Chiamati a dare una conferma a quello splendido esordio che li aveva rivelati come rivelazione tardiva della new-wave, i Chameleons se ne uscirono con un disco altamente energetico, omogeneo fino all'ossessività, forse privo di quelle inflessioni melanconiche che impreziosivano. La produzione tornitruante (alla Lillywhite, tanto per dire) forniva il giusto supporto, con la coppia di chitarre sempre più espanse, muri di synth atmosferici. Quindi, meno Echo & The Bunnymen e più Sound, tanto per dare una direttiva, ma con le giuste composizioni al centro dell'attenzione: Intrigue in Tangiers, Singing Rule Britannia, One Flesh, In Shreds quelle migliori, per un album che non replicava in toto la magia dell'esordio, ma sapeva ribadire un'autonomia artistica forte e determinata. Solita copertina progressive, tanto per disorientare.
martedì 4 settembre 2018
domenica 2 settembre 2018
GoGoGo Airheart – Out Every Window The Snap Of Envy & Greed (2000)
Omaggiati di un revival da parte di SIB in un Blow Up di qualche mese fa, in quanto meritevoli di un riascolto a distanza. Fra le prove ancora acerbe degli inizi e quelle un po' incerte verso la fine stava il meglio dei californiani, con questo album che inquadrava alla perfezione lo stile precario ma al tempo stesso esuberante e sprizzante di energia. In poche parole, meno Fall e meno Gang Of Four, bensì il loro autentico tributo al Pop Group (con le dovute proporzioni, ovviamente), fra l'altro esplicitamente citato con Trap, in un mix anglo-statunitense che lo riuniva al feeling sardonico dei primi Pere Ubu. Esplosioni al calor del funk bianco, litanie demenziali, dub spettrali da camicia di forza, c'è il meglio di una band a modo suo difficile da inserire in una catalogazione ben precisa, viste anche le influenze, e rimasta inchiodata in un limbo chiamato dimenticatoio.
venerdì 31 agosto 2018
Scream From The List 74 - Igor Wakhévitch – Logos (1970)
Le sorprese non mancano, anche quando siamo verso la fine dell'alfabeto. Figlio di un direttore russo emigrato in Francia, IW si diplomò in pianoforte e già piuttosto giovane si ricavò una carriera come sonorizzatore. Il suo esordio solista invece è un opera tremebonda fra neo-classica tempestosa, avanguardia, rumorismo e foschissima psichedelia in stile Ummagumma, disco in studio, parti più sperimentali.
Eseguito da un gruppo prog transalpino a me sconosciuto, i Triangle, più cori mixati e nastri magnetici, Logos ha un suo percorso ben preciso: inizia con un drone galattico cupissimo, le voci in stile operistico-tragico che poi si perdono in un caduta libera come dal purgatorio ad un girone infernale, le percussioni orchestrali in sincrono con i fischi siderali dei nastri, i violini che entrano ad invischiare le atmosfere già torbide (per certi versi affini alle opere più spericolate di Egisto Macchi); e nel finale, quando sembra che la composizione sia prossima all'esaurimento, Danse Sacrale vira improvvisamente verso un demoniaco psych-free-rock, con la chitarra in feedback ed un riff memorabile all'unisono, beffardo e dispari, un motivo horror in piena regola. Invecchiato benissimo come le migliori opere library, ma con un focus fortissimo. Un compositore da perlustrare.
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mercoledì 29 agosto 2018
Jacques Berrocal – Parallèles (1977)
Del trombettista/trombonista/cornista transalpino sulla Audion Guide alla NWW List viene citato il primo album Musiq Musik del 1973, che però è co-accreditato ad altri due fiatisti relativamente sconosciuti, per cui Parallèles è da considerarsi vero e proprio suo esordio solista, nonchè molto più affine alle influenze di Stapleton; constatazione che poi sublimò nel tributo NWW del 1994.
Si tratta di un lavoro di estrema ricerca vagamente imparentato col free-jazz, vista anche la moltitudine di ospiti e l'apparente spirito libero delle esecuzioni, con inserti di recitato sparsi (a me incomprensibili vista la mia ignoranza in francese, ma giurerei non essere di massima lucidità) e molti suoni concreti (fra cui spicca una bicicletta); ovviamente sono i fiati ad avere il predominio, divisi fra partiture apparentemente melodiche e starnazzamenti in libertà, ma ogni piccolo dettaglio, anche il più insignificante, concorre alla creazione di un disco straniante e iper-surreale che ad ogni ascolto svela nuovi particolari. Su tutto trionfano i 24 minuti di delirio assoluto di Bric-A-Brac, monumentale suite dell'assurdo per 8 performers che occupava l'intera facciata B. La ristampa Alga Marghen del 2001 aggiungeva 5 tracce registrate fra il 1972 ed il 1979, integrando a meraviglia l'originale con altre ricerche molto, ma molto significative sotto tutti i punti di vista.
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Avantgarde
lunedì 27 agosto 2018
Clientele – Music For The Age Of Miracles (2017)
In termini di concerti si erano fermati solo un paio d'anni, ma a livello discografico i Clientele erano di fatto al palo dal 2009/2010, e devo dire la verità, le ultime due prove non mi avevano convinto più di tanto. Per cui, li avevo dati per persi in tutti i sensi, senonchè l'anno scorso sono improvvisamente tornati con questo album che per miracolo resuscita la verve compositiva lasciata 10 anni prima con God Save. McClean & Co. qui riescono a trovare l'equilibrio perfetto fra l'innocente e sbarazzino vintage-pop degli esordi e le orchestrazioni più sofisticate della fase matura, per un disco che nulla aggiunge e nulla toglie al loro bilancio complessivo; la notizia semmai è che un bel pugno di songs memorabili vanno ad aggiungersi al già ricco carniere del meglio che i londinesi sono riusciti a confezionare in un ventennio scarso: The neighbour, Everyone you meet, The Age of miracles, The circus, e soprattutto la clamorosa Everything you see tonight is different from itself, che sperimenta con eleganza un inedito ritmo digitale e le rasoiate di elettrica fuzzata, elementi assolutamente mai sentiti prima da parte di un gruppo che a questo punto possiamo davvero definire immortale.
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Vintage-Pop
sabato 25 agosto 2018
Replacements – For Sale: Live At Maxwell's 1986 (2017)
Provvidenziale recupero ad opera della Rhino, che (probabilmente a causa del secondo e definitivo scioglimento) pubblica un eccezionale live dei Mats nel loro momento di massimo splendore, all'indomani di Tim, alla vigilia dell'allontananento di Bob Stintson e della perdità di identità. Poco da dire, la gran manna è di 29 tracce, i greatest hits ci sono proprio tutti, non ne manca uno che uno; Color me impressed, Dose of thunder, Hold My life, Unsatisfied, Bastards of young, Kiss me on the bus, Johnny's gonna die, Left of the dial, Hitchin' a ride, Go, le mie preferite in assoluto ma non importa, la notiziona è che il gruppo suona da DIO, i leggendari scazzi sul palco si fermano ad un episodio su 29, per il resto le esecuzioni sono assolutamente impeccabili e rendono giustizia ad un gruppo che avrebbe dovuto sbancare niente meno che il mondo intero. La sezione ritmica ha un tiro pauroso, Stintson farà 2 stecche in tutto, Westerberg getta il cuore oltre l'ostacolo e poi salta, con quella gola in fiamme. Era un bootleg, adesso è una delle ristampe fondamentali degli anni 10.
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Indie-Rock,
Power-Pop
giovedì 23 agosto 2018
Heroin In Tahiti – Sun And Violence (2015)
Fra alti (l'insuperato Death Surf) e bassi (poco entusiasmanti Canicola e lo split con Ensemble Economique) continua il lavoro di modernariato psichedelico di Mattioli e De Figuereido. Il loro penultimo lavoro Sun And Violence per fortuna rientra tra i primi, e vede il duo alle prese con una forma di library acida e contorta, ricca di fascinazioni sia cinematografiche che spiritatamente occultiste. Doppio vinile che si impone fra i prodotti più interessanti (seppur innocentemente passatisti, a dispetto delle moderne tecniche di registrazione) degli ultimi anni in terra italica. Spiccano le fascinazioni tribal-western di Superdavoli e Black Market, la magnifica ipnosi di Spinalonga, la concitazione corrosiva di Arena 2, il naufragio a base di mellotron di Costa Concordia. Pure allucinazioni, però una durata inferiore non avrebbe guastato....
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martedì 21 agosto 2018
Fugazi – Red Medicine (1995)
Insieme al primo, il miglior disco dei Fugazi. Red Medicine incarna perfettamente lo spirito dei dischi storici (si può dire, ormai sono passati vent'anni e passa) dei grandi gruppi degli anni '90: superamento dei luoghi comuni dell'area di provenienza lasciando comunque apposite nicchie con cui evitare di deludere i vecchi fans, lavoro di ricerca e commistioni inusitate, immediato riconoscimento da parte della critica (ricordo perfettamente quanto Max Prestia battè il ferro riguardo a Red Medicine durante il suo interregno su Planet Rock...), produzione e registrazioni perfette che non sono invecchiate anche se riconoscibili all'istante.
Ricordo anche distintamente la sorpresa al primo ascolto di pezzi come Version (dub pallido con clarinetto delirante), la spettrale e dissonante Fell, destroyed, la potente e rumorosa imponenza di By You, la fatalità introversa di Forensic Scene, e cito soltanto quelle che per me sono le tracce migliori, perchè qui su 13 non ce n'è una che una che deluda o lasci indifferenti, neanche in quelle più tradizionalmente hardcore. Pietra miliare, c'è poco da discutere.
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domenica 19 agosto 2018
Gnaw Their Tongues – Abyss Of Longing Throats (2015)
Dopo tutta quella mole di suono messo in giro, sembrerebbe difficile dare ancora attenzione a Maurice De Jong sotto le vesti di GTT, soprattutto da quando ha avviato il luminosissimo progetto Seirom. E sarebbe un errore, perchè se da un lato sembra quasi impossibile replicare le imprese titaniche dei suoi lavori più ragguardevoli, dall'altro la sua ispirazione massimalista è tutt'altro che esaurita.
Basta ascoltare più volte questo suo lavoro di 3 anni fa, sostanzialmente snobbato dalla critica forse proprio perchè è venuta un po' a mancare quella maestosità e l'approccio a tratti sinfonico che rendevano grandissimi i precedenti; scomparsa ogni traccia di piano e/o violino, viene tutto sommerso da una catastrofe sferragliante, da un tornado infernale; tutto molto articolato e curatissimo in ogni dettaglio come ci si aspetta da De Jong, tutto apocalittico come abbiamo imparato ad apprezzare. Per me è ancora una garanzia.
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venerdì 17 agosto 2018
Banco Del Mutuo Soccorso – Io Sono Nato Libero (1973)
E' stata necessaria la ristampa dell'anno scorso perchè io recuperassi Io sono nato libero, il terzo album del Banco. Nocenzi, intervistato in merito, ha dichiarato di aver avvertito la necessità di ripubblicare il lavoro per via della drammatica attualità delle tematiche, che esprimevano l'urgenza di liberare l'individuo singolo dalle pastoie che il sistema impone per modellare il pensiero collettivo.
Musicalmente, in effetti, si tratta di un lavoro intenso e ben elaborato, personale come tutti i primi dischi dei romani: orchestrato divinamente, dove l'accoppiata Calderoni/D'Angelo (credo la sezione ritmica più forte di tutto l'It-Prog) fa a gara con le tastiere per farsi seguire di più. Più che Non mi rompete, il delicato acustico che si ricorda maggiormente, il disco va in gloria con le lunghe Dopo niente è più lo stesso e Canto nomade per un prigioniero politico, capolavori articolatissimi e pregni di quel senso del tragico/epico che ha reso grande il Banco.
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Prog-Rock
mercoledì 15 agosto 2018
Father Murphy – Croce (2015)
E' andata esattamente come scrivevo per quel gioiello di Anyway......Sulle prime Croce non mi ha entusiasmato, ma come possiamo fermarci in superficie con i FM? Dobbiamo scavare, dobbiamo analizzare con cura e tempo, dobbiamo soprattutto riflettere.
E allora...Riflettere su quanto, per un act così originale e fuori da ogni corrente, sia sempre più difficile ripetersi su livelli altissimi, col supporto di una label americana come la Flenser, che annovera nomi di prestigio. Così, se le prove precedenti erano state l'illuminazione e l'illusionismo, Croce è, per l'appunto, la via crucis. Un disco arreso, ripiegato su sè stesso, la liturgia del dolore, dove ciò che qualcuno ha molto semplicisticamente descritto come "mancanza di idee" è il vuoto pneumatico, è l'osservazione di un mondo sempre più marcio e pericoloso per la nostra specie. E' la processione a battiti rarefatti. Non resterà ai posteri come il miglior disco di FM, ma come foce naturale di un percorso precario ed indefinibile. Non mi stupirei se restasse il loro testamento.
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Art-Rock
lunedì 13 agosto 2018
Residents – Fingerprince (1977)
Lavoro non abbastanza tributato del loro primo repertorio, a mio avviso. La lavorazione ebbe inizio nel 1974 ed ebbe fine nel 1976, dato evidente della complessità del materiale; la lunghissima Six things to a cycle, una delle tante intuizioni multimediali dell'entità californiana, era stata concepita come supporto musicale ad un balletto, ed è una superba ed articolata suite per campanelli, sintetizzatore, fiati deliranti, percussioni ed il solito, delirante recitato. Non molto differenti per impostazioni i pezzi "corti" sull'altra facciata (diciamo sul resto della ristampa che ha incluso quanto non raccolto sulla prima stampa per motivi di spazio e/o economici), arrangiati in maniera abbastanza scarna, con la chitarra di Snakefinger in pochi ed isolati frangenti. Folli, avveniristici ed enormemente influenti.
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sabato 11 agosto 2018
Eiko Ishibashi – Carapace (2011)
Primo atto della collaborazione fra la dolce Eiko e Jim O'Rourke, all'epoca già residente nel Sol Levante. Un disco che ho conosciuto però dopo i due usciti su Drag City, con conseguente promozione anche in Europa; succede così, che se non ti fanno uscire dai patri confini è dura farsi sentire qua. Che poi, alla maggior parte dei nipponici non freghi un granchè, è un altro discorso.
Rispetto a quel Car And Freezer di cui mi sono innamorato al primo ascolto, Carapace non aveva quell'esuberanza gioviale e quel senso sbarazzino; Eiko denota una vena intimista, quasi crepuscolare, che prende il sopravvento sulle tracce più ritmate. Lampante, in ogni caso, è la sopraffina maestria compositiva, nonchè l'eleganza delle parti e delle esecuzioni (e qui, senz'altro occorre tributare il solito Jimmy); cristallo purissimo.
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giovedì 9 agosto 2018
Julian Cope – Fried (1984)
Il classicissimo e programmatico secondo disco del JC tartarugato a spasso per la campagna, un costume che 30 anni dopo egli stesso definirà valorosamente ridicolo. Uscito solo 8 mesi dopo l'esordio, contiene fra i migliori episodi in assoluto di tutta una carriera in cui l'ambizione ha prevaricato spesso i risultati finali. Già l'apertura è un delirio, con i 6 minuti di Reynard the fox che si candida a miglior pezzo in assoluto escluso dal repertorio Teardrop Explodes: ritmica serrata tipicamente wave, refrain inarrestabile, delirio di cocci in frantumi. Tutta la Side A è a livelli stellari, con la catalessi celestiale di Laughing Boy, l'arrendevolezza di Me Singing, il revival '60 di Bill Drummond Said. La Side B inevitabilmente non può ripetersi, ma dispensa il pastoral-prog di Search Party e persino una (involontaria, spero) parodia semplicistica di Peter Hammill in O King Of Chaos. Nel 1984 c'erano ben pochi dischi così fuori dal proprio tempo.
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martedì 7 agosto 2018
Dinner Is Ruined – Worm Pickers Brawl (1994)
Sul primissimo numero fanzine di Blow Up, c'era un servizio di SIB dedicato a Palace, Smog e Wormpickers Brawl. Di questi ultimi c'erano talmente poche notizie reperibili che il Direttorissimo non soltanto non era a conoscenza dei due dischi rilasciati precedentemente dalla band, ma addirittura aveva invertito nome e titolo del disco, che invece andava attribuito a Dinner Is Ruined (sul secondo numero però arrivò puntuale l'errata corrige..). Tal progetto, proveniente dal Canada, fu attivo soprattutto negli anni '90, brancolando nell'underground meno in vista, e sostanzialmente riconducibile ad un polistrumentista / cantautore di nome Dale Morningstar.
Poco da aggiungere a quanto SIB puntualizzò, cioè che si trattava di un progetto nobile, dedito ad un post-indie-folk-free-form-freak-out deviato e deviante. Echi del primo Smog, irriverenza alla Half Japanese, sballi psichici alla Peter Jefferies, cantilente dementi alla Flaming Lips, sbraghi elettrici alla Strapping Fieldhands, tutto immerso in un calderone lo-fi che fa tanto anni '90. Godibilissimo.
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domenica 5 agosto 2018
Lard Free – I'm Around About Midnight (1975)
Uno dei gruppi più apprezzati fra le scoperte archeologiche della List, con il disco d'esordio del 1975. Come poteva essere logico in un percorso evolutivo, il quartetto di Gilbert Artman si lasciò alle spalle il corpulento jazz-rock delle origini per immergersi anima e corpo in un elettronica globale e lungimirante, che in 6 tracce esprime altrettante ambientazioni, evocando fosche arie dark-ambient (Violez l'espace), caracollanti digressioni world con chitarre frippiane (In a desert alambic), soavi cicalecci alla Jade Warrior coevi (Does East Bakestan Belong...), citazioni di corrieri cosmici tedeschi (Tatkook a roulette), escursioni pianistiche su tappeti siderali (Even Silence..), lasciando soltanto alla minacciosa Pale Violence under a reververe l'esecuzione in stile classico con sezione ritmica, peraltro già distantissima dai luoghi comuni che già avevano tritato col precedente. Vien da chiedersi se forse fu questo ad ingraziare Stapleton per l'inclusione. Grandi.
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venerdì 3 agosto 2018
Balletto di Bronzo - Live Nearfest 2000 (bootleg)
Mi permetto molto candidamente di rubare di peso un post alla Stratosfera, trattasi di un bootleg relativo al Balletto Di Bronzo che si esibì alla seconda edizione del Nearfest in Pennsylvania nell'ormai lontano 2000. Si trattava di un festival neo-prog fra i più prestigiosi al mondo (ha cessato di esistere qualche anno fa), e fu senz'altro un riconoscimento importante per Gianni Leone essere invitato a parteciparvi come prima entità italica. Il Balletto del 2000 era al Mark II, avendo egli già sostituito la sezione ritmica; di recuperare la chitarra non se ne parlava neanche, ma devo ammettere che questo splendido concerto riesce a farla dimenticare nei frangenti di Ys in cui Ajello folleggiava.
Spilli e Corsi sono a dir poco impeccabili, i suoni moderni ma non troppo, Leone denota una forma vocale quasi immutata a 30 anni dall'originale, persino i pezzi della fase Leo Nero sono migliori dell'originale. Molto, molto meglio dell'originale Trys con cui era stato bagnato il ritorno nel 1996.
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mercoledì 1 agosto 2018
Scream From The List 73 - Frank Köllges – Drums, Voices, Knispel Nie (1977)
Batterista di Dusseldorf di estrazione jazz, ma negli anni '80 attivo anche in progetti sperimentali a noi oscuri come Die Krupps e Harte 10. Nel 1977, a soli 25 anni, si guadagnava un posto nella list con un programmatico album per voce e batteria (Knispel è un cane che fa un cameo ululante nella traccia One for Knispel), inciso per un'oscurissima label. Un one-shot bizzarro che resterà isolato per 15 anni, quando il buon Frank riapparirà in solitaria ma con tutt'altro affare orchestrato.
Poco da dire, si tratta di una follia; il vociare equivale ad uno scat che passa dal borbottio al dimenarsi schizofrenico ed animalesco con tutto quello che ci passa dentro, mentre il drumming è di quelli che sì, sono tecnici, ma non sono esercizi. Quindi ben altro che un manuale o uno sfoggio di perizia: è una spontanea e genuina dimostrazione di freakitudine, ed è irresistibile.
Per la cronaca, mai ristampato.
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lunedì 30 luglio 2018
Decayes – Accidental Musik (1979)
Un'anno dopo l'esordio in stile krauto con cui guadagnavano spazio nella NWW List, i Decayes rilanciavano con Accidental Musik. Quella K potrebbe far pensare al proseguio dell'ossequio ai maestri tedeschi, ma in questa sede l'unico gruppo che forse sarebbe da citare è impersonato dai Can, anche se in forma più semplificata (le tecniche strumentali non sono molto paragonabili eccetto il chitarrista Van Winkle), ma si tratta di un appiglio. Quella che definivano accidentale era un'art-psych-rock minimalista e demente, non mi verrebbe altra definizione. Musiche per stati mentali alterati, che fossero naturali o meno; il malizioso ondeggiare di Rich People's Mailboxes, l'incedere horror di The Prisoner, le risacche cosmiche di K-7, la lunghissima Niteclub, a modo suo un collage di 3 tessere giganti, sono i momenti migliori di un disco inspiegabile se non affrontato con la giusta mentalità (follia). Freaks patentati.
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sabato 28 luglio 2018
Have A Nice Life – The Unnatural World (2014)
Ammetto che nel primo momento in cui ho ascoltato il secondo degli HANL, la mia sensazione è stata di disappunto. Troppe le aspettative dopo il capolavoro che ce li rivelò, e per più di un motivo. Innanzitutto il disco è molto, ma molto più breve del predecessore; sembrerebbe un assurdità, ma alla fine uno dei pregi di Deathconsciousness era questo dolce dipanarsi in un lungo percorso in cui al termine tutti i tasselli si completavano meravigliosamente, con tutti i suoi vari climax. Unnatural world invece è breve, ha un vago sentore di raccolta di scarti; suona molto più post-shoegaze, contiene alcuni passi falsi (i due strumentali 4 e 8, estatici ma sostanzialmente innocui e vacui; un pezzo quasi pop come Unholy life, impensabile per loro), ma voglio dire, cercavamo una replica del colosso? Pretendevamo che facessero un'altro sforzo così titanico?
Se dopo 6 anni se ne escono con un disco stentato come questo, significa che hanno poco tempo o poca voglia, ma se continuassero così (siamo già a 4 e non c'è odore di novità) io sarei comunque contento; Defenestration Song, Burial Society, Dan and Tim Reunited by fate e Cropsey rivivono la magia gotico-nebbiosa che i Dan e Tim hanno saputo rendere realtà diventando così i re indiscussi di qualsiasi revival della new-wave degli ultimi 10 anni.
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giovedì 26 luglio 2018
Helios Creed – The Last Laugh (1989)
Acid-punk deviato e fantascientifico per il disco seattleiano di Helios Creed, registrato da Jack Endino con l'ausilio della sezione ritmica dei suoi Skin Yard, nonchè primo su Amphetamine Reptile. Come grossomodo tutti i primi 5 album solisti della leggenda Chrome, un disco dominato dalla sua SG multi-espansa in delirio psicotropo, in questo caso con la componente punk in maggioranza (influenza cittadina? influenza di chi lo circondò in studio?), tant'è che a tratti riaffiorano incendiarie atmosfere altezza Alien Soundtracks. Fra i 3 migliori in assoluto della sua carriera.
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martedì 24 luglio 2018
Invisible Things – Time As One Axis (2015)
A tre anni dal debutto, il power-duo capitanato da Mark Shippy è tornato, in quella che sembra quasi una sfida a distanza con i Dead Rider di Todd Rittmann. E' chiaro che ognuno va per conto suo, ma la felice gara a chi la fa più stramba si perpetua senza esclusione di colpi.
A differenza di quello che era stato un tempestoso maelstrom magnetico, Shippy e Skies qui ragionano (per modo di dire) e dividono gli sforzi in 8 tracce ben separate. L'esperienza è sempre psicotica, sia ben chiaro: il cubismo rock dei gloriosi reduci US Maple è sempre bello intatto, i cervelli regolarmente saltati, gli ascolti a ripetizione non bastano mai. Al servizio della psichedelia, la sregolatezza sconfinata.
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domenica 22 luglio 2018
Big Black – Songs About Fucking (1987)
Il disco di commiato del Grande Nero, per evidenti motivi di missione compiuta. Dopo un capolavoro come Atomizer, era improbabile che il trio potesse andare oltre una formula che per quanto efficace fosse conteneva una grande limitazione: la batteria elettronica. Albini aveva bisogno di un drummer in carne ed ossa, ma non di uno qualunque, ed infatti le sue creature successive annovereranno due assi delle pelli come Washam e Trainer.
Tornando a Songs about fucking, lo potrei definire come il disco più punk in assoluto non soltanto dei Big Black: pezzi brevi, brucianti, a presa rapida, senza melodrammi psicotici ed elaborati come Kerosene, con un paio di cover memorabili (The Model dei Kraftwerk e He's a Whore dei Cheap Trick) e la solita inossidabile ferocia. Poco importa che Albini sentisse la fine avvicinarsi, non c'era modo migliore per chiudere l'esperienza.
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venerdì 20 luglio 2018
Metz – Strange Peace (2017)
Trio canadese con 3 albums all'attivo su Sub Pop, che tiene sempre a curare la propria fetta di catalogo in qualche modo "nostalgica", basti vedere la costanza e la fedeltà mai negata ai Pissed Jeans. Con i quali i Metz credo condividano lo stesso pubblico di apprezzamento, vista la mutua ispirazione deliberatamente tratta dal noise-grunge-punk degli anni '90. Strange peace è un disco travolgente, irruento, ispido, che ricorda tanti nomi ma trova una sua via personale e beneficia della produzione di Steve Albini soprattutto sull'impatto della batteria, sempre garantita in your face. Molto apprezzabili anche i pezzi rallentati, che sanno abilmente replicare anche le più malsane delle atmosfere tipicamente grande mela alternative all'alternative.
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mercoledì 18 luglio 2018
Jean Michel Jarre – Oxygène (1976)
Il classicissimo di Jarre, ripescato in quanto il primo movimento in elenco era un highlight di una delle primissime Mental Hours. Diventato un best-seller di proporzioni colossali, Oxygene è una suite di 40 minuti spezzata in 6 parti ma davvero coesa e di uno svolgimento coerente e ben strutturato, in cui gli hits (le parti 2 e 4, esiste qualcuno sopra i 35 anni che non le ha mai sentite??) sono di fatto distensioni corroboranti al contesto generalmente tempestoso e sognante, e che di certo aveva solide radici nei maestri teutonici. Poi è chiaro che rispetto a coloro, questo suono è invecchiato meno bene, ma la sapienza di questo giovane sintesista figlio d'arte cascò a fagiolo per il lancio su scala industriale della musica elettronica, il resto è storia...
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lunedì 16 luglio 2018
Panoply Academy Legionnaires – No Dead Time (2001)
Oscura e dimenticata formazione dell'Indiana che realizzò 4 dischi su Secretly Canadian a cavallo del 2000: nonostante l'autorevolezza della label, ottennero ben poco riconoscimento (persino PS non li ha omaggiati di una parola); magari è solo un piccolo dettaglio, ma il giochino di cambiare estensione al nome in ogni disco di sicuro non li favorì.
All'epoca ne avevo sentito solo parlare superficialmente, e ci ha pensato SIB in un Blow Up di qualche mese fa a disotterrarne il nome. La loro proposta era un indie-rock arzigogolatissimo, che trae origine dal post-hardcore più colto (Joan Of Arc, Heavy Vegetables), ma che evita testosterone a piedi pari e gira sui lati più cerebrali. Un disco labirintico e cervellotico, che lambisce i territori più progressive nel senso strutturale del termine; una specie di gioco di prestigio, che dopo svariati ascolti ancora non svela i propri segreti, e che forse ha un solo limite, cioè quello di restare un po' asettico ed impassibile nonostante la sua irrequietezza.
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sabato 14 luglio 2018
Embryo - Steig Aus (1973)
Uno dei primi 5 dischi degli Embryo, quando ancora non erano stati contaminati dalla componente world che avrebbe caratterizzato pressochè tutta la loro produzione successiva.
Jazz-rock fluido, anglosassone in tutta la sua essenza, con una componente visionaria che a tratti sfocia in una parvenza di psichedelia (frutto di certe svisate di violino, o di cascate tastieristiche), e con qualche passaggio simil-prog (colonnati di mellotron a iosa); in ogni caso, jamming ispiratissimo, musicisti non narcisisti, 3 lunghe tracce, musica antica per quanto ancora fresca e coinvolgente.
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giovedì 12 luglio 2018
Ruben Garcia – The Gatekeeper (1994)
Sodale di Harold Budd nel breve capolavoro Music For 3 Pianos, Garcia è stato un tastierista / compositore relativamente sconosciuto che forse ha avuto l'unica colpa di essere emarginato dal sistema discografico in quanto si è sempre autoprodotto. Evidentemente la considerazione di Budd non bastava a dargli un po' di visibilità. Attivo durante gli anni '90 e poi silente per tutti gli '00, realizzò l'ultimo disco nel '12, un anno prima di venire a mancare.
Dopo un debutto fin troppo esuberante e sintetico (Colors in Motion, 1992), la vera anima romantica di Garcia uscì su The Gatekeeper, una raccolta per solo piano di vignette melanconiche ed autunnali, dallo stile sobrio, alquanto sulla scia di Satie. Un musicista umile, messo a nudo, che non diresti certo californiano (ancor meno con origini latine, dato il nome); un'ora rilassante, per meditazioni possibilmente filosofiche.
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martedì 10 luglio 2018
Amon Düül II – Live In London (1973)
Torrenziale testimonianza della grandezza dei Düül sul palco, giustamente celebrati in terra britannica; fra i gruppi tedeschi sulla cresta dell'onda in quegli anni, forse proprio loro erano i più apprezzabili nella perfida Albione, per quell'approccio così fisico ed espanso al tempo stesso.
Registrato nel dicembre 1972, il concerto pescava quasi equamente dal mastodontico Yeti e dal successivo Tanz Der Lemmings, il cui materiale esce addirittura rinforzato dall'impatto in diretta. La ristampa del trentennale in cd ebbe il grande merito di includere materiale aggiuntivo, fra cui una versione ultra dilatata di Soap Shop Rock. Certo, la fedeltà non è di quelle eccezionali, ma siamo di fronte ad una leggenda al top della forma.
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domenica 8 luglio 2018
Richard Skelton – Towards A Frontier (2017)
Era quasi inevitabile che prima o poi il nostro grande Rick si confrontasse con una realtà immagignifica come l'Islanda. La sua musica poteva e doveva dar vita a questa unione, ed è stato grazie all'invito suggestivo di soggiornare in un villaggio sulla costa est, di neanche 700 anime, che però viene definito un vivace centro culturale. In loco Skelton ha risieduto in più riprese e nel giro di due anni ha realizzato questa suite di 66 minuti, tempestosa e colossale.
Avendo visitato quella terra e ritenendola il posto più bello che abbia mai visto, posso anche solo lontanamente immaginare l'ispirazione di cui il nostro abbia potuto beneficiare; i suoi archi, dilatati, irrobustiti, sviscerati, in fermo immagine, sovrapposti e miscelati, costruiscono la cosa più compatta e maestosa; manca un po' quell'afflato di cuore che caratterizzava i suoi massimi capolavori, ma l'abbiamo notato già da quando incide come Inward Circles, che l'uomo si è incupito, forse irrigidito; il tempo ha lenito il dolore ma l'uomo è segnato. Un po' Basinski, un po' Stray Ghost altezza Nothing but death, un po' tardo Xela, Towards a Frontier è un affresco imponente che svetta come uno dei 5-6 prodotti migliori di sempre di Skelton.
venerdì 6 luglio 2018
Michael Brook – Cobalt Blue (1992)
Chitarrista canadese che, dopo origini più o meno world, diventò un personaggio tentacolare fra U2, Brian Eno, Sylvian/Fripp, Vedder, una marea di colonne sonore anche piuttosto famose. Uno di quegli artigiani che hanno la fortuna di farsi scoprire e divulgare da artisti famosi, in sostanza.
In completa solitudine, Brook ha pubblicato ben poco: questo Cobalt Blue, edito da 4AD quando era già diventato richiestissimo per la sua infinite guitar, un prototipo in verità non molto rivoluzionario, ma dal suono abbastanza peculiare. La sua musica è una mistura ambient-world-new age, con una leggera vena psichedelica, che sorprendentemente suona ancora fresca (esclusi alcuni timbri di tastiera che sanno molto di '80, per fortuna in netta minoranza), che lascia intravedere delle origini umili e profondamente animate da uno spirito sincero, e non da tappezzeria. Qualche episodio lascia a desiderare, ma nel complesso una più che buona meditazione.
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Soundtrack
mercoledì 4 luglio 2018
Candy Machine – A Modest Proposal (1994)
Esempio di band americana di metà anni '90 che avrebbe avuto le potenzialità per diventare una piccola celebrità underground; fossero nati a Washington, ad esempio, avrebbero sicuramente guadagnato un posto alla Dischord e la conseguente esposizione; invece brancolarono per pochi anni fra oscure e piccole indies per poi scomparire.
A modest proposal fu recensito sul primo Blow Up che comprai; era il n.3, quello con l'anonimo EP degli Slint in copertina, quello di Musiche d'americhe. La recensione aveva un paio d'anni di ritardo, ma all'epoca ci poteva anche stare, visto che era ancora una fanza che freneticamente cercava di stare al passo coi tempi (e ci riusciva alla grande, direi). La band pareva provenire dal post-hardcore, e forgiava il proprio stile sardonico attraverso l'influenza palpabile dei Fall più ruvidi, con un approccio funky sostenuto, le chitarre post-Sonic Youth e post-Fugazi. Un disco godibile e divertente, immerso fino al collo nella propria epoca, che ai tempi non so se avrei adorato ma che ho avuto la soddisfazione di ascoltare a più di vent'anni di distanza.
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Post-Hardcore
lunedì 2 luglio 2018
Scream From The List 72 - Xhol Caravan – Electrip (1969)
Jazz-rock frizzante e baldanzoso, venato di progressive ante-litteram, visto l'anno di uscita. Che fra l'altro fa scattare automaticamente una serie di domande; perchè la band di Wiesbaden non viene mai citata nei compendi, anche quelli più dettagliati della musica tedesca dell'età dell'oro?
Forse perchè suonavano molto più british che autoctoni, dato anche che il primo parallelo che viene in mente sono i Colosseum: ritmiche sostenute e belle compatte, organo in grande evidenza, sax e flauto che svisano in libertà, temi spaziosi e vigorosi. Soltanto che la band di Hiseman perveniva al debutto sempre nell'anno domini 1969, attestato che valorizza gli Xhol Caravan.
Le prime tre tracce, strumentali, sono assolutamente memorabili ed esemplificano ciò che riusciva meglio al quintetto. La lunghissima Raise Up High, con tanto di voce arrochita e stentorea, a tratti si perde un po' nei suoi meandri ma possiede una carica lisergica detonante. Nella ristampa in cd anche il loro primo singolo, due brevi pezzi gradevoli anche se ancora molto immersi nei sixties.
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Prog-Jazz
sabato 30 giugno 2018
Scorn – White Irises Blind (1993)
Mini-lp uscito a poca distanza da Colossus, dal quale deriva la title-track; di quel grande disco era la traccia più leggera e lineare, fantasmatica se vogliamo, senza dubbio la più musicale e meno ossessiva del lotto. Questo stava a segnalare un imminente cambio di direzione per il duo Harris-Bullen, un liberarsi delle ultime zavorre post-metal e post-industrial per librarsi in un dub elettronico spettrale ed immagignifico. Di fatto questo 5 tracce è una questione di remix: della Minimal mix della title-track, virata in chiave trip-hop con un buon lavoro di chitarra, al dub galattico di Black Ash Dub, allo statico rantolo industriale di Drained, si chiude in grande stile con Host Of Scorpions, una versione raffinatissima di quello che forse era il miglior pezzo di Colossus, ovvero Scorpionic. Manco a dirlo, una perla scoperta su Mental Hour. Inaudita fino a pochi mesi prima, tanta era la velocità di movimento dei due.
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Electronic,
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giovedì 28 giugno 2018
Black Sabbath – The End (4 February 2017 - Birmingham)
Ci sarebbero alcuni motivi per storcere il naso di fronte a questo live terminale, al di là degli scontati rituali di saluto, di commiato, di inevitabile celebrazione, di storia, etc etc. In primis l'assenza di Bill Ward, il quale pare sarebbe anche stato in grado fisicamente di sostenere il tour finale ma non ha raggiunto (!) un accordo contrattuale con gli altri per presenziare; un paradosso che ha quasi dell'incredibile. Al suo posto un turnista tipicamente heavy metal con tanto di doppia cassa, pelli iper compresse, piatti stoppati, molto muscolare, insomma abbastanza distante sia per stile che per suono allo storico.
Anche per questo in generale la resa, per quanto impeccabile, appare un po' troppo secca; il basso di Butler a mio avviso ha un po' troppi toni alti, perdendo in profondità; così soltanto la SG di Tony (A)Iommi suona fedele all'originale. Noiosi dettagli? Pretendo troppo da dei quasi settantenni? Beh, sarò un integralista nostalgico, perchè amo ancora alla follia Live At Last o Beyond the wall of Spock...E così la sorprendente, strabiliante prestazione di Ozzy svetta su tutto il resto, esaltando il suo stato di salute ormai del tutto ripulita: zero stecche ed una modulazione perfetta.
La scaletta? Beh, c'è poco da dire, gli antichi highlights ci sono proprio tutti, l'energia sprizza da ogni angolo, il sentore di celebrazione non è stentoreo; notevole anche la coda-bonus di 5 pezzi live in studio fra cui risaltano The wizard, Wicked World ed addirittura la pastorale Changes. Addio gloriosi uomini nerovestiti, è terminato il vostro magnifico viaggio; we love you.
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Cult Music
martedì 26 giugno 2018
Mazzy Star – So Tonight That I Might See (1993)
Riconosciuto all'unanimità come episodio migliore del trittico di album con cui Roback e la Sandoval solcarono i primi '90, con uno stile squisitamente controcorrente alle mode imperanti; pur essendo distanti anni luce sia dallo shoegaze che dallo slowcore, il loro suono compassato e disincantato direttamente ereditato dai Velvet Underground conquistò il pubblico alternativo. Fade into you, la ballad circolare che apre il disco, fece proseliti, col suo sentore di classico, così come la cover di Arthur Lee Five String Serenade.
Riascoltato dopo un quarto di secolo, So tonight... appare come un disco semplice e disarmante: Roback si destreggiava fra acustiche ed elettriche con gusto misurato, la Sandoval ovviava ad una limitatezza espressiva con fare sensuale ed evocativo. Un'accoppiata vincente, che senza strafare regalò ottime vibrazioni.
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domenica 24 giugno 2018
Peter Hammill – From The Trees (2017)
Grosso modo, From The Trees dovrebbe essere il 50esimo album del nostro grande eroe, giunto ai 69 anni, successivo all'ultima fatica VDGG, non proprio memorabile. Questa è una fase alterna come tante altre precedenti, in cui l'ispirazione si presta meglio al proverbiale intimismo delle prove soliste, anzichè alle fatiche di gruppo. Prova ne è l'ottimo risultato di questo disco, che al primo ascolto non conquista subito, perchè non fa altro che rimasticare il dna hammilliano ma alla fine scioglie anche il fan più sazio; i migliori del lotto, Reputation, Anagnorisis, Milked, On Deaf Ears, The Descent, rappresentano l'ennesimo bignami della classe immortale del nostro, ispirando il ricordo di altrettanti antenati dello sterminato canzoniere hammilliano, ma cosa ci vogliamo fare? Gli alti e i bassi fanno parte della vita, l'altra metà di From the trees è abbastanza ordinaria, i sopra citati ci sanno ancora regalare le emozioni che solo lui sa generare.
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venerdì 22 giugno 2018
McDonald And Giles - McDonald And Giles (1970)
L'unico disco pubblicato dai fuoriusciti del leggendario In the court of the Crimson King; l'eccezionale batterista Michael Giles ed il fiatista Ian McDonald, che qui si scopriva anche chitarrista, pianista, cantante e compositore di gran parte del materiale, coadiuvati dal fratello del primo al basso. Ovviamente arduo il compito dei due di dare un seguito in proprio a cotanto capolavoro di provenienza, ma il risultato dopotutto fu più che buono per quelli che si confermarono come musicisti di grande levatura, assistiti da un ispirazione creativa forse non eccezionale ma talmente bravi da bypassare le incertezze con le loro doti. Ne usciva poi un lato pop davvero straniante, di inevitabile estrazione sixties, alternato a frangenti avantgarde-jazz-psichedelici in rapida successione, non sempre focalizzatissimi ma mai boriosi nè fini a se stessi.
Se lo si prende senza pretese di chissà quali repliche, è uno strano oggetto prog-non prog che si distaccava con personalità (come fece d'altro canto la copertina, con i due intenti a passeggiare con le rispettive ragazze sottobraccio). E per questo va ricordato con serietà e rispetto.
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mercoledì 20 giugno 2018
Comfort - Eclipse (2006)
Formazione toscana che ha pubblicato 3 dischi fra il 2006 ed il 2011, e passata ingiustamente inosservata, almeno alla mia attenzione, dato che ho scoperto Eclipse per caso assoluto. Trattasi di classico caso in cui la provenienza non aiuta, nonostante l'evidente abilità dei musicisti, di evidente alta formazione tecnica, in particolar modo il pianista, elegante e direi di estrazione jazzistica. Componente da non sottovalutare; ad asserire un paragone ingiusto, direi una versione medi-mitteleuropea dei Tortoise, per l'eleganza degli arrangiamenti, per le ritmiche compatte ed elastiche, per l'utilizzo del vibrafono; si sente però nei Comfort uno sbilanciamento verso atmosfere epic-instru (le striature di una chitarra elettrica un po' repressa, ma sempre gradita), a realizzare un insieme composito, mai autoreferenziale, a modo suo molto emotivo, quasi cinematico in certi punti. Mi viene in mente un altro parallelo, quello coi Neil On Impression, più colto senza dubbio per via dei diversi background. Qualche momento di stanca nel finale, ma la statura resta comunque medio-alta.
lunedì 18 giugno 2018
Crass – Best Before...1984 (1986)
Il delirante e farneticante art-punk dei Crass nella raccolta che pubblicarono postuma, un paio d'anni dopo lo scioglimento. Venti tracce che coprono l'intero percorso della leggendaria band-comune, dal 1977 al 1984, pubblicate prevalentemente su singoli; l'eterogeneità della scaletta non inficia comunque l'ascolto, al punto che mi verrebbe da dire che si tratta del loro secondo miglior album dopo l'immarcescibile Station of the Crass. E' chiaro che poi si sente un lieve declino nella seconda parte della loro carriera, anche a livello produttivo; c'è persino un inedito della fase finale, Smash the mac, che è un'anarco-wave quasi imbarazzante per i loro standard; forse se ne resero conto da soli, di aver compiuto la missione e quindi giusto fu lo split. Ma per il resto, le schegge arrivano a bomba, con Nagasaki Nightmare, Big A Little A, Bloody revolution, Rival Tribal Rebel Revel, irresistibili nel loro caracollare incessante ed ossessivo, oppure le "interferenze" concrete di Reality Asylum, Shaved Women, e pochissimi cali d'intensità.
sabato 16 giugno 2018
Make-Up – In Mass Mind (1998)
Se non ricordo male questo cd mi fu regalato da Blow Up, che fece scegliere fra una rosa di 3 dischi. Devo essere sincero, al tempo non avrei mai comprato nulla dei Make Up; non rientravano fra i miei gusti primari, almeno per quanto recepivo dalle recensioni. Non sono mai stati dei pallini di certa stampa, forse per una proposta che si rifaceva parecchio al passato e perchè non erano certo legati a qualche corrente dominante del periodo. Avevano il potenziale per accattivarsi il pubblico della Jon Spencer Blues Explosion, se non chè anche loro erano in fase calante di popolarità. Trovai il disco molto gradevole e li archiviai, perso in tante altre cose.
A vent'anni di distanza, la mia opinione su In Mass Mind è migliorata: trovo molto fresco il loro mix di garage-soul, post-punk e funk-wave, diversi pezzi sono veri e propri killer e soprattutto occorre rilevare la grande prestazione di Ian Svenonius, un delirante figlio illegittimo di Captain Beefheart, del quale fornisce una versione eunuca, di sicuro mai sentita prima, con degli acuti da spaccare i vetri troppo irresistibili per essere veri. Valore aggiunto di un suono molto semplice ma trascinante.
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Vintage-Rock
giovedì 14 giugno 2018
Holger Czukay – Movies (1979)
Già dai magici video della televisione tedesca di metà anni '70 era facile intuire chi fosse l'anima ironica e giocosa dei Can: era il grande Holger Czukay, che ciondolava col basso sorretto da una cinghia sottilissima, quasi mai sguardo sul manico, espressioni attonite e occhi pallati verso la camera. Quando poi, poco prima di abbandonare il gruppo, aveva lasciato il 4 corde per concentrarsi sulle sue diavolerie elettroniche, appariva chiaro che gli stava stretto l'ambito in cui il quartetto si era diretto in quel momento.
Movies succedeva di 10 anni a quel Canaxis che aveva aperto una breccia decisiva nella musica world d'avanguardia. Czukay suonava tutti gli strumenti a parte la batteria, appannaggio del fido compare Jaki Liebezeit, indispensabile macchina umana. Il legame con Can non era ancora rescisso del tutto, però: Cool in the pool è un funk demenziale che scimmiotta in qualche modo l'hit More, ma si capisce che si iniziava a fare sul serio con Oh Lord give us more money, con la presenza di Karoli e Schmidt, 13 minuti di magia sincopata, purissimo Can style. Persian Love, con la sua melanconia mediorentale, stabilisce un nuovo modello world, col muezzin campionato ed incantevoli giri chitarristici (e chi se lo aspettava Holger con la sei corde così?). Hollywood symphony, 15 minuti, gigioneggia un po' eccessivamente nella prima metà, ma poi esplode in una sarabanda ipercinetica multicolore; probabile manifesto espressivo di una fase che negli anni '80 continuerà fra alti e bassi, ma sempre in un segno assolutamente unico, immediatamente distinguibile.
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Art-Rock
martedì 12 giugno 2018
Miasma & The Carousel Of Headless Horses – Perils (2005)
Nel 2003 Daniel O'Sullivan, poco più che ventenne, entrò nei Guapo ed oltre ad influenzare pesantemente le timbriche e le dinamiche di quel gruppo, spinse Dave Smith, il batterista e leader fondatore, a formare questo quintetto estemporaneo dal nome alquanto bizzarro; con loro due, un bassista, una violinista ed un tastierista, perchè qui il giovane Daniel era dedito alla chitarra.
Risultato: un RIO-Prog strumentale, movimentato, dal sapore arcaico, con sentori mitteleuropei, a tratti vagamente balcanici, con inevitabili reminescenze Guapo, dei quali potrebbero essere definiti una versione light oppure semi-cameristica, vista l'importanza del ruolo del violino. Arzigogolatissimo e bellissimo.
Un side project ben più rifinito ed importante di quanto il nome potesse far pensare, che produsse soltanto un veloce EP due anni dopo e poi andò in archivio, non più replicabile visto il divorzio fra O'Sullivan e Smith di lì a poco. Ed ennesima testimonianza del grande talento del primo.
domenica 10 giugno 2018
Orb – Pomme Fritz (1994)
Era il momento di grande (per così dire..) successo per gli Orb, tant'è che furono chiamati ed ingaggiati dalla Island. I riconoscimenti per U.F. Orb erano stati pressochè unanimi e dalle frequenze di Planet Rock erano stati eletti a massimi esponenti della corrente ambient-trance-elettro-techno. Giocoforza il seguito era atteso con trepidazione, ma Pomme Fritz fu una sorpresa, per i più in negativo; i beats e le soluzioni a presa rapida che li avevano resi popolari furono accantonati per una prova a suo modo ostica per chi si aspettava una replica (unica esclusione, l'unica ritmata Bang'er n chips), dai titoli a tema gastronomico; lo humour per Patterson si sa, è sempre stato un tratto somatico importantissimo, ma nessuno al tempo poteva prevedere un disco che si apriva con la title-track, una splendido aggiornamento sintentico di Future Days dei Can in chiave strumentale.
L'influenza tedesca faceva capolino in qua ed in là, ma in generale la porzione massiccia di samples e le trovate atonali rendono Pomme Fritz un'anomalia che ancora oggi pone interrogativi: gli Orb volevano fare avanguardia o tirare un killing joke alla Island ed al loro pubblico?
Quelli di Planet Rock erano lucidi e non si fecero cogliere impreparati: per loro fu un seguito soddisfacente quanto curioso e lo mandarono subito in rotazione..
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venerdì 8 giugno 2018
Oranssi Pazuzu – Värähtelijä (2016)
Ormai è una certezza da diversi anni a questa parte, a volte le contaminazioni europee più interessanti provengono dalle periferie e la Scandinavia è un bacino importante. Gli OP sono finlandesi di Tampere, si esprimono in lingua madre, sono al quarto disco e propongono un black metal fantascientifico, un calderone multicolour che pesca a piene mani dalla storia della psichedelia ma anche da certo gotico, ed in più di un passaggio mi ha ricordato persino la teatralità dei Magma più stentorei, nonchè la prosopopea dei Guapo. E' un disco drammatico, che del black metal conserva soltanto gli scatti d'ira che nell'economia globale della scaletta contano non più del 30%, che deraglia spesso verso lande post-rock, verso scenari fumiganti di zolfo, verso brulicazioni space che li farebbero quasi diventare gli Hawkwind del Black-Metal. Il disco sarebbe riuscito molto meglio con un quarto d'ora in meno, evitando certe lungaggini, ma si tratta comunque di un ascolto avvincente.
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mercoledì 6 giugno 2018
Gang Of Four – Entertainment! (1979)
Piccolo spazio memoria per una leggenda inglese, una delle tante dell'anno domini 1979. Una di quelle per cui si è parlato talmente tanto che ogni parola sembra superflua, soprattutto dopo il revival che imperversò 15 anni fa e su cui lucrarono formazioni di levatura assai discutibile. Almeno, in quella fase, i Gang Of Four uscirono dal dimenticatoio per le giovani generazioni e riscossero un credito che in vita non avevano avuto modo di ricevere.
Io, invece, li avevo scoperti nel 1993 su Planet Rock. Ecco cos'è adesso, il venticinquennale di quell'anno così importante per le mie orecchie, forse il più importante di tutti perchè da quelle frequenze dorate scoprivo il mondo. Una sera Mixo e Rupert trasmisero Damaged Goods e restai folgorato. Poco tempo dopo comprai, per la somma di 1900 lire, la cassetta forata di A Brief History of the Twentieth Century, una raccolta che la WB aveva messo in commercio nel 1990 e che testimoniava il rapido declino di una band che con Entertainment! aveva marchiato a fuoco la new-wave e dopo 5 anni faceva un funk slavato, quasi da discoteca, con i coretti femminili. I segni del tempo, a cui pochi potevano sfuggire, certo.
Segni del tempo che invece non intaccano Entertainment!, che a 40 anni invece conserva intanto il suo impatto, il suo suono bruciante ed essenziale, la sua essenza originale ed inattaccabile.
lunedì 4 giugno 2018
Stara Rzeka – Zamknęły Się Oczy Ziemi (2015)
Un gesto davvero non comune, quello di Kuba Ziolek: in un intervista seguente l'uscita di questo disco, ha dichiarato di voler chiudere il suo progetto solista in modo da potersi maggiormente concentrare sui gruppi in cui è coinvolto (Innercity Ensemble, Alameda 3, T'ien Lai); di solito è sempre avvenuto il contrario, ma è chiaro che il personaggio vive in dimensioni che vanno oltre le convenzioni di comune musicista/compositore. Prova ne è questo, che appunto dovrebbe essere il canto del cigno di Stara Rzeka, un disco dalle forti connotazioni filosofiche. Al di là dello scudo della lingua polacca, nelle varie recensioni ne possiamo trovare ampissima conferma.
Rispetto a quel Cien... che ce lo aveva fatto conoscere nel '13, Ziolek si è ripiegato in sè stesso: laddove allora impressionava col massimalismo e l'eclettismo (a tratti persino esagerato), in Zamknely si distende in un lunghissimo percorso fatto principalmente di fingerpicking acustico, come se fosse stato rapito ed incantato in una qualche foresta nordica e poi fosse tornato in studio a registrare, aggiungendo effetti, tastiere e quasi nient'altro. Un disco che non procura brividi immediati come il predecessore e che per questo richiede più attenzione; suona un po' come un ritorno all'arcaico, ad una regressione umana, lascia tanti interrogativi e questioni irrisolte nella nebbia mattutina di una gelida radura. Saperci entrare è l'impresa più ardua; questo non è folk psichedelico ordinario, ma l'espressione purissima di un artista a sè stante.
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sabato 2 giugno 2018
Scream From The List 71 - Good Missionaries – Fire From Heaven (1979)
Per dovere di completezza (oppure per gonfiarla, chissà...) nella List non poteva mancare l'alter ego degli Alternative TV di Vibing un the senile man, il quintetto messo in piedi da un Mark Perry sempre più punk nell'essere anti-punk, con un live registrato in diverse sedi nella primavera del 1979.
Un suono sulfureo, sbilenco e un attitudine spiccatamente free contraddistinguono Fire From Heaven, che recupera alcuni pezzi degli ATV e li adatta alla dimensione da palco; un po' di doti più arty e saremmo stati quasi in area Pop Group coevi (non a caso omaggiati con un breve scheggia di Thief Of Fire) oppure in zona Metal Box, ma il caos regna sovrano in queste allucinate divagazioni in cui l'improvvisazione recitava un ruolo fondamentale. Più post-punk di così era davvero difficile fare; Perry ebbe voglia di strafare e strafece, ma è indubbio che a 40 anni queste dissacrazioni pseudo-avant esercitano ancora un certo fascino.
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mercoledì 30 maggio 2018
Space - Space (1990)
Ricordo delle prime Mental Hours, in occasione del venticinquennale di quelle fantastiche memorie dell'adolescenza. La storia è ben nota: il nucleo originale degli Orb, composto da Alex Paterson e Jimmy Cauty, aveva lavorato ad un disco ma si spaccò e quest'ultimo portò il materiale in studio, tolse il contributo dell'ex-partner e lo pubblicò a nome Space, proprio mentre il suo progetto principale KLF spiccava il volo con Chill Out.
Generalmente stroncato dalla critica, Space è un saggio di ambient-house poco prima della sua esplosione ma quasi privo di ritmiche. Facile pensare che Paterson fosse l'artefice dei battiti, vista quest'assenza: ciò che resta al netto era un fascinoso concentrato di sequenze teutoniche, frequenze androidi, silenzi inquietanti, raffinati passaggi sinfonici, in un fragile e precario equilibrio di riflessi. Il meglio sta proprio nelle due tracce che vennero incluse nelle Hours (ma guarda un po'!), ovvero l'incubo galattico di Mars ed il deliquio bucolico per piano elettrico, moog e voce femminile soprano di Jupiter. Non verrà certo ricordato fra le pietre miliari del genere, ma come atto pionieristico sicuramente sì.
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