mercoledì 26 maggio 2010

Rain Tree Crow - Rain Tree Crow (1991)

Giusta la scelta di non riprendere il vecchio nome, in virtù di una musicalità che aveva già espresso tutto ciò che era possibile. I Japan si erano sciolti all'apice della popolarità in nome dell'arte, vittime di contrasti interni o della smania di Sylvian di fare ciò che voleva. La reunion sotto mentite spoglie RTC, un one-shot di massima raffinatezza che rifletteva fortemente le tendenze del leader nella seconda metà degli anni '80, si dipana con estremo relax e goduria per gli arrangiamenti, con il solito stuolo di virtuosi come Palmer, Nelson e Brook ad affiancare il basso punteggiato di Karn, le ritmiche poliglotte di Jensen e l'elettronica di Barbieri. La divisione fra atmosfere puramente astratte e vere e proprie song sviluppa un gran bell'effetto, un albo che si lascia ascoltare senza opporre resistenza, con la solita classe tipica dei fautori. Menzione ovviamente per la seconda categoria, con Blackwater, le splendide Pocket full of change e Every colour you are impreziosite dalla voce sublima di Sylvian e da un songwriting per nulla auto-compiacente.

(originalmente pubblicato il 26/04/09)

Nirvana - Incesticide (1992)

Il legame affettivo è superiore a Nevermind, nonostante l'impatto storico adolescenziale; questo fu credo il 2° cd che comprai in assoluto, e pur rimanendo l'unico nella mia collezione è sempre un bell'ascolto. Perchè la forza di questa antologia sta nel fatto che sembra un album vero e proprio, nonostante il via vai di batteristi, l'estrapolazioni disparate delle varie tracce, la gamma di tempo che copre 3 anni e così via. E' una raccolta mozzafiato di anthem metal-pop, di songs confezionate a regola d'arte in carta vetrata grang, dirette discendenti dell'angoscia di Bleach (l'irresistibile Stain, la meccanica cover dei Devo Turnaround, la sulfurea Beeswax, la micidiale Downer) frammiste a veri e propri anthem di power-pop (Dive, Sliver, Been a son, Son of a gun) che nulla avevano proprio da invidiare ai killer di Nevermind. Tutto questo nella prima bruciante fase del cd, che si conclude esponendo il lato più malato e plumbeo che verrà sviscerato maggiormente in In utero. In grande evidenza la nevrotica Hairspray Queen, in cui Cobain sfodera un canto psicotico da centro d'igiene mentale sopra un arrangiamento dissonante, davvero un pezzo geniale. Le scurissime Aero Zeppelin e Big long now portavano a galla il lato più introspettivo di Cobain, facendo crescere il rimpianto anche dopo 15 anni di aver perso quello che in fondo, personalità a parte, era davvero un grande songwriter.

(originalmente pubblicato il 24/04/09)

Nurse With Wound - Spiral Insana (1986)

(by Davide Cicciopettola)
Disco a due facce: la prima è quella della traccia iniziale senza titolo, che ha movenze prettamente dark-ambient con connotazioni che rasentono quasi un linguaggio manieristico, eppure con un risultato finale reso in maniera splendidamente affascinante. Tutto giace su un profondissimo drone che fa vibrare il sub-woofer per tutti i 20 minuti del martirio, quasi il primo movimento d'una sinfonia gotica, e quella profonda vibrazione luciferina pare disegnare lo sfondo scenico, come un letto di sangue su cui via via i suoni giustapposti assumono la forma di colpi, inferti e letali, per ferire.. si va dunque su una vasta gamma di possibilità, a partire dalle improvvise svisate d'organo di cattedrale, talora decostruite e riassemblate magistralmente da creare un gioco di più voci sovrapposte, sfasate e talore distorte, fino ad arrivare a semplici forme d'onda inattese, sferzanti, brutali, violenti disturbi di chiara origine infernale. E come si viaggiasse sulle frequenze dell'Ade, i finali del mio Denon urlano ancora di raccapriccio. (e di per sè questi 20' meriterebbero 10 e lode in pagella).
Deludenti, invece le due -lunghe, troppo- seguenti tracce, specialmente il quarto d'ora conclusivo di "Nihil": l'ambientazione non è più così "decisamente" dark e semmai la delusione è prima d'ogni altra cosa sul climax del disco, improvvisamente ridimensionato, ridotto a malapena ad un lento lunghissimo drone in mezzo tono che corre lungo i quasi 3 quarti d'ora di queste due composizioni. Il loro divenire, pertanto, assume toni experimental-noise mai drammatici, e le sorprese più piacevoli arrivano dagli elementi di disturbo qui non più sgradevoli nè tragici, anzi il contratrio. Qualche sorprendente passaggio pianistico sul ritmo del fox-trot invita al ballo, gli echi lontani di alcune cornamuse invitano a volare con la fantasia nelle misteriose Highlands, un gattone elettronico intona il suo richiamo amoroso, fino a quando un gallo canta. E segna l'attimo del risveglio da questo lungo viaggio, dall'Inferno fin nuovamente alla realtà.

(originalmente pubblicato il 24/04/09)

'O'rang - Herd of istinct (1995)

La leggendaria sezione ritmica dei Talk Talk, orfana del reietto Hollis (anche se Webb aveva già abbandonato ai tempi dell'ultimo disco) che si mise in proprio con questo progetto squisitamente etnico, con qualche inflessione della band madre, in un lavoro quasi esclusivamente strumentale e di grande originalità. Ovviamente lo scheletro portante è fornito da basso e batteria, con giri e ritmi ipnotici, sopra i quali divampano fuochi world di percussioni, fiati, tastiere di vario tipo. Il fascino lisergico dell'opening track, O.rang, è uno dei momenti migliori di un albo di grande fantasia e ricchissimo di colori, frutto di improvvisazioni collettive aperte a soluzioni imprevedibili fra inflessioni arabeggianti, psichedelia pura, ambient, reggae, elettronica, dub e tutto ciò che va dietro ad essi.
Impenetrabili e padroni della situazione. E con un destino simile al loro ex-capo, cioè di scomparire negli ultimi 10 anni. Speriamo che ritornino (tutti, ma non necessariamente insieme).

(originalmente pubblicato il 23/04/09)

Human Greed - Black Hill (2008)

(by Davide Cicciopettola)
Gran disco. Non ha nulla di spettrale, nè roboante, non ha esplosioni, squarci, nè tagli improvvisi. Piuttosto pulsa, costantemente. Appare all'ascolto come vivesse di suo, è organico nel divenire. Non è lugubre, mai, nè mai fortunatamente kitsch (cosa che capita spesso, invece, per dischi di quest'ambito, purtroppo). Qui tanto non accade perché, prima di tutto, ci si tiene a dovuta distanza da voglie di commento filmografico ed ambientazioni orrorifiche, e la base di partenza su cui il lavoro nasce e cresce è un ambient assai tradizionale, enoiano per certi versi, ma anche assai concreto per altri (una influenza del "Plight & Premonition" della coppia Sylvian/Holger Czukay potrebbe persino starci, almeno a livello di concezione compositiva); in termini, invece, di idee sonore il disco assume toni cupi, oscuri evidentemente, ma lo fa anche per il tramite di un arrangiamento che tende in modo deciso al sinfonico: tanto gli conferisce spessore, corpo, una pesantezza spesso opprimente eppure mai esclusivamente drammatica. Anzi, quando questo rischio appare nel divenire del disco, e lo sviluppo musicale sembra sedersi, ecco improvvisamente trovare inserito l'elemento giustapposto -una voce sovrumana, il pianto di un bambino, un disturbo imprevisto- che giunge a ridare tono, e mantenere il senso di organicità e pulsazione propria, caratteristico di questo disco. Non è utile, nè interessante, soffermarsi sui singoli pezzi, tanto più che si succedono l'uno dopo l'altro senza pausa nè discontinuità, e l'album potrebbe in questo senso essere ascoltato come un'unica lunga piece ambientale; e quel che sorprende, nuovamente, da questo punto di vista e di attenzione, è come il disco stesso -lungo- mai annoi, e semmai evoluisce con grazia assai leggera: una spiegazione valida potrebbe esser quella della presenza degli elementi acustici e da camera (quando il motivo di un pianoforte, quando il lamento d'un violoncello), oltretutto di gusto assai elegante (basti pensare a "Examination" e vengono a mente certi passaggi di modern classic eminentemente acustico in lavori di artisti emergenti come Max Richter o Sylvain Chaveau, specialmente laddove questi assumono accezioni più austere e profonde), ma anche affatto banale (senza scomodare i padri della musica minimalista, in certi passaggi a centro album, tra "Dalkeith Night" e "Freeview" si possono senz'altro trovare tracce e citazioni da Ryuichi Sakamoto o Alva Noto). Il tutto reso con un immediatezza d'impatto sinfonico degna della Penguin Cafe Orchestra in versione notturna e gotica. Darkambient "diligente", quindi, verrebbe da dire, sebbene con il timore evidente che contaminazioni così raffinate ma al tempo stesso atipiche, possano rendere l'opera spuria. Ed invece no. A raccontare così questo disco verrebbe da pensare ad un tomo gigantesco pregnante di informazioni e materiale scenico, mentre, invece, il gusto di rendere istanze senz'altro significative a livello intellettuale è sempre assai misurato, discreto, e così mai stanca nell'ascolto. Per fare un confronto con una pietra di paragone del genere, quale potrebbe essere "Hymnvs" di Hoedh, affermare che c'è una certa distanza da quel capolavoro è inevitabile, ma dichiarare che l'una e l'altra opera risultano parimenti interessanti non è scorretto. In entrambi i casi si parla di opere significativamente corpose, l'elemento enciclopedico e la conseguente "importanza" di Hymnvus qui decisamente mancano, ma in entrambi i casi è almeno pari l'elemento di "interesse": però ascoltando questo "Black Hill" non si avverte nemmeno la "classicità" dell'altro capolavoro, il che certo non è un male. Metaforicamente "Hymnvs" potrebbe essere la Treccani dell'universo darkambient, visto il suo peso specifico ma anche vista la sua netta formalizzazione classica e di rimando classicamente "di genere" (quando ciò poi ne costituisce evidentemente anche il limite); diversamente, ed a confronto, "Black Hill" è poco più che un Sussidiario, ma per lo meno può sfuggire in questo modo ai canoni più formali e presentare elementi nuovi, quindi non correre mai il rischio d'essere banale, ripetitivo o scimmiottare chiché già altrove sentiti. Non c'è clangore in "Black Hill", nè sferragliamento, nè sinistri cigolii; non c'è goticismo che rischia di divenire banalità; piuttosto c'è un'attenta composizione musicale di metodo classico resa bene con gusto moderno. Se "Hymnvs" è neo-classico nella sua maniera ferma ed austera di rendere oscuro il climax del disco (correndo sul pericolo del divenire "di maniera"), "Black Hill", parimenti intenso, sullo spesso sfondo di suoni regolarmente presenta svolazzi in chiaroscuro che lo rendono per certi versi quasi rococò. Sembra di ammirare un ritratto di Velázquez, se non addirittura una pietra tombale o una scultura funeraria, dato che più che ad una tela dipinta la sensazione di materia che s'avverte è talmente forte che l'elemento lapideo, o comunque manipolabile, diventa prevalente; e nemmeno la luce non può esser quella artificialmente spot d'un museo, quanto invece quella naturale del sole, accompagnata dalle lunghe ombre obliquamente tracciate nell'ora del vespro. Quel che colpisce, infine, è proprio il senso di profondità del climax riprodotto in quest'album, scolpito per l'appunto quasi a livello tridimensionale, ed al tempo stesso invadente, vivo, che sembra quasi stia a chiedere spazio. Ma lo fa senza fretta, nè violenza; in modo discreto eppure ineluttabile, e risoluto. Ed il peso e la forza che trasmette non lascia vie di scampo. Ha l'effetto di una nevicata di novembre, che colpisce improvvisa sulla foglia ancora verde: lenta, fitta, a falde ancora bagnate, ma lunga e copiosa, netta e decisa a coprire ugualmente ogni cosa, ogni luogo, ogni essere, della sua spessa coltre. Silenziosamente, scende come un muro dal cielo e tutto uniforma a sè, rende monocromatico e tutt'uno esseri e paesaggio, elemento che si mette in mezzo tra cielo e terra e fa sua ogni superficie, toglie scelte ed opportunità, e rende muti.

(originalmente pubblicato il 20/04/09)

New Year - Newness ends (2001)

Cos'è cambiato dai Bedhead ai New Year? Praticamente nulla, ritengo che sia stato un atto di gentilezza dei Kadane bros nei confronti dei 3 ragazzi con i quali tanti anni fa fondarono la testa di letto, che ad un certo punto abbandonarono. Quindi a me piace identificare l'ormai 15ennale carriera dei texani come un flusso unico, con tappe pigre e ben distanziate, ma senza mai deludere o fare un disco poco bello, e senza logicamente cambiare timbro, eh eh. Perchè non avrebbe senso stravolgere o inventarsi qualcosa magari che non si ha nel DNA musicale.
Newness ends semmai rifiniva leggermente alcuni piccoli punti, pur essendo un naturale prosecutore di Transaction de novo. Una produzione impeccabile, un filo in meno di indulgenze in fasi strumentali, un cantato appena meno fragile del solito, ma sempre le solite grandi songs narcolettiche e delicatamente sfiorate. Le tre chitarre a punteggiare pigramente con tessiture aggraziate, una ritmica appena più decisa che in passato grazie alla batteria precisa di Brokaw. Fra le ballads di folk elettrificato (Simple life, Half a day, One plus one, Alter ego, una più bella dell'altra) c'è anche qualche sorpresa come la fragorosa The block that doesn't exist e la foga quasi punk di Carne levare, un caso senza precedenti. Citazione anche per la neilyoughiana title-track che chiude splendidamente il disco. Su tutte però il capolavoro assoluto risiede in Gasoline, un pezzo talmente lineare e semplice da far venire i brividi (personalmente quando la ascolto non è mai una volta sola ma 2 o 3 consecutive), con una progressione finale che la pone alla pari di Bedside table nel top della produzione intera dei Kadane bros.
Inossidabili.

(originalmente pubblicato il 20/04/09)

Mission of Burma - Vs. (1982)

Non toccherà a me disquisire sull'importanza di questa band, il cui culto è stato amplificato a dismisura dal fatto che produssero un unico album per ricostituirsi dopo una pausa di 22 anni, a seguito di innumerevoli dichiarazioni di stima e influenza da parte di tanti musicisti.
La radice d'estrazione era indubbiamente hardcore, filtrato però sotto una lente vagamente sperimentale che li poneva come l'equivalente statunitense dei primi Wire. Un power-trio con aggiunta dei nastri di Swope, con la chitarra incisiva di Miller, il basso poliedrico di Conley e le ritmiche sferraglianti di Prescott. Vs è disco compattissimo, dal mood inevitabilmente scuro, a tratti quasi drammatico, col solo difetto di una monocromaticità di fondo che si trascina in fondo includendo le bonus trax della ristampa. Ma resta in fondo un capitolo importante del post-wave a stelle e strisce, ed in qualche modo i MOB stavano inconsciamente passando il testimone ai futuri campioni del mondo Husker Du.

(originalmente pubblicato il 21/04/09)

martedì 25 maggio 2010

National - Alligator (2005)

Sono un miracolo dei giorni nostri, questi cinque alfieri della melodia. Passando un intero decennio pubblicando 5 dischi uno più bello dell'altro, senza mai svendersi nè sconvolgere il proprio canovaccio, mantenendo un equilibrio incredibile che sembra legato ad un filo.
Quel che si definisce talento è in mano in primis ai gemelli Dressner, autori principali delle musiche e suggeritori di arrangiamenti sobri anche quando decidono di ispessire il suono con fiati o archi. Ma la loro ciliegina secondo me sta nel cantante Berninger, che a fatica raggiunge l'ottava di estensione ma è in possesso di uno dei timbri vocali più affascinanti di sempre.
E' difficile scegliere un disco dal lotto, qui la mia preferenza va ad Alligator che perlomeno fece aumentare l'esposizione al mondo degli ohioani e fece loro vincere la scommessa di essersi arrischiati professionisti.
Sembra che le migliori songs mai composte da Cave, Reed e Tindersticks siano finite tutte qui dentro. Il substrato è una vaga reminescenza di new-wave e folk-rock, il risultato finale è memorabile. Gli apici sono Looking for astronauts, Baby we'll be fine, Friend of mine, Mr. November, ma sono questioni di spanne su tutto il resto.
Come dicevo sopra, la forza dei National è un filo sottilissimo di equilibrio fra spleen e solarità che li rende una delle migliori band degli ultimi diec'anni.

Goo Goo Dolls - Dizzy Up the Girl (1998)

(by Davide Cicciopettola)
Dizzy Up the Girl esce nel 1998 e lancia i Goo Goo Dolls al successo quando già è passato più d’un decennio dall’omonimo album d’esordio; in mezzo l’ottimo Hold Me Up uscito nel ’91 nel pieno del fervore dell’era grunge (è l’anno di rilascio di Ten e Nevermind, giusto per dire), ed in cui era ancora viva l’istanza punk-rock degli inizi, semmai meno acerba ma altresì anche assai più ovvia, pur non mancando in quel lavoro qualche brano già più personale (mi ricordo "You Know What I Mean"), e trattandosi di un disco con qualche passaggio strumentale persino divertente. Mentre la prolifica produzione musicale proveniente da Seattle sarà destinata a sconvolgere almeno un decennio di scena rock americana, nemmeno sempre a buon esito finale nelle sue derive più “post”, i nostri tre provenienti da Buffalo, animati dalla vena cantautorale di Johnny Rzeznik e comprendendo di non sapere far altro di meglio che suonare rock alternativo decidono di andare in controtendenza, ed allora decidono di uscire con quest’album, anche sfruttando l’occasione d’essere trascinati dal singolone “Iris” inserito nella colonna sonora de “La città degli angeli”, celebre film con Meg Ryan e Nicolas Cage.
Il successo è internazionale e per i Goo Goo sarà, in effetti, l’inizio della fine, con il passaggio definitivo al mainstream (i dischi successivi usciranno per la Warner), ed i più –critici- vedono proprio in Dizzy Up the Girl più che la causa già il primo allucinante istante dell’effetto demolitivo. Io invece vado in controtendenza e dico che il disco non solo mi è piaciuto ma l'ho trovato pure bello: qui i GGD fanno semplicemente quello che gli verrebbe chiesto di fare ed in cui meglio riescono, cioè un rock alternativo compresso da voglie di comunicatività assai spinta in chiave pop, con derive punk ricordo di gioventù ed istanze di natura folk, quale giusto tributo alle proprie origini ed a quelle propriamente southern dei propri avi.
Il risultato complessivo è un roots-rock ad alto tasso di godibilità, praticamente un disco di "tutti singoloni", quasi impossibile riportare i nomi dei brani migliori perché bisognerebbe elencarne moltissimi, assai ben resi dalla voce di Rzeznik qui davvero in forma smagliante e da una sezione ritmica che non rinnega le proprie radici punk e trasmette scoppiettanti pulsazioni al fulmicotone anche nella ballata folk più dolce. In certi passaggi siamo al limite con un AOR brillante, ma è solo la presenza di linee melodiche trascinanti contemporanea ad un ottimo livello d’esecuzione che può lasciarlo intravedere. Su tutto regna, invece, e mi ripeto, una sincera voglia tutta americana di raccontare suonando.
E direi che tanto basta.

(originalmente pubblicato il 20/04/09)

Minox - Lazare (1986)

E' uscita l'anno scorso la ristampa della Get Back di questo glorioso cult della band toscana che fu stroncata nell'immediato seguito dalla morte di 2 dei ragazzi in un incidente stradale. I restanti Monfardini e Magnani torneranno solo dopo una decina d'anni, restano però pochissime le uscite a nome Minox, si contano sulle dita di una mano. In particolare sono alla ricerca del cd-single Plaza, di cui sentii tanti anni fa un'estratto su Planet Rock. E anche la ristampa di questo Lazare che contiene l'aggiunta di un singolo mi gusterebbe alquanto, per cui se qualcuno passa e volesse condividere sarebbe un mecenate...
Qui c'è solo il 5-track originale, ma si tratta di un piccolo capolavoro di un combo che di italiano aveva solo i nomi dei componenti. Lo stile è improntato su una wave mitteleuropea, soggetta a squisiti arrangiamenti vagamente canterburyani sull'opening, la splendida Purgatoryo, con i fiati del produttore Brown dei Tuxedomoon. Il freddo paesaggio ambientale di Preludio fa da apripista a Hybrid, wave iper-tastieristica di diretta discendenza Cure/Japan, una vera chicca per gli amanti del genere. E con la title-track ci si sposta sempre di più verso il dark, sempre però col piglio di una band altamente raffinata ed intellettuale, vedasi anche le aperture solari di piano e fiati che senza dire una bestemmia, ricordano vagamente certe arie dei Van Der Graaf Generator. A chiudere il piano di Psiche, levitazione astrale da pelle d'oca con motivo struggente e grande enfasi.
Nonostante le chiare influenze, i Minox avevano personalità da vendere e maestria invidiabile negli arrangiamenti, oltre che oggettive buone songs.

(originalmente pubblicato il 19/04/09)

Mice Parade - Ramda (1999)

Questa è la musica che vorrei sentire quando mi capita di fare un aperitivo, al posto di tutta quella lounge plastificata fatta senza cuore. Adam Pierce è un percussionista newyorkese che ha saputo assemblare questo virgulto cangiante e multistrato, lo splendido Ramda. In cui succede un po' di tutto, dal sentire arie puntigliose alla Tortoise ad un dub stordito, di passare a frenesie jungle a raffinatezze tribaleggianti, con disincantate reminescenze wave (la magnifica Gulliver's travels). Dal jazz geneticamente modificato (The lonely lounge) al minimalismo (more music for mallets), dal corale di Imagine winooski all'electro-prog di Ramda's Untriumphant Return.
Nonostante la lunghezza, è uno di quei dischi di sottofondo che non ci si stanca mai di ascoltare, non soltanto per la brillantezza globale ma proprio per la sapienza con cui Pierce assembla decine di sonorità diverse fra di loro senza incappare in eccessi, e riesce a far sembrare tutto molto umano nonostante la macchina sia prevalente.

(originalmente pubblicato il 18/04/09)

Mercury Program - The Mercury Program (1999)

Interessante variante del post-Tortoise (inteso come ondata successiva a Millions), i MP sono un combo floridiano che proprio poco tempo fa, quando chiunque pensava fossero morti, è tornato a dare notizie di sè dopo 7 anni di hiatus. Questo debutto si proponeva come per l'appunto un gradevole grumo di atmosfere di swing obliquo, quasi esclusivamente strumentale a parte qualche sprazzo di spoken word alla Brian MacMahon. La chitarra fluida e lineare, la sezione ritmica svolazzante e creativa col drummer in grande evidenza, punteggiature di vibrafono ed ecco servito un mix di Karate, For Carnation e l'ultra-famosa tartaruga.
Un buon sottofondo, senz'altro superiore a bands affini come gli sterili e ripetitivi Dianogah, avvalorato da un pezzo come This hits home, lievemente fugaziano, che tradisce qualche origine hardcore e che perlomeno stupisce nell'interrompere la lieve ipnosi sprigionata all'ascolto.

(originalmente pubblicato il 16/04/09)

Sigur Ros - Agaetis Byrjun (2000)

(by Davide Cicciopettola)
Disco unico nel suo genere, genere che non apprezzo particolarmente, ma ne riconosco ugualmente la forza espressiva qui veramente compiuta ed inverosimilmente piena: nella sua indiscutibile originalità lessicale, pesa come un macigno sui poveri Sigur, prigionieri e vittime del proprio stesso linguaggio, a rischio d'esser presi a vita per l'imitazione di sè stessi, per non essere piuttosto presi per una qualsiasi "one album band"..
Fine della detrazione: del disco invece ne sono innamorato. è un disco che a tratti appare perfetto, tanto è solido e potente ed al tempo stesso lieve e profondo, etereo e dionisiaco nel giro di fraseggi che si susseguono incalzanti; è penetrante ma mai invasivo, mezz'elfico, c'è il maschio e nel contempo il femminino, sole e luna, e momenti di elezione e passaggio, ci sono aurora e crepuscolo
Ed è un disco blu. ma non il blu del cielo d'islanda o dell'oceano, o dei grandi ghiacci artici.
..è blu. blu cianotico.

(originalmente pubblicato il 16/04/09)

Pentangle - The Pentangle (1968)

(by Davide Cicciopettola)
Cinque ragazzi poco più che -allora- ventenni che esordiscono con questo lavoro che è la sintesi personale, unica e magistrale, e magistralmente eseguita, di blues, country-blues, folk di matrice celtica e specialmente jazz, il cui elemento contaminativo pervade la sezione ritmica (formata dal percussionista e batterista Terry Cox e dal contrabassista Danny Thompson, entrambi di chiara formazione jazz) con cambi di tempo improvvisi, iperbolici, sempre sostenuti dalla tecnica funanbolica e barocca di due chitarristi tra i migliori mai scesi sul pianeta Terra (John Renbourn e Bert Jansch, già "Bert & John" album che in qualche modo aveva gettato le fondamenta per i Pentangle a venire), e dalla voce magicamente fluente e nordica -come venisse da un paese o un pianeta lontano- di una giovanissima Jacqui McShee, per un risultato complessivo veramente spaventoso: per avere un'idea immaginarsi un rito druidico celebrato della verde brughiera irlandese ma messo in musica da Mingus!
Spesso il gruppo è stato inserito nel calderone del british folk ma sinceramente è difficile inquadrare il gruppo nel "revival folkloristico" fermandosi lì, almeno senza commettere una grave forzatura in questa categorica classificazione. Si ravvisa chiaramente nella loro musica una matrice fortemente legata alla tradizione ("Bruton Town" è una classica ballata inglese), ma questo elemento nell'economia complessiva della produzione dei Pentangle, con speciale riferimento alle loro prime opere, da questa in poi, trova davvero poco spazio di fronte a contaminazioni fantasiose e creative quanto insolite (basti ascoltare la ritmica dei 7 minuti di "Pentangling"); a supporto di tutto, era più che altro la capacità e l'ingegno di una line-up per quel tempo di livello già spaventosamente alto, a tal punto che questo loro esordio fu interpretato come quello di un supergruppo. La verità è invece soltanto un'altra: che quei 5 ventenni erano già a quell'età musicisti "belli che fatti", da riuscire a dar vita nelle note di quest'album a qualcosa di importante, con pieno convincimento dei propri mezzi, e contraddistinti specialmente dall'innocenza della loro giovane età, dunque ben lungi da mostrare l'autoindulgenza o la ridondanza o l'eccesso, quelli si invece tipici dei supergruppi d'ogni tempo!
Parlando di semplice british folk, in questo preciso contesto, significherebbe guardare come termine di paragone a gruppi coevi come i Fairport Convention, ma se quegli altri avessero contaminato la loro musica con metà dell'impeto jazz dei Pentangle (come in questo primo lavoro, e pure in "Cruel Sister"), ascoltandoli si avrebbe corso il rischio di scambiarli con i Soft Machine!!!

(originalmente pubblicato il 16/04/09)

Mahavishnu Orchestra - The Inner Mounting Flame (1971)

Forse una delle combinazioni più tecnicamente mostruose della storia del rock e non solo, troppo facile definirla fusion. Legata indissolubilmente al padre-padrone McLaughlin, double-necker assolutamente imprendibile, la MO esordiva con questo splendido albo immancabilmente variopinto in cui tutto è oltre le righe, impreziosito però da splendide composizioni.
Le stelle alle spalle del chitarrista erano assolute: il tentacolare Cobham mostro assoluto di pelli e piatti, il tenace bassista Laird, lo schizzato violinista Goodman e il vellutato tastierista Hammer non erano certo da meno. Meeting of the spirits apriva con un'aria indianeggiante propulsa da rifrazioni epiche. La soffice partenza di Dawn preludeva una vivace jam di soul-jazz.
Il contrasto forte/piano è un tema ricorrente; la bucolica A lotus on irish stream si contrappone alla schizofrenia di The noonward race. Gli stop & go di You know fanno saltare sulla sedia, il blues atomizzato di The dance of Maya è sulfureo oltre il limite. Il violento finale di Awakening è un vortice impressionante ai limite del metallico, che fa riflettere; una formazione così forte forse è stata veramente unica al mondo, con il grande merito di non stare solo ad auto-compiacersi ma di fare anche bella musica.

(originalmente pubblicato il 15/04/09)

Kyuss - Demon Cleaner (1994) + Fatso Forgotso (1997) EPs

Un mix a mio parere importantissimo per qualificare una delle più grandi band degli anni '90, uno dei simboli più luminosi di un intero movimento del quale sono stati maestri indiscussi. Sia ben chiaro, trattavasi comunque di riprendere certe sonorità tipiche degli anni '70, ma fu la freschezza e un'astrale combinazione di intenti a rendere unici i Kyuss. Demon Cleaner era uno dei pezzi più immediati di Sky Valley nonchè meglio riusciti con la progressione rollante nonostante una prova un po' sottotono di Garcia. El rodeo era un antipasto del capitolo finale Circus, che dopo un inizio baldanzoso e quasi giocoso partiva col tipico treno ruggente, la locomotiva sezione ritmica ultra-compatta, Homme a ridisegnare con linee semplici e marcate, Garcia a fare il leone. Hurricane un inedito degno di stare su qualsiasi album. Poi un'estratto live con Gardenia, Thumb e Conan, indiavolati e sulfurei.
Fatso forgotso è difatti la parte di competenza dell'ultima uscita, lo split coi QOTSA che rappresentava in un certo senso il passaggio di testimone, ma non ha per niente il sentore di un addio tanto che era avvincente. Il degno tributo ai Sabbath, Into the void, inizia canonico per poi lanciarsi in una jam centrale inusitata, quasi santaniana. Le due fasi di Fatso forgotso fanno rimpiangere ancor di più lo scioglimento, vista la convivenza di stili, una specie di stoner-soul inusitato che si dilunga oltre 10 minuti in maniera magistrale.
Degna chiusura comunque per una band che dalla lite fra i due leader ricavò il titolo di re indiscussi del groove metallico.

(originalmente pubblicato il 14/04/09)

Blues Control - Blues Control (2007)

Escursioni veramente stranianti quelle di questo duo newyorkese, Waterhouse alla chitarra e la Cho alle tastiere col supporto di ritmiche elettroniche. Una psichedelia disturbata che si caratterizza delle schitarrate pachidermiche (Blues Control, Frankie's Problem) alle atmosfere bucoliche di piano (Boiled Peanuts, The blue sheep) in reale soluzione di continuità, come se nulla fosse. Evoluzioni alla Neu! fra tastiere acquatiche e lamenti chitarristici nel sottofondo (Migration), soliloqui di chitarra come un Tony Iommi ultra-sballato (Double Chip), autentici ambient subacquei (Hummum) per un disco che ha nella sintesi il suo punto di forza, che alla fine non è troppo eccessivo nonostante i poli opposti che si attraggono. Anzi, il pezzo migliore è il finale No sweat che riesce a congiungere piano accademico con (s)figure stoner, concludendo in bellezza questo solco alquanto affascinante e misterioso.

(originalmente pubblicato il 13/04/09)

Lichens - The Psychic Nature of Being (2005)

Bob Lowe, il poderoso e creativo (purtroppo ex) bassman dei 90 Day Men, a varare un progetto personale fatto di funghi, muschi e per l'appunto, licheni. Proprio come nella foto sopra, alla ricerca di qualcosa che non è solo per terra ma anche nell'aria, o nella psiche, o negli angoli più remoti della coscienza. 3 pezzi acustici extralarge scanditi da scansioni di ambient apocalittica, immersi in una dimensione alquanto mistica che profuma di Germania come di Tibet. Pigre digressioni di chitarra acustica abbinate a temibili tastiere dai filtri sporchi, per un autentico viaggio depuratore.
Fumate strane.

(originalmente pubblicato il 12/04/09)

Vito - Make good areas disturbed (2006)

Ed ecco i Mogwai gallesi, con una leggera vena shoe-gaze, maggior propensione alla melodia, anche se il timbro e la fonte sono sempre quelli. Intendo, il discorso è più o meno quello dei Gregor Samsa dell'altro giorno; non mi stancherei mai di ascoltare questa musica, anche se i Vito sono soltanto una delle tante bands che inflazionano ormai il panorama. MGAD è proprio un bel disco, ricco di melodie accattivanti e schemi chitarristici intriganti; i pezzi di solito nascono proprio come songs canoniche per poi derivare, con frequenti esplosioni granitiche, un po' alla Mogwai, GYBE, EITS, insomma le influenze sono sempre quelle e il concetto non cambia un granchè.

(originalmente pubblicato il 10/04/09)

Holy Rollers - Fabuley (1991)

Erano una di quelle formazioni di cui leggevo su Rumore, vedevo la scritta "hardcore contaminato ai limiti del progressive", e pensavo ma chissà come saranno. A distanza di molti anni li sento ed in effetto ammetto che gli HR avevano effettivamente una vena complicata che tingeva il loro sound, specialmente in certe tessiture vocali o in passaggi enfatizzati da cambi di ritmo per nulla scontati.
Fabuley è albo ricco di soluzioni, seppur l'impianto del power-trio non venga modificato per nulla in tutto l'arco. Le vocals tipicamente punk si impastano con riverberi atipici, le songs sono discretamente variegate. Non certo dei fenomeni, ma comunque da ricordare.

(originalmente pubblicato il 10/04/09)

lunedì 24 maggio 2010

Arab On Radar - Soak the saddle (2000)

Terroristici, tellurici, fantomatici, gli AOR erano un quartetto yankee assolutamente maniacale della cacofonia e della schizofrenia. Come se Captain Beefheart fosse nato nel 1980 e venisse dal punk-noise o dall'hardcore (magnifiche le resurrezioni delle tracce n. 3 e n. 8), con i suoi ritmi sghembi ma con una potenza esponenziale, uno stridulo vocalist evaso dal manicomio e la devastazione di chitarre e bassi rombanti. Altre particolarità, gli pseudonimi dei quattro che amavano farsi chiamare con sindromi di malattie mentali, la durata microscopica dei dischi e, in questo episodio, il fatto che ogni traccia avesse il nome della data in cui presumo sia stata registrata.
Caotico e dissonante, Soak the saddle sarà sgradevole ai più. Io lo trovo fulminante, ricco di soluzioni ed inventiva.
Di recente pare si siano riformati, staremo a sentire se hanno ancora qualcosa da dire...

Goldmund - Corduroy Road (2005)

Ariecco il buon Helios che mi fa entusiasmare con la sua splendida ambient, qui sopra intento a rimirare un panorama campestre, per poi chiudersi in camera, al piano e diventare Goldmund, aka il suo progetto di estremizzazione al minimo. Ed il dna indiscutibilmente è il suo, anche se qui non c'è proprio nulla di elettronico, soltanto tasti d'avorio riverberati e un filo di acustica ogni tanto. Corduroy Road è ulteriore segno della capacità disarmante di saper creare scenari e spazi aperti con poche, lente note e solenne malinconia. E' una tela che Kenniff riempie con schizzi ben calibrati, grande pazienza ed estrema meditazione.
Un disco che non è certo da ascoltare in macchina, o mentre si fa jogging. Corduroy Road è una pausa di riflessione, in un ambito che si cura di mantenere le due vite ben staccate, lasciando ad Helios il compito di entusiasmare genuinamente.

(originalmente pubblicato il 09/04/09)

Gregor Samsa - 55:12 (2006)

E' fin troppo facile descrivere il sound di questi virginiani, intenti a travolgere l'ascoltatore con una serie di mini-sinfonie dal tocco finissimo e delicato. Una musicalità che ha radici ben precisate, distinte e riconoscibili. Autentica delizia per chi ama il genere, come me; non posso che commuovermi e restare incantato all'ascolto di pezzi come These points balance o Lessening, che sono soltanto due delle 8 splendide songs dal sapore onirico e rinascimentale.
L'impasto delle due voci riporta inevitabilmente ai Low, ma qui c'è una cura quasi orchestrale negli arrangiamenti, c'è più profondità e solennità. Se poi cito altri due nomi, il quadro è ancora più prevedibile, e sarà musica per le orecchie degli amanti dei Mogwai più meditati e dei GYBE.
Se voglio essere razionale, mi viene da dire che questo 55:12 sta al post-rock come un qualsiasi disco dei AC/DC sta all'hard-rock: non c'è niente di nuovo sotto il sole, sono sempre le 12 note che si riciclano e le canzoni fatte di piano, chitarre, voci, cura e devozione, concretezza nel descrivere stati d'animo e contemplazione. E in questo contesto i Gregor Samsa sono dei bravissimi ragazzi che lo fanno con classe e passione, seppur restino un nome fondamentalmente replicante in un genere in cui (sigh) forse è già stato dato (più o meno) tutto.

(originalmente pubblicato il 08/04/09)

Flaming Lips - Telepathic Surgery (1989)

Non saprei dire se i FL di 20 anni fa fossero più o meno pazzi di quelli che sono adesso; seppur musicalmente molto lontani, gli eccessi di allora sono direttamente proporzionali con quelli di adesso, anche se in direzioni opposte. Molto meglio Telepathic Surgery delle sdolcinate mini-sinfonie di adesso, questo è sicuro; un graffiante, deviante e deragliante rock'n'roll dalla grinta melodica irresistibile. Una serie di potenziali hit-single di bubble-gum grunge sporchi e trascinanti, fra cui risaltano le varie Chrome plated suicide, Fryin' Up, Rednick school of technology, alternate a digressioni rumoristiche di notevole portanza (Hell's angels cracker factory, UFO Story con tanto di coda pianistica) e pigre escursioni nella psichedelia (Shaved Gorilla, Hare-Krishna Stomp Wagon, The spontaneous comustion of John). Disco discretamente fondamentale in una discografia a fasi alterne, l'ultimo con il validissimo batterista English che abbandonerà subito dopo.

(originalmente pubblicato il 07/04/09)

Elio E Le Storie Tese - Miscellaneous sample (Rarità)

Non so cosa ne pensa il pubblico alternativo di EELST; probabilmente la stragrande maggioranza non li potrà sopportare, credo. Chi ama gli strumentisti tecnici di certo li apprezzerà alla grande, il pubblico mainstream che si sono guadagnati si fa crasse risate da anni e anni. Io dico la mia: quando avevo 13 anni il loro primo disco mi sconvolse l'esistenza, specialmente per il linguaggio che non avevo mai sentito (e sul quale mi interrogai per non poco tempo :-)).
Premettendo che la loro originalità è unica al mondo, e che la loro discografia è fra le più sterminate e dispersive dell'universo (i veri fan sanno che possono trovare perle ovunque), questa è una mia piccola raccoltina: quando mi sono apprestato, un par d'anni fa, a cercare di raccogliere il più possibile le loro pubblicazioni, mi sono avanzate queste 24 gags raccolte fra sito, mulo, e quan'altro, dal 1992 al 2007. Inutile dire che c'è da ridere, sempre che qualcuno non li trovi pesanti, eccessivi, volgari, sessisti, omofobi (sono tutte cazzate, chi li capisce davvero lo sa bene). Qualche titolo fra tutti: Amico Uligano denuncia contro gli ultrà sanguinari, Carosello collage nostalgico, il progressive di Babe, la delirante Casa delle libertà, l'assurdo cut-up di Gli uomini sessuali, la cover di Eptadone, e così via. Musicalmente il solito crossover totale di tutto ciò che sia stato registrato nella storia della musica. Se non sono dei maestri questi...
Le cose lapalissiane vanno soltanto ammesse.

(originalmente pubblicato il 05/04/09)

Earthless - Sonic Prayer (2005)

Corsi e ricorsi storici: come già affermavo di Greg Anderson, anche in questo caso è alquanto curioso il ritorno alle origini, agli anni '70, per un personaggio peculiare come Rubalcaba, agitatore alle pelli di tanti acts di hardcore californiani, legati alla scena emo o giù di lì. Fino a diventare una sorta di session-man alternativo, un nome su tutti Black Heart Procession. Evidentemente ad un certo punto della vita arriva il momento di tornare alle radici ed esprimersi in tal senso; se ad Anderson muovevo la critica di sterili fotocopiature, posso fare altrettanto in parte a Rubalcaba, fondatore di questo power-trio che ha rilasciato due dischi molto freak per l'etichetta freak Tee Pee. Come nel caso dei Goatsnake, chi ama il genere non resterà deluso; chi invece preferiva i Clikatat Ikatowi, ne resti ben lontano. Sonic Prayer è composto da due mattoni di delirio psichedelico pesante che restano sempre sulla stessa tonalità, dominato in lungo ed in largo dal chitarrista Mitchell. Fra le due, si preferisce la seconda, Lost in the cloud sun, per un approccio vagamente mediorientale.
Ma l'impressione di già sentito è fin troppo scontata. Solo per gli stretti fans del genere.

(originalmente pubblicato il 05/04/09)

domenica 23 maggio 2010

Black Heart Procession - Live in Bronson, 21-05








Appuntamento sempre gradito, quello dei veterani californiani maestri delle emozioni più recondite dell'anima, del cuore spezzato e della malinconia. Nonostante un ultimo episodio non proprio esaltante, quello dell'anno scorso, caratterizzato da un po' di manierismo e da copie palliducce dei capolavori del passato, la classe dal vivo non si discute mai.
E difatti si concentreranno su un set che da Six ha compreso 2-3 pezzi soltanto, mentre i vecchi hits saranno acclamati da un Bronson pieno e caloroso. Jenkins è il solito grande vocalist dal timbro inconfondibile, Nathaniel sempre raffinatissimo pianista dal gusto classico.









Con loro c'è una sezione ritmica di colore; il corpulento bassista farà il suo dovere lineare oltre a dare qualche piccolo contributo vocale, mentre il filiforme batterista mi ha fatto storcere non poco il naso: a mio personale parere, si rivela macchinoso e pestone oltre misura, mentre alla processione occorrerebbe un tocco molto più leggero. Per dire, ci sarebbe voluto il Rubalcaba che andava in tour con loro diec'anni fa...Quello sì che era giusto.









Mentre Nathaniel siede compassato senza fare una piega, Jenkins si conferma frontman equilibrato e per nulla appariscente. Parlerà pochissimo e solo nel finale menzionerà il pasto squisito che hanno consumato sulla spiaggia poche ore prima. Intanto il pubblico si gode le vecchie glorie esistenziali tipo Release my heart, Blue tears, Outside the glass, Old kind of summer, Tropics of love, nonchè le perle più recenti di The spell, come Tangled, Not just Words, The letter, fino a terminare con la storica It's a crime I never told you. Il tutto per un ora e mezza buona di maestria, di un copyright marchiato a fuoco dallo spleen che continua a solcare i cuori di tanta gente anche qui in Italia, che è un po' la loro seconda patria.
Piazzo qui qualche video, ma avverto che il suono è veramente pessimo:




Aphex Twin - 1992 Selected Ambient Works Vol.1 85-92 (1992)

Fra i primi che conobbi in materia di techno-ambient-trance, sempre grazie alle leggendarie Mental Hours di Planet Rock. James a metà anni '90 ebbe un grosso momento di popolarità anche presso le comunità indie-alternative, nonchè un grosso riscontro critico per via del suo approccio particolarmente inventivo, nonchè per qualche azzeccata mossa pubblicitaria che aumentò la curiosità nei suoi confronti, come registrare una moltitudine di dischi sotto nomi diversi, realizzare copertine in cui fotomontaggi lo facevano apparire come un trans rifatto pur mantenendo la barba, etc.
Stando a questo primo volume di due antologie di ripescaggio, l'irlandese iniziò a fare elettronica analogica nella prima adolescenza. Partendo dai luminari tedeschi degli anni '70 (Tangerine Dream e Kraftwerk) e passando dalla techno classica della seconda metà degli '80, elaborò questa bella formula di grooves ipnotici dalle magnetiche frasi melodiche. In questo volume, risaltavano particolarmente Actium, Green calx, Heliosphan, Hedphelym, perfette mediazioni fra ambientale ritmata e pulsazioni da rave, senza mai eccedere in un senso o nell'altro.
Inquieto o rilassante che fosse, il sound del gemello era veramente peculiare.

Dead Elephant - Lowest shared descent (2008)

Ricordo che negli anni d'oro del noise, c'erano un manipolo di ragazzi che guardavano verso New York con invidia e meditavano "come sarebbe se fossimo là?". Parlo di Crunch, Jinx e pochi altri. Ebbene, a oltre 10 anni di distanza, alla mela ci siamo arrivati (metaforicamente parlando) partendo da Cuneo . Siamo un po' in ritardo ma va benissimo così, per carità; se il noise-rock oggi non è ancora morto, è anche merito degli attuali campioni del mondo, i Pissed Jeans, nonchè di realtà fresche e coinvolgenti come questi DE. Che ovviamente riprendono quei suoni metropolitani, ma li rielaborano con una sapienza aggiornata ai giorni nostri. Panzer cingolati con voce filtrata (vedi Unsane), chitarre sporche e ritmi vertiginosi (Another fuckin' word), qualche sapiente rallentamento, passaggi devianti col sax (Post cricifixation), qualche deriva alla Neurosis (The worst and the best). Ma ciò che risulta più interessante è la fase centrale del disco; la suite (?) Black coffee breakfast parte con ritmo dispari e schema rollante alla Touch & Go, dopo quasi 7 minuti il pezzo sembra finire ma subentra senza preavviso una digressione cosmica, quasi dark-ambient che stempera sapientemente il blocco di granito precedente. Quando riparte il ritmo il motivo non è più lo stesso, ma uno space-noise da brividi. Ancora ambient-industrial orrorifica per Abyss Heart, manco fossero i primi Current 93. E Clopixol col suo lento incedere, è uno strumentale atmosferico che suona come un incrocio fra Melvins e Codeine.
A modo suo, un disco che non inventa nulla ma è fatto splendidamente.

(originalmente pubblicato il 04/04/09)

David Thomas & Two Pale Boys - 18 Monkeys on a Dead Man's Chest (2004)

L'omone si agita ancora, dopo anni e anni di gloriosissima militanza. Non finisce mai di stupirmi lo spessore artistico di Thomas, e forse stupisce ancora tanta gente a parte egli stesso che non perde occasione, scorbuticissimo, di prendere a sassate gli intervistatori (credo che non sia snobismo, semplicemente la sua è una forma di arte che non gradisce venga confusa con tante altre).
18 Monkeys è disco spettrale, che si regge in piedi senza qualsiasi tipo di batteria; c'è, ogni tanto, qualche straccio di percussione nel sottofondo. Ci sono staffilate quasi come i primi caustici Pere Ubu (New Orleans Fuzz, Numbers Man, Nebraska Alcohol Abuse, Golden Surf), eseguiti sotto l'eccezionale ottica dei ragazzi pallidi, Molinè e Diagram, che si esprimono come degni contraltari del leader con chitarre, trombe, stranianti effetti elettronici e quant'altro. Per il resto ci sono ballads inquietanti che incutono quasi timore, ma che mostrano anche l'abilità melodica di Thomas immersa in mondi misteriosi (Little Sister, Sadewied Lowlands su tutte), in cui flussi circolar-minimali completano il quadro in maniera, come da copione, assolutamente originale. Come ci si aspetta esattamente dall'omone.

(originalmente pubblicato il 03/04/09)

David Holmes - Don't die just yet (1997)

Premetto che questo trattasi dell'unico prodotto di Holmes che abbia ascoltato, pur gradendolo molto non mi sono mai addentrato nella discografia (ma conto di farlo prima o poi) di questo dj di Belfast che da 15 anni si occupa prettamente di colonne sonore e remix. In questo EP l'omaggio bersaglio era il famoso cantautore Gainsbourg, compositore originale di Don't die just yet. La quale viene ripresa e rimasticata in 5 magnifiche versioni, due delle quali dello stesso Holmes che la trasforma in mirabolanti strumentali a base di ritmi elettronici, bordoni d'orchestre e cascate di chitarre sfreganti. Dub-country sballato invece per i Delakota. Gli altri 2 pezzi invece sono quelli che mi indussero all'ascolto all'epoca, cioè il trattamento dei Mogwai che la prendono, la dilatano come solo loro possono fare, in poche parole la spazializzano. E l'elegantissimo remix degli Arab Strap, i miei idoli totali, ovviamente ha un posto speciale nel mio cuore: lounge lussuoso, un loop di piano intrigante, archi a go-go e sopra tutto il monologo monocorde di Moffat, sul quale tutto si potrà dire, io come sempre sono di parte: musica per le mie orecchie.

(originalmente pubblicato il 02/04/09)

Comets On Fire - Field Recordings From the Sun (2002)

Il furibondo e magnetico post-stoner-space-hard dei californiani al secondo appello, autentico collage di tempeste galattiche. 5 lunghissimi pezzi, con alternanze fra bombardamenti a base di wah wah ed echoplex (Beneath the ice age), sfigurate digressioni apocalictic-folk (The Unicorn), i Blue Cheer che suonano ai margini del cratere di un vulcano (ESP), i 22 minuti di The Black Poodle con le sue sarabande soniche e i dilatamenti chitarristici.
Anche se le influenze sono le solite (i Cheer, gli Stooges più selvaggi, gli Hawkwind più sballati, i Monster Magnet), ciò che stupisce nel COF è l'attitudine e l'esecuzione, più straniante che mai.
E' l'enfasi che mettono nelle loro lotte ciclopiche, che sprigionano una forza da spostare le montagne, che mi genera entusiasmo all'ascolto. Non oso pensare come debbano essere dal vivo, anche se gli ultimi 2 album hanno segnato un piccolo ravvedimento verso le melodie. Cosa peraltro inevitabile, dopo lo sforzo gigantesco di Field Recordings From the Sun.

(originalmente pubblicato il 01/04/09)

sabato 22 maggio 2010

Clientele - God Save the Clientele (2007)

Arriva la primavera (almeno sulla carta) e torna la voglia di ascoltare i Clientele, col loro squisito pop e l'ultimo disco risalente a un paio d'anni fa. In cui, al trio storico guidato da Maclean, si aggiungeva in pianta stabile l'avvenente e biondissima polistrumentista Draisey, una jolly adibita all'ispessimento e abbellimento del sound. God Save è un albo in cui sinceramente non viene aggiunto nulla di nuovo, ma d'altra parte forse nessuno si attendeva stravolgimenti da parte di una band che sembra sia stata trasferita dal 1969 direttamente da una macchina del tempo.
Semmai la cosa che salta all'occhio, oltre agli interventi della Draisey, è una maggior cura e pulizia del suono. Cosa che secondo me non è che li abbia avvantaggiati tanto, a fronte del fatto che non trovo pezzi killer come House on Fire in The violet hour. Ciò non significa che GS sia un'altra splendida esposizione di vignette vintagiste, di melodie solari e rilassate, di songs semplicemente perfette. Le sinfonie di Dreams for living, Isn't life strange, From Brighton beach, le frizzanti accelerazioni di Winter on Victoria Street, Somebody changed, Bookshops Casanova, le sensuali e lussureggianti The queen of Seville, These days, non c'è un pezzo brutto o fuori luogo. Il tutto ovviamente con la somma benedizione, dall'alto, di San Arthur "Love" Lee.

(originalmente pubblicato il 31/03/09)

The Clean - Compilation (1986)

Dalla lontanissima Nuova Zelanda, un complessino molto artigianale che da quasi 30 anni (periodi di ferma a parte) produce pop di qualità notevole, spiccatamente sixties nell'approccio, con qualche spruzzata di wave e surf. Compilation (titolo pleonastico) fu quindi una sorta di epitaffio, una antologia di ciò che avevano registrato negli anni precedenti, uscito in un momento in cui i Clean non esistevano più. L'entusiasmo che ne scaturì li portò alla reunion, e di fatto a tutt'oggi sono attivi. Una ventina scarsa di squisite pop-songs che si fanno mangiare come caramelle, in cui certi strumentali infilati a mo' di intermezzo risultano essere quasi più interessanti dei pezzi canonici (la psichedelia di Fish, la psicosi joydivisionana di At the bottom). L'organetto recita un ruolo speciale negli arrangiamenti; a volte sembrano degli Stranglers scazzati ma molto più convincenti, certe strutture tipicamente surf (Beatnik) sembrano power-pop dei Ramones travestiti da Iron Butterfly.
Davvero un'ottima band, questi Clean. Ascoltando questo meltin-pot di tanti generi si capisce da dove hanno attinto a piene mani My Dad is Dead, Pavement, Sebadoh, Smudge e tanti altri protagonisti dell'indie-pop degli anni '90.

(originalmente pubblicato il 30/03/09)

Circus Lupus - Super Genius (1992)

Una delle formazioni più dotate e brillanti (secondo me superiori ai Fugazi) del panorama hardcore americano dei primi anni '90, insieme ai Drive Like Jehu. I CS sono durati appena 3 anni e 2 dischi in cui davano alla luce un sound nevrotico, sincopato e dalle mille soluzioni. E perchè no, anche progressivo; nonostante i pezzi brucino nell'arco di pochi minuti, certe fratture ritmiche, formule armoniche e dissonanze possono allinearli tranquillamente a gruppi come gli Shudder To Think o DLJ stessi, con una tendenza maggiore alle abrasioni soniche.
La cosa principale è che i CL avevano in formazione la miglior batterista donna che abbia mai sentito, la Casebolt che insieme a Lorinczi formava una sezione ritmica di pregio, vero motore propulsivo del gruppo. La chitarra emo di Hamley e l'urlo afono e rauco di Thompson completavano il quadro, per un esordio granitico e trascinante che non si ferma un attimo, con pochissimi concessioni alla melodia. Un pezzo su tutti, il rollante Pacifier.

(originalmente pubblicato il 29/03/09)

venerdì 21 maggio 2010

Amon Duul II - Phallus Dei (1969)

Esempio di crossover arcano e ritualistico, Phallus Dei è un tour de force sfiancante che segnava l'ingresso degli AD2 nel panorama non soltanto kraut-rockistico, ma dell'avanguardia più coraggiosa per i tempi. Un lavoro irriverente delle tradizioni, che guardava avanti, un pentolone pieno di stili e allucinazioni.
Psichedelia, progressive ante-litteram, persino tratti operistici (i cori misti/ci e visionati), tribalismi e concretismi si fondono in un tutt'uno (specialmente la title track che occupava con i suoi 20 minuti una facciata del vinile).
Saranno un'influenza molto importante per i Magma, che assimileranno e vireranno al greve più greve lo stile multiforme di questa folle comune.

giovedì 20 maggio 2010

Circle X - Prehistory (1983)

Ma quanto erano avanti questi, che non a caso erano originari di Louisville e partivano da un classico substrato punk-hardcore (uno dei gruppi di confluenza si chiamavano No Fun, la foto sopra è ad essi riferita, non esistendone dei Circle X stessi) per approdare a questo capolavoro ristampato da Grubbs l'anno scorso, giusto dopo un quarto di secolo (anche se fu registrato nell'81, ma all'epoca passarono un par d'anni prima che potesse essere divulgato per quei pochissimi). Ancora oggi è difficile inquadrare queste ardite sperimentazioni di post-wave-noise percussivo ed avanguardistico, musica aliena e fuori da ogni luogo comune. L'unica cosa che mi verrebbe da dire è che furono una versione post-atomica del Pop Group, ma senza qualsiasi pulsione di musica nera, nessuno schema o parvenze di songs. I 6 pezzi di Prehistory sono semplicemente flussi eni/magmatici che visto il periodo, potevano essere lontanamente imparentati col dark-punk (il giro desolante di Prehistory part two), con una trasfigurazione totale di suoni. La chitarra radioattiva di Witsiepe spargeva scorie bollenti, sopra la quale il vocalist Pinotti delirava passando dal furente all'ipnotizzato. Dietro di loro i fratelli Letendre, fra chitarre, loops, e qualsiasi oggetto che si potesse percuotere. Era proprio questo l'aspetto più caratteristico, secondo me, dei Circle X; il percussivismo selvaggio che rimandava, casualmente, alla preistoria, agli istinti più primordiali dell'uomo.
Tutto il disco è fantastico, senza pause o perdite d'intensità; a partire dal minimalismo di Current, il Pop Group privo di sangue di Prehistory One, proseguendo con il sisma flangerizzato di Culture progress, l'esplosione di Pinotti (non un cantante, ma uno strumento atipico) in Under World, per terminare con i Pere Ubu sfigurati (che è già dire tutto) di Beyond Standard.
In giro per la rete si trovano pochissime info, ma mi piacerebbe si rendesse giustizia a questo manipolo di geni, a questo scopo utilissima è la consultazione di due blog molto interessanti che rendono disponibile la scarnissima discografia dei Circle X.

(originalmente pubblicato il 28/03/09)

C.S.I. - Tabula Rasa Elettrificata (1998)

Famoso l'aneddoto per cui, per una settimana, questo disco fu primo in classifica in Italia. Ero a naja quando mi fu comunicato l'evento da un mio carissimo commilitone, che mi aveva fatto conoscere, per dire, gli Husker Du. Non potevo proprio crederci, e per quella settimana il mondo sembrò migliore. Vidi suonare i CSI l'anno prima, e rimasi abbagliato dalla loro potenza, luce e carisma. Ma questo T.R.E. sbaragliò i dischi precedenti per completezza, composizione, suoni e produzione. Laddove Ko De Mondo e Linea gotica apparivano un po' debolucci, questo era molto più convinto, compatto, e per l'appunto, più elettrico anche nei momenti più quieti come la splendida Ongii. Canali si erge a protagonista, nelle enfatiche Unità di produzione, Forma e sostanza, nelle atmosferiche Brace e Accade. Squisiti momenti dark-metallici in Vicini, la Di Marco sale in cattedra nella delicatissima Bolormaa, vecchi residui etnico-orientali in Gobi.
E nel finale due bombe atomiche: Matrilineare inizia come Punk Islam, il chorus è puro CCCP style con chitarre noise. M'importa na sega chiude in bellezza con un cingolato ispido e coda delirante. Ferretti in splendida forma a declamare ma anche a cantare, Maroccolo marca stretto col basso, Zamboni sembra un po' defilato, il disco rende molta giustizia a Canali e a Magnelli che sembrano essere i propulsori principali dei pezzi.
Degna chiusura sia per il Consorzio, che per la saga ferretti-zamboni, che di lì a poco litigheranno e si diranno addio.

(originalmente pubblicato il 27/03/09)

Bright Eyes - Letting Off The Happiness (1998)

Cantautorato classico, semi-acustico, con canzoncine gradevoli, qualche puntata di psicosi ma fondamentalmente pop per Oberst.
Ma per me qui è meglio svoltare in fretta e passare ben oltre. Per due volte oggi, ho cercato di ascoltare questo disco fino alla fine, senza proprio farcela. Ero curioso di sentirlo perchè anni fa fece un tour con gli Arab Strap, ma qui c'è solo un pezzo interessante, Pedraic my prince. Per il resto Oberst passa dal pop più stucchevole a, nel migliore dei casi, tentativi fallitissimi di imitare Smog, persino nella voce.
Imberbe.

(originalmente pubblicato il 26/03/09)