lunedì 28 maggio 2018

Dead Rider ‎– Crew Licks (2017)



Torna Todd Rittmann col quarto Dead Rider, ed è ancora una gioia per le orecchie. Quest’uomo sa sempre come disorientare, come contaminare, come rivitalizzare la propria musica. Adesso cosa faranno?, mi chiedevo al termine di Chills on glass. L’elettronica torna parzialmente nelle retrovie, il basso-synth ancora sinuoso fra le righe ma meno invasivo, le chitarre tornano a graffiare. Ma non è un ritorno al rock, Crew Licks: con le dovute misure cautelari che si attengono ad un pazzo come lui, Rittmann non è mai stato così soul-blues in tutta la sua carriera. Si alternano sghembi hard-rock marziali (Grand Mal Blues, The Listing, The Floating Dagger) a sinuosi e sensuali movimenti soul (Ramble on rose, Bad Humours) come se non ci fosse stato uno ieri. Al primo ascolto sembrerebbe di trovarsi di fronte al disco più ordinario (o tradizionalista) di Rittmann; al secondo si rinsavisce e si pensa già, questo genio ne sa una più del diavolo e ci distrae con una disinvoltura sempre più invisibile. Come la scelta del video ufficiale promozionale: The Ideal, il pezzo che c'entra meno con tutto il resto.

sabato 26 maggio 2018

Low ‎– I Could Live In Hope (1994)

E' giunta l'ora, per me, di rivalutare i Low, o quantomeno i primi essenziali. Perchè devo ammettere che ai tempi d'oro dello slow-core li snobbai altamente. Pensavo che la loro ricetta fosse troppo semplice e priva delle trovate infiammabili che sapevano sfoggiare i miei beniamini: un suono troppo asciutto, prevedibile, soporifero. Mentre tutti li inneggiavano io facevo bah, ma vuoi mettere questi con i Codeine, con gli Idaho, con i Red House Painters? Ma scherziamo?
Dopo quasi un quarto di secolo, credo ancora fermamente che lo slow-core sia stata una breve ma gloriosa pagina del rock americano, un suono che non invecchia e mantiene tutta la propria accecante intensità. E I Could live in hope, indicato ai quattro venti come pietra miliare del genere, è una peculiarità tutta sua del filone: la devozione quasi liturgica, le melodie nette e carezzevoli, quelle scure e appena appena tese, gli incastri vocali, la calma serafica che ineffabilmente non sfuggiva mai; era tutto un inno alla compostezza, ma con sentimento. Nevrosi era una parola sconosciuta nel vocabolario dei Low. Oggi, dopo quasi 25 anni, questo disco mi sembra di averlo consumato come Year After Year, Rollercoaster, The White Birch; ai tempi avrei potuto farlo ma il mio animo inquieto cercava questa cosiddetta nevrosi ed i Low forse erano troppo adulti per me. Era questione di vivere nella speranza, ed era evidente che loro ce ne avevano fin dall'inizio.

giovedì 24 maggio 2018

Peter Silberman ‎– Impermanence (2017)

Al debutto solista per modo di dire, Mr. Antlers va estremamente intimo e spoglio con un disco che al 90% è solo chitarra e la sua voce inconfondibile. Il songwriting non sembra essere di scorta al gruppo e le esecuzioni sono di una devozione quasi liturgica, in modo da evidenziare l'influenza del Jeff Buckley di Sin-è, ma con ovviamente meno esuberanza ed enfasi. Un passo da tartaruga e accordi sparuti caratterizzano l'opening Karuna, il pezzo più esaltante della scaletta, che inscena il fantasioso innesto del sopracitato sulle architetture fantasmatiche del Mark Hollis anno di ultima grazia 1998. Fosse stato tutto a queste altezze avremmo gridato al capolavoro, ma Silberman rientra rapidamente sui binari di un cantautorato piuttosto convenzionale con New York, Maya, Ahimsa,  e la pur eccellente Gone Beyond, che non potranno non piacere a chi ha scoperto Buckley tramite l'arcifamosa rendition della Halleluwah coheniana. La chiusura spetta alla strumentale title-track, che ritorna alle atmosfere magiche di Hollis, questa volta però più dalle parti di Laughing Stock; questo è quanto prediligerei che approfondisse Silberman, augurandomi comunque che risolva i suoi problemi di udito e ritorni presto con un nuovo Antlers.

martedì 22 maggio 2018

Unwound - New Plastic Ideas (1994)


Frutto di un’evoluzione impressionante rispetto a soltanto un anno prima (il furiosissimo Fake Train), New Plastic Ideas resta una pietra angolare della carriera del trio di Olympia, di certo non fondamentale come gli ultimi, ma molto significativo perché pubblicato in un anno, il 1994, che fece la storia della musica americana, ricco come fu di capolavori ed innovazioni. A modo suo, un gruppo ancora molto giovane ma con delle idee chiare su come superare il noise-rock ed il post-hardcore, seppur sapessero interpretarlo ancora con convinzione ed ottimi risultati (Hexenzscene, Envelope,All souls day). Sono le tracce dilatate a restare scolpite nella memoria; i 7 minuti strumentali di Abstraktions riprendono la lezione implosa degli Slint e la portano a livelli quasi cosmici, Fiction Friction un vortice piano-forte che influenzerà tantissimo anche gruppi inglesi come Elevate e Ligament, Arboretum e le sospensioni parossistiche a base di armonici, con un senso del tragico che all’epoca aveva pochi eguali. Senso del tragico che diventerà la chiave di lettura principale nel proseguio della loro carriera.

domenica 20 maggio 2018

Pere Ubu - Architectural Salvage (2016)

Corollario alla cofana di 4 cd uscita nel 2016 che colleziona terzo, quarto e quinto disco degli Ubu, prima dello scioglimento nel 1982. Tre albums che mi sono sempre ripromesso di riascoltare da tanti anni, ma non ce l’ho mai fatta, e neanche questa è stata l’occasione ma pazienza, c’è questo bonus di inediti, alternate takes, rarità e la prima traccia è un live di Humor me del 1978. Miglior adescamento non potrebbe esserci, anche perché la qualità del suono, per l’epoca, è clamorosamente alta e l’esecuzione è da manuale. Senza essermi informato, al primo ignaro ascolto pregustavo un live intero, cosa di cui ovviamente non si tratta. Scorrono così, con leggera disomogeneità, questi bignamini di un triennio che ha visto gli Ubu rinunciare al brio wave-post-punk per un suono surreale, quasi demenziale a tratti, col basso spesso in primo piano. Buffi vignettisti. David Thomas un’inarrestabile cabarettista. Trovate geniali a iosa, anche se si tratta pur sempre di un corollario. Resterà confinato nei miscellaneous, ma che brillantezza.

venerdì 18 maggio 2018

Caustic Window ‎– Caustic Window LP (1994)


Un anno dopo la finestra poligonale, Richard James architettò la finestra caustica, ma si rivelò talmente scottante da metterla in un cassetto ad invecchiare; fu davvero lungimirante, innanzitutto per non inflazionare la sua discografia in un epoca in cui usciva con una marea di prodotti, e poi da prevedere che si sarebbe rivelata utile dopo 20 anni.
Non sto a ripetere la storiella del disotterramento, delle aste a 3 zeri per l'unica copia (!) messa in vendita nel 2014, del fundrising, insomma, sono tutti dettagli extra musicali. Ciò che conta è che dopotutto siamo stati ben contenti di scoprire un'autentica reliquia della golden age di Mr. Irish, con 15 tracce di puro Aphex-style, forse un po' più sbilanciato sulla trance p(r)e(s)sante di Polygon Window ma anche con preziosi inserti che sembrano paracadutati direttamente dai Selected Ambient Works (Fingertrips, Airflow, Squidge in the fridge). Certo, pur sempre di un archivio si tratta e non a caso rimase tale, ma che classe folle....

mercoledì 16 maggio 2018

Scala ‎– To You In Alpha (1998)

Dallo scisma dei divini Seefeel fra Mark Clifford ed il resto del gruppo, questi ultimi rinacquero come Scala e fecero 3 dischi in rapidissima sequenza prima di dissolversi. To you in alpha uscì su Too Pure e beneficiò della promozione di una indie-label ai tempi già fortissima, tant'è che ricordo di averlo trovato fra i cd di mio fratello, ai tempi invaghito del trip-hop più modaiolo. Era da giusto giusto 20 anni che non lo ascoltavo e devo dire che il tempo se lo porta bene; evidentemente il buon gene dei Seefeel non tradiva, pur privo del leader creativo.
Forse intendevano provarci, gli Scala, ad avere un po' di riscontro di pubblico: per quanto la componente trip-hop non fosse preponderante, in effetti potevano avere la stessa attrattiva degli Sneaker Pimps di Becoming X, ma in un contesto più colto e ricercato, se vogliamo. I vocalizzi di Sarah Peacock, nettamente più in primo piano rispetto al passato, le strutture compositive più legate alla forma canzone, una più che buona varietà di stili ed atmosfere, quanto bastava per non sembrare confusi od incerti. Ci sono alcune solenni meraviglie dirette discendenti del gruppo madre (Still, Remember How to breathe, Wires), qualche concessione alle melodie più cristalline ma comunque di qualità, addirittura una libera uscita sull'acid-rock (Colt, che sembra una outtake dei Loop di A gilded eternity), insomma più ingredienti per accattivarsi varie fette di pubblico. Che in fondo avrebbero meritato.

lunedì 14 maggio 2018

Screaming Trees ‎– Even If And Especially When (1987)

Probabilmente il gruppo più ordinario della scuderia SST a fine anni '80, i primi Screaming Trees erano un'onesta band che macinava con energia hard rock e sixties-garage, dallo spirito genuino e privi di qualsiasi forma di quel nichilismo che avrebbe caratterizzato il grunge. In questo che fu secondo e primo di tre sulla label di Greg Ginn, la band aveva due tratti distintivi che li rendeva comunque superiori alla media: la voce già ruggente di Mark Lanegan ed il chitarrismo torrenziale di Conner, capace di aggirare le banalità ed i luoghi comuni del genere con un campionario di riff e trovate istantanee ad effetto.
Even if and especially when non verrà ricordato mai come i loro anteriori più di successo, ma per un gruppo alle prime armi era già un ottimo prodotto, ed oggi un occasione per ricordare le origini di Lanegan, che senza questo importante trampolino forse non sarebbe diventato ciò che è oggi. Alla fine si torna sempre al solito discorso di Seattle; esserci al momento giusto, nel posto giusto, al di là degli effettivi meriti artistici.

sabato 12 maggio 2018

Calla ‎– Strength In Numbers (2007)

Proprio nel momento in cui sembrava che potessero raggiungere un discreto successo, col secondo su Beggars Banquet, i Calla si sono fermati. E dopo dieci anni netti, sento che mi mancano e che forse non ho apprezzato quanto fosse giusto per loro insistere sul lato più tradizionalista, dopo quel Collisions che mi aveva leggermente deluso.
Strenght in numbers vedeva un trio ormai rodatissimo, immerso nel proprio spleen fino al midollo, elevarsi a status di classico, di gruppo formula. Inutile sparare nomi influenti, in fondo è stato un commiato che ce li farà ricordare per sempre, soprattutto per perle assolute come Defenses down, Rise, Dancers in the dust, A sure shot, testimonianze di un songwriting ormai col pilota automatico che sprintava emozioni da tutti i pori.
Ma forse è stato meglio così, che abbiano terminato la loro corsa con un grande disco.

giovedì 10 maggio 2018

Bruno Nicolai ‎– Tutti I Colori Del Buio (Colonna Sonora Originale Del Film) (1973)

Confesso di aver ascoltato questa soundtrack esclusivamente perchè un pezzo, cioè Sabba 2, è il tema che i Grails hanno ripreso su Deep Politics facendolo diventare l'eccezionale All the colors of the dark. Una scoperta che mi ha lasciato da un lato un po' di disappunto per il fatto che non fosse un originale, dall'altro un po' di contentezza perchè il fatto che i Grails omaggiassero un compositore italiano mi è sembrato degno di nota.
Bruno Nicolai, romano, amico di Morricone, ha fatto parte di quella generazione che ha trovato linfa artistica con le sonorizzazioni per il cinema sia commerciale che di tendenza del dopoguerra fino a fine anni '70. Diciamo che non è considerato nè uno dei migliori nè uno dei peggiori, e la mia conoscenza della sua opera si ferma a questo film giallo di Sergio Martino. Una colonna che non resterà negli annali, forse, ma è un ascolto abbastanza gradevole, passando fra languidezze flautate, l'immancabile fonetica di Miss Soundtrack Edda Dell'Orso, jazz incalzanti e serrati, contaminazioni a base di sitar e corali (come il Sabba sopracitato), sospensioni orchestrali. E' un calderone che porta sulla schiena tutti gli anni che ha, che non sono pochi, e indissolubilmente legato alla sua epoca. Ma che non può neanche non esercitare un certo fascino, dopotutto.

martedì 8 maggio 2018

Polvo ‎– Siberia (2013)

Secondo disco dopo la reunion che ha fruttato il fenomenale In Prism. Fin dall'iniziale, travolgente Total Immersion si intuisce che i nostri hanno tutte le intenzioni di ripetersi col loro intricato artigianato, per un trademark che si rafforza sempre più col tempo, mentre i detrattori continuano a fare spallucce. Noi che li amiamo invece ci felicitiamo e speriamo che Polvo 2.0 non si fermi più.
Siberia è un disco meno avventuroso, che spinge più sull'aspetto melodico; pezzi dai ritmi compassati come Changed e la fantastica Old Maps (credo contenente una chitarra acustica per la prima volta nella loro storia) denotano una concessione alla calma e ad una rilassatezza che ben si sposano alle ispirate armonie poppeggianti. E' una scaletta concisa ed efficace quella che contraddistingue Siberia, e che trova il suo climax nella fragorosa The water wheel, più apprezzabile per chi ama le cose più complicate del quartetto di Chapel Hill. Le performance dei singoli sono una garanzia, con risalto l'ultimo arrivato, il batterista Quast, decisivo nell'economia generale del suono. Non lasciateci un altra volta, Polvo.

domenica 6 maggio 2018

Morton Feldman - Kronos Quartet With Aki Takahashi ‎– Piano And String Quartet (1985-1993)

Un tuffetto nella contemporanea ci sta; ogni tanto mi inoltro in queste aree grigie senza tanta cognizione di causa, ricavandone piaceri e delusioni. La prima volta che ho ascoltato Feldman era For Bunita Marcos, e l'ho trovata noiosa, autoreferenziale e piatta. Questa è la seconda e fa centro pieno, c'è poco da fare. A forza di leggere entusiasmi sul corpulento compositore, non ho potuto desistere con un solo tentativo.
Piano And String Quartet è una composizione di quasi 80 minuti, elaborata due anni prima della morte del newyorkese; la rendition qui esaminata fu registrata in California nel 1991 dal veterano Kronos Quartet + la pianista giapponese Takahashi, una performer stimatissima dallo stesso Feldman. La struttura iniziale sembra rigorosa e minimale: tema principale, sgocciolio di 6 note di piano, risposta di archi in bordone compatto. Piano che snocciola brevi fraseggi astratti, archi che svisano mesti e compassati. Col passare dei minuti lo scenario si allarga, le parti lasciano più spazio alle altre, raramente si sovrappongono, gli archi prendono il sopravvento, come svolazzi impressionistici, il mood si fa più drammatico.
Al minuto 79 tutto finisce, e desiderei che continuasse ancora. Magia. Di quante altre musiche si può dire?

venerdì 4 maggio 2018

Soror Dolorosa ‎– Apollo (2017)

Nel 2017 ha ancora senso fare del dark-wave? Quando Fabio mi ha consigliato questo disco, ho pensato "no vabè, dai, gli Have A Nice Life hanno fatto un miracolo e Soft Moon un mezzo, ci credo poco". Invece questi brutti ceffi di Tolosa sanno il fatto loro ed Apollo è un disco che di senso ne ha molto, rinverdendo i vecchi fasti britannici di 35/40 anni fa.
A parte qualche divagazione shoegaze e qualche piccolo inserto post-rock, i Soror Dolorosa si immergono fino al collo in quelle sonorità, col palese vantaggio che le produzioni di studio del giorno d'oggi sono molto ma molto migliori, facendo risaltare l'atmosfericità delle loro composizioni, belle squadrate come da copione ma anche belle-bellissime e basta, nella prima metà del disco. La title-track che apre la scaletta dura 8 minuti e si autocandida come miglior pezzo mai composto dai Chameleons del debutto. Il gruppo di Burgess sembra essere il referente principale in fatto di influenze, ma si sentono altre voci autorevoli come quelle dei Cure di Disintegration o dei Bauhaus di Mask. Il fatalismo della solenne Locksley Hall, la verve briosa di Everyway, le aperture panoramiche di Another Life, fanno tutte venire un sottile brivido sulla schiena per quante emozioni possano scatenare su un vecchio fan di questo genere. E' un vero peccato che nella seconda metà il livello si abbassi notevolmente; togliendo un quarto d'ora la resa finale sarebbe stata più che eccellente, ma le emozioni hanno già fatto il loro gioco ed Apollo diventa un must immediato.

mercoledì 2 maggio 2018

Scream From The List 70 - Dedalus ‎– Dedalus (1973)

Poderoso jazz-rock da parte di una band torinese dalla vita brevissima; due dischi su Trident in due anni e poi lo scioglimento. Composto da 5 pezzi ovviamente strumentali, Dedalus metteva in mostra quattro strumentisti mostruosi, che è veramente difficile non citare, di cui un paio addirittura doppiamente impegnati: il batterista Grosso, il bassista F. Di Castri, il pianista/cellista Bonansone ed il chitarrista/sassofonista M. Di Castri. Che fossero impegnati in fughe ritmicamente sostenute, in fasi più morbide e melodiche oppure più spiritatamente sperimentali (il sax manipolato di Santiago, da brividi, o le allucinazioni di Conn), i 4 riprendevano la lezione Soft Machine e la portavano un po' più in là, col loro suono algido e paurosamente coeso. E' sicuro che si tratta di un disco riservato agli amanti del genere, ma di elevatissima qualità.

lunedì 30 aprile 2018

Hoover – The Lurid Traversal Of Route 7 (1994)


Meteora della Dischord di metà anni ’90, il quartetto degli Hoover fece parte della schiera di quei maturi ragazzi che all’epoca cercarono di spostare l’hardcore ancora un po’ più in là di quanto già avevano fatto i capofila. Pur lasciando il timbro vocale arrochito tipico, il loro suono riprendeva il pionieristico approccio Fugaziano, il senso di urgenza espressiva e l’impeto fragoroso; tuttavia, lo rallentava, lo dilatava in forme sempre ben definite ma inquietanti. La scuola Spiderland iniziava già a mietere potenziali successori come succedeva altrove al contempo, leggi Rodan a Louisville, Engine Kid nella west-coast, e mancava solo un anno al debutto dei June Of ’44.
Che dagli Hoover prelevarono il bassista Fred Erskine ed il suo poderoso 4 corde che su The Lurid Traversal…ha un ruolo da protagonista, riuscendo a non farsi sovrastare dalla coppia di chitarre e grazie al suo suono profondo ed intenso, caso rarissimo in area hardcore. La scaletta verte intelligentemente sull’alternanza piano/forte, veloce/lento, pieno/vuoto, sfiorando a tratti il post-rock e riuscendo a non annoiare nonostante la lunghezza. Quindi un gruppo molto capace e dal potenziale alto, senonchè si sciolsero subito dopo ed ognuno andò per la propria strada. Sarebbe stato interessante un seguito evolutivo, ma dopotutto anche no, chè un bassista diverso da Erskine nei June Of ’44 secondo me non avrebbe funzionato…

sabato 28 aprile 2018

Ghostpoet ‎– Dark Days + Canapés (2017)

Quarto album al seguito dell'acclamato (e non solo da me) Shedding Skin per l'inglese Ghostpoet, un gioiello certamente non dimenticato, cosa non ovvia visto che negli ultimi anni è sempre più faticoso trovare qualcuno che senza fare rivoluzioni riesca a trovare una propria voce che si distingue. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio; il magico livello di quel disco non viene eguagliato da Dark Days + Canapes, che grossomodo si muove sulle stesse coordinate produttive (suono di gruppo di base, poca e marginale elettronica, strutture compositive definite anche se spesso circolari) ma vira su un mood cupo, introverso e molto meno sanguigno; l'indie-guy abbassa notevolmente il dosaggio di chitarre elettriche e stempera i ritmi in favore di ambientazioni notturne, per non dire raffinate (abbondano piano ed archi, ed affiora spesso una vena soul). Non che manchino le tracce esaltanti: Trouble + Me, Dopamine If I Do, Blind As A Bat, Live-Leave, Immigrant Boogie fanno centro facilmente, ma sembra che Ejimiwe abbia accantonato lo spumeggiante (e personale) stile del precedente in favore di un disco ripiegato su sè stesso, quasi ad esprimere un disagio, un abbandono esistenziale. 
La sensazione finale, a dispetto di questi sentori, è tutt'altro che un amaro in bocca: il carisma, la classe e la maestria del Poeta restano indiscutibili. Magari in prospettiva ricorderemo Dark Days come un disco di transizione, che documentava, per l'appunto, un periodo un po' buio.

giovedì 26 aprile 2018

Farlocco ‎– Tecnologia (1974)

Nello splendido Superonda, Valerio Mattioli giustamente dedica un lungo capitolo alla Library e spiega un retroscena alquanto curioso su questa ormai storica saga italica: ai tempi la Rai pagava un compenso per ogni passaggio in onda, e le decisioni sui materiali da accoppiare alle immagini spettava ad alcuni direttori artistici che in gran parte erano i compositori stessi; aggirando la regola del conflitto d'interesse per il quale un direttore non poteva assegnare musiche da egli stesso composte, si era generato così un circolo vizioso a base di scambi di favore fra questi musicisti che quasi sempre erano regolarmente assunti dall'emittente nazionale. Una questione tipicamente italica, mi verrebbe da dire, ma in fondo resta soltanto un retroscena e non va ad inficiare un testamento di portata che forse solo oggi, in termini di riscoperta, possiamo quantificare.
Il motivo per cui invece a volte i compositori si celavano dietro uno pseudonimo, invece, era legato a motivi contrattuali. Il nickname Farlocco è alquanto esilarante, ed era appannaggio di Stefano Torossi, un prolifico autore di colonne sonore diciamo sul versante più leggero del settore. Tecnologia invece faceva sul serio, allo stesso modo in cui lo faceva Giorgio Zanagoria Carnini oppure Amedeo Di Jarrell Tommasi. Pare infatti che fosse quest'ultimo l'esecutore materiale del disco, un allucinata sequenza di ritmi ossessivi ipercinetici (proto-techno, e cos'altro?), vortici inarrestabili, sbuffi meccanici, loop sintetici, ben pochi passaggi musicali in cui brillano le incursioni di mellotron, uno strumento piuttosto inedito per il settore. C'è poco da fare, abbiamo scovato un'altro capolavoro (ristampato una prima volta in Inghilterra nel 2008 e in Italia nel 2016); e continuiamo a scavare allegramente in questa miniera.

RIP Giancarlo Susanna

Non me lo immaginavo proprio, con quella faccia che oggi ho visto per la prima volta.
Questa è (credo) l'unica foto che si trova in giro di GS, appena venuto a mancare. Era stato uno dei protagonisti di Stereonotte durante i miei anni formativi, nella prima metà dei '90. Dico la verità, non era il mio preferito e non ero un ascoltatore assiduo delle sue puntate. Capitava che qualche sera mi attardassi a studiare e lui era nel primo turno, quello che iniziava a mezzanotte e si concludeva all'1.30. Aveva dei gusti abbastanza classici, trasmetteva cose gradevoli ma che non mi facevano impazzire. Tutte le sere registravo Planet Rock e se c'era qualcosa da salvare poi facevo la copia da una cassetta all'altra. Giancarlo Susanna non lo registravo neanche, ma a differenza degli altri che ruotavano, non potevo fare a meno di ascoltarlo fino alla fine.
Aveva uno stile unico, tutto suo. Era perfetto, compostissimo, imperturbabile, parlava con flemma, quasi soporifero, però quello che diceva era sempre interessante. Per questo motivo tutti lo ricorderanno così: un signore fra le penne rock italiane, non soltanto uno della vecchia guardia. 
RIP

martedì 24 aprile 2018

Yellow Swans ‎– At All Ends (2007)

A metà fra il brutale rumorismo degli esordi e le soluzioni più meditate della fine, Swanson e Saloman hanno dato vita al loro capolavoro, in forza di un omogeneità globale e di un imponenza colossale. Le eruzioni laviche della chitarra e i ronzii dell'elettronica; null'altro nelle 5 tracce di At all ends, che svetta come uno dei migliori lavori drone-noise che abbia mai ascoltato.
L'iniziale title-track sfoggia una linea di chitarra epica (e vagamente settantiana) che squarcia il rumore industriale sottostante. Ma è soltanto un preludio abbastanza deviante, perchè da Stretch the sands l'ambientazione si fa fosca, torva, allucinogena; questo è il noise del deserto, delle grandi ambientazioni (con qualche assonanza con i Barn Owl di Ancestral Star) ed anche delle contemplazioni, pur ruvidissime. Eccezionali le ultime due tracce, Mass Mirage, con la chitarra a disegnare orizzonti sterminati, e Endlessly Making... che passa da una specie di atmosfera desolatamente western ad esplosioni da far bruciare gli amplificatori. Un grande Saloman, chitarrista estatico e potente nelle sue scansioni ad effetto. Da manuale.

domenica 22 aprile 2018

Flour ‎– Luv 713 (1990)

Oscuro ed ormai dimenticato personaggio della gloriosa scuderia Touch & Go, Pete Conway in realtà ha un merito storico fondamentale: diede la folgorante idea a Steve Albini e Todd Trainer di fondare gli Shellac. Era stato bassista dei Rifle Sport insieme al grande batterista e poi si era messo in proprio col progetto Flour; per promuovere il suo terzo disco andò in tour con quei due, che già si conoscevano, e si rivelò una convivenza che fece scoccare la scintilla istituzionale.
L'influenza dell'occhialuto epoca-Big Black era evidente per Conway, vista la fragorosità incendiaria delle chitarre e la presenza di una incessante drum-machine; di quel suono però forniva una versione light, con una buona dose di melodie quasi pop, qualche componente gotica ed un pizzico di industrial-metal in stile Ministry. Un buon ibrido, che risente di una produzione un po' piatta ma resta molto molto interessante in chiave retrospettiva. Dopo un quarto disco nel 1994, Conway si ritirò dalle scene e di lui si è sentito parlare soltanto da parte di Albini, in un intervista in cui ne decanta le doti di cuoco.

venerdì 20 aprile 2018

Sun Araw ‎– "The Saddle Of The Increate" (2017)

Piaccia o non piaccia, la musica di Cameron Stallones può fregiarsi di un'originalità che ha ben pochi eguali contemporanei. Ed oltretutto il suo personale percorso ha tratteggi quantomeno intriganti: una decina d'anni fa, la partenza a base di psichedelia drogata, poi la virata ai tropici ed infine la ventata di surrealismo. Con questo ultimo, il californiano tenta persino di rilanciare sul piano hauntologico, con sonorità sempre più solari ma sempre più deformate, l'elettronica che a volte prende il sopravvento sulla sua chitarra, ma è un elettronica gigiona ed ilare; un doppio vinile che non stanca, le composizioni sempre strutturate in forma libera, la voce sempre a metà fra lo stupito e lo scazzato. E nel finale persino un paio di pezzi pop che non saprei se essere preoccupato o sghignazzare per l'evidente (presunta?) ironia con cui Stallones deve averli confezionati.
Insomma, uno spasso come sempre.

mercoledì 18 aprile 2018

Nihilist Spasm Band ‎– Vol. 2 (1979)

Il ballottaggio è plausibile; sulla NWW List sarebbe potuto esser stato questo, il prescelto, in quanto uscito nel 1979, ma indubbiamente il fascino di No Record resta insuperato e troppo coraggioso per essere sfidato. Tant'è che Vol. 2, replica a ben 11 anni di distanza, resta un oggetto misterioso ma in sostanza inferiore a quello storico debutto; quello che sembra mancare di più è il ringhio isterico di Exeley, qui confinato in pochi minuti, ma dopo 3/4 ascolti ciò che emerge inesorabile è la furia cieca che emerge soprattutto nei 17 minuti di Dum-de-dum, un campionario devastante di deragliamenti dissonanti, talmente sconclusionato da diventare quasi comico.
Un'ascolto quasi purificante, ideale per scaricare un po' di stress.

lunedì 16 aprile 2018

Idles ‎– Brutalism (2017)

Anche se forse fra qualche mese/anno non me ne ricorderò più, oggi ascoltare Brutalism dà una bella scossa di adrenalina. Facciamo un parallelo: se a qualcuno gli Sleaford Mods non piacciono perchè non suonano e sembrano artefatti per questo, gli Idles possono essere una soluzione. Perchè sostanzialmente si tratta della stessa cosa: la canzone di protesta, grezza e furiosa, energica e rozza. Soltanto che il quintetto di Bristol suona, chitarre, basso, batteria ed un cantante sguaiato dall'accento cockney e con diverse birre in corpo. E quindi per questo è molto più epidermico e diretto, anche se di fatto fa un genere vecchio e scontato: un punk martellante, al vetriolo, con qualche deviazione/rallentamento wave giusto in un paio di pezzi ed una coda diversissima quanto illuminata (Slow Savage, quattro note di piano spettrali mentre il cantante pensa che si tratti di un pezzo "normale"; direi geniale). Un disco sparato ai 100 all'ora che ha il merito di rivelare un talento notevole per un genere così abusato e inaridito; certi anthem sono davvero irresistibili e su 13 pezzi non ce n'è uno da buttare via. Bravissimi.

sabato 14 aprile 2018

Teardrop Explodes ‎– Peel Sessions Plus (2007)

Il lato più spartano e meno artefatto dei Teardrop in una provvidenziale antologia delle Peel e Skinner Sessions; dei più illustri complessi della new-wave, probabilmente sono stati gli ultimi ad essere oggetto di assemblaggio, e meglio tardi che mai. Come sempre in questi casi, si ha una prospettiva mai meno che interessante sulle renditions; con Balfe relegato a mero comprimario, il melodismo di Cope stravince a mani basse ed in queste 16 tracce registrate fra il 79 e l'82 si materializza sempre più lo spirito dei Doors ravvivato dall'aria frizzante del dopo-punk, per uno degli ibridi più brillanti che la new-wave abbia generato. Da accoppiare all'altrettanto brillante Zoology.

giovedì 12 aprile 2018

Kukan Gendai - Live@UrBANGUILD_20110923 (2011)

Con il ricordo ancora bello vivido del concerto che tennero un anno e mezzo fa dalle mie parti, l'ascolto di un bootleg dei Kukan Gendai, seppur di qualità sonora non eccelsa, rievoca nitidamente le tre sagome nipponiche, le loro movenze meccaniche e scandite e le loro intese infallibili.
Elaborato senza pause, questo live di mezz'ora mette in campo di fatto il materiale del secondo album, quello che ce li ha fatti conoscere (ma anche l'unico trovabile, direi), con un'anno di anticipo e quindi lascia sbigottiti ed interrogativi. Ben poco altro da aggiungere a quanto scrissi sul live dell'Area Sismica, pertanto, se non che mi è venuto in mente il buon vecchio Capitano, a differenza di allora. Ma tutto torna sempre, alla fine.

martedì 10 aprile 2018

Bitch Magnet ‎– Ben Hur (1990)

Viene generalmente considerato inferiore ad Umber, ma a mio avviso si tratta di dettagli come il pelo nell'uovo. Il capitolo finale dei BM resta un caposaldo del math-rock applicato alla forma canzone, un modello che prelevava le efferatezze dei Big Black e le ruvide melodie degli Squirrel Bait, le mixava e le proiettava in avanti, influenzando svariati acts successivi come Don Caballero (ovviamente Delatorre non era un batterista tentacolare come Damon Che, ma le strutture ritmiche dopotutto erano quelle), arrivando fino ad oggi con la legione dei post-metallari-rockettari che hanno infestato il mercato. Era un suono articolato, complesso e compresso che viveva di sincopi e singulti, desolate stasi slintiane, up-tempo serrati ai limiti del funk-core, deflagrazioni compattissime. Su tutti, l'iniziale Dragoon, un mastodonte di 10 minuti, e la finale Crescent, un'evidente anticipo dei Seam di Sooyoung Park e del loro atmosferico indie-rock che non raccoglierà l'eredità dei BM, ma aprirà nuovi e brillanti orizzonti.

domenica 8 aprile 2018

Supersilent ‎– 8 (2007)

Tutti i dischi dei Supersilent mi fanno lo stesso effetto: al primo ascolto, noia, interrogativi, dubbi e supposizioni. Al terzo/quarto qualcosa inizia a restare in mente, al quinto le cose si stabilizzano e i momenti topici restano. Su 8 ce ne sono almeno 3/4: la tempestosa eruzione vulcanica di 1, la magnifica letargia con chitarra brulicante di 5, l'acid-noise di 7, lo stranissimo quadro astratto di 4. Sul resto, le solite divagazioni con scampoli di jazz strafatto, elettronica zoppicante, silenzi misteriosi e deflagrazioni improvvise. Prendere o lasciare è il loro motto.

venerdì 6 aprile 2018

Echo & The Bunnymen ‎– Ocean Rain (1984)

Rivalutazione personale di un disco che ho sempre sommariamente snobbato, sarà l'invecchiamento oppure una fase in cui mi riscopro più melodista e fatico a digerire certe pesantezze. Certo che i primissimi restano capisaldi di un suono ruvido ed elegante al tempo stesso, ma Ocean Rain mandava in orbita anche commerciale una band giunta a maturazione e completamente contro l'andamento generale delle produzioni correnti. La fascinazione verso certi mostri sacri di un passato ancora non vetusto (riferimenti principali, i Doors più morbidi e lo Scott Walker della quadrilogia) portava i Bunnymen a confezionare un disco barocco e pregno di sinfonismo, con la vena psichedelica annacquatasi, i residui gotici andati perduti per sempre, una maggior cura per la composizione, l'istrionismo di McCulloch sempre più in vista. Particolarità rara dei dischi di successo, i pezzi più famosi sono anche i migliori, con la meraviglia di The Killing Moon a splendere sempre, le gemme My Kingdom e Ocean Rain a rilasciare emozioni ascolto dopo ascolto.

mercoledì 4 aprile 2018

Matt Christensen ‎- Honeymoons (2016)

Splendida scoperta, di questo cantautore chicagoano attivo da una quindicina d'anni nella band Zelienople, di cui però non ho alcuna conoscenza. Honeymoons è sostanzialmente un ennesimo raccoglitore dell'eredità degli ultimi Talk Talk e dei Bark Psychosis di Hex, ma con un ottica molto povera di romanticismo, algida ed ancor più rarefatta, ma non certo per questo fredda. Uno slacker elegante e raffinato, che con abilità conferisce un tocco europeista al suo dna americano (non a caso il disco esce per un'etichetta norvegese). Sei lunghi brani che si dipanano molto lentamente, poco meno che essenziali; al netto di qualche tastiera e qualche scarnissimo beat sintetico, la protagonista è la sua elettrica, pulitissima, squillante, riverberata, rilassata; Christensen è uno slow-hand illuminato che conduce le sue composizioni senza bussola, lasciandole andare alla deriva, sussurrando con discrezione liriche sparse, facendo galleggiare l'ascoltatore in un limbo irresistibile, da consumare avidamente, a ripetizione.

lunedì 2 aprile 2018

Scream From The List 69 - Paolo Tofani ‎– Indicazioni (1977)

Chitarrista degli Area, un ribelle fra i ribelli, il primo ad uscire dal quintetto storico, Tofani potè dare ancor più la stura alle sue velleità sperimentali partecipando alla serie DIVerso della Cramps, collana uscita fra il 75 ed il 79, sorta di fratello minore dell'altra Nova Musicha perchè meno ricordato o perchè più privo di nomi celebri a livello internazionale (vi figurarono anche i compagni Stratos e Fariselli). In Indicazioni il fiorentino faceva filtrare la sua Gibson attraverso un synth ed aveva, in caso di bisogno, l'opportunità di piazzare sotto i riflettori la sua tecnica che forse negli Area restava un po' all'ombra degli altri. E perchè no, anche il suo eclettismo e la sua inventiva: singulti atonali, febbrili sequenze di quello che sembrerebbe un tapping, sgocciolii desolati, una pausa suadente per stemperare il folle clima generale, un recitato femminile dall'erre moscia ad opera di tal Antonella Fattori, circuiti elettronici impazziti, ed un finale deviato verso un blues acustico psicopatico. Disco difficile, di una personalità fortissima: vien da pensare che se Tofani fosse nato a Londra anzichè a Firenze, sarebbe diventato una star al livello di Fripp.

sabato 31 marzo 2018

Shellac - Singles 1993-2000

Corollario di vinili 7'' che hanno contraddistinto la prima fase, più creativa ed esplosiva, degli Shellac of North America. E che hanno confermato la loro tendenza ad essere altalenanti, ad alternare cose mostruose ad altre scazzate e fuori fase, che vista così potrebbe anche essere letta come simpatica propensione a non prendersi troppo sul serio: io no, al primo ascolto di At Action Park li presi sul serio così tanto che da allora non ho mai smesso di incazzarmi per tutti i seguiti, al confronto di cui erano come minimo deludenti.
The bird is the most popular finger 7'', il primo della lista, titolo ironico in onore dei Six Finger Satellite di cui Albini aveva appena prodotto The pigeon is the most popular bird; poco più di un demo strumentale di Admiral e Pull the cup in chiave lo-fi; come premessa poteva anche essere interessante, ma col senno di poi è praticamente inutile.
Con The Rude Gesture (A Pictorial History), si inizia a fare sul serio ed il trio comincia a schiacciare sassi senza pietà, con The guy who invented fire e Rambler Song. The billiard player song indugia su lunghe pause quasi slintiane, mostrando anche il lato più frastagliato dello Shellac-sound.
Uranus, esplode la bomba sul pianeta. Doris e Wingwalker aggiungono, alla già oliata macchina da paura, un senso drammaturgico inimmaginabile e forse mai raggiunto da nessuno prima di loro.
Nel 1995, Billiardspielerlied per una indie-label tedesca, e siamo già al cazzeggio. Su un lato una versione live allungata ma tutto sommato non prescindibile di Billiard Player, sull'altro 1 minuto di chiacchiere fra Albini ed il pubblico di Amsterdam per denunciare il furto del giaccone verde di un loro amico.
La carrellata si chiude con due split, che fanno pensare quanto sia importante l'amicizia per Albini, molto prima che le pretese artistiche. Altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo gli onorevoli Shellac dovessero condividere un pezzetto di vinile con due bands così mediocri come i Caesar nel 2000 (indie-emo-pop quasi imbarazzante) e i Mule nel 1997 (una parodia moscia moscia dei Jesus Lizard); forse per questo però si spiega perchè sui loro lati i tre non è che si sforzino di fare grandi cose: una Agostino un po' spenta e poco convinta ed una versione "soft" di Rambler Song, curiosa ma non certo imperdibile.

giovedì 29 marzo 2018

Adam Pacione ‎– Sisyphus (2005)

Impossibile non tornare ad una delle memorie più nitide della mia pre-adolescenza, leggendo per la prima volta il nome di questo ambientalista texano: il ricordo va al calciatore Marco, che una sera di primavera del 1986 divenne il bersaglio di una serie di improperi scagliati da mio padre come mai mi era capitato di ascoltare da parte sua, persona molto tranquilla e pacifica ma juventino sfegatato. Di sicuro milioni di altri gobbi quella sera lanciarono strali nei confronti del povero giovane attaccante che si impappinava davanti alla porta, e che si vide una promettente carriera stroncata sul nascere.
Adam invece è un compositore elettronico abbastanza canonico che ha rilasciato pochissimi album, e tutti nel decennio zero. Sisyphus è un lungo viaggio che sul nascere non sembra un granchè innovativo, ma è fatto dannatamente bene. Una filigrana ambient grossa, carica di bassi e di pulviscolo statico, un po' primo Ben Frost, un po' Basinski, un po' Labradford, un po' Stars of The Lid. Un'ora e un quarto di sano artigianato cosmico, non all'altezza dei maestri ma ricca di sensazioni pregnanti, grazie ad un mestierato poco discutibile.

martedì 27 marzo 2018

Franco Battiato - Battiato Pollution Happening (Live 1973)

Qualche parola su un importante reperto archeologico rilasciato dai ragazzi della Stratosfera, con corredo (a ragione) altamente emotivo per l'aver disotterrato un documento che alimenta, insieme ad un sano entusiasmo, il rimpianto per la scarsa qualità sonora. Un vero peccato, ma quando capitano questi casi il vero amante che non va per il sottile può anche pensare "beh, meglio che non averlo mai neanche sentito, no?".
Che i live di Battiato epoca Pollution fossero qualcosa di veramente anticonformista e che causassero reazioni molto forti, non era certo un mistero; lo stesso ne racconta, dalle pagine di Superonda, con toni trasognati, forse un po' pudici ma che non rinnegano di certo l'esperienza.
Un sano orgoglio invece è quello che il Maestro siculo dovrebbe sbandierare, perchè una volta fatto l'orecchio lo-fi a questo concerto del maggio '73 a Padova, si scopre un set da mozzare il fiato, che verteva principalmente su Pollution in forma continuativa, senza alcuna pausa, che passava da cavalcate grintosissime a deliri ed esplosioni di synth e VCS3, da far sembrare edulcorato il disco originale, con un quartetto di supporto a dir poco indemoniato (fra cui un giovanissimo Cacciapaglia alle tastiere, ma anche un bravissimo e misconosciuto Della Stella alla chitarra elettrica). Il rimpianto quindi resta, per chissà quale motivo di quel tour non sia mai uscita una registrazione dignitosa; forse Battiato pensava più che altro al lato artistico ed alle provocazioni di scena, il suo temporaneo mentore Sassi pensava troppo alle pubblicità, e a nessuno dei due venne in mente l'idea banale di registrare. Mi piace pensare che sia andata così.

domenica 25 marzo 2018

US Maple ‎- Acre Thrills (2001)

Al 4° album, per gli US Maple iniziò a farsi veramente dura, riproporre sè stessi dopo le mirabolanti imprese di Sang phat editor e Talker. Una proposta così borderline da rischiare di diventare lama a doppio taglio, di diventare auto-parodia, ed invece. Nel lotto, a parte un paio di pezzi più accessibili della media, i quattro riuscivano ad ingarbugliare ancor di più la matassa, in primis dal punto di vista delle ritmiche, mai così spezzettate. Di certo con Acre Thrills non guadagnarono nuovi fans, tant'è che la loro parabola era verso fine corsa. Destino amaro dei grandi, quello di restare incompresi al grande pubblico e di far storcere il naso alla critica.

venerdì 23 marzo 2018

Tindersticks ‎– Tindersticks II (1995)

Poche proposte furono così fuori moda ai tempi come quella dei Tindersticks, che dopo un disco d'esordio che aveva piacevolmente spiazzato un po' tutti, decisero di ripetersi senza remore. Ovviamente li snobbai del tutto nonostante il grande successo di critica; non era il periodo giusto per farsi avvolgere dalle loro solenni ballad noir, che su questo secondo rilanciavano l'afflato orchestrale. Ero ancora troppo preso dalle chitarre, c'era poco da fare...
Non è mai troppo tardi per ripescarli e lasciarsi scorrere addosso l'eleganza di Staples, ai tempi novella fusione di Nick Cave e Scott Walker senza aver di loro nè la voce nè la perdizione, ma dotato di un bagaglio romantico intenso e posato, così british ed europeo al tempo stesso.

mercoledì 21 marzo 2018

Airportman ‎– Letters (2008)

Chiamarsi come il primo pezzo di Up! dei Rem, forse una delle tracce meno digeribili per i fans più puri del quartetto-poi-trio di Athens, sempre che fosse questa l'origine dell'ispirazione, è stata una stranezza che non mi ha mai indotto all'ascolto di questo prolifico (10 dischi in 10 anni) gruppo cuneense; che poi sapessi che tutto era fuorchè un clone della banda di Stipe, non importava.
Oggi, ascoltandoli per la prima volta, mi rendo conto che non è stato giusto, perchè almeno Letters è un disco che, seppur abbastanza monocromatico, riluce di un eleganza formale e rustica al tempo stesso, intriso di una malinconia cinematica che a tratti ha del sublime. L'ispirazione può esser derivata dalle tristi nenie dei Black Heart Procession, o dalle tessiture agresti dei Drunk, o dalle rarefazioni di Mark Hollis; composta da 9 tracce senza titolo, è un'unica grande meditazione dal sapore rurale (evidente tratto dna piemontese, mi ha anche ricordato i Madrigali Magri, nonostante le evidenti differenze), priva di qualsiasi ritmica, con un cuore grande così.

lunedì 19 marzo 2018

Minutemen ‎– The Punch Line (1981)

Esagerati fin dal primo album. Sorridenti, sornioni, sensibili e terribilmente coesi. Con un senso dell'etica difficilmente descrivibile se non nell'ampio capitolo alla loro storia dedicato nel bellissimo Our band could be your life. Una band che poteva nascere soltanto negli USA reaganiani, come contrasto all'atmosfera opprimente e violenta di quegli anni.
The punch line fu il primo disco dei Minutemen, contiene 18 pezzi e dura 15 minuti ed è una carrellata genialoide di micro-pezzi sincopati, per nulla acerbi per un esordio. Certo, non è epocale come Double nickels on the dime, ma la pasta era già quella. Serve altro?

sabato 17 marzo 2018

Aidan Baker ‎– Dog Fox Gone To Ground (2006)

Altra scoperta durante letture estive di Blow Up di 10 e più anni fa che non avevo neanche comprato all'epoca; ho trovato sorprendente come già allora Baker potesse ricevere un'8/10 dato che già allora era spaventosamente incontinente, ma questo Cd-r per l'italiana Afe in effetti si rivela un ottima suite in 5 parti in cui il canadese suona soltanto chitarra acustica, sia al naturale che passata attraverso effetti (passi per i drones, ma come fa ad ottenere il feedback, vien da chiedersi?). La sensibilità più estatica e delicata di Baker trova un eccellente veicolo espressivo, strutturalmente improntato sul minimalismo; i 5 temi scorrono placidamente, reiterati con dolce ossessività e senza alcuna fretta, generando un paesaggio astratto ma al contempo ricco di fascino. La ricerca del suono dell'anima, direttamente dalle corde di nylon.

giovedì 15 marzo 2018

Swans ‎– White Light From The Mouth Of Infinity (1991)

Già con Children Of God sembrava impossibile che fosse lo stesso protagonista che aveva iniziato la saga Swans su coordinate che più bieche non si poteva. La progressione di Michael Gira verso un suono ancor più orchestrato e mellifluo trovò così la sua foce naturale in White Light From The Mouth Of Infinity, disco storico anche perchè fu il primo numero in catalogo della sua Young God.
Questa ossessione per un Dio così ricorrente fece intuire che sì, l'ex indemoniato aveva visto la luce, ma era una luce tutta sua. Le armonie così solenni, gli arrangiamenti cristallini sostenuti dal suo baritono impassibile, la sua ispirazione cosmica in pezzi dalle strutture semplicissime e circolari, rendono a tutti gli effetti il disco il parto di un songwriter, al punto di confinare Jarboe in un paio di episodi. Nonchè uno dei suoi capolavori gotici.

martedì 13 marzo 2018

Laddio Bolocko ‎– Strange Warmings Of Laddio Bolocko (1997)

Potentissimo, delirante e contorto avant-math-noise da parte di un quartetto newyorkese dalla vita breve ma con ramificazioni ben cementate nel giro cittadino di questo tipo di avanguardie soniche senza controllo. Forti di un bagaglio tecnico notevole, svilupparono le lungimiranze dei King Crimson di Red e dei This Heat di Deceit contaminandole con un approccio quasi jazz, sia per la presenza di un sax molto free che per l'attitudine alla jam, per approdare ad uno stato di noise-trance quasi ipnotica nel suo dipanarsi senza bussola. Questo fu il loro primo album e sarebbe stato quasi un masterpiece se non fosse stato inquinato dalla traccia finale, che si prolunga inutilmente per 34 minuti, decisamente un po' troppo anche se preso in ottica minimalistica.

domenica 11 marzo 2018

Lee Rockey ‎– Music (2007)

Prezioso recupero da parte di una delle etichette weird americane più rappresentative degli ultimi dieci anni, la De Stijil, che ho intercettato nella sezione Rewind di un Blow Up di diec'anni fa letto per puro completismo la scorsa estate, con un rarissimo 8/9 di Federico Savini.
Un disco che più NWWlistiano non si potrebbe, una vera e propria out-take se non fosse che questi nastri furono registrati fra la la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 ma restarono sepolti per una quarantina d'anni, per essere pubblicati solo dopo la morte di Rockey. Americano, in vita fu essenzialmente un batterista di jazz da big band ma che dopo i 40 anni si diede a questa forma di sperimentazione solista (chiamare il disco Music forse non è stata un'idea molto illuminante, a meno che non ci sia un'intenzione puramente ironica) dell'assurdo, con un coacervo impossibile da districare per nastri, violino, violoncello ed oscillatori. Un bubbone di mezz'ora abbondante che tramortisce, lascia sbigottiti e fa quadrare il cerchio del motivo per cui, a partire dagli anni '80 divenne un collaboratore abituale degli Smegma, che lo scoprirono in queste sue coraggiosissime e carbonare escursioni. Ma Rockey, rispetto ai californiani, era davvero superiore di diverse spanne ed in questa mezz'ora riesce a sconcertare sul serio e far sembrare dei pivelli tantissimi altri sperimentatori ben più conosciuti.

venerdì 9 marzo 2018

Parquet Courts ‎– Human Performance (2016)

Lou Reed, Sonic Youth, Feelies, Wire, Fall, Liars, U.S. Maple, Trumans Water, Velvet Underground, Galaxie 500, Bedhead, Devo, Swell Maps, ed altri che adesso non mi vengono in mente. Ascoltando Human Performance questi sono i nomi più o meno storici che vengono in mente, e basterebbe per liquidare i PC come dei semplici citazionisti senza tanta personalità, cosa che peraltro verrebbe istintiva dopo averne letto alcune recensioni. Diciamo che l'unico motivo per cui li ho ascoltati è dovuto al fatto che qualche mese fa Mark Kozelek ha fatto il suo milleunesimo disco col bassista Yeaton, quindi la curiosità è regina. Ed è una buona rivincita dell'indie-wave-pop americano e di alcune sue deviazioni, di un suono passatista ma che con una produzione ben rifinita (Rough Trade) può ancora far divertire. Le filastrocche rotolanti sono contagiose, le variazioni giuste e ben piazzate, il complesso più che godibile.

mercoledì 7 marzo 2018

Peter Hammill & The K Group ‎– Live At Rockpalast - Hamburg 1981 (2016)

Per me, hammilliano di ferro puro, la breve fase del K Group non è mai diventata una passione e forse lo stesso è successo per altri. Il rilascio di questo dvd pertanto si rivela occasione di revisione; trattasi, nel suo formato audio, del condono di un bootleg italiano diffuso 25 anni fa e mai regolarizzato, forse perchè i diritti erano detenuti dai tedeschi che filmarono l'evento, i quali evidentemente non si interessarono mai a trasformarlo in supporto commerciabile. Pertanto si tratta di un prodotto non controllato da PH, in merito al quale nella sua newsletter ha definito il K Group un gruppo divertente ma con momenti molto seri. Non si spiegherebbe altrimenti il suo abbigliamento durante la serata in oggetto, consistente in un'improbabile camice azzurro da ospedalizzato ed una fascia bianca fra i capelli...per tacere del cappellino parziale con visiera trasparente di Evans.
La revisione, comunque, è passata. Dicevo che non ho mai amato molto il K Group per il suo suono ispido che lasciava ben poco spazio alla teatralità ed alle acrobazie tipiche di PH, sia precedenti che successive del suo repertorio, in quegli anni molto asciutto e sfuggente al passato sia solista che VDGG. Probabilmente funziona perchè negli ultimi tempi non ho ascoltato il mio beniamino e riprenderlo con questo show mi permette di esaminarlo con criterio lucido; Evans e Potter non hanno bisogno di elogi aggiuntivi, Ellis dopotutto era un'ottimo gregario anche se dal suono monodimensionale. E la performance di PH, in una parola, stratosferica vocalmente e senza sbavature strumentali. Un opportuno ripescaggio.

lunedì 5 marzo 2018

Algiers – The Underside Of Power (2017)

Neanche due anni dopo il sorprendente esordio, gli Algiers tornano più pompati che mai dalla Matador, forti di un nuovo acquisto alla batteria, l'ex-Bloc Party Tong, che detto così a bruciapelo potrebbe sembrare fonte di pericolo, ed invece si limita (o viene limitato?) a fare il gregario.
Perchè, svanito l'effetto sorpresa di Algiers le nebbie si diradano e viene fuori il valore effettivo di una proposta che resta davvero valida ed originale. Quell'elettro-gospel decadente di ghiaccio bollente che aveva catturato la nostra attenzione è rimasto sostanzialmente sè stesso, con qualche variante e qualche punto in più a favore della musicalità/negritudine in senso stretto (la title-track ci suggerisce che il futuro potrebbe pendere da quella parte, e la prospettiva non sembrerebbe davvero male!), senza nulla togliere alla teatralità apocalittica che regna alla base dell'Algiers-concept. Quindi, un altro bel colpo che non supera il debutto, ma fare di meglio sarebbe stato quasi impossibile, restando nella stessa area.

sabato 3 marzo 2018

Scream From The List 68 - Cabaret Voltaire ‎– Three Mantras (1980)

Un'altra scelta bizzarra della Audion Guide, quella di indicare questo episodio laterale dei CV anzichè il primo e ben più rappresentativo degli esordi Mix Up. Laterale in quanto programmaticamente fuori se non frutto di provocazione bella e buona, non inserito nell'elenco degli album ufficiali: visti i 40 minuti di durata, difficile definirlo un EP. I Mantra inseriti non sono certo 3 bensì solo due, uno Western e l'altro Eastern, e sono lunghissime digressioni minimali; la Eastern è quella chiaramente orientale, con samples di musiche arabe ed indiane, canti di muezzin, percussioni, scampanellii e fiati tipici, ma con un loop vocale androide inarrestabile (ad occhio e croce dice build the wheel) ed un ronzio elettronico a rendere più ossessivo e straniante l'effetto complessivo.
Più musicalmente interessante la Western, una tirata acidissima su ritmo incalzante, con chitarre muriatiche, nastri impazziti, synth beffardi e voce declamante, senza dubbio più figlia di quella new-wave degenere che i CV hanno contribuito a forgiare con quel capolavoro che fu il debutto.

giovedì 1 marzo 2018

Sufjan Stevens ‎– Carrie & Lowell (2015)

Delizioso folk-pop da cameretta per un autore che, in tutta sincerità, ho sempre bellamente ignorato fin dai primi anni zero. La colpa è (quasi) tutta da imputare alle recensioni pedanti di certe firme pesanti di Blow Up alle quali ormai non faccio neanche più caso, salvo nomi già conosciuti con cui ci si può trovare anche d'accordo; certi toni trionfalistici non fanno per uno come me, se poi si parla di indie-pop ed aree affini, l'allergia è quasi automatica.
Però ad uno così osannato, prima o poi, una chance bisogna concederla e Carrie & Lowell, sorta di concept dedicato alla madre defunta, è davvero un gran bel disco, di quelli monolitici che colpiscono il segno con la loro omogeneità e focalizzazione. Un disco low-tech, con pochi overdub ed i toni alti al minimo, che vive in una dimensione ovattata e sognante. Voce e chitarra oppure voce e tastiere, per un confessionale a cielo aperto diviso in 11 squisite vignette melodicamente disarmanti, su cui Stevens canta delicatissimo, con zero estensione e poca più emotività.
Su queste 11, almeno 4-5 sono di quella stoffa pregiata che solo i più dotati cantautori possiedono e si scolpiscono nell'immediato in testa. Ed allora tocca tornare indietro nella discografia, credo...