martedì 27 febbraio 2018

Nick Drake ‎– Bryter Layter (1970)

Ricordo distintamente la prima volta che sentii Nick Drake; era l'estate del 1994, periodo mondiali americani, e dalle frequenze gloriose di Rai Stereonotte, Max Prestia dedicò all'inglese uno speciale di una mezz'oretta.
Non ho mai perso la testa veramente per i tre dischi di Drake come invece è successo a molti altri, devo essere sincero; oggi ho riascoltato Bryter Later dopo credo 15 anni, e l'ho trovato fresco ed elegante, immutato nel tempo, genuino. Al di là della portata artistica dell'autore, ciò che mi segna di più resta la storia di questo ragazzo inglese benestante classe '48 che trovò nella musica la sua gioia di vivere ma anche la sua disperazione e, indirettamente o no, la sua morte, volontaria o no che fosse. Nelle sue canzoni resta sempre quest'aria mista di leggerezza e melanconia che lascia un retrogusto strano: destino dei grandi, dei nominati al sacrificio. Come nel caso delle giovani morti di quegli anni, restano interrogativi ed il patrimonio, specialmente nei casi più stringati, assume valore incalcolabile. Con la sua amara spensieratezza, Bryter Later è a mio avviso il suo migliore.

domenica 25 febbraio 2018

Roly Porter ‎– Third Law (2016)

Nuove emissioni sulfuree di ambient-core da parte dell'inglese Porter, con questo terzo tornato ai livelli temibili del brillantissimo esordio. Rispetto ad allora, la sua elettronica si è fatta più apocalittica e rovinosa, con visioni brutali in abbondanza e la perdita di quell'oncia di innocenza che caratterizzava certi tratti. Vengono a mancare quindi slanci melodici in favore di un'ottica schizofrenica, con stop and go da cardiopalma e frequenze nevrotiche fino al collasso; Porter si è incattivito? La terza legge è forse quella che non perdona? Fatto sta, siamo di fronte al presente dell'elettronica che non fa compromessi, che è libera da vincoli, che interpreta il malore verso cui va il pianeta. Almeno è così che la interpreto io, e credo che Porter stesso snocciolerebbe un sorrisetto di approvazione.

venerdì 23 febbraio 2018

Egisto Macchi ‎– Pittura Contemporanea / Pittura Moderna N.1 & 2 (1975)

Continua imperterrita l'opera della Cinedelic, che nel giro di appena due anni si è resa protagonista di ben 8 fra ristampe e recuperi dalla polvere di materiale del benemerito maestro Macchi. Imponente in questo caso l'operazione dedicata alla pittura, con ben 3 vinili di sonorizzazioni registrate nel 1975, di cui soltanto Contemporanea aveva visto la messa su disco all'epoca.
Se di Macchi abbiamo potuto apprezzare maggiormente le opere più visionarie, avanguardistiche ed incompromissorie, non dobbiamo dimenticarci che anche in ambito neoclassico ha avuto la sua voce in capitolo e questa trilogia giganteggia come esempio, e non abbiamo scandagliato neanche la metà della sua discografia. E' una miniera di partiture surrealistiche, melanconiche, disincantate, meditabonde, e come capita alla migliore library, immaginiamoci di entrare in una infinita galleria d'arte dove possiamo gustarci tutto il meglio delle correnti, senza fiato ma senza fretta. 
Gemme di altre epoche.

mercoledì 21 febbraio 2018

Picastro ‎– Whore Luck (2007)

Band canadese in attività dai primi anni Zero, dedita ad un post-slow-folk anemico, debosciato e fragile come il timbro vocale della leader, Liz Hysen. Un suono non particolarmente originale, che trae spunto da esperienze ben precedenti col violoncello in evidenza, ma che guadagna valore per le composizioni meditabonde ed abbandonate ad un esistenzialismo che si taglia col coltello. Sicuramente predisposto per un ascolto autunnale, Whore Luck vive i suoi momenti migliori quando certe digressioni vagamente slintiane prendono il sopravvento, creando una tensione sottopelle che bilancia alla perfezione le derive più slacker del corpo del disco. Un complesso che non sarà eccezionale, ma riesce a lasciare un segno tangibile.

lunedì 19 febbraio 2018

Sound – Shock Of Daylight & Heads And Hearts (1984-1985)

Piccolo legame affettivo; acquistai questo cd, che fu il primo numero di catalogo dell'inglese Renascent nel 1996, dal mio amico Pig che con strategia da buon commerciante fece leva sul fatto che: 1) non avevo mai sentito parlare dei Sound, e io pischello ne dovevo ancora mangiare tanti, dei panini new-wave, per diventare un intenditore; 2) era un carinissimo cartonato dalla grafica elegante; 3) i due titoli ivi contenuti, il mini Shock Of Daylight del 1984 e l'Lp Heads And Hearts del 1985 comparivano su compact disc per la prima volta. Ovviamente, optai per l'acquisto dopo un ascolto accurato e lo portai a casa dove è rimasto per oltre vent'anni fino a quando, poco tempo fa, l'ho rivenduto su Discogs all'equivalente del doppio in Euro di quanto lo pagai, perchè nel frattempo è diventato una piccola rarità. Fine della storiella.
Per quanto riguarda i contenuti, qui i Sound sono all'indomani della scelta autolesionistica di rifiutare offerte major e restare indipendenti; con quel caratteraccio che Borland si ritrovava, difficilmente avrebbe fatto i soldi, ma nonostante questo i due vinili si intestardivano sul wave-pop atmosferico di formula coniato, potenzialmente di successo come più o meno tutto ciò che fecero. Il mini è di qualità superiore, con due pezzi clamorosi come Longest Days e Dreams than plans, il LP è sotto quella media e fa centro con Total Recall e World as it is. La ristampa era di dovere, il meglio i Sound forse l'avevano già dato ma restavano una band di razza anche verso la fine.

sabato 17 febbraio 2018

Origami Arktika ‎– Trollebotn (2007)

La tradizione folk norvegese attualizzata tramite un ensemble aperto, legato ad un collettivo multi-artistico. Un mondo distantissimo, ma ricco di fascino, perfettamente inquadrato da un'interessante intervista al vocalist degli OA, il quale analizza con lucida freddezza scenari socio-politici della propria patria. Trollebotn riprende quelli che da noi si chiamerebbero stornelli o filastrocche popolari e le trasla in ipnotici mantra permeati da un freddo che pare quasi percepibile all'ascolto. E' alquanto percepibile una relazione più che remota con l'area psichedelic-folk, mentre un basso profondo regala persino sensazioni pseudo-dub nelle tracce più ritmate. Al primo ascolto potrebbe tediare, vista anche la voce perfettamente stonata, ma già al secondo, una volta che ci siamo messi addosso un bel giaccone di renna, non possiamo fare altro che abbandonarci davanti al fuoco e alle visioni quasi mistiche di questi suoni.

giovedì 15 febbraio 2018

Caravan ‎– In The Land Of Grey And Pink (1971)

Difficile dare l'etichetta prog-rock a quello che è uno dei manifesti principali della Canterbury bene, e che devo dire la verità, ho snobbato per tantissimi anni, salvo poi rivalutarlo oggi. Ne capisco il motivo: pur condividendone le radici, la musica dei Caravan è diversissima dai miei paladini Soft Machine; solare, sbarazzina, romantica. In una parola, è pop travestito da un abito sofisticato, per questo è improprio affermare che il quartetto faceva prog: l'esempio più lampante è Love to love you, di un melodismo smaccato seppur mosso da un tempo dispari. I Caravan suonavano asciutti ed essenziali seppur la tecnica non mancasse loro. Ma tuffandosi a pesce nei 22 minuti di Nine Feet Underground, ci si può dolcemente abbandonare in un mondo fatato, che sorprendentemente suona ancora fresco e con la sua trama raffinatissima può corrompere anche gli animi che del progressive amano i lati più oscuri e contorti.

martedì 13 febbraio 2018

White Birch ‎– Star Is Just A Sun (2002)

Non capisco davvero come sia riuscito a sfuggirmi questo stupefacente disco al tempo, evidentemente le segnalazioni non si sprecarono oppure era un periodo in cui avevo momentaneamente mollato con questo tipo di sonorità. White Birch, un nome un po' ingombrante per una band peraltro formatasi appena due anni dopo l'imponente capolavoro dei Codeine; un trio norvegese che, partito da un substrato art-indie-noise, con Star is just a sun implose come uno degli eredi più credibili non certo dei re dello slow-core (con cui condividevano di fatto soltanto il numero di bpm), ma io direi più degli ultimi Talk Talk e dei Bark Psychosis di Hex, ma con un suono ancor più rarefatto, con una voce fragile e tremolante ed arrangiamenti misurati, quasi sempre guidati da un pianoforte serafico. Alle evanescenze, alle indulgenze, al rumore dell'anima, i WB hanno aggiunto una dose massiccia di incontaminata melanconia scandinava (paragonabile a quella sprigionata dai finlandesi Tenhi); un disco ammaliante, non dico commovente ma in grado di sciogliere anche i ghiacci più irriducibili. Non a caso, ristampato ad appena 13 anni di distanza dalla stessa etichetta, l'inossidabile Glitterhouse. Non capita a tanti.

domenica 11 febbraio 2018

Achim Reichel - AR3 (1972)

Nello stesso anno del suo capolavoro con i Machines, Reiche licenziava un'altro disco a nome AR3, inevitabilmente in tono minore viste le differenze strutturali: label minore anzichè la Polydor, un tal Kuckuck in cabina ingegneristica al posto di Conny Plank, una strumentazione ridotta praticamente a power trio, seppur con un paio di musicisti in comune. Nonostante certe premesse scoraggianti ed uno status pressochè di jam lasciate fluire in libertà, l'ispirazione è ancora altissima: mancano gli slanci mistici che elevavano Echo a pietra miliare, al cui posto regna una compattezza ed una spinta ritmica grintosa. Un disco nervoso contraddistinto da strumming chitarristici incendiari, AR3, depurato da qualsiasi orpello; gran bel sentire, ovvio.

venerdì 9 febbraio 2018

Jesu / Sun Kil Moon ‎– Jesu / Sun Kil Moon (2016)

Se qualcuno avesse immaginato la joint-venture una ventina d'anni fa, l'ipotetico interlocutore gli avrebbe risposto: Ma sei matto, ma cosa vai a pensare, ma cos'avrebbero da spartire, lontani anni luce...Ed invece, a metà anni '10, eccoli qui a fare un disco insieme che ho accolto con grande curiosità e traendone altrettanto piacere. Non è che faccia la rivoluzione, sia ben chiaro: si mettono in campo i trademark, considerando che come scrissi per Ascension la musica di Broadrick negli ultimi anni si è curiosamente avvicinata a quella del suo più recente boss discografico. Ed il risultato, in fondo in fondo, era quasi pronosticabile: lente ed ispide canzoni dream-metal-gaze in classico Jesu su cui Kozelek srotola il suo autobiografico, dilagante sproloquio con sempre più stranezze assortite (come co-accreditare il defunto Chris Squire o un paio di fans), a conferma del fatto che a 50 anni è sempre più difficile trovare spunti lirici. Ma a me conta il risultato musicale, qui c'è e si misura anche nelle varianti come l'elegante e delicata Exodus, frutto di un incursione di Connolly dei Desertshore, o nel cantautorato ambient finale di Beautiful You, un quarto d'ora di pace interiore. Magari nel complesso un dieci minuti in meno ci sarebbero stati bene, ma la sostanza è che questo superduo ha fatto centro.

mercoledì 7 febbraio 2018

Peter Zummo ‎– Zummo With An X (1985)

Spesso ricordato per le assidue collaborazioni ai dischi di Arthur Russell, Zummo è un trombonista statunistense attivo da sempre in diverse aree art che pervenne al debutto solista a quasi 40 anni, con questo gioiello di minimalismo. Diciamocelo, il suono del trombone è buffo e divertente, no? Bene, con Zummo with an X lo diventa ancor di più, ma trasportato in un'area grigia e surreale.
L'ho scoperto grazie alla recensione entusiastica di Mattioli riguardo alla ristampa in cd del 2006. E' diviso in 3 tronconi: Instruments, registrato nel 1981 per quartetto con tromba, marimba e cello (ovviamente Russell); sette brevi vignette irresistitibili di minimalismo e disincanto. Song IV, del 1985 con tabla e cello amplificato, una stratosferica jam di 20 minuti. Lateral Pass, del 1985, colonna sonora per un balletto, rilanciava l'assetto con l'aggiunta di percussioni ed accordion, per un approccio più ricco ma sempre fatto di tocchi rarefatti e ben misurati; appropriatissima, per la ristampa, l'inclusione della ripresa abbreviata di 5 minuti della Song IV.
Sarà facile approfondire la discografia di Zummo, perchè sono solo 4 dischi in 30 anni; non avrà sprecato una nota che fosse una.

lunedì 5 febbraio 2018

If These Trees Could Talk ‎– The Bones Of A Dying World (2016)

Approdato sorprendentemente alla Metal Blade, il quintetto ohioano sforna il suo terzo disco con il passo lento di chi vuole fare le cose con cura, senza fretta, a 4 anni dal precedente Red Forest.
Novità? Meno di zero. Il solito epic-instru, compattissimo, muscolare ed evocativo; si potrebbe notare qualche macigno chitarristico in più (per compiacere la nuova casa?), ma di progredire verso qualcosa di inedito non se ne parla neanche; è la solita mistura di Explosions, Astronaut ed affini. 
Giuro che mai avrei immaginato di poter esclamare ancora la frase Chissenefrega se il genere ha già espresso tutto il suonabile, noi ne vogliamo ancora, eppure è ancora così. Per un genere come l'epic-instru che, a meno di 15 anni di vita sembra invecchiato come Matusalemme, è un iniezione di benessere, al di là dei compartimenti stagni. Il disco è rigoroso, espanso e coinvolgente, punto e basta.

sabato 3 febbraio 2018

Giusto Pio ‎– Motore Immobile (1979)

A 50 anni superati, con un impiego sicuro di violinista classico assunto all'orchestra Rai, il veneto Giusto Pio si rimise in discussione ed iniziò a collaborare con Battiato, dapprima al tramonto della sua prima fase sperimentale e poi addirittura come co-compositore nei primi album della sua fase pop. Al contempo, inoltre, pubblicò Motore Immobile per la Cramps, con cui dava la stura alle sue velleità minimalistiche. Costituito da 2 pezzi di un quarto d'ora, il disco è una meditazione pacifica giocata su bordoni immobili di organo, sottili increspature di violino, mormorii estatici (a cura di Battiato sotto falso nome), caleidoscopi di arpa, il cui ascolto fu consigliato a volume basso. Non fu forse un capitolo così avanguardistico, visto l'anno di uscita, ma le ristampe che si sono succedute nell'ultimo ventennio (di cui l'ultima l'anno scorso, in 500 vinili) confermano che in ambito italiano fu un episodio anomalo e curioso, che si lascia ascoltare tutt'ora con piacere.

giovedì 1 febbraio 2018

Scream From The List 67 - John Cage With David Tudor ‎– Variations IV (1966)

Alquanto improbabile scrivere qualcosa su quello che più che un musicista o compositore d'avanguardia è stato un filosofo applicato al suono, alle sue possibilità ed alle sue derive. Fiumi di pagine sono stati spesi a riguardo di questo personaggio totalmente inclassificabile, figuriamoci se io con la mia limitata cultura posso aggiungere altro. Almeno un ascolto lo meritava, Gianni Gabbia; questo collage dell'assurdo ha senz'altro rappresentato un influenza per NWW, e pazienza se il concetto supera ampiamente il risultato sonoro, sostanzialmente un pastone lo-fi per giradischi, frequenze radio e rumori di varia natura che ha un suo indubitabile fascino.

martedì 30 gennaio 2018

Roger Eno ‎– Voices (1985)

Sublime, incantevole piano music nel debutto di Eno jr. Una carriera, la sua, votata in maggior parte a collaborazioni con nomi più o meno illustri. Due anni prima il fratellone Brian lo aveva chiamato a partecipare ad Apollo, per introdurlo alla discografia: evento che non si ripeterà più. Mi interrogherei piuttosto su come non si sia mai materializzata una joint venture col grande Harold Budd, che almeno su Voices sembra essere il nume tutelare principale (si è fatto anche il nome di Satie, ma a mio avviso solo per le strutture compositive più che per le atmosfere). Il pianismo placido di Eno, proveniente direttamente dall'anima, si dipana meravigliosamente attraverso 11 tracce fra l'introspettivo, il melanconico ed il paradisiaco, eseguito su un elettrico sintetizzato coi riverberi incorporati; non mi verrebbe da dire che su un acustico sarebbe venuto meglio, perchè non lo credo, in fondo. Quando c'è un cuore così, il mezzo espressivo è solo un dettaglio.

domenica 28 gennaio 2018

Gnac ‎– The Arrival Of The Fog (2007)

Deliziosa musica cinematica ad opera dell'inglese Mark Tranmer, con un progetto dal nome rilevato direttamente da un libro di Italo Calvino. Strumentali delicati, autunnali, melanconici ed eterei che hanno l'unico limite di essere eseguiti in gran parte al computer o con strumenti sintetici: per composizioni così umilmente umane sarebbero stati molto più calzanti degli arrangiamenti acustici, con un quartetto d'archi magari; ne sarebbe uscita una fantastica soundtrack da camera. Evidentemente Tranmer non ha avuto i mezzi necessari oppure se n'è semplicemente fregato, chi può dirlo. Ci teniamo The arrival of the fog così com'è, con questi quadretti impressionistici dalle strutture circolari che possono ricordare più di una volta le partiture più leggere di Morricone. Un calo nel finale non impedisce comunque di innamorarsi di squisitezze come Nautical Episodes, Vetchinksy Backdrop, Vertical Features, Horizontal Happiness.

venerdì 26 gennaio 2018

Perigeo ‎– Genealogia (1974)

Eccellente, brillante, elegante jazz-rock da parte di un complesso che restò abbastanza allineato sui suoi binari, con una coerenza indubitabile. Il loro successo popolare infatti coincise con il periodo in cui il jazz era diventato quasi una moda presso la gioventù italica, almeno quella che si identificava politicamente a sinistra. Sia stata fortuna, coincidenza temporale o furbizia non ha molta importanza, dopo più di 40 anni questa musica porta benissimo il suo tempo anche se non fu per nulla avanguardistica come quella degli Area, tanto per citare esimi contemporanei. Raccogliendo soprattutto l'eredità importante dei Soft Machine, ma anche dei Weather Report, con Genealogia i Perigeo realizzarono un disco di virtuosismi al servizio di una musica asciutta, funambolica ma anche capace di bei squarci melodici. Astenersi free-jazzers incalliti, superfluo dire.

mercoledì 24 gennaio 2018

Le Capre A Sonagli ‎– Il Fauno (2015)

Simpatico (fin dal nome) gruppo bergamasco dallo stile originale e ricercato nonostante l'evidente ironia che pervade questo eclettico Il Fauno. Inizialmente il punto di riferimento sembrano essere i Jennifer Gentle, se non addirittura Samuel Katarro, ma lo psycho-pop si dilata velocemente verso quadretti surreali, sardonici, quando non apertamente ispidi. L'utilizzo di un linguaggio incomprensibile espresso da una voce beffarda non fa altro che spingere Le Capre verso un inquadramento freak, ma si capisce che se proprio di freaks dobbiamo parlare, sono moderni, sono ragazzi calati nella realtà odierna, strappano sorrisi ed il brano dopo sono melanconici ed introspettivi (la splendida ballad Slow mi ha fatto venire in mente i Kriptasthesie di Shaken at the sun). Degni di nota Celtic, Giù, Uahh!, Joe. Non faranno miracoli, ma alzano la media nazionale; meritato l'approdo alla Woodworm.

lunedì 22 gennaio 2018

Thinking Fellers Union Local 282 ‎– Mother Of All Saints (1992)

E' uno di quei dischi in cui non ci capisco niente; lo ascolto, lo riascolto e sono sempre più disorientato.
Attivi dalla fine degli '80 e la metà dei '90, i trapiantati californiani TFUL furono autentici freaks della tradizione americana e non solo: ricordo che il primo pezzo che sentii di loro era una cover di Morricone, su un 7 pollici del 1995 che mi capitò in mano non so in quale modo. La massima sintesi della loro musica l'ha espressa alla grande PS; dei Sonic Youth in versione da cabaret.
Una surreale vena pop ammanta tutto il disco, che si dispiega anche su lidi beefheartiani, folk, rumorismi e numeri più strettamente alternative (in linea col debutto coevo dei Trumans Water). Insomma, c'è davvero poco da capire ed è un bene. E' uno di quei dischi di cui è difficile innamorarsi, ma che non si può fare a meno di stimare.

sabato 20 gennaio 2018

Minor Victories ‎– Minor Victories (2016)

Inizialmente, la diffidenza. Non bastava la reunion degli Slowdive, la Rachel doveva anche mettersi a cantare in un supergruppo con Stuart dei Mogwai, il chitarrista degli Editors ed un regista. E come per la reunion dei migliori shoegazers della storia, anche in questo caso l'apprezzamento parte dopo diversi ascolti, dopo aver metabolizzato i passi falsi (che qui comunque sono non più di un paio), dopo aver realizzato che sì, questo è un disco in cui Rachel canta da sola e forse non avevamo mai apprezzato la sua voce in questa lampante esposizione, così ordinaria in senso melodico.
Il disco sembra tutto fuorchè un'esperienza secondaria; la coesione è forse il punto forte, in una scaletta che filtra le diverse esperienze dei componenti (al punto che potresti facilmente indovinare chi ha composto cosa o comunque dato la linea guida) con saggezza e lucidità. E poi io amo i dischi che crescono verso la fine; Out to sea, The Thief e Higher Hopes chiudono e sono le migliori. E la diffidenza si sciolse come neve al sole.

giovedì 18 gennaio 2018

Jethro Tull ‎– Bursting Out (1978)

Ogni tempo immemore, finisco sempre per rispolverare i JT.
Come avvenne per i Black Sabbath, anche loro pubblicarono curiosamente il loro primo live dopo 10 anni di successi, sia artistici che commerciali. Si sa che nei '70 le major avevano un potere immenso, fra cui anche decidere di attendere un calo delle vendite per rilasciare un live. Nel 1978, in pieno punk, i JT se ne uscivano col bellissimo Heavy Horses (peccato, qui manca la title-track che è il mio pezzo preferito in assoluto) e le loro azioni erano in calo a dispetto di una forma crescente, dopo qualche passo falso fra il 1975 ed il 1977. Storia a parte, il live Bursting Out fu la meritata celebrazione del decennio, ancor più apprezzabile per l'immediatezza e la genuinità; di certo la scaletta si potrebbe discutere (4 pezzi su 20 del repertorio fino al 1971 sono un po' pochi...), ma le esecuzioni sono impeccabili, ad opera del sestetto a doppio tastierista, con un infuocato Martin Barre in grande evidenza. Dinosauri di pregio assoluto.

martedì 16 gennaio 2018

Wolf Eyes ‎– I Am A Problem: Mind In Pieces (2015)

Ritenevo molto improbabile che i Wolf Eyes potessero avere una crescita musicale significativa, e non per presunta imperizia; dopo quasi un ventennio di uscite, mi sembrava arduo pensare che potessero almeno in parte reinventarsi, dopo aver fatto una tabula rasa sonora di quelle fattezze. Ed invece sorpresa; si vede che a forza di incidere (ad oggi sfioriamo i 300, una cosa da guinness) il trio è maturato a livello strumentale e I am a problem: Mind in pieces è un disco che se fosse stato realizzato da esordienti, si sarebbe scritto "un nome da seguire". Non che sia nulla di rivoluzionario, ma è fatto dannatamente bene: a partire dall'ipnotica intro Catching the rich train (con tanto di piano elettrico e clarinetto...), si tratta di un animale strano, sgusciante come una vipera e schiumante come un lupo affamato, proseguendo con lo stentoreo marziale di Twister nightfall, l'electro-doom-punk di T.O.D.D., le scansioni orrorifiche di Asbestos Youth, il cyber-hardcore di Enemy ladder, e concludendo con l'escursione lunare di Cynthia Vortex. Difficile stabilire se sia il loro disco più accessibile, bisognerebbe aver ascoltato tutti gli "ufficiali"; di sicuro segna una maturità inaspettata.

domenica 14 gennaio 2018

Legendary Pink Dots ‎– Any Day Now (1987)

Con la discografia abissale che hanno accumulato in 35 anni (parliamo di 150 titoli fra originali e miscellanea), si è scoraggiati ad indagare sulla carriera dei LPD, ed è un peccato perchè analizzando Any Day Now si ha una conferma, almeno qui, della bontà della loro proposta, molto ma molto arty. L'idea futuristica che sovviene spontanea è; questa è la musica che avrebbe potuto ideare negli anni '80 un Syd Barrett completamente ripulito, cresciuto musicalmente e magari trasferitosi in Francia o in Olanda (dove peraltro migrarono i LPD a metà decennio), e non soltanto per la somiglianza del tono vocale da parte del cantante Ka-Spel. Un gotico psichedelico raffinatissimo, impressionista, elegante ma che non rifiuta le stranezze, il cui unico difetto è la presenza di una fredda batteria elettronica. Pressochè bellissimi tutti i pezzi, con preferenze per Neon Marines, Laguna Beach, Waiting for the cloud, Cloud Zero. Un disco che mixa mitteleuropeo e melanconia british con risultati meravigliosi.

venerdì 12 gennaio 2018

Elegi ‎– Bånsull (2017)

Ormai mi ero quasi dimenticato di Tommy Jansen, autore di due stupendi dischi di dark-chamber-acoustic-ambient-library sul finire degli anni Zero. Il suo stile peculiare mi aveva colpito non poco, senonchè dal 2009 in poi non sono più giunte sue notizie. Così, quando nel Febbraio scorso è comparso dal nulla Bånsull sulla label russa Dronarium sono stato molto contento di sapere che era ritornato. Jansen stesso, però, ha subito messo le mani avanti: queste sono registrazioni vecchie, e con una certa ironia (tipicamente scandinava?) ha dichiarato che aveva scritto il materiale ad uso di ninne nanne per la figlia, col risultato di averle causato incubi ed insonnia per anni (!).
Saranno anche scarti, ma il risultato non è meno impressionista di Sistereis e Varde: il campionario è semmai più surreale ed affianca ai foschi scenari dark-ambient (a volte versioni colte di Caretaker) brevi temi reminescenti la vintage-library più orrorifica, sgocciolii di piano, bordoni e rintocchi raggelanti di cello, qualche apertura pseudo sinfonica appena appena più serena. Insomma, il terzo tocco da maestro per questo autore che vorrei continuasse a stregarmi con questa abilità. Sperando che la figlia abbia superato quei problemi....

mercoledì 10 gennaio 2018

Jon Spencer Blues Explosion ‎– Orange (1994)

Il disco della gloria per la Blues Explosion, del successo internazionale. Come ho già scritto per descrivere il loro grezzissimo esordio, all'epoca non li sopportavo. Dopo più di vent'anni, invece, li trovo divertenti, travolgenti e trascinanti. Caratterizzato da un'appropriata produzione più professionale, Orange viene definito in genere il loro apice e mi accodo al coro; qualche novità in sede di arrangiamento (un'organino, qualche sezione d'archi, un basso in qualche pezzo) lo rese irresistibile, così come lo sono quasi tutti i pezzi, istintivi, beffardi, rotolanti. Un'arancia febbrile.

lunedì 8 gennaio 2018

Anthony Pateras & Erkki Veltheim ‎– Entertainment = Control (2015)

Pateras, pianista e compositore d'avanguardia australiano trapiantato a Berlino, e Veltheim, violinista finlandese trapiantato in Australia. Nomi di cui non so praticamente nulla, ed un disco che mi ha convinto ad ascoltare SIB quando, scrivendone la recensione, è riuscito a concretizzare in parole la forza magnetica che sprigiona questo duetto di 50 minuti.
Da intenditore molto superficiale delle aree in cui agiscono, cito nomi che probabilmente ai due faranno rabbrividire: lo strumming pianistico di Charlemagne Palestine e i droni lamentosi di Richard Skelton. E' fin troppo ovvio che Pateras e Veltheim hanno cognizioni tecniche superiori, e si sente, però con questa tempestosa suite riescono a trovare un equilibrio maestoso, creando un clima sospeso di saliscendi emotivi ed i conseguenti armonici che, per quanto abusati possano essere, trasformano il flusso in un suono tridimensionale. Fascino e mistero.

sabato 6 gennaio 2018

Hugh Hopper ‎– Hopper Tunity Box (1977)

Secondo disco del bass-master, tre anni dopo il monumentale 1984: non fu fortunato, perchè rilasciato da una etichetta norvegese (! ma era possibile che nessun inglese volesse pubblicarlo?) dall'etica, stando a quanto disse Hopper stesso, dilettantistica. Tant'è che poco tempo dopo, fallì.
Erano comunque tempi duri, si erano dimenticati tutti dei gloriosi giorni Soft Machine; mentre una strana entità con quella ragione sociale ma senza nessun membro fondatore continuava indifferentemente a pubblicare dischi, Wyatt aveva virato a 360° con Rock Bottom, Ratledge si era dileguato, Hopper faticava a farsi sentire. Su Hopper Tunity Box sono comunque della partita Dean, Windo e Charig, i fiatisti di 3, perchè il baffo aveva abbandonato gli audaci esperimenti di 1984 in favore di un ritorno al jazz-rock più stentoreo e dinamico. Delusione? Ma anche no; nell'anno 1977, se aveva ancora un senso fare questo genere, Hopper era l'oscuro condottiero in grado di traghettare sincopi e controbalzi con l'eleganza di un feroce felino.

giovedì 4 gennaio 2018

Venezia - Venezia (2007)

Una decina d'anni fa, una domenica mattina stavo quasi casualmente leggendo l'inserto locale del principale quotidiano della mia regione ed un defilato trafiletto catturò la mia attenzione; la foto ritraeva questo ragazzo col collo del giubbotto tirato su fino a sotto al naso, mentre sotto si parlava di una band di giovanissimi forlivesi che si rendevano protagonisti di un inusitato rock moderno, che guardava oltre oceano con personalità e spavalderia. La curiosità era tanta, ma non riuscii mai a recuperare l'autoprodotto e finì nel mio dimenticatoio.
Poco tempo fa invece, sfogliando un Blow Up del tempo, ho notato una sua buona recensione e così ho posto fine alla curiosità sospesa. Dei Venezia poi non se ne fece più nulla (un nome del genere ed un omonimo in effetti non erano molto validi per farsi notare), ed il chitarrista successivamente entrò nei famosi Raein. Un peccato, perchè per essere un gruppo di provenienza abbastanza provinciale le cose erano piuttosto interessanti, per quanto perfettibili: un math-rock arzigogolato, fragoroso ma mai chiassoso, in parte debitore di autorevoli espressioni americane '90 (Slint, June Of '44) ma anche in anticipo su alcune derive epic-instru (soprattutto in campo melodico) che, per quanto a tratti deprecabili, hanno contraddistinto una certa invasione di band abbastanza tecniche negli anni a venire. Magari con qualche sviluppo sarebbero pervenuti a qualcosa di più arioso e maturo, ma a quello ci hanno pensato poi i bravissimi concittadini Neil On Impression.

martedì 2 gennaio 2018

Harold Budd, Ruben Garcia, Daniel Lentz ‎– Music For 3 Pianos (1992)

Una delle vette più significative dell'altalenante carriera di Budd si è verificata con questa uscita minore, peraltro a 6 mani. Sei pezzi, poco più di venti minuti, registrato in un solo giorno, il 2 Marzo del 1992.
Non conosco nulla dei due compari per l'occasione: Lentz un militante dell'avanguardia e della contemporanea statunitense fin dagli anni '60, Garcia un devoto dello stile buddiano, di fatto al debutto. Tre pianoforti; facendo molta attenzione (l'avrò ascoltato decine e decine di volte) non suonano mai in simultanea, al massimo due. Il loro suono è eccezionale, con il riverbero perfetto che si compete a quanto eseguito, allo strumento perfetto. Il migliore.
Le composizioni variano: folate passeggere di minimalismo (Pulse Pause Repeat), ombrosi e lenti avviluppi di folgorante bellezza (La Muchacha De Los Sueсos Dorados), quadretti invernali elegiaci di struggimento indicibile (Somos Tres, The messenger), estasi accademica che più Budd non si può (Iris, La casa bruja). Cosa porti chi non ha molta importanza, anche se a scatola chiusa si direbbe un disco solo del losangeleno; terminati questi 20 minuti, si recrimina che non ce ne siano altri 20 o 30, ma facendo ripartire la scaletta il rimpianto si dissolve rapidamente. Capolavoro assoluto.

domenica 31 dicembre 2017

Slowdive ‎– Slowdive (2017)

Al primo ascolto, ho pensato: come temevo, hanno fatto il compitino, l'esercizio ad uso e consumo dei nostalgici, hanno svuotato il cassetto dei tempi, forse Halstead aveva scritto questi pezzi nel 90/91 e li ha disotterrati. E poi, le foto promozionali, oddio: le confronti con quelle straconosciute degli anni, vedi questi ragazzi che hanno raddoppiato la loro età rispetto ad allora e pensi: ma perchè sono tornati? Bisogno di cash impellente per sostenere la vita che non ha riservato loro il successo che avrebbero meritato?
Qualunque siano i motivi, al secondo ascolto penso, ma perchè screditarli? Io ho più che raddoppiato la mia età,  e venero ancora i loro 3 dischi. In fondo è un ritorno dignitoso, non potevamo aspettarci una rivoluzione, un'altro Pygmalion. Quello è un disco che capita una volta sola, con l'entusiasmo ed il coraggio giovanile ma con una discreta esperienza alle spalle. Congiunzioni, insomma. Più logico aspettarsi una collana di autocitazioni in stile Just for a day, in versione adulta; eravamo così, una volta, quella freschezza è bell'andata ma le sensazioni possiamo farle rivivere. Noi, che abbiamo creato un genere e soprattutto negli ultimi 10 anni ci siamo visti mutuati in lungo ed in largo. Posso immaginare che più o meno abbiano ragionato in questo senso.
Al terzo ascolto; averne, di compitini così. Perchè a volte è giusto tornare, anche solo per far rabbrividire un po' chi c'era allora, chi li ha vissuti sulla propria pelle. Perchè gli Slowdive sono un mito, e non sarà un nobile esercizio a ridimensionarli.

venerdì 29 dicembre 2017

Scream From The List 66 - Fred Frith ‎– Guitar Solos (1974)

Cervellotico, labirintico, inestricabile groviglio di dissonanze per uno dei chitarristi più audaci ed avanguardistici degli ultimi 50 anni. Negli anni '70 poteva succedere anche questo: che un giovane esordisse con un lavoro solistico così ostico, con alle spalle soltanto il primo disco del suo gruppo principale, gli Henry Cow. Guitar solos include elucubrazioni per chitarra preparata, di cui FF fu uno dei pionieri: sulla sua Gibson, montò un pickup aggiuntivo che permetteva amplificazione aggiuntiva alle tempeste che si agitavano sul manico, complice anche un uso esagitato del tapping con legno a terra. Il problema che si può riscontrare con dischi del genere è che, oltre all'estrema vanità dell'operazione, un oltranzismo del genere possa generare boria; secondo il mio parere, invece, la vasta gamma di suoni che generò Frith tiene alta la soglia dell'attenzione di queste divagazioni cubiste; era chiaro che il concetto era di non avere un concetto dietro l'operazione, per cui l'assurdità vale appieno l'inclusione nella List.

mercoledì 27 dicembre 2017

Captain Beefheart ‎– Bat Chain Puller (1976/2012)



Preziosissimo ripescaggio da parte della Zappa Family, che da sempre ne detiene i diritti. Promotore dell’intera operazione infatti fu  il buon Frank, che terminato un lungo periodo di dissidi aveva riabbracciato la collaborazione col Capitano. Il Bongo Fury in coppia non aveva dato i frutti sperati (si tratta di un disco non riuscito, a mio avviso), cosi fu ricostruita una Magic Band per l’occasione, con l’inclusione del mitico John Drumbo French. 
La storia dietro Bat Chain Puller è un casino pazzesco: registrato nel 1976, non fu pubblicato per una serie di problemi sopraggiunti a Zappa: parte del materiale confluì sui 3 successivi (ed ultimi) album del Capitano, mentre la versione integrale apparve per la prima volta nel 2002 sotto le vesti del bootleg Dust Sucker. 
Dopo aver espletato le doverose informazioni di cronaca, ma anche senza saperne più di tanto, resta soltanto un concetto: si tratta del miglior disco del Capitano dai tempi di Lick my decals off, baby. Il suo blues cubista servito su un piatto d’argento, con una rinnovata vigoria, con il cospicuo vantaggio di una fedeltà sonora cristallina, sconosciuta per i suoi dischi. Merito forse di un restauro adeguato da parte della Family? Forse semplicemente la consapevolezza che il Capitano merita (sempre più) un tributo eterno ed un esposizione maggiorata. Perché c’è poco da dire, è stato uno dei più grandi.