l'intero percorso della leggendaria band-comune, dal 1977 al 1984, pubblicate prevalentemente su singoli; l'eterogeneità della scaletta non inficia comunque l'ascolto, al punto che mi verrebbe da dire che si tratta del loro secondo miglior album dopo l'immarcescibile Station of the Crass. E' chiaro che poi si sente un lieve declino nella seconda parte della loro carriera, anche a livello produttivo; c'è persino un inedito della fase finale, Smash the mac, che è un'anarco-wave quasi imbarazzante per i loro standard; forse se ne resero conto da soli, di aver compiuto la missione e quindi giusto fu lo split. Ma per il resto, le schegge arrivano a bomba, con Nagasaki Nightmare, Big A Little A, Bloody revolution, Rival Tribal Rebel Revel, irresistibili nel loro caracollare incessante ed ossessivo, oppure le "interferenze" concrete di Reality Asylum, Shaved Women, e pochissimi cali d'intensità.
sabato 16 giugno 2018
Make-Up – In Mass Mind (1998)
Se non ricordo male questo cd mi fu regalato da Blow Up, che fece scegliere fra una rosa di 3 dischi. Devo essere sincero, al tempo non avrei mai comprato nulla dei Make Up; non rientravano fra i miei gusti primari, almeno per quanto recepivo dalle recensioni. Non sono mai stati dei pallini di certa stampa, forse per una proposta che si rifaceva parecchio al passato e perchè non erano certo legati a qualche corrente dominante del periodo. Avevano il potenziale per accattivarsi il pubblico della Jon Spencer Blues Explosion, se non chè anche loro erano in fase calante di popolarità. Trovai il disco molto gradevole e li archiviai, perso in tante altre cose.
A vent'anni di distanza, la mia opinione su In Mass Mind è migliorata: trovo molto fresco il loro mix di garage-soul, post-punk e funk-wave, diversi pezzi sono veri e propri killer e soprattutto occorre rilevare la grande prestazione di Ian Svenonius, un delirante figlio illegittimo di Captain Beefheart, del quale fornisce una versione eunuca, di sicuro mai sentita prima, con degli acuti da spaccare i vetri troppo irresistibili per essere veri. Valore aggiunto di un suono molto semplice ma trascinante.
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giovedì 14 giugno 2018
Holger Czukay – Movies (1979)
Già dai magici video della televisione tedesca di metà anni '70 era facile intuire chi fosse l'anima ironica e giocosa dei Can: era il grande Holger Czukay, che ciondolava col basso sorretto da una cinghia sottilissima, quasi mai sguardo sul manico, espressioni attonite e occhi pallati verso la camera. Quando poi, poco prima di abbandonare il gruppo, aveva lasciato il 4 corde per concentrarsi sulle sue diavolerie elettroniche, appariva chiaro che gli stava stretto l'ambito in cui il quartetto si era diretto in quel momento.
Movies succedeva di 10 anni a quel Canaxis che aveva aperto una breccia decisiva nella musica world d'avanguardia. Czukay suonava tutti gli strumenti a parte la batteria, appannaggio del fido compare Jaki Liebezeit, indispensabile macchina umana. Il legame con Can non era ancora rescisso del tutto, però: Cool in the pool è un funk demenziale che scimmiotta in qualche modo l'hit More, ma si capisce che si iniziava a fare sul serio con Oh Lord give us more money, con la presenza di Karoli e Schmidt, 13 minuti di magia sincopata, purissimo Can style. Persian Love, con la sua melanconia mediorentale, stabilisce un nuovo modello world, col muezzin campionato ed incantevoli giri chitarristici (e chi se lo aspettava Holger con la sei corde così?). Hollywood symphony, 15 minuti, gigioneggia un po' eccessivamente nella prima metà, ma poi esplode in una sarabanda ipercinetica multicolore; probabile manifesto espressivo di una fase che negli anni '80 continuerà fra alti e bassi, ma sempre in un segno assolutamente unico, immediatamente distinguibile.
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Art-Rock
martedì 12 giugno 2018
Miasma & The Carousel Of Headless Horses – Perils (2005)
Nel 2003 Daniel O'Sullivan, poco più che ventenne, entrò nei Guapo ed oltre ad influenzare pesantemente le timbriche e le dinamiche di quel gruppo, spinse Dave Smith, il batterista e leader fondatore, a formare questo quintetto estemporaneo dal nome alquanto bizzarro; con loro due, un bassista, una violinista ed un tastierista, perchè qui il giovane Daniel era dedito alla chitarra.
Risultato: un RIO-Prog strumentale, movimentato, dal sapore arcaico, con sentori mitteleuropei, a tratti vagamente balcanici, con inevitabili reminescenze Guapo, dei quali potrebbero essere definiti una versione light oppure semi-cameristica, vista l'importanza del ruolo del violino. Arzigogolatissimo e bellissimo.
Un side project ben più rifinito ed importante di quanto il nome potesse far pensare, che produsse soltanto un veloce EP due anni dopo e poi andò in archivio, non più replicabile visto il divorzio fra O'Sullivan e Smith di lì a poco. Ed ennesima testimonianza del grande talento del primo.
domenica 10 giugno 2018
Orb – Pomme Fritz (1994)
Era il momento di grande (per così dire..) successo per gli Orb, tant'è che furono chiamati ed ingaggiati dalla Island. I riconoscimenti per U.F. Orb erano stati pressochè unanimi e dalle frequenze di Planet Rock erano stati eletti a massimi esponenti della corrente ambient-trance-elettro-techno. Giocoforza il seguito era atteso con trepidazione, ma Pomme Fritz fu una sorpresa, per i più in negativo; i beats e le soluzioni a presa rapida che li avevano resi popolari furono accantonati per una prova a suo modo ostica per chi si aspettava una replica (unica esclusione, l'unica ritmata Bang'er n chips), dai titoli a tema gastronomico; lo humour per Patterson si sa, è sempre stato un tratto somatico importantissimo, ma nessuno al tempo poteva prevedere un disco che si apriva con la title-track, una splendido aggiornamento sintentico di Future Days dei Can in chiave strumentale.
L'influenza tedesca faceva capolino in qua ed in là, ma in generale la porzione massiccia di samples e le trovate atonali rendono Pomme Fritz un'anomalia che ancora oggi pone interrogativi: gli Orb volevano fare avanguardia o tirare un killing joke alla Island ed al loro pubblico?
Quelli di Planet Rock erano lucidi e non si fecero cogliere impreparati: per loro fu un seguito soddisfacente quanto curioso e lo mandarono subito in rotazione..
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Elettro-ambient
venerdì 8 giugno 2018
Oranssi Pazuzu – Värähtelijä (2016)
Ormai è una certezza da diversi anni a questa parte, a volte le contaminazioni europee più interessanti provengono dalle periferie e la Scandinavia è un bacino importante. Gli OP sono finlandesi di Tampere, si esprimono in lingua madre, sono al quarto disco e propongono un black metal fantascientifico, un calderone multicolour che pesca a piene mani dalla storia della psichedelia ma anche da certo gotico, ed in più di un passaggio mi ha ricordato persino la teatralità dei Magma più stentorei, nonchè la prosopopea dei Guapo. E' un disco drammatico, che del black metal conserva soltanto gli scatti d'ira che nell'economia globale della scaletta contano non più del 30%, che deraglia spesso verso lande post-rock, verso scenari fumiganti di zolfo, verso brulicazioni space che li farebbero quasi diventare gli Hawkwind del Black-Metal. Il disco sarebbe riuscito molto meglio con un quarto d'ora in meno, evitando certe lungaggini, ma si tratta comunque di un ascolto avvincente.
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Post-Metal
mercoledì 6 giugno 2018
Gang Of Four – Entertainment! (1979)
Piccolo spazio memoria per una leggenda inglese, una delle tante dell'anno domini 1979. Una di quelle per cui si è parlato talmente tanto che ogni parola sembra superflua, soprattutto dopo il revival che imperversò 15 anni fa e su cui lucrarono formazioni di levatura assai discutibile. Almeno, in quella fase, i Gang Of Four uscirono dal dimenticatoio per le giovani generazioni e riscossero un credito che in vita non avevano avuto modo di ricevere.
Io, invece, li avevo scoperti nel 1993 su Planet Rock. Ecco cos'è adesso, il venticinquennale di quell'anno così importante per le mie orecchie, forse il più importante di tutti perchè da quelle frequenze dorate scoprivo il mondo. Una sera Mixo e Rupert trasmisero Damaged Goods e restai folgorato. Poco tempo dopo comprai, per la somma di 1900 lire, la cassetta forata di A Brief History of the Twentieth Century, una raccolta che la WB aveva messo in commercio nel 1990 e che testimoniava il rapido declino di una band che con Entertainment! aveva marchiato a fuoco la new-wave e dopo 5 anni faceva un funk slavato, quasi da discoteca, con i coretti femminili. I segni del tempo, a cui pochi potevano sfuggire, certo.
Segni del tempo che invece non intaccano Entertainment!, che a 40 anni invece conserva intanto il suo impatto, il suo suono bruciante ed essenziale, la sua essenza originale ed inattaccabile.
lunedì 4 giugno 2018
Stara Rzeka – Zamknęły Się Oczy Ziemi (2015)
Un gesto davvero non comune, quello di Kuba Ziolek: in un intervista seguente l'uscita di questo disco, ha dichiarato di voler chiudere il suo progetto solista in modo da potersi maggiormente concentrare sui gruppi in cui è coinvolto (Innercity Ensemble, Alameda 3, T'ien Lai); di solito è sempre avvenuto il contrario, ma è chiaro che il personaggio vive in dimensioni che vanno oltre le convenzioni di comune musicista/compositore. Prova ne è questo, che appunto dovrebbe essere il canto del cigno di Stara Rzeka, un disco dalle forti connotazioni filosofiche. Al di là dello scudo della lingua polacca, nelle varie recensioni ne possiamo trovare ampissima conferma.
Rispetto a quel Cien... che ce lo aveva fatto conoscere nel '13, Ziolek si è ripiegato in sè stesso: laddove allora impressionava col massimalismo e l'eclettismo (a tratti persino esagerato), in Zamknely si distende in un lunghissimo percorso fatto principalmente di fingerpicking acustico, come se fosse stato rapito ed incantato in una qualche foresta nordica e poi fosse tornato in studio a registrare, aggiungendo effetti, tastiere e quasi nient'altro. Un disco che non procura brividi immediati come il predecessore e che per questo richiede più attenzione; suona un po' come un ritorno all'arcaico, ad una regressione umana, lascia tanti interrogativi e questioni irrisolte nella nebbia mattutina di una gelida radura. Saperci entrare è l'impresa più ardua; questo non è folk psichedelico ordinario, ma l'espressione purissima di un artista a sè stante.
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sabato 2 giugno 2018
Scream From The List 71 - Good Missionaries – Fire From Heaven (1979)
Per dovere di completezza (oppure per gonfiarla, chissà...) nella List non poteva mancare l'alter ego degli Alternative TV di Vibing un the senile man, il quintetto messo in piedi da un Mark Perry sempre più punk nell'essere anti-punk, con un live registrato in diverse sedi nella primavera del 1979.
Un suono sulfureo, sbilenco e un attitudine spiccatamente free contraddistinguono Fire From Heaven, che recupera alcuni pezzi degli ATV e li adatta alla dimensione da palco; un po' di doti più arty e saremmo stati quasi in area Pop Group coevi (non a caso omaggiati con un breve scheggia di Thief Of Fire) oppure in zona Metal Box, ma il caos regna sovrano in queste allucinate divagazioni in cui l'improvvisazione recitava un ruolo fondamentale. Più post-punk di così era davvero difficile fare; Perry ebbe voglia di strafare e strafece, ma è indubbio che a 40 anni queste dissacrazioni pseudo-avant esercitano ancora un certo fascino.
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mercoledì 30 maggio 2018
Space - Space (1990)
Ricordo delle prime Mental Hours, in occasione del venticinquennale di quelle fantastiche memorie dell'adolescenza. La storia è ben nota: il nucleo originale degli Orb, composto da Alex Paterson e Jimmy Cauty, aveva lavorato ad un disco ma si spaccò e quest'ultimo portò il materiale in studio, tolse il contributo dell'ex-partner e lo pubblicò a nome Space, proprio mentre il suo progetto principale KLF spiccava il volo con Chill Out.
Generalmente stroncato dalla critica, Space è un saggio di ambient-house poco prima della sua esplosione ma quasi privo di ritmiche. Facile pensare che Paterson fosse l'artefice dei battiti, vista quest'assenza: ciò che resta al netto era un fascinoso concentrato di sequenze teutoniche, frequenze androidi, silenzi inquietanti, raffinati passaggi sinfonici, in un fragile e precario equilibrio di riflessi. Il meglio sta proprio nelle due tracce che vennero incluse nelle Hours (ma guarda un po'!), ovvero l'incubo galattico di Mars ed il deliquio bucolico per piano elettrico, moog e voce femminile soprano di Jupiter. Non verrà certo ricordato fra le pietre miliari del genere, ma come atto pionieristico sicuramente sì.
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lunedì 28 maggio 2018
Dead Rider – Crew Licks (2017)
Torna
Todd Rittmann col quarto Dead Rider, ed è ancora una gioia per le orecchie.
Quest’uomo sa sempre come disorientare, come contaminare, come rivitalizzare la
propria musica. Adesso cosa faranno?, mi
chiedevo al termine di Chills on glass. L’elettronica
torna parzialmente nelle retrovie, il basso-synth ancora sinuoso fra le righe
ma meno invasivo, le chitarre tornano a graffiare. Ma non è un ritorno al rock,
Crew Licks: con le dovute misure
cautelari che si attengono ad un pazzo come lui, Rittmann non è mai stato così
soul-blues in tutta la sua carriera. Si alternano sghembi hard-rock marziali (Grand Mal Blues, The Listing, The Floating
Dagger) a sinuosi e sensuali movimenti soul (Ramble on rose, Bad Humours) come se non ci fosse stato
uno ieri. Al primo ascolto sembrerebbe di trovarsi di fronte al disco più
ordinario (o tradizionalista) di Rittmann; al secondo si rinsavisce e si pensa
già, questo genio ne sa una più del diavolo e ci distrae con una disinvoltura
sempre più invisibile. Come la scelta del video ufficiale promozionale: The Ideal, il pezzo che c'entra meno con tutto il resto.
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Art-Rock,
Post-Blues
sabato 26 maggio 2018
Low – I Could Live In Hope (1994)
E' giunta l'ora, per me, di rivalutare i Low, o quantomeno i primi essenziali. Perchè devo ammettere che ai tempi d'oro dello slow-core li snobbai altamente. Pensavo che la loro ricetta fosse troppo semplice e priva delle trovate infiammabili che sapevano sfoggiare i miei beniamini: un suono troppo asciutto, prevedibile, soporifero. Mentre tutti li inneggiavano io facevo bah, ma vuoi mettere questi con i Codeine, con gli Idaho, con i Red House Painters? Ma scherziamo?
Dopo quasi un quarto di secolo, credo ancora fermamente che lo slow-core sia stata una breve ma gloriosa pagina del rock americano, un suono che non invecchia e mantiene tutta la propria accecante intensità. E I Could live in hope, indicato ai quattro venti come pietra miliare del genere, è una peculiarità tutta sua del filone: la devozione quasi liturgica, le melodie nette e carezzevoli, quelle scure e appena appena tese, gli incastri vocali, la calma serafica che ineffabilmente non sfuggiva mai; era tutto un inno alla compostezza, ma con sentimento. Nevrosi era una parola sconosciuta nel vocabolario dei Low. Oggi, dopo quasi 25 anni, questo disco mi sembra di averlo consumato come Year After Year, Rollercoaster, The White Birch; ai tempi avrei potuto farlo ma il mio animo inquieto cercava questa cosiddetta nevrosi ed i Low forse erano troppo adulti per me. Era questione di vivere nella speranza, ed era evidente che loro ce ne avevano fin dall'inizio.
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Slow-Core
giovedì 24 maggio 2018
Peter Silberman – Impermanence (2017)
Al debutto solista per modo di dire, Mr. Antlers va estremamente intimo e spoglio con un disco che al 90% è solo chitarra e la sua voce inconfondibile. Il songwriting non sembra essere di scorta al gruppo e le esecuzioni sono di una devozione quasi liturgica, in modo da evidenziare l'influenza del Jeff Buckley di Sin-è, ma con ovviamente meno esuberanza ed enfasi. Un passo da tartaruga e accordi sparuti caratterizzano l'opening Karuna, il pezzo più esaltante della scaletta, che inscena il fantasioso innesto del sopracitato sulle architetture fantasmatiche del Mark Hollis anno di ultima grazia 1998. Fosse stato tutto a queste altezze avremmo gridato al capolavoro, ma Silberman rientra rapidamente sui binari di un cantautorato piuttosto convenzionale con New York, Maya, Ahimsa, e la pur eccellente Gone Beyond, che non potranno non piacere a chi ha scoperto Buckley tramite l'arcifamosa rendition della Halleluwah coheniana. La chiusura spetta alla strumentale title-track, che ritorna alle atmosfere magiche di Hollis, questa volta però più dalle parti di Laughing Stock; questo è quanto prediligerei che approfondisse Silberman, augurandomi comunque che risolva i suoi problemi di udito e ritorni presto con un nuovo Antlers.
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Songwriters
martedì 22 maggio 2018
Unwound - New Plastic Ideas (1994)
Frutto
di un’evoluzione impressionante rispetto a soltanto un anno prima (il
furiosissimo Fake Train), New Plastic
Ideas resta una pietra angolare della carriera del trio di Olympia, di
certo non fondamentale come gli ultimi, ma molto significativo perché
pubblicato in un anno, il 1994, che fece la storia della musica americana,
ricco come fu di capolavori ed innovazioni. A modo suo, un gruppo ancora molto
giovane ma con delle idee chiare su come superare il noise-rock ed il
post-hardcore, seppur sapessero interpretarlo ancora con convinzione ed ottimi
risultati (Hexenzscene, Envelope,All
souls day). Sono le tracce dilatate a restare scolpite nella memoria; i 7
minuti strumentali di Abstraktions riprendono
la lezione implosa degli Slint e la portano a livelli quasi cosmici, Fiction Friction un vortice piano-forte
che influenzerà tantissimo anche gruppi inglesi come Elevate e Ligament, Arboretum e le sospensioni parossistiche
a base di armonici, con un senso del tragico che all’epoca aveva pochi eguali.
Senso del tragico che diventerà la chiave di lettura principale nel proseguio
della loro carriera.
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Post-Hardcore
domenica 20 maggio 2018
Pere Ubu - Architectural Salvage (2016)
Corollario
alla cofana di 4 cd uscita nel 2016 che colleziona terzo, quarto e quinto disco
degli Ubu, prima dello scioglimento nel 1982. Tre albums che mi sono sempre
ripromesso di riascoltare da tanti anni, ma non ce l’ho mai fatta, e neanche
questa è stata l’occasione ma pazienza, c’è questo bonus di inediti, alternate
takes, rarità e la prima traccia è un live di Humor me del 1978. Miglior adescamento non potrebbe esserci, anche
perché la qualità del suono, per l’epoca, è clamorosamente alta e l’esecuzione
è da manuale. Senza essermi informato, al primo ignaro ascolto pregustavo un
live intero, cosa di cui ovviamente non si tratta. Scorrono così, con leggera
disomogeneità, questi bignamini di un triennio che ha visto gli Ubu rinunciare
al brio wave-post-punk per un suono surreale, quasi demenziale a tratti, col
basso spesso in primo piano. Buffi vignettisti. David Thomas un’inarrestabile
cabarettista. Trovate geniali a iosa, anche se si tratta pur sempre di un
corollario. Resterà confinato nei miscellaneous, ma che brillantezza.
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Art-Rock
venerdì 18 maggio 2018
Caustic Window – Caustic Window LP (1994)
Un anno dopo la finestra poligonale, Richard James architettò la finestra caustica, ma si rivelò talmente scottante da metterla in un cassetto ad invecchiare; fu davvero lungimirante, innanzitutto per non inflazionare la sua discografia in un epoca in cui usciva con una marea di prodotti, e poi da prevedere che si sarebbe rivelata utile dopo 20 anni.
Non sto a ripetere la storiella del disotterramento, delle aste a 3 zeri per l'unica copia (!) messa in vendita nel 2014, del fundrising, insomma, sono tutti dettagli extra musicali. Ciò che conta è che dopotutto siamo stati ben contenti di scoprire un'autentica reliquia della golden age di Mr. Irish, con 15 tracce di puro Aphex-style, forse un po' più sbilanciato sulla trance p(r)e(s)sante di Polygon Window ma anche con preziosi inserti che sembrano paracadutati direttamente dai Selected Ambient Works (Fingertrips, Airflow, Squidge in the fridge). Certo, pur sempre di un archivio si tratta e non a caso rimase tale, ma che classe folle....
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mercoledì 16 maggio 2018
Scala – To You In Alpha (1998)
Dallo scisma dei divini Seefeel fra Mark Clifford ed il resto del gruppo, questi ultimi rinacquero come Scala e fecero 3 dischi in rapidissima sequenza prima di dissolversi. To you in alpha uscì su Too Pure e beneficiò della promozione di una indie-label ai tempi già fortissima, tant'è che ricordo di averlo trovato fra i cd di mio fratello, ai tempi invaghito del trip-hop più modaiolo. Era da giusto giusto 20 anni che non lo ascoltavo e devo dire che il tempo se lo porta bene; evidentemente il buon gene dei Seefeel non tradiva, pur privo del leader creativo.
Forse intendevano provarci, gli Scala, ad avere un po' di riscontro di pubblico: per quanto la componente trip-hop non fosse preponderante, in effetti potevano avere la stessa attrattiva degli Sneaker Pimps di Becoming X, ma in un contesto più colto e ricercato, se vogliamo. I vocalizzi di Sarah Peacock, nettamente più in primo piano rispetto al passato, le strutture compositive più legate alla forma canzone, una più che buona varietà di stili ed atmosfere, quanto bastava per non sembrare confusi od incerti. Ci sono alcune solenni meraviglie dirette discendenti del gruppo madre (Still, Remember How to breathe, Wires), qualche concessione alle melodie più cristalline ma comunque di qualità, addirittura una libera uscita sull'acid-rock (Colt, che sembra una outtake dei Loop di A gilded eternity), insomma più ingredienti per accattivarsi varie fette di pubblico. Che in fondo avrebbero meritato.
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lunedì 14 maggio 2018
Screaming Trees – Even If And Especially When (1987)
Probabilmente il gruppo più ordinario della scuderia SST a fine anni '80, i primi Screaming Trees erano un'onesta band che macinava con energia hard rock e sixties-garage, dallo spirito genuino e privi di qualsiasi forma di quel nichilismo che avrebbe caratterizzato il grunge. In questo che fu secondo e primo di tre sulla label di Greg Ginn, la band aveva due tratti distintivi che li rendeva comunque superiori alla media: la voce già ruggente di Mark Lanegan ed il chitarrismo torrenziale di Conner, capace di aggirare le banalità ed i luoghi comuni del genere con un campionario di riff e trovate istantanee ad effetto.
Even if and especially when non verrà ricordato mai come i loro anteriori più di successo, ma per un gruppo alle prime armi era già un ottimo prodotto, ed oggi un occasione per ricordare le origini di Lanegan, che senza questo importante trampolino forse non sarebbe diventato ciò che è oggi. Alla fine si torna sempre al solito discorso di Seattle; esserci al momento giusto, nel posto giusto, al di là degli effettivi meriti artistici.
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Hard-Rock
sabato 12 maggio 2018
Calla – Strength In Numbers (2007)
Proprio nel momento in cui sembrava che potessero raggiungere un discreto successo, col secondo su Beggars Banquet, i Calla si sono fermati. E dopo dieci anni netti, sento che mi mancano e che forse non ho apprezzato quanto fosse giusto per loro insistere sul lato più tradizionalista, dopo quel Collisions che mi aveva leggermente deluso.
Strenght in numbers vedeva un trio ormai rodatissimo, immerso nel proprio spleen fino al midollo, elevarsi a status di classico, di gruppo formula. Inutile sparare nomi influenti, in fondo è stato un commiato che ce li farà ricordare per sempre, soprattutto per perle assolute come Defenses down, Rise, Dancers in the dust, A sure shot, testimonianze di un songwriting ormai col pilota automatico che sprintava emozioni da tutti i pori.
Ma forse è stato meglio così, che abbiano terminato la loro corsa con un grande disco.
giovedì 10 maggio 2018
Bruno Nicolai – Tutti I Colori Del Buio (Colonna Sonora Originale Del Film) (1973)
Confesso di aver ascoltato questa soundtrack esclusivamente perchè un pezzo, cioè Sabba 2, è il tema che i Grails hanno ripreso su Deep Politics facendolo diventare l'eccezionale All the colors of the dark. Una scoperta che mi ha lasciato da un lato un po' di disappunto per il fatto che non fosse un originale, dall'altro un po' di contentezza perchè il fatto che i Grails omaggiassero un compositore italiano mi è sembrato degno di nota.
Bruno Nicolai, romano, amico di Morricone, ha fatto parte di quella generazione che ha trovato linfa artistica con le sonorizzazioni per il cinema sia commerciale che di tendenza del dopoguerra fino a fine anni '70. Diciamo che non è considerato nè uno dei migliori nè uno dei peggiori, e la mia conoscenza della sua opera si ferma a questo film giallo di Sergio Martino. Una colonna che non resterà negli annali, forse, ma è un ascolto abbastanza gradevole, passando fra languidezze flautate, l'immancabile fonetica di Miss Soundtrack Edda Dell'Orso, jazz incalzanti e serrati, contaminazioni a base di sitar e corali (come il Sabba sopracitato), sospensioni orchestrali. E' un calderone che porta sulla schiena tutti gli anni che ha, che non sono pochi, e indissolubilmente legato alla sua epoca. Ma che non può neanche non esercitare un certo fascino, dopotutto.
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Soundtrack
martedì 8 maggio 2018
Polvo – Siberia (2013)
Secondo disco dopo la reunion che ha fruttato il fenomenale In Prism. Fin dall'iniziale, travolgente Total Immersion si intuisce che i nostri hanno tutte le intenzioni di ripetersi col loro intricato artigianato, per un trademark che si rafforza sempre più col tempo, mentre i detrattori continuano a fare spallucce. Noi che li amiamo invece ci felicitiamo e speriamo che Polvo 2.0 non si fermi più.
Siberia è un disco meno avventuroso, che spinge più sull'aspetto melodico; pezzi dai ritmi compassati come Changed e la fantastica Old Maps (credo contenente una chitarra acustica per la prima volta nella loro storia) denotano una concessione alla calma e ad una rilassatezza che ben si sposano alle ispirate armonie poppeggianti. E' una scaletta concisa ed efficace quella che contraddistingue Siberia, e che trova il suo climax nella fragorosa The water wheel, più apprezzabile per chi ama le cose più complicate del quartetto di Chapel Hill. Le performance dei singoli sono una garanzia, con risalto l'ultimo arrivato, il batterista Quast, decisivo nell'economia generale del suono. Non lasciateci un altra volta, Polvo.
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Indie-Rock
domenica 6 maggio 2018
Morton Feldman - Kronos Quartet With Aki Takahashi – Piano And String Quartet (1985-1993)
Un tuffetto nella contemporanea ci sta; ogni tanto mi inoltro in queste aree grigie senza tanta cognizione di causa, ricavandone piaceri e delusioni. La prima volta che ho ascoltato Feldman era For Bunita Marcos, e l'ho trovata noiosa, autoreferenziale e piatta. Questa è la seconda e fa centro pieno, c'è poco da fare. A forza di leggere entusiasmi sul corpulento compositore, non ho potuto desistere con un solo tentativo.
Piano And String Quartet è una composizione di quasi 80 minuti, elaborata due anni prima della morte del newyorkese; la rendition qui esaminata fu registrata in California nel 1991 dal veterano Kronos Quartet + la pianista giapponese Takahashi, una performer stimatissima dallo stesso Feldman. La struttura iniziale sembra rigorosa e minimale: tema principale, sgocciolio di 6 note di piano, risposta di archi in bordone compatto. Piano che snocciola brevi fraseggi astratti, archi che svisano mesti e compassati. Col passare dei minuti lo scenario si allarga, le parti lasciano più spazio alle altre, raramente si sovrappongono, gli archi prendono il sopravvento, come svolazzi impressionistici, il mood si fa più drammatico.
Al minuto 79 tutto finisce, e desiderei che continuasse ancora. Magia. Di quante altre musiche si può dire?
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Contemporary
venerdì 4 maggio 2018
Soror Dolorosa – Apollo (2017)
Nel 2017 ha ancora senso fare del dark-wave? Quando Fabio mi ha consigliato questo disco, ho pensato "no vabè, dai, gli Have A Nice Life hanno fatto un miracolo e Soft Moon un mezzo, ci credo poco". Invece questi brutti ceffi di Tolosa sanno il fatto loro ed Apollo è un disco che di senso ne ha molto, rinverdendo i vecchi fasti britannici di 35/40 anni fa.
A parte qualche divagazione shoegaze e qualche piccolo inserto post-rock, i Soror Dolorosa si immergono fino al collo in quelle sonorità, col palese vantaggio che le produzioni di studio del giorno d'oggi sono molto ma molto migliori, facendo risaltare l'atmosfericità delle loro composizioni, belle squadrate come da copione ma anche belle-bellissime e basta, nella prima metà del disco. La title-track che apre la scaletta dura 8 minuti e si autocandida come miglior pezzo mai composto dai Chameleons del debutto. Il gruppo di Burgess sembra essere il referente principale in fatto di influenze, ma si sentono altre voci autorevoli come quelle dei Cure di Disintegration o dei Bauhaus di Mask. Il fatalismo della solenne Locksley Hall, la verve briosa di Everyway, le aperture panoramiche di Another Life, fanno tutte venire un sottile brivido sulla schiena per quante emozioni possano scatenare su un vecchio fan di questo genere. E' un vero peccato che nella seconda metà il livello si abbassi notevolmente; togliendo un quarto d'ora la resa finale sarebbe stata più che eccellente, ma le emozioni hanno già fatto il loro gioco ed Apollo diventa un must immediato.
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Dark-Wave
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