lunedì 23 aprile 2012

Blue Water White Death - Blue Water White Death (2010)

Certe volte le letture di riferimento per scegliere i dischi da ascoltare sono rivelatrici. Di questo disco ho letto in giro soltanto stroncature, a parte Blow Up in cui SIB gli ha assestato un bell'8. E bravo direttore, io sto dalla tua parte come quasi sempre.
James XiuXiu Stewart e Jonathan Meiburg, di una band chiamata Shearwater. Ad essere sincero, quest'ultima non solo non l'ho mai sentita, ma neanche nominare. Mi perdo qualcosa?
Forse, perchè BWWD è un disco di quelli difficili non si catalogano comodamente.
L'apertura è un drone ronzante su cui si posa il lamento timido ed atonale di Stewart. Song For The Greater Jihad ha l'intelaiatura di un folk più o meno regolare ma è squarciato da clangori di vario genere. E' dalla terza traccia, Grunt tube, che le cose iniziano a farsi serie: intro maestosa di organo, accordi sparsi di piano, Stewart tenue e disorientato, senso di vuoto ed abbandono. Ipnosi secca per Nerd Future, nenie disturbanti e diagonali in The end of sex e Death for christmas. La strumentazione è scarna e il focus è profondamente sullo stato mentale-psicologico delle cose, fra allucinazione e cadute fragorose.
Il capolavoro è Gall, dimessa perla pianistica che al netto di rumorismi e schizofrenie si direbbe il perfetto incrocio fra il Mark Hollis isolato del 1998 e il Peter Hammill di In Camera.
Eccoli, i due riferimenti principi. La leggiadria e il timbro nasale del primo (che spesso Stewart rammenta) e le ossessività impressioniste del secondo (il drammatico finale di Rendering the Juggalos) possono aver permeato e drenato l'attitudine di BWWD, anche se solo a tratti nei risultati terminali. E si scusi se è poco.

domenica 22 aprile 2012

Blue Phantom - Distortions (1971)

Episodio anomalo che spesso viene elencato fra le reliquie più oscure della stagione progressive italiana, sia perchè uscito in quegli anni (anche se di tale non si trattava) sia perchè fu il one-shot ad opera di un gruppo fantasma. Si sa soltanto che il compositore, sotto uno pseudonimo già utilizzato, era Armando Sciascia, uno dei più prolifici autori di colonne sonore italiani dagli anni '50 in poi.
Pertanto Distortions si potrebbe catalogare file under library, anche se piuttosto atipica. Totalmente strumentale, si snoda attraverso un sorprendente e sincopato hard-rock, somigliante per certi versi ai contemporanei Black Sabbath. Il complesso (un quintetto, direi) che si occupava dell'esecuzione, preciso e tecnico al punto giusto, sulla carta sarebbe potuto anche essere il Rovescio Della Medaglia. Ma giurerei che il maestro Sciascia, violinista classico, abbia partecipato elettrificando il proprio strumento fin quasi a farlo sembrare una graffiante chitarra solista.
A parte una minoranza di episodi relativamente tranquilli (spiccano la bossa di Equilibrium, la placida ballad Equivalence), è un tambureggiare sulfureo di riff e sferzate elettriche, a partire dalla potentissima Diodo, alla splendida giravolta prog di Metamorphosis, alle serrate stentoree di Microchaos e Dipnoi, alla pura pesantezza sabbathiana di Distillation. Il tutto però sempre increspato di imprevedibili breaks ed aperture che mostravano l'abilità compositiva ed il notevolissimo gusto strumentale di Sciascia.
Il quale, a meno di smentite, risulta essere ancora vivo a tutt'oggi, avendo ormai passato i 90, ed è un altro personaggio su cui dovrei indagare meglio...

venerdì 20 aprile 2012

Blind Cave Salamander - Troglobite (2009)

Non mi succede molto spesso: al primo ascolto Troglobite mi era piaciuto molto, ma alla distanza mostra qualche corda. L'idea di Moonfish, all'inizio, è buona: arpeggio minimale di chitarra, concentricità elettronica e violino lamentoso, squisitamente gotico. Poi la mano psichedelica prende il sopravvento, con la viola elettrica di Palumbo a delirare in sottofondo.
Il polistrumentista larseniano è qui insieme alla violinista Kent e dall'elettronico Beauchamp, a creare sfondi molteplici, non sempre angosciosi come nell'apertura. La rilassatezza di Blood lagoon e Untitled li fa sembrare un mini ensemble gotico da camera, l'ambientale siderale di Transition e Magma rassicura. Certe idee melodiche sono anche piuttosto buone, come in Used to be the last, ma alla fine non resta un granchè di memorabile.
E di sicuro potevano risparmiarsi la vacua versione di Set the control for the heart of the sun.

giovedì 19 aprile 2012

Black Dice - Beaches & Canyons (2002)

Fuori, fuori, ma sul serio, ma col filo logico di chi ha creatività da dispiegare. Ricordo bene l'incredulità generale che circondò B&C al momento dell'uscita, ma a me a dir la verità non piacque. C'è voluto qualche anno perchè riuscissi ad entrare in questo mondo stralunato e contorto, anche perchè mi è sempre piaciuto di più il successivo Broken Ear Record.
Diec'anni dopo, mi ri-appare in tutta la sua forza eversiva e la sua follia selvaggia, nelle tracce più fragorose e ribollenti. Oppure col suo candore nei passaggi più quieti e cristallini (il top sta in Endless happiness), e lo scherzo si perpetua, specialmente in quelle fasi vocali androidi, nelle propulsioni micidiali, nei cinguettii elettronici, nelle didascalie nucleari.
Diec'anni dopo, il mistero ammanta ancora B&C. Con le conseguenze del caso.

mercoledì 18 aprile 2012

Black Angels - Phosphene Dream (2010)

L'ossessione per i Velvet Underground può giocare brutti scherzi ad una band, a partire dal nome stesso che si adotta. Ma dopotutto questi texani sfuggono la trappola dell'eccesiva reverenza con una bella sventagliata di '60-oriented-rock, in questo terzo album molto ben fatto.
L'insieme è un curioso meltin' pot: le chitarre acide e piene di riverbero, i moduli ipnotici di farfisa, un cantante che sembra Jeffrey Lee Pierce sotto tranquillante, la batterista minimale e funzionale. Ma più che altro sono i pezzi migliori a farsi ricordare, e sono i più stentorei come River of Blood, Bad Vibrations, Entrance song, Phosphene Dream. O il curioso incrocio fra Doors e Velvet di True Believers, dall'impatto notevole.
Altrove le atmosfere si fanno quasi giocose, come se si fossero veramente immersi nel '67/68 e si divertissero a replicarne il clima e l'aroma. Magari fra qualche anno non ce li ricorderemo neanche, ma questa è una buona mezz'oretta di vintagismo.

Beware Of Safety - It Is Curtains (2007)

It's only post'n'roll.
Dalle tende si vede la tempesta, la quiete, la bravura di questi losangelini attivi da un quinquennio, pur persi nel marasma infinito della valanga epic-instru.
Questo debutto vale molto, più dei due successivi parti. Come già pensai riguardo ai If these trees could talk, se fossero tutti così ci sarebbe da far festa ogni giorno. It is curtains fa 36 minuti netti di abrasioni e carezze. Kaura è un sontuoso biglietto da visita. La differenza sembra farla il chitarrista solista, che quando decide di salire in cattedra elabora i giri più elementari quanto incisivi; chiamasi buon gusto.
Weak wrists in tal senso è maniacal-fumigante, una Like Herod riaggiornata. Ma una volta fuori dal caos spuntano le migliori melanconiche tessiture di The difference between wind and rain e To The Roof! Let's Jump And Fall, degne degli Explosions. Questo per non tacere degli altri due pezzi, il soliloquio di chitarre sinistre di Veneklasen, o dell'unico pezzo meno che memorabile del lotto, O'Canada.
I like it.

lunedì 16 aprile 2012

Bedhead - 4songCDEP19.10 (1994) + The Dark Ages EP (1996)

Due prodotti minori, ma non per questo trascurabili nella discografia dei Kadane Bros. Lampante segno dell'indolenza che non solo permeava la loro musica, ma anche il loro atteggiamento generico, la scelta di dare un titolo come 4songCDEP19.10. Ricordo una risposta geniale in un'intervista di Scaruffi: alla domanda Che cosa avete in comune con Codeine e Mazzy Star? "Molte cose, abbiamo tutti i piatti nella batteria, corde nella chitarra e microfoni per il cantante".
Il 4song contiene un paio di pezzi, Heiszahobit e What I'm here for, che non avevano nulla da invidiare ai vertici del primo memorabile album, il folk soleggiato di Dead Language e, sorpresa sorpresa, la cover di Disorder dei Joy Division , che viene rifatta esattamente come si penserebbe potessero farla i Bedhead; lenta, con un filo di voce, strascicata ed indolente.
The dark ages si fregiava di un'altro piccolo capolavoro, la title-track, in classico schema crescente e finale forzuto, così come lo splendido strumentale Inhume, per chiudersi con un'altra delicatissima nenia folk, Any life.
E non si può dire che fossero limitati, quando si sfornavano pezzi così belli.

domenica 15 aprile 2012

Beach House - Devotion (2008)

Che accoppiata!, questi due statunitensi: Lui alla chitarra, Lei all'organo, farfisa e quella voce tutt'altro che suadente, anzi spesso paragonata a Nico per il timbro. Completa l'organico una discretissima e dimessa beat-box. Impianto inguaribilmente vintagistico, la voglia di far sognare e l'abilità sopraffina di scrivere.
Non credevo alle mie orecchie la prima volta che ho sentito Devotion: ma da dove escono questi due, che rapiscono le mie orecchie in un vellutato abbraccio autunnale, con così tanta spudorata semplicità?
Lo vogliamo definire dream-pop? La vogliamo chiamare psichedelia languida? Li hanno voluti affiancare a nomi del passato più o meno importanti, ma francamente non m'importa. Io voglio solo tuffarmi in questo morbido sogno ad occhi aperti, senza neanche una mezza caduta di tono, capitanato dalle fantastiche You came to me, Gila, Holy Dances, All the years, Home Again.
Fuori può nevicare o esserci il sole, non fa differenza.

sabato 14 aprile 2012

Bastro - Antlers (Live 1991)

Live postumo del trio transitorio di David Grubbs, immortalato durante l'ultimo tour prima dello scioglimento. Alle pelli c'era McEntire e al basso Brown, futuri Tortoise.
La qualità audio è buona ed è molto interessante perchè nessuno dei 7 pezzi proposti fecero parte della manciata di titoli rilasciati in breve esistenza, oltrechè interamente strumentale. La chitarra del leader faceva fuoco e fiamme, gli altri due erano ossessi ben lontani dalle sonorità tartarugose in cui sarebbero confluiti.
Math puro e duro; completamente staccatisi da qualsiasi influenza stevealbiniana, i Bastro facevano già parte della gloriosa scuderia Louisville allora in auge: la title-track è curiosamente simile a certi passaggi di Spiderland, ma è un episodio a parte. Il live è un arroventato showcase di assalti free somigliante più al primo Diablo Guapo che al secondo Sing the troubled beast che sfocia nel turbinio finale di Glistery.
Ma Grubbs con la testa era già proteso oltre, verso le derive avanguardistiche di Gastr Del Sol.

venerdì 13 aprile 2012

William Basinski - The Garden Of Brokenness (2005) + El Camino Real (2007)

A dispetto della sua aria da dandy maledetto o da fighetto metropolitano, Basinski è un personaggio di tutto rilievo che ha ricevuto una certa nomea grazie ai Disintegration Loops rilasciati nella prima metà del decennio scorso. Sarà stato più che altro per la curiosa origine degli stessi che qualcuno si è avvicinato all'opera del texano, me compreso. Comunque, l'ormai ex clarinettista jazz si è progressivamente trasformato in un compositore di ambient minimalistica, di avanguardia o meno non saprei dire, ma di alto spessore sì, lo ritengo.
Nei suoi due lavori migliori, relativamente recenti, Basinski esplora gli estremi del suo canovaccio stilistico: in The garden of brokenness un melanconico giro di pianoforte riverberato di 7-note-7 viene circondato da micro-emissioni di sfondi sinistri, come fossero lievi fuoriuscite di gas. E' l'aspetto intimista che la spunta, con le figure di piano che in stile classico-minimalistico si muovono impercettibilmente, si sovrappongono, fanno pause indeterminate, si riducono ad una nota, infine si ritrovano.
El camino real invece è l'espressione della magniloquenza, della sinfonia, dell'elevazione. Qui le toniche principali sono 4, rapite in un inesorabile, maesltrom celestiale. Lo spettro sonoro è costantemente saturo, al punto che al picco della terza tonica le casse gracchiano sensibilmente. Talmente potente che non ci sono variazioni.
Entrambi questi episodi sono costituiti da tracce continuate di circa 50 minuti (è il suo formato più frequente), quindi l'ascolto non è proprio per tutti. E' per chi ama naufragare in questi mari...

mercoledì 11 aprile 2012

Barn Owl - Ancestral Star (2010)

Pesante ed etereo, gravoso ma librato in voli galattici, Ancestral Star (ed in generale il lavoro dei Barbagianni da San Francisco, anche se questo è decisamente il loro masterpiece) rappresenta una delle esperienze più emozionanti fra gli ascolti degli ultimi due anni.
A partire dal vibrante feedback di apertura, sembrerebbe di trovarsi in un gorgo doom senza ritmica nello stile dei primi Earth, ma il viaggio è appena cominciato e le costellazioni hanno un impatto tremebondo. Vision in dust, l'unico pezzo con batteria e voci, si dipana in un mantra cosmico che sfocia nel misticheggiante intreccio di chitarre rintoccanti in Night's shroud.
Caminiti e Porras sono essenzialmente due ex-metallari che studiano l'inconscio immobile della contemplazione, scavano nel profondo, vanno a cercare l'ancestralità alternando pienoni saturi (il drone massimalista della title-track, in cui sembra che le casse prendano fuoco, tale è l'impeto) a fasi quiete e riflessive (il fingepicking acustico di Cavern Hymn), fino a toccare desolate lande ambientali.
E' una meraviglia senza soste. I violini di Flatlands, il piano minimalista di Twilight, le frasi epic/western di Awakening, i cori gregoriani su drone di fisa di Incantation, fino al sigillo finale della folata sonica di Light from the Mesa.
La produzione e i suoni sono semplicemente spettacolari, non a caso courtesy della Thrill Jockey. Com'è intuibile, ci sono tante soluzioni in Ancestral Star, ma il senso di omogeneità di questa missione (perchè di tale si tratta, in fondo) finisce per commuovermi e darmi brividi in continuazione.

martedì 10 aprile 2012

Bark Psychosis – Independency (1994)


E' stato fatto un po' di casino fra questa antologia e Game Over, il che è tristemente simbolico per Sutton & co., sempre in conflitto con le disgraziate labels con cui si trovavano a che fare.
Comunque Independency era decisamente più ordinato perchè raccoglieva tutta la produzione dei divini BP pre-Hex. Per la completezza che si sono meritati pertanto occorrerebbe menzionare i 3 pezzi esclusi dalla sopracitata, raffazzonata raccolta.
By Blow era il retro di All different things. Un incubo psichedelico costruito su tensioni quasi insopportabili, reminescente di un certo Ummagumma live altezza A Saucerful of Secrets, con un Sutton impazzito in preda ai fulmini.
Nothing feels riprendeva una estatica aria di certe produzioni 4AD, con chitarre cristalline e percussioni leggere, forse l'unico pezzo interlocutorio che fecero ai tempi.
Ma attenzione che Tooled Up, epurato dal Manman EP, fa parte di una delle tante altre facce del BP sound che potenzialmente poteva andare in qualsiasi zona. Uno strumentale che inizia come una specie di lounge-wave soporifero ma che esplode all'improvviso in un frenetico maelstrom elettro-industrial ad alta velocità.
Ma lo confesso...il vero pretesto di parlare di questo disco era esclusivamente legato alla possibilità (necessità) di ascoltare Scum per l'ennesima volta, per immergersi in quel bagno purificatore, per cibare la mente di quei 21 minuti di meraviglia...

giovedì 5 aprile 2012

Bare Minimum - Can't cure the nailbiters (1998)

Oscurissimo quartetto di Seattle, i BM ebbero vita breve a fine millennio e questo fu il loro secondo ed ultimo disco. E si trattava di un lavoro notevole in linea con i tempi, ma col piglio giusto e l'attitudine adatta a non farsi bollare come plagiatori.
L'ombra dei Sonic Youth aleggia spesso grazie al doppio attacco chitarristico, atonale e volutamente caotico (ma mai troppo rumoroso), ma i BM aggiungevano alla lezione una certa dose di astrattismo che permetteva loro di avvicinarsi a tratti alle sonorità dei grandi June Of '44. Rilevante anche l'iniezione di Slint che peraltro contrassegna i momenti migliori del disco: la lenta nebulosa dell'iniziale Waterfight or Firefight, i rabbrividenti accordi sospesi all'inizio della trascinante Downing Dolly, e soprattutto lo splendore della post-ballad Luchuck, corredata di intimo pianoforte.
Quest'ultima sarebbe potuta essere la direzione giusta per i BM, ma scomparvero.

mercoledì 4 aprile 2012

Bandulu - Guidance (1993)

Frullii siderali, mulinelli ipnotici, cassa-pompa, bassi sintetizzati. Il trio londinese non era uno dei tanti nomi qualunque della scena techno-trance, anche se oggi non se li ricorda più nessuno. E anche se Guidance non verrà certo ricordato come uno dei capolavori della branca, il riascolto mette addosso una certa gradevolezza stordente.
Era un sound leggero, levitante e arioso: non davano l'idea di essere una formula per club, da tenere al chiuso di sale sudate. E c'era persino un pezzo, Gravity Pull, in cui faceva capolino una batteria umana. Uno dei migliori in elenco insieme al cyber-dub di Messenger e alle trasfigurazioni fuse in Tribal Reign.

martedì 3 aprile 2012

Band Of Horses - Everything all the time (2006)



Non ho mai ascoltato i Carissa's Wierd, da cui provengono i due fondatori di BOH, ed a quanto pare sarebbe una pecca niente male. Ma forse mi ha permesso di ascoltare Everything all the time senza alcuna prevenzione, cogliendone aspetti positivi e negativi.
Il folk-rock ultra-elettrificato dei Built To Spill appare un influenza abbastanza importante, in primis per la sonorità piena e dirompente delle chitarre e per il tono vocale di Bridwell, acuto quasi più di quello di Martsch (a tratti arriva quasi ad evocare persino Coyne dei Flaming Lips).
La prima metà del disco è ottima, con la rotondità di The first song, la pressione quasi isterica di Wicked gil, la cantilena di Our swords che sembra un residuato dei primi Death Cab For Cutie, e soprattutto con il potentissimo lento di The funeral, un folk-rock all'ennesima potenza che ha il sapore dell'inno (ed infatti lo è diventato).
Escludendo l'ultima power-ballad builttospilliana The great salt lake, è quindi un vero peccato che la seconda metà sia così moscia e tirata via, come se Bridwell avesse finito le idee e provasse a rimescolare le carte con del country languido e insipido.
Poi è bastato vedere i voti riservati ai due dischi successivi per fare in modo che io passassi oltre, diffidente che non sono altro.

lunedì 2 aprile 2012

Bachi Da Pietra - Tornare nella terra (2005)


Quando affiorarono dalla terra 7 anni fa, i BDP fecero impressione al punto di guadagnarsi la cover di un Blow Up. Era l'implosione del torbido blues intimista, muto nel dire, registrato in una cripta, inedito. Poca forma e molto humus da drenare.
A differenza dei successori, TNT è in gran parte acustico e dimesso. Non sarà il loro migliore, per fortuna loro e nostra. Resterà il loro episodio più cupo e incompromissorio, con le liriche di Succi ad esprimere un esistenzialismo disagiato ma forte di se stesso ed orgoglioso.
Ad incidere la pietra.

mercoledì 21 marzo 2012

Keiji Haino - Ritagli di performance

Complici la mia lontananza dal palco, la quasi totale assenza di luci e la bassa fedeltà della mia fotocamera, questi 4 filmati servono essenzialmente come sampler sonori della performance di KJ di giovedì scorso.
Ogni tanto si vede la sagoma del guerriero, comunque...






venerdì 16 marzo 2012

Keiji Haino e Stephen O'Malley - Live in Teatro Rasi, Ravenna 15-03


Spettacolo di ultra-cult per la prima serata del Transmissions a cura del Bronson, che con O'Malley direttore riesce a portare in quel di Ravenna nientemeno che il classe 1952 Keiji Haino.
Il palco è quello discreto del piccolo teatro Rasi in centro, spettatori circa 200, per una serata adatta ai fortissimi di cuore e dalle orecchie ben allenate e resistenti.
Apre il direttore stesso, immerso nel buio più totale per una mezz'oretta circa di scudisciate ultra-doom annegate nel feedback. Non che sinceramente mi aspettassi molto altro da colui che si è fatto conoscere come metà di Sunn O))), ma in cuor mio un pochettino ci speravo. D'altra parte le formazioni in cui lo preferisco sono Aethenor e Khanate, quindi....
Comunque, l'attrattiva principale era senza alcun dubbio KH, ed è stato un vero spettacolo di arte incontaminata e incompromissoria. Considerando l'età, sembra veramente un miracolo della natura vedere questo folletto magrissimo dalla lunga chioma canuta ed immancabili occhiali scuri agitarsi a scatti da un lato all'altro in preda a chissà quali demoni, tirare fuori una voce così irruente e delirante senza fare una piega, ma soprattutto sfoderare una performance intensissima di (credo) 1 ora e un quarto senza fermarsi un-attimo-uno.
E' l'eclettismo micidiale del nostro che rende lo show unico ed irripetibile. L'attrezzatura: a tracolla una SG rossa fiammante, quattro aste con relativi microfoni, a terra pedaleria mista. Potrei sintetizzare il set in qualche capitolo: 1) fase iniziale a sedere, psichedelia astratta a base di armonici e slappate acide, vocals urticanti 2) fase power-electronics di rumore bianco puro, si alza in piedi definitivamente, devastante è dire nulla 3) fase paradisiaca per voce estasiata e morbidi accordi 4) fase pseudo-jazz-cubista per accordi imprendibili, direi la migliore in assoluto 5) fase distortissima in loop, per amplificatori riuniti 6) fase di delirio vocale in loop, la più spostata 7) breve chiusura celestiale, il bagno purificatore mentre le orecchie fischiano inesorabilmente.
Ma il mio è solo un tentativo sterile per poterlo descrivere. Che piaccia o meno, KH resta un personaggio unico al mondo.

mercoledì 15 febbraio 2012

Il saccheggio

Tempi duri per gli ostelli-hosting.
Mediafire ha saccheggiato interamente il mio patrimonio di condivisione legato al blog, e di fronte alla mia richiesta di spiegazioni, ha giustamente contestato il fatto che ho infranto le regole relative al copyright.
Troppo scontato dire che siamo arrivati alla frutta: una soluzione si troverà. C'è già chi dice bentornato torrent!....

martedì 31 gennaio 2012

Il punto

Ricordo quando scoprii per la prima volta il mondo dei blog a sfondo musicale: sarà stato il 2005 o il 2006, capitai per caso in uno che si chiamava Infinite Machine e trattava i generi più disparati. Il primo disco che scaricai fu Flood dei Boris, poi ne trovai altri ed altri ancora e da allora il mulo non ebbe più senso di esistere. Molta più roba, molto più veloce, tutto e subito. Ed ecco il mio blog con cui comunicare la passione e corredarla di link per l'ascolto: inizialmente pensavo di usarlo solo per bootlegs o per cose ultra-rare, poi la mano è diventata un braccio, anzi due.
TM ha compiuto i 4 anni di vita ed ho deciso di prendermi una sosta dallo scrivere, per diversi motivi, sia personali che strettamente musicali. Sto riscoprendo il gusto di tuffarmi in ascolti storici che avevano preso la polvere da troppo tempo, mi sto incaponendo nello scoprire discografie complete di artisti che conoscevo solo superficialmente, sto cercando di stare più dietro possibile alle cose attuali perchè capita sempre di trovare qualche piccola gemma specialmente nelle classifiche annuali dei miei organi di riferimento. Inoltre mi sono preso il lusso di addentrarmi in Strobo Trip #7 dei Flaming Lips con dentro quel mattone di 6 ore, anche se devo ammettere che ho barato perchè l'ho messo in macchina, assumendolo solo per la durata dei miei tragitti (col risultato che ci ho impiegato una settimana per arrivare in fondo...).
E poi, beh....non si ha sempre voglia di scrivere. Mi ha divertito mandare avanti questo blog, ma alla lunga mi sembra di scrivere sempre le stesse cose, di trovare raramente le parole giuste per condividere le mie impressioni con chi ha voglia di leggerle.
Poi c'è il recente terremoto Megaupload che fa riflettere. Anche se mi sono giunte voci che dietro al blitz per inchiodare Dot-Ciccio-Com ci siano state ragioni politiche ben più grosse del semplice pirataggio, mi viene da pensare che se Mediafire chiudesse sarebbe un colpo ancora più duro. E' l'hosting migliore perchè non ha tempi di attesa, permette il download simultaneo, conserva i file praticamente in eterno. Poi è anche vero che determinati links te li cancella senza neanche avvisarti, ma non so se esiste un servizio competitivo quanto MF.
Resta solo da spingere il tasto play, quindi. A fine mese trasloco e quindi è possibile che in primavera TM torni in pista....

mercoledì 30 novembre 2011

Awake – April Orchestra Présente RCA Sound Vol. 12 (1977)

La library italiana è così di nicchia che sotto certi pseudonimi non si ha neanche la certezza di chi si possa nascondere. E' il caso di Awake, il cui dubbio si dibatte fra Rino/Oronzo De Filippi, sonorizzatore già piuttosto attivo in diversi fronti in quegli anni, e Silvano Chimenti, che invece è un chitarrista prevalentemente occupato come session man nella musica leggera italiana.
Ora, gli indizi (e anche l'ascolto del disco) portano a pensare che si trattasse del primo, visto che qui di chitarra non ve n'è quasi per nulla, ma alla fine è più una curiosità.
Ciò che conta è che questo volume è un gioiello di library spettrale e circospetta, ricca di sfaccettature. La sequenza iniziale di pianoforte di Squallore è già un brivido: note lente ed inquietanti in uno schema a-melodico, doppiate da un humming glaciale presumibilmente femminile. Altre tracce varianti impostate sul piano sono la seriosa Sospensività, Cultura moderna che si circonda di un paio di violini impazziti, Aria tesa con le sue percussioni tribali e il flautino in libera uscita.
Regna ovunque un astratezza fatta di bad trips e dissonanze: le frammentazioni di Sotto la superficie, il thrilling acido di Atomo, i vocalizzi femminili in pena di Evocazione remota, il clarinetto starnazzante di Psicomania ossessiva. Il disco uscì come 12esimo volume di una collana promossa dalla RCA francese, che comprese fra gli altri Niccolai e Morricone. Una sonorizzazione che non sta in piedi da sola, di più! Lo raccomanderei come uno dei primi titoli da scandagliare del proprio settore.

martedì 29 novembre 2011

Auto!Automatic!! - Another round won't Get us Down (2006)

Frizzantissimo e spumeggiante dischetto di math gioviale per questi tre floridiani che sembrano alquanto simpatici e finiscono anche per esserlo in senso strumentale.
Innanzitutto lascerei perdere il frequente paragone che mi è capitato di leggere in qualche review riguardo ai Don Caballero: passi un po' per lo stile del chitarrista Larsen che abusa del tapping e finisce per ricordare un po' lo Ian Williams di American Don, ma sia chiaro che di Damon Chè ce n'è (era?) uno solo. Tuttavia Fedele, il drummer degli A!A!!, si fa apprezzare per le sue doti metronomiche e perfettamente funzionali alle elaborate vignette qui presenti, completate dallo stile pennato (qualcuno si ricorda i Dianogah?) del bassista Murray.
Il rischio che si corre quando tutto è così perfetto e pulitino è che la noia faccia capolino, specialmente se le timbriche degli strumenti non cambiano mai e ancor più se non si hanno grandi doti compositive. In tal senso Another round cerca di ovviare puntando tutto sulle esecuzioni millimetriche e sull'allegria che vorrebbe trasmettere, risultando un buon solco di seconda categoria del genere.

lunedì 28 novembre 2011

Aural Fit - Mubomuso (2010)

E' sempre da tenere sott'occhio, l'underground nipponico, non c'è niente da fare, ogni tanto viene fuori qualche sorpresa che solo là può nascere come questo power-trio della capitale, fautore di una invasione di psycho-noise pantagruelico a dir poco impressionante.
L'evidente scollamento sonoro è il punto di forza, per un sound che necessita di caotica continuità: il chitarrista è evidentemente in un mondo tutto suo, fatto di distorsioni maniacali fuori da ogni binario. La sezione ritmica va per conto proprio ed ha la stessa forza di cento martelli pneumatici, con un batterista in perenne stato di nevrosi avanzata in simbiosi con un bassista ultra-legnoso quanto svisante. In due parole, free-jazz + allucinazioni.
Il bello degli AF è che non fanno nè new-noise nè revival. La combinazione di suono è quanto di più sporco si possa immaginare, ma è anche un viatico a scopi altamente lisergici. Nonostante si finisca per saturare le casse e fare un baccano infernale, non scorgo propositi di violenza in Mubomuso nè tantomeno attacchi gratuiti al sistema. E' una implosione, un emorragia latente che non conosce praticamente soste.
Non c'è monotonia, nella selva infuocata. Basta sintonizzarsi, e poi ci sono alcune grida isolate che somatizzano il dibattersi del dinosauro in gabbia che è Aural Fit.

domenica 27 novembre 2011

Aufgehoben - Khora (2008)

Quinto ed al momento ultimo mostro degli inglesi più radicali che ci siano. Come disse in un intervista Robinson, uno dei due batteristi, per la session di registrazione di Khora avevano intenzione di limitare un po' l'approccio, ma evidentemente hanno perso il controllo e ne è uscito un disco ancor più violento, se possibile, del capolavoro Messidor.
Non ci sono quasi pause, solo la destrutturazione di Annex Organon lascia un po' di fiato a livello ritmico: l'affronto è massimalistico oltre misura, le frequenze paurosamente alte, le casse sature; a livello subliminale è un disco molto più free-jazz (soprattutto A bastard reasoning), ed è la caratteristica che più li rende differenti da Sightings e Wolf Eyes. Provare a seguire il chitarrista Smith è un impresa piuttosto ardua, quanto dolorosa: Jederfursich occupa i 27 minuti finali in una baraonda infernale che spazza via tutto, magari si sarebbe potuto tagliarla un po' e cercare di mescolare le carte come in Ignorance oblivion contempt, che più si riallaccia a Messidor.
Ma l'impressione finale è sempre quella di un annichilimento siderale ed avanguardistico. Fra quanto tempo li si potrà capire?

sabato 26 novembre 2011

A Short Apnea - A Short Apnea (1999)

Esperienza di gran livello per il trio milanese, dalle origini ben note: Iriondo e Cantù di provenienza Afterhours (il primo all'epoca militava ancora) e all'epoca entrambi nei Six Minute War Madness, Magistrali rinomato tecnico/produttore nonchè membro sempre di questi ultimi. Questi rimescolamenti erano sovrapposizioni dettate dall'esigenza di sperimentare, di spingersi sempre più avanti, e A Short Apnea furono eccelsi in questo nonostante la breve durata. A cavallo del decennio, specialmente dopo il secondo album, erano tranquillamente allo stesso livello dei Madrigali Magri.
Questo debutto vedeva un lungo dualismo a viso aperto fra due stili di fondo: l'elettronica più disturbata e malsana vs. le cerebro-fisiche tessiture di reminescenze louisvilliane, June Of '44 più astratti in primis. Ma è solo una semplificazione per tagliare in fretta, la mia: gli stili si sovrappongono, si scontrano e si confondono. Di certo Heat In June però è strettamente della seconda categoria, un quarto d'ora ineffabile di dissonanze e labirintici interscambi fra i due chitarristi, con una batteria sferragliante a dirigere i binari senza sosta. Sconvolgente l'effetto terminale. A short apnea è l'unico frangente con parvenze melodiche, rilassata girandola di accordi psichedelici. Un isola deserta in mezzo alle emissioni sulfuree di La nota nera per il tasto bianco e E-statico, le allucinazioni sonore di Visita notturna al museo mnestico, le vibrazioni inquietanti I've found my eyes e Neon paralleli: comparsa in alcuni di questi il vocalist Ciappini, anch'egli SMWM, con dei recitati spettrali.
La chiusura è riservata alla ghost-acustica Note a margine, splendido esemplare di isolazionismo in economia che avrebbe fatto la gioia di Mark Hollis.
Visionari.

venerdì 25 novembre 2011

Arbouretum - The Gathering (2011)

Ce ne faremo poco, di un gruppo che sembra ancorato all'America di 40 anni fa. Ma se a guidarlo c'è un compositore come Haumann, occorre drizzare le orecchie ed abbandonarsi ad una 40ina di minuti di quelli che ti riconciliano col concetto di ruralità.
E poi se per loro si è mossa la Thrill Jockey, un motivo ci sarà stato. Condividono coi compagni di scuderia ed amici Pontiak (hanno anche realizzato uno split EP) il recupero delle sonorità acid-rock e sfiorano di pochissimo lo stoner, ma piuttosto puntano sulla forma canzone e fanno bene, dal momento che qui ce ne sono e di ottime.
In particolare un paio sono semplicemente fra le migliori che abbia sentito quest'anno: la solenne When Delivery Comes è un lento tramonto sulle praterie sconfinate, con esplosione di violini al momento del chorus, da far venire la pelle d'oca. Ancor meglio riesce a fare Highwayman, un motivo disarmante nella sua semplicità emotiva e ripetitiva, che fa risaltare anche la bella voce limpida di Haumann. Questi vertici però rappresentano il lato più morbido degli Arbouretum, in quanto altrove le chitarre si fanno belle ispide: The white bird è uno stoner al rallentatore con un assolo chitarristico angolare, atipico per gli standard. Destroying to save omaggia alla lontana San Neil Young nelle sue arie elettriche più drammaticamente enfatiche. Il finale si fa sulfureo, con le vampate space-rock di Waxing Crescent e i 10 minuti vulcanici di Song of the Nile.
Per amatori rustici, con pochi patemi di modernismo.

mercoledì 23 novembre 2011

Arab Strap - Music From Rogue Farm (2008)

Colonna sonora per un film animato scozzese di uscita risalente al 2005, ma messa in commercio separatamente soltanto 3 anni dopo sotto forma di download dalla Chemikal. Nonostante si tratti di appena 17 minuti divisi in 11 brevi frammenti, Rogue Farm è una primizia che tutti i AS-heads come me hanno accolto come una piacevolissima scoperta.
Come facilmente prevedibile, il tratto è funzionale allo svolgimento del cartone e spesso le tracce sono interrotte di netto, brutalmente. Siamo nel periodo fra Monday at the hug & pint e The last romance, ma la soundtrack non ha nè la grazia cameristica del primo nè l'asciuttezza rude del secondo. Qua c'erano spunti in abbondanza per fare un disco completo, c'erano le basi per costruire qualcosa che forse sarebbe somigliato vagamente a The red thread. La mano compositiva è nettamente di Middleton, mentre Moffat si occupava dei contrappunti elettronici. Piccolissime gemme come Merge 1, Merge 2, Forest Walk, Blast Off avrebbero potuto arricchire il già immenso canzoniere dei due, ad un passo dallo split.

martedì 22 novembre 2011

Aphex Twin - Selected Ambient Works Vol.2 85-92 (1994)

Degno prosecutore del Vol. 1 che al momento della sua esplosione certificò la già notevole attività, seppur praticamente casalinga di un giovanissimo Richard Mr. Irish James.
Volume decisamente più austero, con pressochè zero ritmi digitali, improntato su una ambient polimorfa che spesso sfocia in new-age scura e scarnificata, di stampo quasi minimalistico. Nella lunghissima lista (è un doppio cd pieno, quindi siamo di fronte a circa 150 minuti di roba) potrei citare la bellissima Rhubarb, Blur/Circles, Blue calx, Lichen, come esempi di purissima dream-ambient dalla leggiadria invidiabile. Come rovescio della medaglia includerei Tree, White blur 2/Rusty metal, Matchsticks in qualità di contraltari da quiete prima della tempesta.
Nel secondo cd si esplora a tratti il lato più sperimentale di James, con White blur/Steel plate, Spots/Leaves Shiny metal rods, che vanno a parare fra industrial nebbiosa e suoni concreti, fino alla rovinosa Tassels che è praticamente power-electronics.
Se non si fosse perso durante gli ultimi 10/12 anni, saremmo qui a parlare di Selected Ambient Works come anticamera di un genio. Invece è solo una selezione di registrazioni casalinghe, ma sempre di semi-genio si trattava.

lunedì 21 novembre 2011

And So I Watch You From Afar - Gangs (2011)

E' un disco anomalo, che disorienta per le sue molteplici sfaccettature: al primo ascolto quasi mi ha irritato, reputandolo vanesio delle qualità tecniche sfoggiate dal quartetto di Belfast. Mi sembravano una replica dei 65daysofstatic, a mio avviso una delle band più sopravvalutate degli ultimi anni, od una brutta copia degli Oxes.
Ma poi le qualità emergono una volta che le si riesce ad imprimere in mente: Gangs contiene dei passaggi di assoluto rilievo per una formazione strumentale che fa salti mortali in controtempo, sciorina chitarroni massiccissimi ma non lesina neanche paesaggi emozionali di grande respiro. Il tutto in un atmosfera di generale allegria, potrei azzardare. Sarà anche per la notevole iniezione di purissimo hard-rock che contamina le partiture.
Vette del disco: la title-track, articolatissima fra power-cicalecci chitarristici, pestate in pieno math-style e rallentamenti soft-post. 7 Billion People all Alive at Once, quasi una versione pop dei Don Caballero. Homes - Ghost Parlor KA -6 to..., che trasferisce rilassate chitarre explosionsiane su un inusitato ritmo in levare. Homes - ...Samara to Belfast, altro ottimo pezzo complicatissimo dalle mille mutazioni, una sorta di sunto globale dell'ASIWYFA sound.
Ci sono tanti riferimenti sparsi, le pesantezze metalliche, persino qualche passaggio wave, ma i nord-irlandesi dopo tutto riescono ad elaborare un disco piuttosto personale. Potrebbero crescere verso qualcosa di ancor più interessante.

domenica 20 novembre 2011

Anahita - Matricaria (2009)

Lungo mantra freak-folk da parte di un duo composto da una solista specialista del genere (la Burke, attiva da anni come Fursaxa) ed una violoncellista, la Espvall. Come ben precisato nelle note del disco, il tutto registrato in casa in un lasso di tempo di 3 anni.
Un trip misticheggiante che sa raggiungere momenti di levitazione esaltanti, come i 14 minuti dell'incanto per violoncello spiritato e vocalizzi angelici a ruota libera di Pirin Planina, di gran lunga il pezzo migliore del lotto seguito dai 9 un po' più sommessi di Velvet shoon.
Ma il duo sa essere anche inquietante e spettrale col loop di banjo e le voci angoscianti di Moi Kissen, nel breve intermezzo morboso di Myrrha, o semplicemente transfuga verso terre incognite in Chalice of cypress.L'operazione in sè è nobile, non c'è dubbio. E' musica per rituali senza neanche un punto di traguardo nè un obiettivo tangibile, che non è dissimile come concettualità dalla jam o dalla impro. E questo forse ne è il suo maggior limite.

mercoledì 16 novembre 2011

Oren Ambarchi - Grapes From The Estate (2004)

La prima volta che ascoltai Ambarchi, qualche anno fa (Insulation), lo trovai non proprio di mio gradimento. Magari non era il momento giusto, fattosta che mi sembrò un sound involuto che mi ricordava gli audio-test fatti in cuffia durante le visite mediche del lavoro, per misurare la capacità uditiva su diverse frequenze.
Questo Grapes, invece, lo apprezzo decisamente. L'australiano ha incontrato una discreta fama avanguardistica per la ricerca del suo suono, diretta ad una purezza astrattiva insistita fino al maniacale. Non potrei giurare che si tratta di un lavoro sulla scia del minimalismo storico, nè che si tratta di un semplice droning-sound. Io la definirei una musico-terapia volta all'ipnotismo più cullante, come nei 20 minuti di Stars aligned, web spuns, fatti di infiniti cerchi concentrici.
Diversamente non saprei spiegare le micro-punte a bassa frequenza nell'intelaiatura di Corkscrew e nella prima parte di Girl with the silver eyes, che da metà in poi si schiude ad una inaspettata serie di splendide pennellate chitarristiche di radice misteriosa.
Già. perchè Ambarchi si siede ed imposta la sua missione sulla 6 corde, ma nasce come nientemento che batterista jazz. E' ora quindi di rispolverare le spazzole e piatti leggerissimi per il capolavoro del disco, la suadente Remedios the beauty: seppur la ritmica si mantenga ad un soffio appena percettibile, la differenza col resto del disco è immane. Una lunga intro minimal di piano elettrico, l'imbastire di una linea pseudo-bassistica, il rintocco circolare di 3-note-3 di chitarra, gli sfrigolii subliminali, e l'effetto estatico è servito.
Ma non così immediato, eh, ci vuole qualche ascolto...e magari fra un po' di tempo riuscirò anche a rivalutare quel traumatico Insulation.

domenica 13 novembre 2011

Alessandro Alessandroni - Light and Heavy Industry (1982)

Lo abbiamo sentito centinaia e centinaia di volte, ma non sapevamo chi fosse. AA oggi ha 86 anni ed è passato alla storia come protagonista di storiche colonne sonore di Morricone come Per un pugno di dollari ed altre, in cui suonava la chitarra e dava fiato al celeberrimo fischiettìo di temi rimasti impressi nella memoria di milioni di persone. Come ho letto da qualche parte, trattasi dell'arma segreta dello spaghetti western degli anni d'oro.
Anche lui si è cimentato con la library durante gli anni '70, ma il valente Valerio Mattioli indica questa come la sua miglior sonorizzazione, quindi a decennio già bell'oltrepassato. Nonostante ciò che il titolo possa far sospettare, qua di industrial non ve n'è traccia alcuna: si tratta di una trafila di bizzarrie per stratificazioni geometriche di chitarre e mandolini, rhytmh boxes e percussioni spartane, con qualche puntatina di piano e synth. Trovatosi presumibilmente a dover musicare un documentario sull'industrializzazione, Alessandroni creò 16 brevi vignette in cui è la dissonanza a regnare incontrastata; se potessi definire un concetto campato in aria come la chitarra classica distorta, qui ci si andrebbe molto vicino. Imitando il passo della catena di montaggio, il ritmo è meccanico ed ossessivo, le 6-corde matematicamente spigolose, spesso raddoppiate da mandolini nevrotici. Titoli come Production line, Microbiology, Electronic assembly-line, Construction e Manufacture sono il top della stravaganza in questa scaletta fatta di avanguardia spiritata e atonale.

sabato 12 novembre 2011

Akron Family - Akron Family (2005)

Gli Animal Collective non mi piacciono, gli Akron Family sì. Trovo la loro proposta gioiosamente semplice e ben elaborata, in grado di reggere la relativa antichità del substrato sostanzialmente folkish, con melodie azzeccate che sembrano a tratti uscire dalla tomba di Syd Barrett. Il tutto arricchito da trovate di arrangiamento che fanno la differenza.
Basti sentire il primo pezzo, Before and again, per capire che era un debutto già maturo. Un motivo fragile con tenui glitches di sfondo, con inusitata coda math-folk. Il disco è abbastanza lungo ma non teme cali di attenzione, sorretto da almeno 4-5 grandi songs: il sogno primaverile di Suchness, l'onirismo ambientale di Part of corey, i synth orchestrali di Sorrow boy, l'incantevole e placida melodia di Shoes, il melanconico autunnale di Lumen, che sfiora territori radioheadiani nel chorus.
Semplici ma ricercati.

venerdì 11 novembre 2011

Air Conditioning - Dead Rails (2007)

Sèguito dell'impressionante Weakness, questo è a tutt'oggi l'ultimo disco degli AC. Che fine avranno fatto questi tre abominevoli pennsylvaniani? Finiti nel proprio gorgo rumoristico?
Se così fosse, un vero peccato. Perchè Dead Rails non è riuscito nell'impresa di eguagliare il precedente, ed una nuova uscita permetterebbe di tastare il polso di un simbolo del free-noise degli ultimi anni. Il trademark è sempre quello di un attacco atonale all'arma bianca, senza mediazioni, di certo privo dell'attrattiva sperimentale dei Sightings o dei Wolf Eyes, ma con una chimica esplosiva tutta sua.
Where to litter / Trash burning è il loro top fumante, nove minuti di assalti, fermate, ripartenze da incubo, le grida umanoidi del bassista Jurgensen echeggianti dal fondo della melma acida. Il proseguimento però perde di tensione: nonostante l'ottimo inizio, Conclusions/Concussions finisce per essere la loro versione dell'hardcore, non molto originale però. I run low è la pausa ambientale, una novità assoluta per loro, 3 minuti di lieve riverbero del chitarrista Franco.
La chiusura, Accept your paralyses / Cephalex, è una mezza delusione: 17 minuti dello stesso tema potente e grandguignolesco, realizzato in modalità jam, un po' stancante alla lunga. Come se fosse la normalizzazione dei loro cunicoli ossessivi.
Spero non si siano infilati in binari morti.

mercoledì 9 novembre 2011

Agitated Radio Pilot - World Winding Down (2007)

Folksinger irlandese, tal Colohan, attivo da oltre 10 anni su microetichette anche di oltreoceano, che propone tenui ed agresti ballads rigorosamente acustiche. Questo è stato l'ultimo disco rilasciato a tutt'oggi, ne lessi un gran bene su un Blow Up di allora.
Nulla di complicato nè maledetto ne tantomeno apocalittico, la musica dell'irlandese è semplicemente composta da quadretti di media durata per chitarra classica, un po' di piano, la sua voce solenne con qualche etereo intervento femminile, qualche riverbero, alcuni interventi strumentali un filino psichedelici (forse i pezzi più interessanti, peraltro). Vive di momenti abbastanza ispirati ed altri molto ordinari, ma il disco è doppio e la lunghezza non è giustificata, visto che la media generale ne risente. Colohan si ritaglia un suo posto dignitoso nel panorama dei folksinger attuali, ma non ha la stoffa dei giganti; tagliandolo a metà con i pezzi migliori World winding down sarebbe stato un ottimo disco, nonostante la proposta sia veramente antica.

martedì 8 novembre 2011

Æthenor - Deep In The Ocean Sunk The Lamp of Light (2006)

O'Malley-O'Sullivan. Che il nome del primo basti a garantire un minimo d'attenzione?
Di fatto Æthenor è uno di quei (non pochissimi, eh) progetti in cui viene da pensare che il primo non sia uno sperperatore del proprio talento, anzi. Il secondo invece è il tastierista dei Guapo, rivalutatore totale del vecchio Fender Rhodes che qui viene impiantato su un substrato che definire ambient è un po' riduttivo, tale è il fascino morboso che questi 4 movimenti sprigionano.
Completa l'organico un altro tastierista, De Roguin.
I è la loro versione della dark-ambient, con un ciclico risuonare di gemiti, rimpasti di suoni deformi, cunicoli cechi.
II è un sordo droning di astrattismo semi-industriale che fiorisce in una luminosa tavolozza di organo.
III stabilisce il vero parallelo coi Guapo in virata illbient: la litania di Fender inquietante e tintinnante, che gira su sè stessa estenuata fino all'ipnosi.
IV prende una piega psichedelico-esoterica non male, poi si espande in un pallone aerostatico krauto, e finisce con un beffardo carillon che sembra voler comunicare era tutto uno scherzo.
Tutto il disco è pervaso da field recordings di ogni tipo, di bleeps, frequenze basse, sfrigolii disturbanti. Si diceva che O'Malley suona la chitarra? E dove sta 'sta chitarra?
Deep in the ocean lascia con un senso di disorientamento, di thrilling in sospeso, di colpi non inferti. E' proprio qui sta il suo grande fascino, unitamente alle trovate sonore ricche di soluzioni sempre spiazzanti.

lunedì 7 novembre 2011

Aereogramme - A story in white (2001)

Ricordo, una decina d'anni fa, quando bazzicavo nel sito della Chemikal Underground alla ricerca di memorabilia sugli AS, l'entusiasmo quasi incontenibile che i suoi tipi esternavano nei confronti degli Aereogramme. Si diceva che fossero destinati ad esplodere, che erano l'espressione più ricercata e moderna possibile dell'alt-rock, e via dicendo.
Non è andata esattamente così, visto che nel 2007 si sciolsero nell'indifferenza generale, dopo esser tornati alla casa madre ed aver pubblicato il loro apice Sleep and release sull'illustre Matador nel 2003. Fra quest'ultimo e il debutto A story in white stava il meglio del quartetto di Glasgow, con sonorità variegate che ancora oggi fanno bella figura.
Ballads delicate (Descending), riffoni metallurgici (The question is complete), impennate progressive (Post-tour), elucubrazioni sotterranee (la suggestiva Egypt), addirittura archi bucolici (Sunday), emo-core convulso (Shouting for Joey). Nonostante la teorica disomogeneità, il gruppo riusciva molto bene ad amalgamare tutti questi umori (da cancellare soltanto lo sbiadito pop di Zionist timing, deprecabilmente vicina ai Placebo).
Fossero approdati ad una major, chissà....

domenica 6 novembre 2011

Acid Mothers Temple & the Melting Paraiso U.F.O. - La Novia (2000)

Collettivo in pista da oltre 20 anni che incarna perfettamente gli stereotipi dell'estremismo giapponese, del massimalismo, del parossismo, veicolati alla psichedelia più totalizzante e fricchettona.
Una summa di Amon Duul e Hawkwind, a parole grosse. Un tributo alle jam lisergiche dei primi '70, con un occhiolino anche agli stordimenti dei Pink Floyd circa Live at Pompei, con l'aggravante di un leader, il chitarrista Kawabata, che non è particolarmente tecnico ma eccelle nella direzione generale di un ensemble che non sembra avere alcun obiettivo se non quello di produrre sballi su sballi.
La Novia è un mega-viaggio di 40 minuti che forgia sostanzialmente un unico riff epico, di potenza mistica notevole; detto così potrebbe diventare una palla mortale, ma sono le variazioni e le pause a renderlo avvincente, in particolare all'altezza del 30esimo minuto con la sua scomposizione cosmica, nonchè il finale acustico, degnissima quiete dopo la tempesta.
Bois tu de la biere è un affascinante ballad dronica, sommessa ma vitalizzata da vocalizzi femminili di possedimento estatico. E' un breve break prima del tour de force Bon voyage au Lsd, 17 minuti soltanto di dissonanze cosmiche in crescendo (si sfiora quasi l'industriale nei momenti più convulsi), forse un po' raffazzonata ed approssimativa ma di sicura presa per chi ancora trova attrazione per questi suoni così antiquati (me compreso).