giovedì 13 ottobre 2011

!!! - Myth Takes (2007)

Miscela scoppiettante e danzereccia di funk, pop, elettronica spiccia e indie vigoroso per la band californiana dal nome meno googlabile in assoluto (ma basta scrivere chk chk chk o il titolo di un disco). A partire dall'irresistibile apertura della title-track, che fin da subito evidenzia un signor bassista in formazione, appare chiaro che i !!! fanno mangiare la polvere a tutto lo stuolo dei post-post-post-new-wavers del decennio zero. Persino i brani dall'intercedere più ruffiano ed accattivante possiedono una presa funky secca quanto basta e soluzioni strumentali interessanti. Un pezzo come A new name prende la lezione dei Gang Of Four e la aggiorna con intelligenza. Il tiro ritmico è così sostenuto che spesso si va a finire in una sorta di dance-rock che non appartiene nè alla disco-commerciale nè alla rave music.
Il finale è la parte più interessante, con la lunga Bend Over Beethoven, che raggiunge un fragoroso climax psichedelico e il collage deviante di Break in case of everything. Chiude una stranita ballad per piano e chitarra galattica, Infinifold.Trascinanti.

mercoledì 12 ottobre 2011

Simone Giacomini - Works 2011

E' il momento di un graditissimo update sul lavoro che l'amico Simone svolge ormai in pianta stabile in Olanda, una fresca antologia di sonorizzazioni che lui stesso definisce musica di compromesso, in quanto soggetta a particolari esigenze di copione, strutturali, etc etc.
L'ultimo anno gli ha regalato anche l'opportunità di musicare un documentario sulla famigerata Scampia, che al Documenta Film Festival di Latina si è aggiudicato il primo premio sia come prodotto che....come miglior colonna sonora!
Al di là dei presunti compromessi, rispetto alla raccolta dell'anno scorso mi sembra di udire un maggior uso dell'elettronica che si incrocia con armonie pianistiche ed archi di grande respiro. Direi camera syntetica, col surplus delle struggenti composizioni. Vortex parte con un deciso beat dispari su arie grevi, ritmo bissato nel resto soltanto dalla secca The push. Sono le tracce guidate dal piano a dominare, come la melanconica A hundred arms, la panoramica di Kalmosphere (da fare una gran invidia a Jeff Martin...), la meravigliosa Black Mirror, secondo me il top del lotto, seguita di una spanna da Android Love, nebulosa notturna infiorettata da rifrazioni chitarristiche e beat echeggianti.
Nettamente distanti dal resto il cupo drone di The rest of the world e il collage astratto di Mechanical Loneliness, squarciato da feedbacks appuntiti oltremisura.
Detto questo, chissà che qualche regista non si accorga dell'arte sopraffina di Simone, il quale sostengo meriti una maggior esposizione.

Simone Giacomini - Works 2011

martedì 11 ottobre 2011

Zu - Igneo (2002)

Imprendibili e motivo d'orgoglio nazionale al di fuori dei confini, e non solo europei. La bravura sostanziale degli Zu è sempre stata quella di ottenere il massimo possibile dalla ristretta strumentazione. Di saper svariare oltre la naturale compressione di un suono, di possedere la tecnica mostruosa che non annoia mai, di fare dischi che non sono mai uguali ascolto dopo ascolto.
Registrato da Steve Albini, Igneo è un po' il loro manifesto espressivo, fra scatti brucianti, deliqui algidi, esplosioni free sempre sotto controllo ed angoli acuti matematicamente pungenti.
Uno stile reso classico dalla sfilza di album realizzati fino all'ultimo, metallico Carboniferous. Ora che il poderoso Battaglia ha abbandonato il gruppo (giusto in tempo che io riuscissi a vederli per la mia prima volta qualche mese fa), staremo a vedere se ci saranno traumi o rinnovamenti significativi.

lunedì 10 ottobre 2011

Zoogz Rift - Nonentity (1988)

Brutto però, che si viene a conoscere un artista solo perchè è morto. Uno che fra l'altro negli anni '80 incideva su SST, e per sbarcare il lunario si era buttato nel mondo del wrestling fino a diventare vice-presidente di una federazione.
Zoogz Ciccio Rift era un mattacchione dallo stile tutto suo. Fra i 4-5 dischi che ho sentito prediligo questo per via di un paio di collages dell'assurdo da lasciare di stucco. Rispetto ai primi, in cui l'approccio ridanciano da cartone animato prevaricava le ambizioni avanguardistiche, Nonentity è anche un valido compromesso fra accessibilità e velleità demenziali.
A chi sarebbe mai venuto di riempire un terzo della scaletta con ben 3 cover tratte da Look at the fool di Tim Buckley? Un gesto folle e incomprensibile, visto anche che si trattava del disco unanimemente riconosciuto come il mediocre per eccellenza del grandissimo. Ciccio ne manteneva la radice soul-funk ma la arrugginiva con la sua voce sardonica e lo stile ruvido del gruppo di accompagnamento, che comprendeva un fisarmonicista e un poli-fiatista, spesso irresistibile alla tuba.
A fronte di pezzi da vaudeville sfrontata e caramellosa come Chromium slit negatives e When my ship rolls in, c'è un paio di minuti vorticosi ed irresistibili dello strumentale Locked out e i quasi 9 di dadaismo-blues dell'iniziale Delinquent payments. Ma sopratutto ci sono i 2 colossi di cui sopra, e anche se la firma è del leader occorre dare tutto il tributo possibile ai geniali compagni, determinanti nel risultato finale.
With my bare hands ripristinava il concetto di jam improvvisativa in un epoca in cui era decisamente fuori moda, con assoli di fuoco di Ciccio all'elettrica. Un esercizio magistrale di nonsense messo a fuoco alla perfezione.
Che viene rilanciato e iperamplificato in trionfo dai 22 minuti di The Enigmatic Embrocation Of Mrs. Compost Heap, montaggio assurdo e dissonante di marcette circensi, allucinazioni di synth, borbottii scomposti di tuba, velocizzazioni art-core, e chi più ne ha ne metta. Uno spettacolo che è sufficente a valorizzare il disco e il personaggio, anche se in chiave postuma.

domenica 9 ottobre 2011

Zanagoria - Insight Modulation (1972)

Ancora library, e della frangia più estrema e radicale.
Sotto lo pseudonimo Zanagoria si celava Giorgio Carnini, un rinomato organista di stampo strettamente classico, e Insight Modulation è un oggetto difficilmente identificabile per l'anno in cui fu realizzato (e chissà a cosa diavolo fece da sottofondo, vista l'inquietudine e la nevrosi che poteva trasmettere alle orecchie dell'ascoltatore più comune).
L'opening, Cancrizzante in ritmo, è un oscurissima scansione per suoni sordi e generatori audio random-robotici. Qualche punteggiatura di (credo) piano elettrico sembra poter dare una parvenza vaga di musicalità, ma dura molto poco. Cancrizzante in solo e Kilomb conducono verso un tunnel angosciante di spirali metalliche, drones gelidi e feedbacks siderali.
La doppietta Su 60 impulsi I e II galleggia su lenti e dissonanti interscambi di qualcosa che sembra un incrocio fra il vibrafono e il rhodes. Jazz modulations si sbizzarrisce su una pantomima meccanica di suoni androidi, ma è una breve pausa perchè si ritorna subito nell'abisso. Monotone è campana funerea in scenario lugubre, l'altra doppietta di Condensazioni si agita fra trilli casuali e drones di inaudita psichedelia astratta.
Il finale è ancor più estremista: in Frase in metallo Carnini traffica coi nastri a ruota libera, creando un ambiente allucinato fra foresta equatoriale e laboratorio atomico. Diorama e recitativo ricicla urla disumane ed emissioni animali in una palude cibernetica, roba da far tremare di paura Dario Argento.
Un disco che lascia tramortiti e che anticipa furiosamente l'industrial più brado della fine del decennio. Credo che se Stapleton l'avesse conosciuto all'epoca del primo disco di NWW l'avrebbe certamente inserito nella list dei ringraziamenti.

giovedì 6 ottobre 2011

M. Zalla - Problemi d'oggi (1973)

Ci sono musiche che appartengono al subconscio, sottofondi subliminali che molto difficilmente possono giungere alle orecchie indipendenti, slegate dal contesto. E non sto parlando di colonne sonore. E' la library music italiana.
Così mi viene in mente che tanti anni fa, quando mi capitò di vedere programmi di repertorio Rai degli anni '70, vecchi servizi, documentari e reportage in notturna, avevo notato delle musiche incredibilmente strane e misteriose. E mi ero chiesto da dove venissero fuori.
Nel numero estivo di Blow Up c'è stato uno splendido servizio curato da Mattioli che ha tracciato un percorso storico di quest'area, che è essenzialmente legata ad un manipolo di ricercatori e compositori italiani che negli anni '70 erano impiegati dal servizio pubblico televisivo per musicare questi servizi. Un lavoro fondamentalmente diverso dalla colonna sonora tradizionalmente intesa; ai suddetti venivano commissionati gli incarichi di musicare questi programmi ed erano liberi di sperimentare al 100%, senza censure nè filtri. Spinto dalla curiosità, sono andato a cercarmi i dischi più consigliati ed ho scoperto qualcosa di eccitante ed inedito, nonostante si parli di 40 anni fa.
Robe belle ed oscure, da stare in piedi da sole e in certi casi anche terribilmente avanti. Anche un paio di star delle soundtracks si applicarono al servizio, come Morricone ed Umiliani. Proprio quest'ultimo, sotto pseudonimo forse per motivi contrattuali, realizzò una manciata di dischi di library nella prima metà della decade. Problemi d'oggi presumo fosse legato ad un documentario a sfondo sociale, intuibile anche a scorrere i titoli delle tracce, immagino dedicati ai diversi paragrafi. Ed è un lavoro molto percussivo ed elettronico.
Ad ascoltare il primo, Produzione, c'è già da restare sorpresi: 3 minuti e mezzo di proto-techno-trance con percussioni tribali, cassa pompante e girandole di synth, in anticipo di 15 anni sui primi inglesi che esportarono la fiorente scena rave! Ma scorrendo in avanti le gemme si susseguono: la psichedelia lunare di Attività e il suo proseguimento Attività #2, per tamburi rombanti e stantuffi elettronici. L'harpsicord inquietante su base martellante di Problemi sociali, il loop delirante di flautino e i trilli sintetici di Abbandono dei campi, i rintocchi minacciosi di Mafia oggi, Cuore e raffiche e Pendolo ed angoscia, il power-electronic ante-litteram di L'ultima raffica.Andava molto bene anche quando Umiliani si tratteneva in aree musicali, come nell'incalzante funk minimale di Non mollare, nel teatrino sarcastico di Azione sindacale o nel jazz congelato di Conflitti.
Non c'è che dire, una branca che merita un buon approfondimento.

mercoledì 5 ottobre 2011

Yume Bitsu - Yume Bitsu (1999)

Vero autentico festival delle chitarre luccicanti, per questo mix fra psichedelia onirica e shoe-gaze parossistico. Erano un quartetto senza basso di Portland, e andavano a caccia di voli pindarici.
Disco lungo e dilatatissimo, l'omonimo indugiava in temi di sicuro fascino quando c'era uno straccio di forma canzone e qualche strofa cantata (I wait for you con la sua bella melodia circolare e Truth con un crescendo irrefrenabile di frequenze). Surface I e II erano l'archetipo del loro ambient-rock galattico, con il synth in primo piano, il tema arioso di Team Yume un incrocio fra Mogwai e Slowdive.
Si puntava tutto sulle atmosfere e si lavorava ossessivamente sulle timbriche, con valide varietà assortite. Solo nella finale The Frigid, Frigid, Frigid Body affiorava un certo manierismo, di certo dovuto alla lunghezza spropositata (18 minuti, la metà sarebbe stata più che sufficente).
Una durata inferiore e la conseguente maggior concentrazione avrebbe fatto molto bene al disco, che comunque resta un sottofondo molto piacevole.

martedì 4 ottobre 2011

Richard Youngs - The naive shaman (2005)

Artista inglese che da oltre vent'anni propone un miscuglio abbastanza personale di folk, psichedelia e minimalismo. Nel momento in cui veniva osannato da Blow Up ho cercato di ascoltare qualcosa ma la sua terribile prolificità mi ha spaventato e allora mi sono avvicinato a quello di cui si parlava meglio, ovvero questo The naive shaman.Ora è chiaro che dovrei riprovare con altro, ma sinceramente quando il primo approccio non va tanto bene tendo a diffidare, specialmente se è indicato come uno dei migliori. Il problema di questo disco è che, nonostante le sonorità alquanto interessanti, è di una noia scoraggiante. Trattasi di 5 lunghe tracce ipnotiche per droni, chitarre manipolate e litanie vocali in soluzione di continuità. Già la voce di Youngs non è esattamente di quelle memorabili, e le melodie non sono sufficentemente affascinanti per farsi ricordare nonostante il martello minimale.
Evidentemente devo aver sbagliato titolo, e mi occorrerebbe una dritta differente.

lunedì 3 ottobre 2011

Neil Young - Dead Man Soundtrack (1996)

Subito dopo il monumentale Arc, questa colonna sonora è stato uno dei momenti più alienati della carriera di Young, durante la sua seconda giovinezza nei '90. La generazione grunge gli rendeva tributo e lui, ringalluzzito, sfornava fra i suoi lavori più indimenticabili dopo una decade piuttosto fiacca, quella degli '80.
Un progetto veramente atipico, quello di musicare Dead Man. Armato della sua gloriosissima e sporca Les Paul, chiuso in una stanza a visionare le parti editate del film, ispirato e libero proprio perchè non vincolato alla forma canzone classica. Ci sono 5 movimenti per chitarra e uno breve per organo, inframezzati da lunghe parti recitate, prelevate a forza dal film. Basta semplicemente togliere queste ultime dalla scaletta e ne esce un capolavoro per lente saturazioni, arie sommesse e feedback relativamente controllati. Non serviva modificare l'approccio e Young se ne rese conto facilmente; il movimento più significativo è Guitar Solo #5, un quarto d'ora maestoso dell'arte younghiana, così semplice e lineare eppure unica ed inconfondibile.

venerdì 30 settembre 2011

You May Die In The Desert - Harmonic Motion Vol. 1 + International Waters EP (2008/10)


Ho il piacere di dire la mia sul gruppo che più di tutti, con una ripetizione maniacale, ho ascoltato nell'ultimo anno. E dire che si tratta di un repertorio piuttosto limitato, ovvero 3 EP o mini-lp per una durata totale di circa 90 minuti.
YMDITD è un giovane trio di Seattle la cui forza è stata anche quella di distillare queste uscite nell'arco di ben 4 anni, mettendo in campo tutta la cura che la sintesi ha richiesto; ovviamente mi aspetto una nuova produzione da parte loro, anche se sul loro piccolo sito non sembrano esserci news al riguardo. D'altra parte è sempre dura perseverare quando si agisce così sottoterra e si suona di fronte a pochi intimi.
Siamo dalle parti dell'epic-instru più emotivo, ma reinterpretato con un piglio del tutto personale: sulle melodie poliedriche del chitarrista Woods (molto evocativo, equamente diviso fra pulito ed effettato, con poca distorsione) e del bassista Stalter (molto abile, anche sul tapping), si staglia la figura del vero fuoriclasse del trio, lo smilzo ed emaciato batterista Clark, uno di quei ragazzetti che a vederlo non gli dai un centesimo ma in realtà è un fior di drummer: elastico, volitivo ed imprendibile su un set essenziale. Uno di quelli che ha la tecnica poco convenzionale.
In sostanza, si tratta di un gruppo che ha mandato bene a memoria la lezione degli Explosions In The Sky ma ne elabora una versione personalissima: muscolare, con qualche iniezione di math, fatta di semplici ma memorabili linee, mai melanconica ma fondamentalmente solare, quasi giocosa. Un attitudine che si intuisce anche dalle foto in cui i 3 sono immortalati, sempre divertiti ed ironici, a differenza della stragrande maggioranza dei gruppi epic-instru che sono distanti ed assorti.
Il debutto è del 2006 e si chiama Bears in the yukon: col senno di poi è un uscita un po' acerba ed autoindulgente, ma mette già in guardia sulle capacità del trio. Vorrei porre l'accento sugli ultimi due EP, il primo dei quali è uno split con i Gifts From Enola: 5 pezzi fenomenali, una rivelazione: The sound of titans, 11 minuti di micidiali progressioni atmosferiche. In case I should die spinge sul pedale energetico fra leggerezze ed eruzioni. Mitchell vs. Rowesdower è un mirabolante palestrare math prima dello stacco da brividi e del finale acrobatico. Commovente e all'altezza dei più immensi Explosions la meditazione di Seagulls = Sea Eagles, con uno sviluppo finale ludico che è già trademark assoluto. Ultimo picco per Let's have sarcasm for breakfast, con inizio balzellante, altro break ad alto tasso emotivo (tanto per dirne una da fan, ce l'ho come suoneria nel cellulare...) e crescendo epocale a chiudere in gloria
International Waters è uscito l'anno scorso e vede un progressivo indurimento del suono, nonchè una produzione più in your face. In particolare Clark, forte della propria sicurezza, si ritaglia una presenza più fisica, di primo piano nel missaggio. Purtroppo non si ripete il miracolo di Harmonic Motion, ma soltanto a causa di West of 1848 e Monolith, che vedono una distorsione troppo marcata nelle fasi topiche. Non sto certo sostenendo che siano due delusioni, ma a farsi la bocca dolce, insomma, ci siamo capiti. Ci pensano gli altri due a tenere altissima la bandiera: gli 8 minuti della title-track, una specie di replica energizzata di The sound of titans, e la marcia panoramica di True North, minimale cartolina tirata fino allo spasimo. Una versione accorciata è stata postata a mo' di video-promo sul sito del gruppo.
Mi aspetto un ritorno perlomeno a questi livelli dai ragazzi, una maggior esposizione mediatica nel limite del possibile e chi può dirlo? Magari che un giorno vengano a suonare dalle nostre parti.
Sono gruppi bravi come questo a mantenere alto un filone che viene dato per morto ormai da chiunque, anche chi non ne ha le competenze.

Yona Kit - Yona Kit (1994)

Progetto one-shot sotto l'egida della Skin Graft, al tempo un etichetta simbolo della scena noise non solo statunitense. Insieme a KK Null degli ZeniGeva al canto, c'erano il bassista Gray dei DazzLingKillMen, il batterista Jones dei Cheer Accident ed un giovane ma già prezzemolaro Jim O'Rourke. Insieme davano forma ad un math-rock scuro, compresso e monocromatico.
La produzione di Albini peraltro non riusciva a riparare le limitate potenzialità di un disco forse realizzato troppo in fretta: sebbene tutti a parte Null al momento fossero impegnati in un altra band estemporanea (i ben più avanguardistici Brise-Glace) e quindi non erano perfetti sconosciuti, Yona-Kit soffre a tratti di un eccessiva ripetizione dei concetti e neppure un O'Rourke ancora in grande fervore sperimentale riusciva a trovare un guizzo di genio, impegnato più che altro ad emulare proprio l'Albini dei Rapeman e il suo suono secco, chirurgico.
Ciò non toglie che chi ama il genere non possa tratte piacere dall'ascolto di trascinanti (e quasi divertenti per il declamare di Null) schegge a ritmi dispari come Franken bitch, Dancing sumo wrestlers, Hi ka Ri, Skeleton King. A condizione che si cancelli dall'albo Slice of Life, un riempitivo inspiegabile quanto inutile di 23 minuti posto alla fine per integrare la breve durata del resto, pistola fumante della fretta che ha castrato il talento potenziale del quartetto.

giovedì 29 settembre 2011

Yoga - Megafauna (2009)

Difficilmente definibili questi due ceffi mascherati di Los Angeles. Sembra partire come un progetto di psych-hard-wave (Seventh mind, un sontuoso maelstrom di chitarre appuntite e groove minaccioso), ma già al secondo pezzo comincia a darci dentro con la sperimentazione più pura, con i meandri melmosi di Flying witch, l'orda ventosa di industrial in Wagion, le processioni orrorifiche di The hidden people e Black Obelisk, il carillon andato a male di Dreamcast, le allucinazioni strabuzzanti di Haunted brain e Chupacabra's rotting flesh.
E' un suono malato, sporco e lo-fi che lascia circospetti ma non disdegna qualche apertura, come quando ci si concede qualche remota convenzione sonora. E' il caso di Encante, serrata per organo acidulo, fraseggio epico di chitarre e fischi space. Fourth eye apre con un motivo analogico in stile corrieri cosmici e si sviluppa con riff enfatico e ritmica tornitruante. Ancora più catastrofico lo space-metal alla moviola di Treeman, curiosa la divagazione in stile mediorientale di Warrior.Insomma, un disco popolato da animali amorfi ed enormi. Per stomaci forti.

mercoledì 28 settembre 2011

Yndi Halda - Enjoy Eternal Bliss (2005)

Ma si fa ancora musica a Canterbury? Mi chiedo questo perchè non ho memoria di aver sentito gruppi / artisti significativi provenire dalla città dopo la gloriosa scuola degli anni '70? Non è dato di sapere news su questi ragazzi che nel 2005 hanno pubblicato il debutto e poi nient'altro.
In dotazione 4 strumentali atmo-melanconici di durata fra i 12 e i 20 minuti cadauno, un violino in line-up, e 1 + 1 fa 2. Tutto porta a sospettare che l'influenza maggiore degli YH siano i Godspeed, e tutto diventa una certezza all'ascolto del disco.
Ma trattasi di uno dei quei casi (rari) in cui è tale la bravura intrinseca della band che si riesce a far dimenticare le similitudini. Ad alcuni attenti e graditi ascolti, si può cogliere una differenza importante: al cospetto della heavy magnificenza dei canadesi, gli YH contrappongono un'attitudine più trasognata, più cameristica anche nelle fasi serrate. Ogni suite è complessa e strutturata in tante fasi diverse, con un lavoro di arrangiamento curato e funzionale ai sentimenti che tende ad esalare. A partire dall'inizio commovente di Dash and blast fino al capolavoro avvincente e programmatico di Illuminate my heart, darling!, il disco è un abbraccio avviluppante che riscalda e rinfranca.

martedì 27 settembre 2011

Yeah Yeah Yeahs - Fever to tell (2003)

Terreno melmoso, quello del garage, in cui gli YYY del primo album però seppero farsi valere in virtù delle loro doti. Altro che i White Stripes...
Erano ancora belli ispidi e roventi, specialmente nelle chitarre. Sfornavano pezzi di una semplicità disarmante, ma sapevano trarre il massimo dal minimo. Ovviamente l'istrionica Karen faceva la sua parte con il suo range vocale di eroina punk-glam, e gli altri due tiravano allo spasimo ma con grande intelligenza. Il batterista Chase, dotato di retroterra jazz, è una presenza cruciale. Uno di quelli che non danno spettacolo, che non sfoggia tecnicismi ma andandolo ad analizzare si scopre quant'è bravo e che con un altro drummer probabilmente i YYY non sarebbero stati gli stessi.
Fever to tell rilanciava con appena un po' più di professionalità rispetto ai due EP che li avevano fatti saltar fuori, ed è una energica collezione di anthem urticanti, freschi e piacevoli.

lunedì 26 settembre 2011

Xiu Xiu - La Foret (2005)

Ogni disco dei XX è sempre uno scrigno pieno di segreti pronti a sorprendere, volitivo, con un incognita dietro ogni angolo. I primi 4 album sono stati uno diverso dall'altro, intenti a sbizzarrire l'estro incontenibile di Stewart.
La foret è stato un riassunto ben assortito delle puntate precedenti, con forse meno enfasi sulle percussioni, con le miniature acustiche imbevute di scariche elettrostatiche (Clover, Mousey toy, Baby captain), le operette synth dedite ad esplosioni improvvise (Muppet Face, Bog People), le convulsioni post-new-wave (Pox, Yellow raspberry). Tuttavia è la parte centrale del disco a far sgranare le orecchie, grazie ad alcune delle creazioni più ambiziose e devianti da loro mai realizzate; il titanico industriale di Saturn è pura poderosa corrosione. Rose of Sharon è un anti-inno cameristico straziante, con il classico vocalismo tortuoso di Stewart a giganteggiare. Ale rilancia e raddoppia, per voce e fiati astratti, un numero che Mark Hollis avrebbe senz'altro apprezzato, così come la spettralità amorfa di Dangerous, you shouldn't be here.Capolavoro di carriera.

domenica 25 settembre 2011

Xela - The divine (2009)

Sembra un titolo ironico. Di divino qui c'è ben poco...Le insistenti campane a festa che introducono questa cassetta lo-fi (sì, esattamente un tape nella sua prima edizione) sono un finto presagio; man mano che sfumano ne subentrano altre ma emettono rintocchi secchi, funerei, mentre in sottofondo voci convulse e stentoree si accalcano, sempre più affannate. Dopo 8 minuti il pastone si amalgama fino a diventare un unico, agghiacciante rumore. Entra un loop dalla vaga sembianza ambientale e risale la china, evapora e dà quasi senso di sicurezza nonostante l'atmosfera tutt'altro che accomodante. Questa era A Corpse Hangs In The House Of The Lord.
Anti-clericale? Blasfemo? Ma no, dai....giriamo il lato e c'è un bel drone siderale affiancato da loops di canti femminili angelici, che si perpetrano in tutto il loro fascino anche oltre il deragliamento del supporto. Meno strutturato del precedente, Of The Light And Of The Stars è uno di quei dark-ambient minimali che vivono di contrasti troppo lampanti per non essere compresi. E' un po' come prendere El camino real di Basinski, svuotarlo della propria purissima innocenza e trasfigurarlo ad uso film horror.
Autore di siffatte malevolenze è Xela cioè John Pel Di Carota Twells, inglese di Manchester di recente trasferitosi negli USA. Nonostante l'aspetto nerd, è davvero poco raccomandabile....

giovedì 22 settembre 2011

Wolf Eyes - Human Animal (2006)

Ma come sarà venuta alla Sub Pop l'idea di pubblicare questi tipacci qui...Lodevole iniziativa, comunque, dare un po' di visibilità ai rappresentanti più emersi di un movimento trasversale americano che ha saputo rinnovare gli ormai vecchi concetti di noise ed industrial con esiti notevoli (anche se negli ultimi anni i Sightings sembrano averli un po' sorpassati).
Quindi, ben oltre le saturazioni belluine e brade. Human Animal colpiva al cervello anche per le fasi più inquietanti, basti sentire in apertura i meditati clangori metallici di A million years, in cui un free-sax starnazza delirante fino a lambire grida androidi, e il suo proseguio Lake of roaches dalle onde ad alto tasso radioattivo. In tal senso, i veri vertici del disco sono costituiti dagli otto minuti di Rationed rot, per percussioni sparse, drones all'orizzonte magmatico ed ancora sax imbizzarrito, nonchè i 6 di Leper War, se possibile ancora più rarefatta in uno stile piuttosto inusuale per loro, ma di magnetismo indiscusso.
L'altra metà del disco...casino! All'insegna del trademark WE ci sono lo stomp infernale di The driller, l'elettro-macelleria della title-track e Rusted Menge, l'hardcore-power-electronics di Make noise not music. Catastrofici.

martedì 20 settembre 2011

Jah Wobble - Deep Space (1999)

Confesso di essere un po' indietro su Wobble. Sono molto legato alle sue prime produzioni, Betrayal e Bedroom album, che adoro, ma poi come spesso succede tendo a diffidare di chi inonda il mercato con decine e decine di dischi. Sull'ultimo Blow Up c'è un lunghissimo servizio di Zingales che li passa praticamente tutti, così ho deciso di pescare uno dei consigliati di metà carriera, e devo dire che ne valeva la pena, specialmente per la prima parte.
The immanent è un immagignifica immersione di 13 minuti nell'oceano dell'ambient-dub e della psichedelia più etnica, perseguita dai metafisici 12 di The trascendent che tiene fede al titolo. Il basso di Wobble, umile leader, tiene la guida senza mai salire sopra le righe, neanche quando è pronunciato e bombato in Disks, Winds And Veiling Curtains. Splendido il mantra celtico di Funeral March, per cornamuse, percussioni e bordoni d'organo impenetrabili.
Il dub-beat elettronico di Girl Amazed, con voci femminili in sottofondo e la tiritera di fiati sintetici di Debussy turning to his friend chiudono in tono un po' minore, ma Deep space resta comunque un gran bel trip.

lunedì 19 settembre 2011

Windsor For The Derby - Calm hades float (1996)

Quando, nell'autunno del 1996, i texani WFTD si fecero conoscere con questo formidabile debutto, sembravano un combo di nerds venuti fuori dal nulla più totale. Non c'erano informazioni al riguardo, le note di copertina del cd (rilasciato guardacaso dalla cult label Trance Syndicate) erano praticamente assenti, persino i brani erano senza titolo. In soccorso alla curiosità di quei pochi fortunati che ebbero la coincidenza di imbattersi in una copia di Calm hades float (io comprai il cd dopo averne ascoltato neanche metà), arrivò il buon PS con una laconica intervista su Rockerilla.
E' un disco strumentale al 90%, pieno di sfumature, di fascino nebuloso e di grandi trovate minimalistiche. Poteva unire musica cosmica tedesca a wave scabra (3, 5), jingle-jangle delle foreste più fredde (1) ad ambient rarefattissima ed inquinata, quasi dark (2). Le architetture delle 6-corde (ben tre in line-up) si intelaiavano alla perfezione: il pezzo più bello del lotto, la splendida 4, si basa su un cicaleccio di chitarre melanconiche che si ferma e riparte con una vigoria inattesa, a lambire la terra dei ragni meno ostica. Così come l'intricata semplicità di 6, mentre 7 veniva incaricata di chiudere la sfida con i suoi 9 minuti di lenta astrazione, quasi un elevazione, con un finale ghost di gorgoglii spaziali.
La ristampa che Secretly Canadian ha organizzato per il decennale ha aggiunto 3 pezzi live, apparentemente inediti: +/- continuava l'escursione con una ruvida tessitura minimalistica sporcata da feedbacks. Mithology e Skimming invece mostravano un gruppo già in rapida fase di cambiamento: l'inserimento di una seppur timidissima voce in due compassate post-ballads rendevano il contesto molto più accessibile, e di conseguenza meno ambizioso. Un vero peccato che Matz e compagnia non abbiano voluto insistere col canovaccio innovativo che avevano creato, usciti dal nulla più totale.

sabato 17 settembre 2011

Wet Hair - Dream (2009)

Una metà dei Raccoo-oo-oon al varo del nuovo progetto. Il farneticante vocalist polistrumentista Reed e il bravo batterista Garbes cambiano pagina e come si evince dalla foto, si danno alle tastierine e alle camicie. Un look ripulito per l'occasione.
Spiace dirlo, ma si tratta di una bruciante delusione. La fantasia freak al potere che rendeva unici i Raccoo-oo-oon è andata a farsi friggere. Dream è un 4-tracce a zero idee, in cui l'estetica ipnagogica prende il sopravvento, e in questo campo se non si è Sun Araw è davvero dura.
4 divagazioni per organo e Casio, effettini space di quarta mano, pochissimo ritmo, delirio vocale da posseduto: in pratica un disco inconcludente.
C'è una sottile differenza fra essere freak con costrutto ed essere strani per il gusto di esserlo: a sentirli, non si direbbe assolutamente che provengono da uno dei gruppi più interessanti della seconda metà dei '00.
E la cosa più stupefacente è che sono riusciti a fare di peggio con lo sconcertante In vogue spirit di quest'anno.

venerdì 16 settembre 2011

Bill Wells & Aidan Moffat - Everything's getting older (2011)

Un po' indeciso sui pesci da pigliare, il caro vecchio Aidan cambia rotta e si affida ad un tipo di personaggio con cui non aveva mai avuto a che fare: un tecnico.
Costui trattasi di Bill Wells, suo concittadino, pianista di formazione jazzistica che, snobbato dai colleghi connazionali, non ha mai disdegnato collaborazioni più che trasversali con bands britanniche di tutti i tipi, indie compresi.
Da questo bizzarro incontro ne esce un disco di rilassato (per non dire soporifero) jazz-pop, guidato dalle linee pianistiche di Wells su cui Aidan snocciola il suo canto sempre più professionale, pur con tutti i limiti che ben gli conosciamo. Morbide ballads ad alto tasso di levigatura, con una o due varianti in tutto (Dinner time è l'unico momento un po' eterogeneo), impianto un po' essenziale e un po' semi-cameristico con tanto di bassoon e archi, qualche beat-box adattato alla causa, ma le composizioni sono ben poca cosa.
E pensare che il singolo anticipatorio, If you keep me in your heart, è un pezzo molto bello che mi aveva fatto ben sperare, ma il resto non gli si avvicina neanche di km. Insomma, l'ennesima delusione per me, ArabStrap-integralista che continua a non darsi pace dei continui fiaschi che i due pubblicano incessantemente.
Ne hanno parlato tutti bene in giro. Quindi questo post non è da considerare.

mercoledì 14 settembre 2011

We Vs. Death - We Too Are Concerned / We Are Too Concerned (2006)

Brillante proposta di epic-instru per questi olandesi di Utrecht che svettano per capacità compositive e di arrangiatura in egual misura. In questo debutto compattano la loro formula fatta di cristallini arpeggi di chitarre, mai distorte, e la tromba che punteggia ovunque, laconica ed evocativa.
Il canovaccio degli 8 titoli è pressochè identico, ma sono tante le soluzioni che questi combattenti per la vita riescono ad ottenere: nel complesso si tratta di temi abbastanza melanconici, e l'equilibrio è invidiabile. Mai pesanti, mai stucchevoli, mai autoindulgenti. Con tali caratteristiche la noia potrebbe sempre esser dietro l'angolo, ma le belle ambientazioni la tengono ben lontana e soprattutto riescono ad evitare paragoni ingombranti.
Anche se uno alla fine me ne scappa, ma non c'entra nulla con i giorni nostri: il break centrale della splendida Snow cushioned the fall sfodera filigrane chitarristiche che chissà come mi ricordano addirittura lo Steve Hackett di certi passaggi in Selling England by the pound. E' solo il vertice, ma ci sono anche la sommessa One light will do, la frizzante We went to Novgrod, l'articolatissima Mother and father and me, a marcar bene le doti di questi olandesi raffinati e gentili.

martedì 13 settembre 2011

Wallenstein - Cosmic Century (1973)

Non so quanto andasse il prog-rock tout court in Germania nei primi anni '70, ma il destino inevitabile di un gruppo tedesco dedito a tal filone, in prospettiva futura, è essere automaticamente dimenticati, all'ombra dei giganti connazionali.
C'è da dire, poi, che i Wallenstein onestamente avevano un bello stile elegante e privo di autoindulgenze nel suo essere classicheggiante, quindi non erano certo replicanti di quanto proveniente da oltremanica. Il leader del gruppo, Dollase, aveva un retroterra di conservatorio e guidava col suo pianoforte il resto del gruppo in gradevoli e frizzanti quadretti prog, toccando un vertice di lirismo notevolissimo in Rory Blanchford.
La chitarra solista, esuberante e vagamente gilmouriana, e un violino che appariva in qua e in là si prendevano i riflettori nelle fughe più concitate. Con una voce più potente (la flebile e tremolante qui in dotazione finiva per essere il punto debole dell'assetto), Cosmic Century avrebbe rischiato di diventare uno dei classici del progressive europeo meno tecnico e spettacolare.
Vale comunque un ascolto.

VV.AA. - A means to an end - The music of Joy Division (1995)

Aveva senso, nel 1995, fare un tributo ai Joy Division. In contemporanea allo sconvolgente libro scritto dalla moglie di Curtis, molto prima di Control, molto prima degli Interpol e del revival tutto. Aveva senso persino che lo facesse una major, la Virgin, da sempre abbastanza attenta alla qualità. Mi piace pensare che questo disco li fece conoscere ad una gioventù alternativa che non li aveva mai sentiti. Non era il mio caso, ovviamente, quindi affrontai l'uscita con la diffidenza giusta ed un pizzico di curiosità. Innanzitutto erano presenti alcuni dei miei beniamini dell'epoca e quindi un motivo d'interesse in più c'era, ma come spesso succede alle compilation (ed ancor più ai tributi), il livello generale non è mai soddisfacente.
A means to an end nel suo complesso vale un 5 scarso: troppa sudditanza psicologica, troppe imitazioni pedisseque, quasi nessuno che coglie l'essenza dell'angoscia originale, quasi nessuno che rischia un minimo per metterci del suo.
Aprivano i mitici Girls VS Boys, all'epoca lanciatissimi su Touch & Go: la loro She's lost control variava impercettibilmente il modulo della strofa per poi tornare in carreggiata nel chorus, resa con la compattezza granitica classica della loro fabbrica. Bravi nell'espletare uno dei pezzi più ardui, in sostanza. Moby anticipava di un anno le atmosfere sulfuree del suo Animal rights con una New Dawn Fades che incuriosiva più per la performance che per altro. I Low spiritualizzavano a loro modo Transmission, i Codeine regalavano il loro canto del cigno con l'ultimissima apparizione in una rilassata Atmosphere, nulla di sconvolgente per entrambi, un po' di mestiere e poco più.
I migliori arrivavano alla fine, per fortuna, recuperando fra l'altro un paio di pezzi fra i minori in assoluto del primo repertorio, fra il 1977 e il 78. I Godheadsilo cancellavano il mal registrato originale di Walked In Line con una scheggia impazzita di schizofrenia per due minuti scarsi. I Tortoise, opportunamente appostati come fanalino di coda, trasformavano As you said in uno dei loro trip eso-tecnici che faranno storia l'anno successivo con Millions. Bocciato in misure diverse il resto del tributo (e sto parlando di 8 su 14). Troppo calligrafici Further, Kendra Smith, Versus, Desert Storm, Face To Face, falliti nel tentativo di trattare i pezzi sotto una scabra visuale personale.
Inqualificabile Corgan degli Smashing Pumpkins sotto le vesti di Starchildren, in una insipida ed infantile rendition elettronica di Isolation. Insensata la versione mainstream-pop di tale Stanton Miranda di Love will tear us apart, totalmente svuotata della sua poesia originale.
Addirittura scandalosi gli Honeymoon Stitch, nient'altro che Navarro dei Jane's Addiction, allora nei Red Hot Chili Peppers qui insieme al batterista Smith, che rovinavano Day of the lords in tutti i modi possibili, con esecuzioni tamarre sopra le righe e l'ausilio di un cantante completamente incapace.
Si capisce pertanto il 5 come valutazione finale.

Nuovo disco di Message To Bears

Per chi avesse cinque minuti da perdere (e qualche euro da "investire") segnalo la raccolta fondi della Dead Pilot Records che servira' a:
1 - Ristampare il da-lungo-esaurito primo ep di Message to Bears (EP 1), rimasterizzato per l'occasione, in cd e vinile;
2 - Stampare il secondo lp degli stessi, "Folding Leaves", anche questo in cd e vinile.
"Folding Leaves" e' il seguito del bellissimo primo lp del gruppo di Jerome Alexander ("Departures"), se gia' conoscete i suoi lavori precedenti non devo dirvi altro; in caso contrario, dategli un ascolto, perche' merita.
Mentre scrivo queste note, la sottoscrizione ha gia' raggiunto un totale di $1.312 sui $4.000 che sono l'obiettivo in sole 16 ore dal lancio dell'iniziativa.
Dei Message to Bears potete trovare notizie ad esempio su Tuning Maze, e su Place to Be.
Qui c'e' una recensione di ondarock e qui una recensione in inglese e un'altra recensione in inglese.
Per finire, su wave, il blog di brazzz, trovate diversi video dei Message to Bears.
(Allelimo)

lunedì 12 settembre 2011

Votiva Lux - Solaris (2002)

Occorre difendere la musica italiana, specialmente se ad una buona formula abbina testi interessanti, per noi che possiamo capirli. Ma se si vuol fare una proposta strumentale, maledettamente, si rischia di perdere il privilegio e subordinare il giudizio ad un contesto troppo ampio. Strana la storia del quartetto bolognese; negli anni '90 era dedito ad un wave-dark in italiano mutuato dai primi Diaframma, con tanto di cantante sosia di Sassolini. Comprai il demo Visioni attorno al '94 o '95, e lo trovai peraltro molto ben fatto, con delle buone songs in carniere. Poi fecero un disco che non trovai e li persi di vista. Solaris cambiava completamente pagina, rinunciando ad ogni vocalismo (eccetto gli epici fonemi del pezzo introduttivo, performati da un cantante gallese) e ad ogni influenza wave, andando a cozzare contro un rock psichedelico banale e triviale.
Estetizzanti ed autoindulgenti, i Votiva Lux coniavano delle mini-suite in cui l'approccio granitico delle chitarre trovava spalla in qualche effettino space, in una sezione ritmica monotona e senza scossoni, in un perpetuo sentore di jam-session inconcludente e perdipiù noiosa. Salverei soltanto la breve acusticheria di Inisheer, l'unico pezzetto che mi ha fatto immaginare qualcosa, chè per il resto spiace dirlo ma a me i Votiva Lux non dicono proprio nulla.

domenica 11 settembre 2011

Volcano! - Beautiful Seizure (2006)

Psicotico trio chicagoano che prova e riesce a mischiare un po' tutto, con risultati alterni ma degno di attenzione in questo debutto.
C'è una forza prorompente nei pezzi in cui le melodie sono appena più facili (Easy does it, Apple or a gun, Pulling my face in and out..), che finisce per farli sembrare dei Radiohead impazziti, col cantante tarantolato Smith che sfregia la chitarra atonalmente, salvo le eccellenti Fire Fire e Red white bells che si pregiano di ambientazioni mutanti ed avvincenti (la prima avrebbe anche fatto un figurone su The bends). Anche se è lui il frontman la maggior responsabilità delle musiche sembra essere sulle spalle del bassista/sintesista/electronic guy Cartwright, fautore di una lunga sequela di trovate freak (la new-age-core di $40.000 plus interest, lo stordimento lunare di Larchamont's arrival, lo sbilenco jazz di Hello Explosion, forse il pezzo più interessante del lotto), e del batterista Scranton, a suo agio nelle partiture più improbabili e rigoglioso di cascate di colpi memore di Kevin Shea.
Un disco difficile, ma che sarebbe venuto meglio tagliando un paio di episodi negativi (il delirio vocale di La Lluvia è ben poco digeribile, va bene l'avanguardia ma certi numeri già si perdonavano a fatica a Jeff Buckley), rendendolo un po' più condensato e maggiormente apprezzabile. Ad ogni modo, davvero bravi ed originali.

giovedì 8 settembre 2011

Volcano The Bear - Classic Erasmus Fusion (2006)

Disco discretamente incensato dalla stampa di settore, per un complesso inglese relativamente sconosciuto ai più. CEF è un condensato inafferrabile di tutte le freakerie emerse prepotentemente nel decennio '00, corredato da eclettismo invidiabile ed una varietà sufficiente a non tediare o indugiare in eccessi spropositati, specialmente se si considera il kilometraggio del percorso, che si aggira sui 70 minuti circa.
Pur riconoscendo l'originalità e la maestria del combo, che peraltro si dice sia in giro da metà dei '90, mi sembra opportuno citare parallelismi che si colgono facilmente: i Rollerball più caoticamente free-jazz, gli ultimi Cerberus Shoal nelle pieces più teatrali e con movenze vagamente etniche, Nurse With Wound nei cerimoniali più astratti. Non a caso Stapleton si è reso protagonista di una decisa promozione nei loro confronti, avendoli fatti uscire su United Dairies.
Per non tacere di qualche fraseggio che clamorosamente fa tornare indietro al leggendario The end of an ear di Robert Wyatt. Sarà anche per il massiccio uso dei fiati, che conferisce ancor più follia all'impianto deviato in partenza. Poi magari 17 pezzi sono anche troppi, ma è un operazione senz'altro concettuale (persino alcuni titoli dei pezzi ispirano simpatia) e nel finale c'è anche la lunga Erasmus, the queen dentist, che è un lungo drone di fiati increspato da una linea psichedelica (chitarra? voce manipolata?) che mi riporta dritto dritto ad Ummagumma, per poi sfaldarsi/trinciarsi in un rombo di motore. Quindi, togliendo 4-5 episodi poco riusciti saremmo stati di fronte ad un capolavoro di freakerie assortite, ma dopo tutto va bene così....Ottimi.

martedì 6 settembre 2011

Voice Of Eye - Vespers (1994)

Sulla scia del recentissimo post dell'amico Vlad che ha descritto il colossale Transmigration, replico col disco precedente dell'importante duo texano, dedito ad una ambient avanguardistica immagignifica da far tremare i polsi.
Un percorso che nasce negli anni '80, vede la sua sotterranea distribuzione nella prima metà degli anni '90 per poi interrompersi all'improvvso. Ogni pezzo di Vespers è dedicato ad un verbo programmatico delle loro atmosfere cangianti; risveglio, respiro, fioritura, declino, scioglimento, deriva e sogno. Breathing è un vero e proprio gigante tempestoso, un gorgo lento ed inesorabile nei suoni più oscuri. In contrasto a questo lato, i VOE spesso reclinano gli oscuri multi-drones per darsi ad un etnica di larghe vedute, come nelle oniriche Blooming, Drifting e Waning, fra tablas e soavi vocalizzi della fascinosa McNaim.
Ma sono le suite più minacciose a tenere banco; oltre alla già citata Breathing, c'è Melting ad inquietare con uno pseudo-ritmo di concretismi manipolati, e i 20 minuti della finale Dreaming, di un polifonico astrattismo da far accapponare la pelle.

lunedì 5 settembre 2011

Voice Of The Seven Thunders - Voice Of The Seven Thunders (2010)

Trio inglese che in realtà nasconde un solista, l'inglese Tomlinson, generalmente dedito ad un fingerpicking acustico. Cambiando la parola finale del moniker (da Wood a Thunders), ha dato fuoco ad un memoriale di rock psichedelico che affonda nei primi anni '70 come sabbie mobili.
Pur mantenendo qualche fase bucolica, il disco è pesantemente influenzato dalle pagine più acide della Germania del periodo (tutti hanno detto Amon Duul, ma io metterei anche qualcosa degli Ash Ra Tempel), con lunghe fasi soliste di chitarra (in un paio di episodi un po' prolissa, a dir la verità). E' comunque un discreto compendio di freakedelia che migliora verso la fine, specialmente con il misticismo di Cylinders, che centra l'obiettivo dove per esempio falliscono dei corrispondenti oltre oceano come i Grails, con l'avvincente space-rock di Set fire to the forest, per chiudere con l'agreste ballad di Disappearances, guidata da un genuino spirito west-coast.

domenica 4 settembre 2011

Vampire Rodents - Premonition (1992)

Musica Totale, in questo disco-fiume di 70 minuti, il secondo di questi canadesi, frutto dell'atipico incontro fra un antropologo e un compositore di colonne sonore. Musica imprendibile, che disorienta con i suoi eccessi d'imponenza, grazie anche all'uso spropositato dei campionamenti.
Durò appena un lustro, il progetto del chitarrista Vanhke e del tastierista Wulf, dedito a queste mini-opere dell'assurdo. Premonition è composto da 21 collage impazziti a base di funk raggelante, rock industriale, cosmic-ambient, elettronica post-wave e persino musica da camera. Infatti nella formazione era appena entrata la violinista Akastia, che svisava fra schizzi debordanti e seriosità neo-classica (è protagonista nel miglior titolo in scaletta, l'impressionante Dresden), contribuendo in maniera decisiva a variegare il suono vampiro.
Un sound il cui lo spiegamento di mezzi giustifica il fine di addossare tensione senza mostrar sangue, come in un thriller efficacissimo: la voce di Vanhke, stridula e monotona, le meccanizzazioni freddissime della drum machine, le rasoiate atonali di chitarra e come già riferito sopra, la marea interminabile di campionamenti. Nel finale c'è spazio persino per sonorizzazioni da orchestra e un paio di numeri new-age, per un disco il cui potenziale s'inizia a capire soltanto dopo 4-5 ascolti, a fronte di un primo in cui avevo sentito un rigetto.
Attenzione, occorrono precauzioni.

sabato 3 settembre 2011

Usa Is A Monster - Space Programs (2008)

Sarà anche questione di gusti, ma io sono uno di quelli che SIB di Blow Up, recensendo il recente doppio-debutto del nuovo ensemble di Langenus, cita sarcasticamente come "coloro" che sono fan degli UIAM e chiedono spiegazioni al rasta-pelato-barbuto in merito alla sua agghiacciante svolta country. Ora, io ho ascoltato soltanto Good god e non Infinite ease, che viene descritto come un po' diverso, ma effettivamente sono rimasto spiazzato. Non vedo nulla di male nel tornare alle radici, ma stilisticamente non si avranno attenzioni se non si possiede una dote di songwriting come quella del vecchio Will Oldham o, per restare ai nostri giorni, come degli Arbouretum. Good god non è un brutto disco, semplicemente non ha nulla da dire e non riesco a portare l'ascolto al termine, a maggior ragione perchè sono deluso.
Hofmann si è ritirato in una comune in Michigan e il mostro, una delle entità più uniche che si siano sentite nel decennio '00, non esiste più. Eppure c'era un percorso da proseguire, perchè Space Program era diverso. Dopo aver consacrato il noise-prog acrobatico con Wohav e Sunset, i due bardi ampliavano le soluzioni e ammorbidivano parzialmente il suono. Il tour d'addio che seguì li vedeva con una formazione a 4, con ben 2 tastieristi (!), dato che era diventato impossibile proseguire con il duo nudo e crudo. Ma anzichè pigiare sul pedale del prog, come sarebbe lecito immaginare, progredivano verso una forma sempre personalissima, con decise aperture alla melodia, agli schemi complessi, all'evocatività indiana d'America. Le distorsioni diminuiscono, i tempi si fanno meno vorticosi.
Il manifesto è Ice bridge, la perla del disco: un sogno ad occhi aperti in 6 minuti, con fraseggio chitarristico epico doppiato dall'organo, da pelle d'oca. La girandola che introduce Above all it's all songs è il preludio ad una tensione acustica di rara bellezza, doppiata subito dopo da Tulsa.
Avrei gradito che Langenus procedesse nella direzione di questi due pezzi o di All or nothing, in un folk-rock geneticamente modificato di tale portata. Non avrei preteso che portasse avanti il discorso del monster-brand più arrangiato di Cocaine Wedding o di Frozen rainbows, nè che partorisse labirinti geometrici passionali come la conclusiva Florida.Spero di ascoltare presto Infinite ease e di poterlo rivalutare, anche se temo che il rimpianto per aver perso gli UIAM continuerà a rendermi prevenuto contro il country.

venerdì 2 settembre 2011

Ultra Bide - God is God, Puke is Puke (1995)

Ok il nome è quello che è, magari ha un altro significato. Infatti sono un trio giapponese che a metà '90 approdarono dall'altra parte del Pacifico e di conseguenza all'Alternative Tentacles per rilasciare un paio di album, il primo dei quali era questo pregevolissimo campionario di crossover eclettico.
Il punto di partenza è sempre l'hardcore-punk, che specialmente in Giappone negli anni '80 aveva visto una scena importante e diffusa. Altri ingredienti dell'Ultrabidè-sound erano composti da scorie diffuse di noise-rock, qualche puntatina maliziosa sul funk-metal, voce stridula e beffarda, qualche intermezzo sperimentale. Nel complesso God Is God convince per le soluzioni tecniche, con gli highlights nel meltin pot emotivo di Saigon Whore, nella rocciosa What The Hell, nell'ipnosi di Loop col bassista sugli scudi, nella psichedelia core di Kill me tender, o il vortice ossessivo di Destroy. Il tutto con la voglia di fondo di divertirsi, senza esistenzialismi apparenti.
Con Biafra fecero un altro disco e poi appena due dischi in 10 anni, al punto che si può dubitare dell'esistenza attuale del gruppo.
Piccolo cult, ad ogni modo da recuperare.

giovedì 1 settembre 2011

Ui - Sidelong (1996)

Negli anni d'oro del post-rock, chi incideva su Thrill Jockey o Southern aveva possibilità di ottenere una buona esposizione. Ma i newyorkesi Ui dalla branca cercavano di fuggire, nonostante la formazione facesse sospettare subito l'adesione; due bassi, Jones e Waldmann, ed un batterista, Wright. Il loro semmai era un funk-dub contaminato, rallentato e passato sotto un filtro leggermente jazz. Che, a parte qualche influenza palpabile (i Liquid Liquid nelle fasi più percussive, i Can un po' appannati del 1976-77) finisce anche per essere abbastanza peculiare.
Peccato che un po' di manierismo ed autoindulgenza in Sidelong inficino leggermente il complesso, rendendolo poco più di un gran bel sottofondo; il basso-base snocciola belle linee sinuose, l'altro si incarica delle funzioni armoniche con ghirigori spesso dissonanti, la batteria indugia su frasi percussive insistite, quasi ipnotiche. Qualcosa del primo disco dei Tortoise affiora, ma senza la stoffa di McEntire e compagnia. Sarebbe stato meglio evitare qualche frase di chitarra solista (presumibilmente suonata da Jones), ingombrante ed inopportuna.
Bravini ma passabili.

mercoledì 31 agosto 2011

U.S. Maple - Long hair in three stages (1995)

Fra i migliori eredi di Cpt. Beefheart degli anni '90, gli U.S. Maple hanno realizzato una manciata di dischi genialoidi che lo stesso DVV avrebbe apprezzato, in caso di ascolto. Quest'opera prima è un labirinto di deviazioni psicotiche, grovigli chitarristici, ritmiche frastagliate e poi c'è quella voce che da peculiarità in senso inverso.
Al Johnson, infatti, tutt'è fuorchè uno shouter invasato; semmai, con quel timbro all'apparenza innocuo ed afono, impersonifica perfettamente la follia recondita degli U.S. Maple, di cui lui stesso e il chitarrista Shippy provenivano da un gruppo classicamente noise-rock, gli Shorty.
Qui avviene qualcosa in più della classica "destrutturazione del blues": le radici del Capitano si sentono (citerei due pietre miliari come Best batch yet e Sheriff of Honk Kong per dare un'idea), ma ci vanno di mezzo anche i Red Krayola di Soldier Talk e in certi tratti le fughe iperboliche dei Sonic Youth.
Una perla su tutte, The state is bad. Peccato che non abbiano avuto la giusta ricognizione da parte del pubblico.

martedì 30 agosto 2011

Two Dollar Guitar - The Wear And Tear Of Fear: A Lover's Discourse (2006)

E' un cantautorato molto lucido quello che Foljhan propose in questa sede, rinunciando alle ritmiche di Shelley che l'aveva accompagnato fin dall'inizio del progetto. Chitarra acustica e voce profonda marcano la chiara appartenenza folk, che guarda indietro fino ai '60, in questo senso intendo la lucidità. Ma di tanto in tanto compare qualche tastiera a rendere le atmosfere più spesse, a non lasciare la veste di questi pezzi così spartana.
Questo succede nella prima metà del disco, di gran lunga meglio della sua opposta. Le belle elegie di Cascade e The wild night mettono a nudo un autore placido, con una vena leggera di spleen mai troppo accentuato. La straniante Wild load è un gradevole giochino minimalista, ma alla fine lascia un po' l'amaro in bocca perchè Foljhan avrebbe potuto sperimentare un po' di più, mentre da lì in poi si sbraga in un pugno di sonnolente country-ballads. Che per carità, si fanno anche ascoltare con piacere ma di certo non lo elevano a prim'attore.

venerdì 5 agosto 2011

True Widow - As High As the Highest Heavens... (2011)

Insieme agli Implodes ecco la più bella rivelazione americana della prima metà dell'anno. Fondamentalmente i TW si ispirano a certe splendide pagine degli anni '90 come i Codeine per quanto riguarda il passo, il canto fragile e l'attitudine introspettiva, ma la massiccia dose di fuzz e distorsione impressa dal chitarrista Phillips li porta ad una mistura inedita di doom-dream che li fa sembrare un incrocio fra i primi Low e i Jesu dell'esordio.
Ogni pezzo di As high as... è un piccolo gioiello compositivo che splende di luce propria. Jackil, Wither, Doomser e NH in particolare, snocciolano una moviola fragorosa ed estatica in cui il flebile dualismo vocale fra Phillips e la bassista Estill rafforzano il confronto con la band di Duluth. Ma anche quando la cadenza si risveglia le gemme arrivano come se piovesse: Blooden horse, la vetta assoluta del disco, Skull eyes, Night witches movimentano la greve letargia che aleggia sulle pieces con ispirazione insperata.
Un disco che cresce ascolto dopo ascolto, che esala tutto il suo fascino etereo/sulfureo in piena soluzione di continuità.
Buone ferie.

giovedì 4 agosto 2011

Treponem Pal - Excess & Overdrive (1993)

C'era una volta l'industrial-metal, ovvero nei primi anni '90. I Ministry sbancavano tutti i botteghini, i Nine Inch Nails ci stavano arrivando, ma anche in Europa non si scherzava, con gli svizzeri Young Gods e i francesi Treponem Pal, che qui trovavano la loro consacrazione a livello perlomeno continentale. Isoliamo i Godflesh, che sono sempre stati a sè stanti.
A ripensarci adesso, era un movimento eccitante ed ha lasciato qualche bella testimonianza. Excess & Overdrive non sarà forse ricordato come una pietra miliare e a livello produttivo dimostra tutti i suoi 18 anni; l'enfasi dei TP era tutta spostata sull'ossessività, sui riff chitarristici urticanti e sulla vocalità feroce dell'armadio Neves. Un sound molto lucido ed omogeneo (quasi troppo), privo delle schegge di follia dei Ministry o della creatività di Reznor, alla lunga un po' ripetitivo nel suo dibattersi animalesco.
Ipotizzando di stilare una compilation, però, non si potrebbe non inserire l'highlight Pushing you too far, in cui qualche inserto elettronico dà una bella mano e le chitarre si sgranano un po', allucinate da una forma di psichedelia androide. Molto bello.

mercoledì 3 agosto 2011

Treepeople - Just Kidding (1993)

Il primo gruppo con una certa visibilità di Doug Martsch, che dall'Idaho si trasferì a Seattle con un bell'occhio lungo, infatti intorno al 1989. Incidevano per la C/Z, una indie molto promettente che ai tempi sembrava poter rivaleggiare ad armi pari con la Sub Pop.
Non sono stati nulla di eccezionale ma avendo in dote un asso di tale levatura appare interessante osservarne le radici. Influenzati dai Dinosaur Jr. meno ottundenti, con Just Kidding galleggiavano fra tentazioni grunge, scorie residue di punk-hardcore e persino qualche puntatina di folk-rock.
Un dischetto gradevole e nulla più, con la plusvalenza delle trovate chitarristiche del leader che di tanto in tanto fanno drizzare le orecchie. Di lì a poco si staccò per dare inizio all'avventura Built To Spill, ma quella è decisamente un'altra storia....

martedì 2 agosto 2011

Trans Am - What day is it tonight? (2009)

Ci voleva davvero un documento celebrativo che sintetizzasse le gesta on stage dei veterani di Chapel Hill. L'anno scorso vennero in Italia soltanto per una data e me li persi, peccato perchè da questo live album si intuisce che dev'essere uno spettacolo non trascurabile.
Si copre un arco di ben 15 anni, a partire da ancor prima di esordire ufficialmente su solco digitale, fino al 2008. Ogni dettaglio sembra evidenziare che l'ago della bilancia indica la direzione prettamente '70 rock dei TA: uscito soltanto su doppio vinile, seppur abbinato ad un DVD, privilegia l'approccio fisico del power-trio in luogo delle creazioni più elettroniche, fa bella mostra delle doti tecniche (come prevedibile, il batterista Thomson fa scintille) e gioca ironicamente, col titolo, con le peripezie e lo stile di vita on the road spericolato e ricco di sorprese. Da non perdere, in questo tema, la divertente intervista al bassista Means sulla pagina promozionale della Thrill Jockey riservata a What Day (googlare il titolo del post e sarà la prima page in lista).
Una lunga cavalcata di 17 titoli, in cui un'altra volta si avvera il loro miracolo di non apparire cafoni, vivendo sul sottilissimo filo del rasoio dell'hard-rock più cataclismico e dell'elettronica tedesca più abusata.
Inutile citare pezzi piuttosto che altri; What day è un live roccioso e mozzafiato, compendio riassuntivo essenziale per inquadrare la discografia dei longevi TA(marri).

lunedì 1 agosto 2011

Toshack Highway - Toshack Highway (2000)

Parentesi un po' interlocutoria per Franklin, che all'indomani dello iato a tempo indeterminato degli Swervedriver trovò asilo alla Flower Shop di Robin Proper-Sheppard e assemblò una formazione a supporto dandogli il nome di due calciatori inglesi degli anni '70.
Il songwriting un po' appannato di 99th Dream, uscito appena un anno prima, lo aveva inchiodato ad una fase non proprio felice. Così, non si sa quanto per voler cercare nuove strade o per effettiva carenza d'ispirazione compositiva, Franklin retrocedette verso una psichedelia morbida, languida, d'ambiente, ricca di tastiere analogiche e per metà strumentale.
Quindi, un album fatto di calma serafica ed estatica che sa far germogliare qualche bel momento fra i quadretti senza parole (l'arcobaleno dub di Waking up, le cinematiche Theme e Harlem, la riflessiva Just landed) e i pezzi convenzionalmente cantati (Wurlitzer Walzer, Toshackinblack), scanditi dalla tipica voce pigra ed espressiva di Franklin, a suo agio anche su tappetini di tal guisa.
Peccato che l'altra metà del disco sia davvero inconcludente, fra tentativi fuori portata (c'è addirittura un pezzo di ethnic-world che proprio non c'entra niente) e sterili riempitivi che andavano accuratamente preservati sullo scaffale degli scarti. A causa di ciò, Toshack Highway non si può definire certo una delle vette artistiche di Franklin.