lunedì 5 febbraio 2018

If These Trees Could Talk ‎– The Bones Of A Dying World (2016)

Approdato sorprendentemente alla Metal Blade, il quintetto ohioano sforna il suo terzo disco con il passo lento di chi vuole fare le cose con cura, senza fretta, a 4 anni dal precedente Red Forest.
Novità? Meno di zero. Il solito epic-instru, compattissimo, muscolare ed evocativo; si potrebbe notare qualche macigno chitarristico in più (per compiacere la nuova casa?), ma di progredire verso qualcosa di inedito non se ne parla neanche; è la solita mistura di Explosions, Astronaut ed affini. 
Giuro che mai avrei immaginato di poter esclamare ancora la frase Chissenefrega se il genere ha già espresso tutto il suonabile, noi ne vogliamo ancora, eppure è ancora così. Per un genere come l'epic-instru che, a meno di 15 anni di vita sembra invecchiato come Matusalemme, è un iniezione di benessere, al di là dei compartimenti stagni. Il disco è rigoroso, espanso e coinvolgente, punto e basta.

sabato 3 febbraio 2018

Giusto Pio ‎– Motore Immobile (1979)

A 50 anni superati, con un impiego sicuro di violinista classico assunto all'orchestra Rai, il veneto Giusto Pio si rimise in discussione ed iniziò a collaborare con Battiato, dapprima al tramonto della sua prima fase sperimentale e poi addirittura come co-compositore nei primi album della sua fase pop. Al contempo, inoltre, pubblicò Motore Immobile per la Cramps, con cui dava la stura alle sue velleità minimalistiche. Costituito da 2 pezzi di un quarto d'ora, il disco è una meditazione pacifica giocata su bordoni immobili di organo, sottili increspature di violino, mormorii estatici (a cura di Battiato sotto falso nome), caleidoscopi di arpa, il cui ascolto fu consigliato a volume basso. Non fu forse un capitolo così avanguardistico, visto l'anno di uscita, ma le ristampe che si sono succedute nell'ultimo ventennio (di cui l'ultima l'anno scorso, in 500 vinili) confermano che in ambito italiano fu un episodio anomalo e curioso, che si lascia ascoltare tutt'ora con piacere.

giovedì 1 febbraio 2018

Scream From The List 67 - John Cage With David Tudor ‎– Variations IV (1966)

Alquanto improbabile scrivere qualcosa su quello che più che un musicista o compositore d'avanguardia è stato un filosofo applicato al suono, alle sue possibilità ed alle sue derive. Fiumi di pagine sono stati spesi a riguardo di questo personaggio totalmente inclassificabile, figuriamoci se io con la mia limitata cultura posso aggiungere altro. Almeno un ascolto lo meritava, Gianni Gabbia; questo collage dell'assurdo ha senz'altro rappresentato un influenza per NWW, e pazienza se il concetto supera ampiamente il risultato sonoro, sostanzialmente un pastone lo-fi per giradischi, frequenze radio e rumori di varia natura che ha un suo indubitabile fascino.

martedì 30 gennaio 2018

Roger Eno ‎– Voices (1985)

Sublime, incantevole piano music nel debutto di Eno jr. Una carriera, la sua, votata in maggior parte a collaborazioni con nomi più o meno illustri. Due anni prima il fratellone Brian lo aveva chiamato a partecipare ad Apollo, per introdurlo alla discografia: evento che non si ripeterà più. Mi interrogherei piuttosto su come non si sia mai materializzata una joint venture col grande Harold Budd, che almeno su Voices sembra essere il nume tutelare principale (si è fatto anche il nome di Satie, ma a mio avviso solo per le strutture compositive più che per le atmosfere). Il pianismo placido di Eno, proveniente direttamente dall'anima, si dipana meravigliosamente attraverso 11 tracce fra l'introspettivo, il melanconico ed il paradisiaco, eseguito su un elettrico sintetizzato coi riverberi incorporati; non mi verrebbe da dire che su un acustico sarebbe venuto meglio, perchè non lo credo, in fondo. Quando c'è un cuore così, il mezzo espressivo è solo un dettaglio.

domenica 28 gennaio 2018

Gnac ‎– The Arrival Of The Fog (2007)

Deliziosa musica cinematica ad opera dell'inglese Mark Tranmer, con un progetto dal nome rilevato direttamente da un libro di Italo Calvino. Strumentali delicati, autunnali, melanconici ed eterei che hanno l'unico limite di essere eseguiti in gran parte al computer o con strumenti sintetici: per composizioni così umilmente umane sarebbero stati molto più calzanti degli arrangiamenti acustici, con un quartetto d'archi magari; ne sarebbe uscita una fantastica soundtrack da camera. Evidentemente Tranmer non ha avuto i mezzi necessari oppure se n'è semplicemente fregato, chi può dirlo. Ci teniamo The arrival of the fog così com'è, con questi quadretti impressionistici dalle strutture circolari che possono ricordare più di una volta le partiture più leggere di Morricone. Un calo nel finale non impedisce comunque di innamorarsi di squisitezze come Nautical Episodes, Vetchinksy Backdrop, Vertical Features, Horizontal Happiness.

venerdì 26 gennaio 2018

Perigeo ‎– Genealogia (1974)

Eccellente, brillante, elegante jazz-rock da parte di un complesso che restò abbastanza allineato sui suoi binari, con una coerenza indubitabile. Il loro successo popolare infatti coincise con il periodo in cui il jazz era diventato quasi una moda presso la gioventù italica, almeno quella che si identificava politicamente a sinistra. Sia stata fortuna, coincidenza temporale o furbizia non ha molta importanza, dopo più di 40 anni questa musica porta benissimo il suo tempo anche se non fu per nulla avanguardistica come quella degli Area, tanto per citare esimi contemporanei. Raccogliendo soprattutto l'eredità importante dei Soft Machine, ma anche dei Weather Report, con Genealogia i Perigeo realizzarono un disco di virtuosismi al servizio di una musica asciutta, funambolica ma anche capace di bei squarci melodici. Astenersi free-jazzers incalliti, superfluo dire.

mercoledì 24 gennaio 2018

Le Capre A Sonagli ‎– Il Fauno (2015)

Simpatico (fin dal nome) gruppo bergamasco dallo stile originale e ricercato nonostante l'evidente ironia che pervade questo eclettico Il Fauno. Inizialmente il punto di riferimento sembrano essere i Jennifer Gentle, se non addirittura Samuel Katarro, ma lo psycho-pop si dilata velocemente verso quadretti surreali, sardonici, quando non apertamente ispidi. L'utilizzo di un linguaggio incomprensibile espresso da una voce beffarda non fa altro che spingere Le Capre verso un inquadramento freak, ma si capisce che se proprio di freaks dobbiamo parlare, sono moderni, sono ragazzi calati nella realtà odierna, strappano sorrisi ed il brano dopo sono melanconici ed introspettivi (la splendida ballad Slow mi ha fatto venire in mente i Kriptasthesie di Shaken at the sun). Degni di nota Celtic, Giù, Uahh!, Joe. Non faranno miracoli, ma alzano la media nazionale; meritato l'approdo alla Woodworm.

lunedì 22 gennaio 2018

Thinking Fellers Union Local 282 ‎– Mother Of All Saints (1992)

E' uno di quei dischi in cui non ci capisco niente; lo ascolto, lo riascolto e sono sempre più disorientato.
Attivi dalla fine degli '80 e la metà dei '90, i trapiantati californiani TFUL furono autentici freaks della tradizione americana e non solo: ricordo che il primo pezzo che sentii di loro era una cover di Morricone, su un 7 pollici del 1995 che mi capitò in mano non so in quale modo. La massima sintesi della loro musica l'ha espressa alla grande PS; dei Sonic Youth in versione da cabaret.
Una surreale vena pop ammanta tutto il disco, che si dispiega anche su lidi beefheartiani, folk, rumorismi e numeri più strettamente alternative (in linea col debutto coevo dei Trumans Water). Insomma, c'è davvero poco da capire ed è un bene. E' uno di quei dischi di cui è difficile innamorarsi, ma che non si può fare a meno di stimare.

sabato 20 gennaio 2018

Minor Victories ‎– Minor Victories (2016)

Inizialmente, la diffidenza. Non bastava la reunion degli Slowdive, la Rachel doveva anche mettersi a cantare in un supergruppo con Stuart dei Mogwai, il chitarrista degli Editors ed un regista. E come per la reunion dei migliori shoegazers della storia, anche in questo caso l'apprezzamento parte dopo diversi ascolti, dopo aver metabolizzato i passi falsi (che qui comunque sono non più di un paio), dopo aver realizzato che sì, questo è un disco in cui Rachel canta da sola e forse non avevamo mai apprezzato la sua voce in questa lampante esposizione, così ordinaria in senso melodico.
Il disco sembra tutto fuorchè un'esperienza secondaria; la coesione è forse il punto forte, in una scaletta che filtra le diverse esperienze dei componenti (al punto che potresti facilmente indovinare chi ha composto cosa o comunque dato la linea guida) con saggezza e lucidità. E poi io amo i dischi che crescono verso la fine; Out to sea, The Thief e Higher Hopes chiudono e sono le migliori. E la diffidenza si sciolse come neve al sole.

giovedì 18 gennaio 2018

Jethro Tull ‎– Bursting Out (1978)

Ogni tempo immemore, finisco sempre per rispolverare i JT.
Come avvenne per i Black Sabbath, anche loro pubblicarono curiosamente il loro primo live dopo 10 anni di successi, sia artistici che commerciali. Si sa che nei '70 le major avevano un potere immenso, fra cui anche decidere di attendere un calo delle vendite per rilasciare un live. Nel 1978, in pieno punk, i JT se ne uscivano col bellissimo Heavy Horses (peccato, qui manca la title-track che è il mio pezzo preferito in assoluto) e le loro azioni erano in calo a dispetto di una forma crescente, dopo qualche passo falso fra il 1975 ed il 1977. Storia a parte, il live Bursting Out fu la meritata celebrazione del decennio, ancor più apprezzabile per l'immediatezza e la genuinità; di certo la scaletta si potrebbe discutere (4 pezzi su 20 del repertorio fino al 1971 sono un po' pochi...), ma le esecuzioni sono impeccabili, ad opera del sestetto a doppio tastierista, con un infuocato Martin Barre in grande evidenza. Dinosauri di pregio assoluto.

martedì 16 gennaio 2018

Wolf Eyes ‎– I Am A Problem: Mind In Pieces (2015)

Ritenevo molto improbabile che i Wolf Eyes potessero avere una crescita musicale significativa, e non per presunta imperizia; dopo quasi un ventennio di uscite, mi sembrava arduo pensare che potessero almeno in parte reinventarsi, dopo aver fatto una tabula rasa sonora di quelle fattezze. Ed invece sorpresa; si vede che a forza di incidere (ad oggi sfioriamo i 300, una cosa da guinness) il trio è maturato a livello strumentale e I am a problem: Mind in pieces è un disco che se fosse stato realizzato da esordienti, si sarebbe scritto "un nome da seguire". Non che sia nulla di rivoluzionario, ma è fatto dannatamente bene: a partire dall'ipnotica intro Catching the rich train (con tanto di piano elettrico e clarinetto...), si tratta di un animale strano, sgusciante come una vipera e schiumante come un lupo affamato, proseguendo con lo stentoreo marziale di Twister nightfall, l'electro-doom-punk di T.O.D.D., le scansioni orrorifiche di Asbestos Youth, il cyber-hardcore di Enemy ladder, e concludendo con l'escursione lunare di Cynthia Vortex. Difficile stabilire se sia il loro disco più accessibile, bisognerebbe aver ascoltato tutti gli "ufficiali"; di sicuro segna una maturità inaspettata.

domenica 14 gennaio 2018

Legendary Pink Dots ‎– Any Day Now (1987)

Con la discografia abissale che hanno accumulato in 35 anni (parliamo di 150 titoli fra originali e miscellanea), si è scoraggiati ad indagare sulla carriera dei LPD, ed è un peccato perchè analizzando Any Day Now si ha una conferma, almeno qui, della bontà della loro proposta, molto ma molto arty. L'idea futuristica che sovviene spontanea è; questa è la musica che avrebbe potuto ideare negli anni '80 un Syd Barrett completamente ripulito, cresciuto musicalmente e magari trasferitosi in Francia o in Olanda (dove peraltro migrarono i LPD a metà decennio), e non soltanto per la somiglianza del tono vocale da parte del cantante Ka-Spel. Un gotico psichedelico raffinatissimo, impressionista, elegante ma che non rifiuta le stranezze, il cui unico difetto è la presenza di una fredda batteria elettronica. Pressochè bellissimi tutti i pezzi, con preferenze per Neon Marines, Laguna Beach, Waiting for the cloud, Cloud Zero. Un disco che mixa mitteleuropeo e melanconia british con risultati meravigliosi.

venerdì 12 gennaio 2018

Elegi ‎– Bånsull (2017)

Ormai mi ero quasi dimenticato di Tommy Jansen, autore di due stupendi dischi di dark-chamber-acoustic-ambient-library sul finire degli anni Zero. Il suo stile peculiare mi aveva colpito non poco, senonchè dal 2009 in poi non sono più giunte sue notizie. Così, quando nel Febbraio scorso è comparso dal nulla Bånsull sulla label russa Dronarium sono stato molto contento di sapere che era ritornato. Jansen stesso, però, ha subito messo le mani avanti: queste sono registrazioni vecchie, e con una certa ironia (tipicamente scandinava?) ha dichiarato che aveva scritto il materiale ad uso di ninne nanne per la figlia, col risultato di averle causato incubi ed insonnia per anni (!).
Saranno anche scarti, ma il risultato non è meno impressionista di Sistereis e Varde: il campionario è semmai più surreale ed affianca ai foschi scenari dark-ambient (a volte versioni colte di Caretaker) brevi temi reminescenti la vintage-library più orrorifica, sgocciolii di piano, bordoni e rintocchi raggelanti di cello, qualche apertura pseudo sinfonica appena appena più serena. Insomma, il terzo tocco da maestro per questo autore che vorrei continuasse a stregarmi con questa abilità. Sperando che la figlia abbia superato quei problemi....

mercoledì 10 gennaio 2018

Jon Spencer Blues Explosion ‎– Orange (1994)

Il disco della gloria per la Blues Explosion, del successo internazionale. Come ho già scritto per descrivere il loro grezzissimo esordio, all'epoca non li sopportavo. Dopo più di vent'anni, invece, li trovo divertenti, travolgenti e trascinanti. Caratterizzato da un'appropriata produzione più professionale, Orange viene definito in genere il loro apice e mi accodo al coro; qualche novità in sede di arrangiamento (un'organino, qualche sezione d'archi, un basso in qualche pezzo) lo rese irresistibile, così come lo sono quasi tutti i pezzi, istintivi, beffardi, rotolanti. Un'arancia febbrile.

lunedì 8 gennaio 2018

Anthony Pateras & Erkki Veltheim ‎– Entertainment = Control (2015)

Pateras, pianista e compositore d'avanguardia australiano trapiantato a Berlino, e Veltheim, violinista finlandese trapiantato in Australia. Nomi di cui non so praticamente nulla, ed un disco che mi ha convinto ad ascoltare SIB quando, scrivendone la recensione, è riuscito a concretizzare in parole la forza magnetica che sprigiona questo duetto di 50 minuti.
Da intenditore molto superficiale delle aree in cui agiscono, cito nomi che probabilmente ai due faranno rabbrividire: lo strumming pianistico di Charlemagne Palestine e i droni lamentosi di Richard Skelton. E' fin troppo ovvio che Pateras e Veltheim hanno cognizioni tecniche superiori, e si sente, però con questa tempestosa suite riescono a trovare un equilibrio maestoso, creando un clima sospeso di saliscendi emotivi ed i conseguenti armonici che, per quanto abusati possano essere, trasformano il flusso in un suono tridimensionale. Fascino e mistero.

sabato 6 gennaio 2018

Hugh Hopper ‎– Hopper Tunity Box (1977)

Secondo disco del bass-master, tre anni dopo il monumentale 1984: non fu fortunato, perchè rilasciato da una etichetta norvegese (! ma era possibile che nessun inglese volesse pubblicarlo?) dall'etica, stando a quanto disse Hopper stesso, dilettantistica. Tant'è che poco tempo dopo, fallì.
Erano comunque tempi duri, si erano dimenticati tutti dei gloriosi giorni Soft Machine; mentre una strana entità con quella ragione sociale ma senza nessun membro fondatore continuava indifferentemente a pubblicare dischi, Wyatt aveva virato a 360° con Rock Bottom, Ratledge si era dileguato, Hopper faticava a farsi sentire. Su Hopper Tunity Box sono comunque della partita Dean, Windo e Charig, i fiatisti di 3, perchè il baffo aveva abbandonato gli audaci esperimenti di 1984 in favore di un ritorno al jazz-rock più stentoreo e dinamico. Delusione? Ma anche no; nell'anno 1977, se aveva ancora un senso fare questo genere, Hopper era l'oscuro condottiero in grado di traghettare sincopi e controbalzi con l'eleganza di un feroce felino.

giovedì 4 gennaio 2018

Venezia - Venezia (2007)

Una decina d'anni fa, una domenica mattina stavo quasi casualmente leggendo l'inserto locale del principale quotidiano della mia regione ed un defilato trafiletto catturò la mia attenzione; la foto ritraeva questo ragazzo col collo del giubbotto tirato su fino a sotto al naso, mentre sotto si parlava di una band di giovanissimi forlivesi che si rendevano protagonisti di un inusitato rock moderno, che guardava oltre oceano con personalità e spavalderia. La curiosità era tanta, ma non riuscii mai a recuperare l'autoprodotto e finì nel mio dimenticatoio.
Poco tempo fa invece, sfogliando un Blow Up del tempo, ho notato una sua buona recensione e così ho posto fine alla curiosità sospesa. Dei Venezia poi non se ne fece più nulla (un nome del genere ed un omonimo in effetti non erano molto validi per farsi notare), ed il chitarrista successivamente entrò nei famosi Raein. Un peccato, perchè per essere un gruppo di provenienza abbastanza provinciale le cose erano piuttosto interessanti, per quanto perfettibili: un math-rock arzigogolato, fragoroso ma mai chiassoso, in parte debitore di autorevoli espressioni americane '90 (Slint, June Of '44) ma anche in anticipo su alcune derive epic-instru (soprattutto in campo melodico) che, per quanto a tratti deprecabili, hanno contraddistinto una certa invasione di band abbastanza tecniche negli anni a venire. Magari con qualche sviluppo sarebbero pervenuti a qualcosa di più arioso e maturo, ma a quello ci hanno pensato poi i bravissimi concittadini Neil On Impression.

martedì 2 gennaio 2018

Harold Budd, Ruben Garcia, Daniel Lentz ‎– Music For 3 Pianos (1992)

Una delle vette più significative dell'altalenante carriera di Budd si è verificata con questa uscita minore, peraltro a 6 mani. Sei pezzi, poco più di venti minuti, registrato in un solo giorno, il 2 Marzo del 1992.
Non conosco nulla dei due compari per l'occasione: Lentz un militante dell'avanguardia e della contemporanea statunitense fin dagli anni '60, Garcia un devoto dello stile buddiano, di fatto al debutto. Tre pianoforti; facendo molta attenzione (l'avrò ascoltato decine e decine di volte) non suonano mai in simultanea, al massimo due. Il loro suono è eccezionale, con il riverbero perfetto che si compete a quanto eseguito, allo strumento perfetto. Il migliore.
Le composizioni variano: folate passeggere di minimalismo (Pulse Pause Repeat), ombrosi e lenti avviluppi di folgorante bellezza (La Muchacha De Los Sueсos Dorados), quadretti invernali elegiaci di struggimento indicibile (Somos Tres, The messenger), estasi accademica che più Budd non si può (Iris, La casa bruja). Cosa porti chi non ha molta importanza, anche se a scatola chiusa si direbbe un disco solo del losangeleno; terminati questi 20 minuti, si recrimina che non ce ne siano altri 20 o 30, ma facendo ripartire la scaletta il rimpianto si dissolve rapidamente. Capolavoro assoluto.

domenica 31 dicembre 2017

Slowdive ‎– Slowdive (2017)

Al primo ascolto, ho pensato: come temevo, hanno fatto il compitino, l'esercizio ad uso e consumo dei nostalgici, hanno svuotato il cassetto dei tempi, forse Halstead aveva scritto questi pezzi nel 90/91 e li ha disotterrati. E poi, le foto promozionali, oddio: le confronti con quelle straconosciute degli anni, vedi questi ragazzi che hanno raddoppiato la loro età rispetto ad allora e pensi: ma perchè sono tornati? Bisogno di cash impellente per sostenere la vita che non ha riservato loro il successo che avrebbero meritato?
Qualunque siano i motivi, al secondo ascolto penso, ma perchè screditarli? Io ho più che raddoppiato la mia età,  e venero ancora i loro 3 dischi. In fondo è un ritorno dignitoso, non potevamo aspettarci una rivoluzione, un'altro Pygmalion. Quello è un disco che capita una volta sola, con l'entusiasmo ed il coraggio giovanile ma con una discreta esperienza alle spalle. Congiunzioni, insomma. Più logico aspettarsi una collana di autocitazioni in stile Just for a day, in versione adulta; eravamo così, una volta, quella freschezza è bell'andata ma le sensazioni possiamo farle rivivere. Noi, che abbiamo creato un genere e soprattutto negli ultimi 10 anni ci siamo visti mutuati in lungo ed in largo. Posso immaginare che più o meno abbiano ragionato in questo senso.
Al terzo ascolto; averne, di compitini così. Perchè a volte è giusto tornare, anche solo per far rabbrividire un po' chi c'era allora, chi li ha vissuti sulla propria pelle. Perchè gli Slowdive sono un mito, e non sarà un nobile esercizio a ridimensionarli.

venerdì 29 dicembre 2017

Scream From The List 66 - Fred Frith ‎– Guitar Solos (1974)

Cervellotico, labirintico, inestricabile groviglio di dissonanze per uno dei chitarristi più audaci ed avanguardistici degli ultimi 50 anni. Negli anni '70 poteva succedere anche questo: che un giovane esordisse con un lavoro solistico così ostico, con alle spalle soltanto il primo disco del suo gruppo principale, gli Henry Cow. Guitar solos include elucubrazioni per chitarra preparata, di cui FF fu uno dei pionieri: sulla sua Gibson, montò un pickup aggiuntivo che permetteva amplificazione aggiuntiva alle tempeste che si agitavano sul manico, complice anche un uso esagitato del tapping con legno a terra. Il problema che si può riscontrare con dischi del genere è che, oltre all'estrema vanità dell'operazione, un oltranzismo del genere possa generare boria; secondo il mio parere, invece, la vasta gamma di suoni che generò Frith tiene alta la soglia dell'attenzione di queste divagazioni cubiste; era chiaro che il concetto era di non avere un concetto dietro l'operazione, per cui l'assurdità vale appieno l'inclusione nella List.

mercoledì 27 dicembre 2017

Captain Beefheart ‎– Bat Chain Puller (1976/2012)



Preziosissimo ripescaggio da parte della Zappa Family, che da sempre ne detiene i diritti. Promotore dell’intera operazione infatti fu  il buon Frank, che terminato un lungo periodo di dissidi aveva riabbracciato la collaborazione col Capitano. Il Bongo Fury in coppia non aveva dato i frutti sperati (si tratta di un disco non riuscito, a mio avviso), cosi fu ricostruita una Magic Band per l’occasione, con l’inclusione del mitico John Drumbo French. 
La storia dietro Bat Chain Puller è un casino pazzesco: registrato nel 1976, non fu pubblicato per una serie di problemi sopraggiunti a Zappa: parte del materiale confluì sui 3 successivi (ed ultimi) album del Capitano, mentre la versione integrale apparve per la prima volta nel 2002 sotto le vesti del bootleg Dust Sucker. 
Dopo aver espletato le doverose informazioni di cronaca, ma anche senza saperne più di tanto, resta soltanto un concetto: si tratta del miglior disco del Capitano dai tempi di Lick my decals off, baby. Il suo blues cubista servito su un piatto d’argento, con una rinnovata vigoria, con il cospicuo vantaggio di una fedeltà sonora cristallina, sconosciuta per i suoi dischi. Merito forse di un restauro adeguato da parte della Family? Forse semplicemente la consapevolezza che il Capitano merita (sempre più) un tributo eterno ed un esposizione maggiorata. Perché c’è poco da dire, è stato uno dei più grandi.

lunedì 25 dicembre 2017

Caretaker - Patience (After Sebald) (2012)

E' duro il destino dei miei cult-heroes come Kirby: le aspettative sono sempre altissime, perdo l'obiettività, non riesco ad accettare che i miracoli non si ripetano. Così, l'inizio della serie Everywhere at the end of the time non mi ha entusiasmato, l'ultimo LK mi ha deluso profondamente, così come il comeback di V/Vm. Il suo ultimo entusiasmante resta Patience, uscito neanche un'anno dopo il capolavoro unanime ma a quanto pare realizzato prima di esso. Trattasi di colonna sonora per un docu-film di Grant Gee, specializzato in cronache musicali, dedicato allo scrittore tedesco Sebald. La fonte primaria è tratta da Winterreise di Schubert, compositore classico dei primi '800, i cui frammenti pianistici, sottoposti al  trattamento kirbyano, sfumano in una nebbia impenetrabile di fruscii, di appannamenti ed implosioni. A parte qualche traccia serena ed estatica (spicca la magnifica When the dog days were drawing to an end), si tratta di un lavoro cupo e greve, con un paio di puntate sull'orrorifico dark-ambient che ha contraddistinto precedenti uscite di Caretaker. Per questo motivo si tratta di un album molto più ostico di Bliss; tuttavia, per chi ama la concettualità (escapista, hauntologica, furtiva, come diavolo la si voglia chiamare, a condizione che si voglia) del guardiano, si tratta di un altro grande capitolo della discografia dell'inglese.

sabato 23 dicembre 2017

Soundgarden ‎– Superunknown (1994)

In ossequio alla triste morte di Chris Cornell, avvenuta a Maggio e che ancora oggi suona davvero insensata. Un uomo all'apparenza (che si sa, resta sempre tale) realizzato, avendo oltrepassato il mezzo secolo d'età, con tre figli, un passato illustre, un vivacchiamento negli ultimi 15-20 anni che comunque non doveva creargli problemi nel tirare avanti la carretta, mi verrebbe da pensare. Forse gli abusi hanno presentato un conto salatissimo.
Mi sento di tributare una band che ai tempi adorai con ardore, con quello che fu il loro vertice, che non ascolto da, non voglio esagerare, 18/19 anni. Come digitato da più di un'illustre tastiera, sottoscrivo che il bello di Superunknown fu una congiunzione di accessibilità, sottile ricerca, produzione al top e presa di possesso della scrittura da parte di Cornell, che straordinariamente ispirato firmò in solitaria almeno metà del lotto. Il capolavoro della maturità, un po' come Physical Graffiti o Sabotage, per citare indiscutibili padri putativi.
L'emozione che mi coglie alla ripresa di Superunknown (ma anche del sottovalutatissimo e terminale Down on the upside, inferiore di pochissimo) è superba, rabbrividente. Come accade ad altre entità coeve, fanno tornare in mente sensazioni ed ambientazioni legate ad un età felice, leggera ed inconsapevole. Fell on black days, Mailman, Head Down, Superunknown, 4th Of July, le stratosferiche Limo Wreck e Like Suicide, non sono mai andate via; sono rimaste lì, statuarie, a modo loro sempre attuali. Al termine di questo mio revival, potrò salutarle di nuovo, perchè la vita deve fare il suo corso.

giovedì 21 dicembre 2017

Volcano! ‎– Piñata (2012)

Terzo (ed ultimo?) album degli art-rockers chicagoani, terzo rebus di complicata semplicità che lascia, in caso di scioglimento avvenuto dato che di loro non giungono notizie da 5 anni, con in bocca un mix di senso d'incompiuta e di entusiasmo per quanto realizzato. L'audace incrocio fra Radiohead e Pere Ubu che ha caratterizzato i loro due precedenti lavori sembrava averli condotti un po' ad un vicolo cieco, e forse questo personalissimo limbo li ha condannati a non trovare un pubblico adeguato, come a dire troppo pop per gli amanti dell'avant-rock e troppo complicati per gli indie-hipsters.
In ogni caso Piñata ha rilanciato la scommessa; il vocalismo melodico e schizzato, la chitarra sgraziata e sbilenca, l'impeto sconquassante della batteria, il collante onnipresente dei synth, e soprattutto le composizioni, che restano fondamentalmente pop nella costruzione ma adornate alla loro maniera. Peccato siano rimasti ignorati, avrebbero meritato di più.

martedì 19 dicembre 2017

Chainsaw Kittens ‎– Flipped Out In Singapore (1992)

Questa è per ricordare l'adolescenza. Dopo il brillante esordio di Violent Religion, in casa Chainsaw Kittens ci fu un piccolo terremoto, col cambio di sezione ritmica ed un nuovo chitarrista. Non cambiava invece la casa discografica, e questo resta un mistero; in pieno boom grunge, com'era possibile che nessuna major si fosse spinta per ingaggiare una band con un potenziale commerciale enorme come i Kittens?
In un intervista recente per celebrare il 25ennale del disco, il cantante Meade racconta un paio di aneddoti autolesionistici che al momento giusto contribuirono ad impedir loro di salire sul baraccone. Eppure ci sarebbe stato ancora tempo, dopo l'uscita di FOIS; il successo poteva comodamente arrivare. A produrre venne ingaggiato nientemeno che Butch Vig, reduce dai fasti di Nevermind; rispetto al precedente, il suono era più professionale e smussato, la sezione ritmica non era migliore e spingeva più sul lato punk. Insomma, c'erano tutte le premesse per un fiasco; invece FOIS confermava il talento epidermico di Meade, capace di dirigere 11 irresistibili anthem pop-core, freschi e contagiosi. Ma il successo su scala internazionale non arrivò mai.

domenica 17 dicembre 2017

Jesus Lizard ‎– Club (2011)

Doverosa testimonianza della data iniziale del tour che i JL organizzarono a Nashville per la riunione del 2009. Una decisione che avrebbe fatto tremare i polsi a tanti gruppi bolsi che si rimettono insieme: non solo registrare, ma fare anche riprendere lo show per farne un dvd, senza riscaldamento, a 10 anni di distanza dall'ultimo. Ma non loro, che hanno dimostrato di avere attributi enormi: la riprova l'abbiamo avuta a Bologna nel settembre successivo, per un concerto che tutt'ora reputo il più spettacolare che abbia mai visto.
Poco da dire sulla quadratura del sistema JL, il cui unico limite per eventuali detrattori sarebbe: non ci sono mai variazioni sui temi. Pazienza, non faceva per loro, chi se ne frega? Quattro giganti sul palco fanno sempre paura, e la regia è di un intelligenza acuta e rara per queste occasioni: va bene indugiare sul joker Yow, ma viene giustamente dato spazio agli altri ed in particolar modo all'impressionante MacNeilly, un batterista a cui non avevo tributato la giusta importanza ai tempi. Al resto, ci pensa il repertorio; in eterno. In un'intervista Denison afferma che avrebbe voluto riformare il gruppo a tutti gli effetti ed aveva anche composto del materiale, ma a quanto pare non è stato seguito.

venerdì 15 dicembre 2017

GAM ‎– Eiszeit (1978)

L'echo guitar del grande ed umilissimo Günter Schickert ebbe modo di essere ignorata anche sull'operato di questo trio che formò insieme ad un altro chitarrista, Axel Struck, ed il batterista Michael Leske. Quando non ti deve andare, c'è poco da fare. Dei due sodali non resterà alcuna traccia ed i tre dischi registrati fra il 1976 ed il 1979 sono rimasti inediti nel migliore dei casi 10 anni, nel peggiore 30. Eiszeit dovette aspettarne 27 per essere ripescato da un etichetta specializzata in reperti krauti, ed anche se non arriva ai fasti dello stratosferico Samtvogel è comunque la preziosa testimonianza di un'attività senza dubbio precaria e registrata non in maniera eccelsa, ma eccellente prosecutrice delle scie lasciate dai primi Ash Ra Tempel e dai Neu! più selvatici, con qualche lampo di genio arty (la nenie angoscianti di Demons e Verlass mich nicht, con degli elementi gotico-decadentisti che fanno riflettere). Se avessero potuto disporre di una produzione un po' più decente ne sarebbe uscito un capolavoro della tarda stagione; Struck, che Schickert descrisse come un tipo che gli insegnò un po' di tecnica, era degnissimo compare di striature e graffianti progressioni lisergiche. Leske appoggiava con motorik incessanti delle galoppate che più o meno qualsiasi amante del rock cosmico non potrà che apprezzare, da scoprire meglio tardi che mai.

mercoledì 13 dicembre 2017

Erase Errata ‎– Night Life (2006)

Nonostante il sostegno ed una copertina di Blow Up, ho ignorato e saltato a piè pari le Erase Errata, e soltanto perchè in quegli anni snobbai il movimento punk-funk, che era sostanzialmente parallelo a quello del revival della new-wave; il mio ragionamento era ma come, tutti questi gruppi adesso hanno successo con i ventenni che neanche sanno chi furono Joy Division o Gang Of Four, tanto per sparare due cartucce grosse?
Così è andata, ma non era giusto fare di tutta l'erba un fascio, c'erano anche gruppi talentuosi nel pagliaio; mentre la maggior parte bruciarono nel giro di poco, alcuni si sarebbero costruiti una carriera tutta loro (Liars), altri non sono sopravvissuti ma hanno lasciato un piccolo segno come il trio femminile di San Francisco, che col terzo Night Life realizzarono un gioiellino baldanzoso e ricco di rimandi alla stagione d'oro, ma con una freschezza ed una leggera follia che bilanciava il tutto. Una felice combinazione fra Wire, Gang Of Four, Dead Kennedys ed addirittura Captain Beefheart era possibile, ed ancor più bello era che fossero tre ragazze dotatissime a metterlo in pratica: tutt'altro che riot grrls, le Erase Errata meritano un posto in prima fila nella galleria di quel revival, anche solo per questo entusiasmante capitolo.

lunedì 11 dicembre 2017

Il Decennale

E' vero che il primo post non fu scritto in questo blog, ma con la massima brevità vorrei raccontare che TM #1 fu fatto chiudere dalla DMCA nell'Aprile del 2010; con estrema ingenuità subito aprii il #2 sotto lo stesso account di Google, e fu questione di pochi giorni, d'altra parte ero già diffidato e non ci pensarono un'attimo a sigillare anche quello. A quel punto cambiai account sostituendo la "i" finale con una "y", che fa molto esterofilo, e diedi la stura a TM 3.0, che resiste da più di 7 anni con l'accorgimento fondamentale di non essere visibile alle ricerche di Google; è un po' il suo segreto di sopravvivenza, dovuta anche alla mia incrollabile determinazione e voglia di scrivere qualcosa di musica, principalmente per me stesso, ma anche per quei 40-50 visitatori quotidiani che di solito passano più che altro per ---------, se per caso hanno voglia anche di dare una letta.
Tutto questo pistolotto per ricordare che, la mattina dell'11 Dicembre del 2007 scrissi l'intro al blog e nel primo pomeriggio i primi due post, su un bootleg dei God Machine e su Moontan dei Dead Flowers. Cos'è successo in 10 anni? 
Ho osservato il lento ed inesorabile declino dei blog, ormai tornati appannaggio di una nicchia disgregata. Nel periodo più affollato, fra il 2008 ed il 2009, TM veniva visitato 300 volte al giorno. Ho verificato lo spadroneggiamento dei social network, per i quali continuo a nutrire una sana avversione. Ogni giorno verifico che i poteri alti continuano a permetterci di ---------, perchè cambiano i destinatari ma il giro monetario resta pressochè immutato, e questo va a favore delle lobby pubblicitarie, dei provider, ed affini. Siamo più permissivi degli ottusi francesi, in questo senso, che invece non fanno prigionieri ed oltretutto si sono arrogati il diritto di eseguire uno dei soprusi più indecenti della storia, ovvero la chiusura di What.Cd. (Per caso qualcuno ha un invito per un private tracker nato dalle sue ceneri?).
Continuo a vendere i miei cd, al ritmo di un paio al mese. Da 850 iniziali ne sono rimasti circa un centinaio, di cui soltanto una ventina sono invendibili. Persisto nell'ascoltare musica con criterio disordinato, con un lumicino nel buio, sempre alla ricerca di gemme da voto almeno 8/10, che però inspiegabilmente arrivano.
Ho oltrepassato la quota di 8000 dischi ascoltati nella vita, ne tengo nota grazie alla mia mania archivistica. Per la voglia di conservare più appunti, dato che la memoria inizia ad essere un po' satura, ho aperto una succursale dove liquido in massimo 4 righe quelli di cui non voglio scrivere in maniera più o meno estesa. Il risultato è che col passare del tempo sono diventato un po' più cinico; non più settario o selettivo, soltanto più casinista. Smonto dei vecchi miti, ripristino passioni insospettabili, mi addentro in filoni oscuri, per poi rifugiarmi nelle case sicure e blindate. O forse no.
E la vita?
L'anno scorso sono diventato padre ed è cambiata un po', è questo è il bello e l'inevitabile al tempo stesso. 
E allora, piccolo mio, devi sapere che se esisti è anche un po' merito di TM......


sabato 9 dicembre 2017

John Carpenter – Escape From New York (Original Motion Picture Soundtrack) (1981)

Una delle più celebri soundtrack di JC, forse perchè direttamente proporzionale al successo commerciale del film, ma come la gran parte delle sue sonorizzazioni ricca di fascino misterioso e tanto semplice quanto efficace. Nonostante le composizioni fossero farina del suo sacco, il disco in seguito rilasciato a sè stante è co-intestato ad Alan Howarth, che fu responsabile della registrazione, della programmazione dei synth e qualcosa in più di un semplice collaboratore.
Per la futuribilità del film, JC infatti pensò ad un suono più innovativo possibile, e racconta Howarth che portò in studio due dischi: uno dei Tangerine Dream ed uno dei Police. La soundtrack ha un suono secco e smussato, sostenuto da una drum machine metronomica; i ritmi di una parte dei titoli si avvicinano alla new-wave, con un basso pulsante in primo piano. Le figure tastieristiche di JC scavano ossessive ed incompromissorie, orrorifiche solo in piccola parte, perlopiù attinenti al tratteggio sci-fi della pellicola. Non ci sono pezzi a presa immediata come in Halloween o sculture monumentali come in The Fog; Escape from New York è un lavoro monolitico ed a tratti persino orecchiabile (il tema principale su tutti), ma quanta scuola ha fatto...(un genere su tutti, la techno).