Il terzo di 6 della lunga serie che inaugurò, nel 1991, il folgorante inizio carriera di Richard D. James. Questo lo preferisco per una questione affettiva, perchè la traccia iniziale, .215061, marchiava a fuoco una delle mie primissime Mental Hours; un ipercinetica folata galattica il cui loop maggioritario di synth riportava da morire alle trame storiche dei Tangerine Dream, escluse le micropunte glitches. In generale, Vol. 3 non era un assemblaggio variopinto quanto le coeve raccolte a nome Aphex Twin, bensì indugiava di più sui ritmi ad alto tasso di bpm, al cardiopalmo; i riff di figure meccaniche informi dominano la scena, ed a causa di ciò risaltano ancor di più i pochi momenti veramente musicali: la succitata, la splendida pausa pastorale di [cat 00897-AA1] (Fluted), il giro ossessivo di .000890569, sempre mutuato dai giganti tedeschi. Ottundente.
sabato 2 settembre 2017
giovedì 31 agosto 2017
Jumbo – 1983 Violini D' Autunno (1992)
Leggendo i primi Rockerilla che compravo, ad inizio 1993, ero suggestionato dalle pubblicità della Mellow Records, dalle copertine e persino dai titoli. Violini d'autunno era uno di quelli che m'incuriosiva di più, lo trovavo molto bello ed evocativo. Soltanto anni dopo avrei ascoltato i dischi "famosi" dei Jumbo, un gruppo atipico per l'It-Prog soprattutto per la voce grassa ed imponente di Alvaro Fella, ma che non mi ha mai veramente entusiasmato. E "soltanto" 24 anni dopo ascolto Violini d'autunno, quasi per sfizio; col tempo ho imparato che Moroni della Mellow è stato molto generoso nei confronti dell'it-prog, andando a recuperare titoli rari e preziosi (ma a volte anche dispensabili, a dirla tutta); uno su tutti, il live 1977 della Locanda Delle Fate.
Invece di Violini D'autunno probabilmente non è mai fregato nulla a nessuno, soprattutto ai progsters, ed ha tutte le carte in regola per fregiarsi del titolo di brutto anatroccolo nel catalogo della fu etichetta ligure; qualità sonora piuttosto bassa, risalente al decennio per antonomasia di esilio del genere, totalmente scevro da componenti prog e quindi diversissimo da quanto realizzato in precedenza dalla band milanese.
In pratica andò che nel 1983 i Jumbo si riformarono per poco e registrarono una manciata di pezzi piuttosto lo-fi, rimasti in un cassetto per quasi diec'anni. E' facile intuire per quale motivo non potessero interessare a nessuno al tempo; si trattava di un funk-wave sanguigno e ritmico che, soprattutto in Italia, non aveva nulla a che fare con i generi in voga. Non si tratta certo di un capolavoro, ma lo trovo molto divertente e a modo suo ricercato, grazie alle ritmiche sincopate, alla chitarra torrenziale ed alla voce trascinante di Fella che a mio avviso funzionava molto meglio in questo contesto rispetto a quando scandalizzava fino alla censura il pubblico del prog nel 1972. Qui addirittura diventa dissacrante per i testi surreali, ai limiti dell'assurdo. Una gradevole curiosità.
martedì 29 agosto 2017
Scream From The List 62 - Lemon Kittens – We Buy A Hammer For Daddy (1980)
Si sa, Stapleton è sempre stato uno che, per quanto fosse assurda la sua musica, ha sempre avuto un'occhio di riguardo alle faccende commerciali che lo riguardano. Logico quindi che We Buy A Hammer For Daddy, numero di catalogo 2 della sua United Dairies, facesse capolino nella List. Ma se lo ascoltiamo, allora continuiamo più o meno ingenuamente a credere alla meritocrazia perchè fu un disco che, per quanto fosse distante dalla galassia NWW, aveva dei punti in comune ed una sua peculiarità. Una specie di dada-post-punk cubista messo in piedi da due persone che innanzitutto sapevano suonare, i polistrumentisti Karl Blake e Danielle Dax, ma che facevano di tutto per dimenticarsene. Nella scaletta ci sono 16 episodi che più che pezzi definirei sketches, che passano con disinvoltura fra plumbee ossessioni alla Pil/Pop Group, vignette di cabaret teatrale, sfoggi di nonsense beefheartiani, scorie radioattive di elettronica lo-fi, collages di avanguardia e persino pause ambient. Un po' troppa carne al fuoco, sì, però tanto tanto saporita per i voraci gattini al limone.
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domenica 27 agosto 2017
Grant Lee Buffalo – Copperopolis (1996)
Di sfatare un mito non se ne parla, ma oggi riascoltando Copperopolis mi sono chiesto; per quale motivo non l'ho amato come Fuzzy e Mighty Joe Moon? L'ho ignorato ai tempi, ma se non ricordo male non fui l'unico. Com'era possibile che, nel periodo post-grunge, non venissero osannati nè dal pubblico nè dalla critica, al cospetto di tali dischi stratosferici?
A distanza di 20 anni, forse possiamo trovare delle risposte che abbiano un minimo di fondamento, e che stabiliscono un parallelo di ingiustizia con gli American Music Club (e scatenano la solita perchè i Rem sì e loro no?): non erano ruffiani, mettevano le canzoni ed il trasporto emotivo davanti a qualsiasi altra cosa, nei testi affrontavano temi scomodi che potevano scuotere e far riflettere. Cosa di cui forse gli americani non avevano molta voglia di fare.
Al di là di tutto questo, Copperopolis era un lavoro altamente rifinito, cesellato e soprattutto riflessivo: smaltite le urgenze espressive di Fuzzy, passate in vetrina le melanconie rurali di Mighty Joe Moon, Phillips non poteva fare altro che non ripetersi se non sfoderando altre 13 canzoni dal suo bagaglio di artigiano sopraffino. Meno rock e più folk meditabondo, Copperopolis ha solo il difetto di richiedere qualche ascolto in più per essere amato, con pochi compromessi.
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venerdì 25 agosto 2017
3/4HadBeenEliminated – Speak To Me (2016)
Come per magia, sono ricomparsi, quando meno me l'aspettavo. Sono tornati i 3/4HBE, seppur lontanissimi fra di loro, a 6 anni di distanza da quell'eccezionale viaggio extra-sensoriale che fu Oblivion. Questa volta Tricoli, Rocchetti e Pilia sono patrocinati da Oren Ambarchi, che ha pubblicato Speak to me per la sua etichetta; un'altro continente che li rilascia, un'altro tassello di meraviglie.
Solo due tracce, per un totale di neanche mezz'ora. Nekyia indugia su droni siderali e sul versante elettro-acustico più crudo, con inserti ritmici brevi e stranianti, per poi polverizzarsi a metà strada. Si attiva un'auto-campionamento: la fase di contrabbasso archettato ad opera di Pilia che giganteggiava sulla parte II di Oblivion, salvo una modifica pastorale sulla coda.
Più umana, per non dire armonica, I Am A Prune Cake On A Background Of Semolina che inizia come uno psych-folk con voce fragilissima e miraggi sonori. Un pattern limpido di piano interrompe brevemente, la voce si moltiplica in echi concentrici, i droni si stratificano, la chitarra di Pilia si fa tenue contemplazione fra sordi scampanellii e scie cosmiche, fino allo sfumare finale. Ancora una volta, onore e gloria a questi tre prodi connazionali sparsi per il mondo.
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mercoledì 23 agosto 2017
Pluto – Shoehorse Emerging (1994)
Fra gli innumerevoli acts a nome Pluto (Discogs ne elenca una trentina..) ci fu anche questo 7-piece assemblato a mo' di supergruppo, le cui personalità più in evidenza erano i fiatisti Slusser e Carney (collaboratori rispettivamente di Tom Waits e John Zorn) ed il batterista Weinstein degli MX-80 Sound. Un progetto a due colpi, col secondo che uscì 4 anni dopo, dedito ad un post-jazz strumentale sfaccettato e senza troppo sfoggio di tecnica e/o vanagloria. Un po' di free classico ma tutto sommato controllato, un po' di swing aggiornato, un po' di RIO, qualche puntata metallica, tutto orchestrato con maestria e un senso dell'ironia più che palpabile. Devono essersi divertiti un mondo. Riservato agli amanti del settore.
lunedì 21 agosto 2017
Silent Carnival – Silent Carnival (2014)
Dall'assolata Sicilia, il sorprendente debutto di un cantautore ombroso, Marco Giambrone, in possesso di un bagaglio espressivo di respiro internazionale, e non meno degli ormai gloriosi Father Murphy.
Silent Carnival è un elegia della lentezza e del rumore dell'anima. La musica di Giambrone è spoglia e con i nervi scoperti, con le vene in evidenza che scorrono. Accordi tenui pastello di chitarra riverberata si incaricano di dare il via a 10 pezzi di un cantautorato maledetto, dai toni fra il malinconico ed il plumbeo. E' lo stile altamente emotivo a determinare la grandezza di un autore che indubbiamente si rifa a diversi modelli del passato: slow-core statunitense (filiazione Drunk e Spokane, ma in certi momenti riaffiorano persino i Codeine meno elettrici), folk apocalittico (un David Tibet scevro da qualsiasi prosopopea), giganti classici dell'autunno-inverno (Black Heart Procession), digressioni dal sapore rituale che quasi stabiliscono un parallelo con gli stessi Father Murphy (almeno un paio di tracce). Paragoni ingombranti, certo, ma Giambrone sa il fatto suo ed il disco è letteralmente stupendo ed avvolgente.
sabato 19 agosto 2017
Twink – Think Pink (1970)
Poteva passare alla storia come uno di quegli spostati outsiders reduci dalla seconda metà dei sixties approdati ad un disco solista destinato ad essere ricordato, come Peter Green, Skip Spence, Bruce Palmer ed altri. E così sarebbe stato se John Adler non si fosse rifatto vivo dopo una ventina d'anni, seppur sempre nell'ambito di operazioni nostalgiche. Poco male, perchè Think Pink resta comunque un piccolo gioiello di psichedelia britannica variopinta e neanche troppo eccentrica. Dietro la bella copertina che immortalava il batterista / songwriter nel mezzo di un bosco autunnale si celavano dieci pezzi quasi tutti di diversa fattura, dall'esperimento spettrale (The coming of the one, i Godz in elettronica), la ballad elettrificata solenne e malinconica (Ten thousand words, Tiptoe on the highest hill, Suicide), lo strumentale lisergico (la superba Fluid), sarabande tribali deliranti (Mexican Grass War, Three Little Piggies), il mid tempo hard-rock demenziale (The sparrow is a sign). Alla fine è molto più il disco di un gruppo piuttosto che di un solista, vista anche la presenza quasi al completo dei Pink Fairies + altri ospiti di rilievo per l'epoca. A metà fra il viscerale e lo svanito, Think Pink resta il gagliardo reperto di un epoca magica.
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giovedì 17 agosto 2017
Boredoms – Vision Creation Newsun (1999)
Fra i prime-movers del movimento japa-noise, i Boredoms dimostrarono di essere una band poliedrica nel corso degli anni '90, introducendo col passare del tempo elementi sempre più musicali in un contesto comunque nipponicamente folle, riscuotendo anche un insperato successo negli Stati Uniti. Al tramonto del millennio Vision Creation Newsun sublimò la loro felice progressione in un vorticoso space-rock, incessante e tornitruante. Come in uno scontro galattico fra Can (le galoppate metronomiche, la voce cantilentante di Eye) e Chrome (le distorsioni maniacali chitarristiche, gli stordimenti sonici), i nove titoli in elenco scorrono ininterrotti, partendo a razzo all'inizio e stemperando il ritmo e le atmosfere col passare del tempo. L'effetto, complice anche la produzione professionale, è quello di un viaggio extra-sensoriale, un esplosione di effetti e colori che sostanzialmente ha un nome vecchio come il cucco: psichedelia.
Avvincente.
Avvincente.
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martedì 15 agosto 2017
David Thomas & The Pedestrians – Variations On A Theme (1983)
Nell'immediato post-scioglimento dei Pere Ubu, Thomas fece la spola fra Cleveland e Londra, realizzando una manciata di dischi illuminata dal suo folle genio ma inevitabilmente dipendenti dai musicisti di cui si contornava. La contaminazione fece in modo che il suo suono si facesse più europeo, e la sigla The Pedestrians vedeva in organico si glì americani Fier (ex-Pere Ubu), Jones (futuro Pere Ubu) ma anche illustri britannici come il chitarrista inglese Thompson, i prestigiosi Cutler e la Cooper, ad instillare preziose identità RIO in alcuni pezzi; un'unione quasi inevitabile che sublima in tracce irresistibili come Who is it e The semaphore.
Date le capacità tecniche dei musicisti, Variations è un album fra i più rifiniti dell'intera carriera dell'omaccione, per non dire elegante come i primi dischi della reunion PU di fine anni '80. Per questo potrà anche non essere fra i preferiti dei suoi fans (infatti curiosamente non è mai stato ristampato), ma la classe genialoide è sempre indiscutibile.
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domenica 13 agosto 2017
Cagna Schiumante – Cagna Schiumante (2014)
Quando leggo che gli ultimi Afterhours sono anche sperimentali, mi viene da ridere. Al contempo però cerco anche di mettermi nei panni di Pilia e Iriondo che in qualche modo devono sbarcare il lunario, quindi a loro va il massimo rispetto, a maggior ragione alla luce di progetti come Cagna Schiumante, con la quale danno la libera stura alle loro vene di ricerca e si confermano come chitarristi di livello superbo, se ce ne fosse stato bisogno.
Con loro, nel trio canino, un eminenza grigia (in tutti i sensi) dell'art-noise italico, il batterista degli Starfuckers Chicco Bertacchini, che per l'occasione dà di matto e si impossessa anche del microfono, srotolando uno spoken-word beffardo, isterico, naif, cubista.
La prima discendenza della CS che appare evidente è quella del free-rock che Iriondo percorre da tanti anni soprattutto in progetti come A Short Apnea, Uncode Duello, con le sue chitarre spigolose, irsute ed atonali. Pilia, dal canto suo, cerca di controbilanciare coi suoi armonici espansi ed il suo arcobaleno di effettistica, facendo venire più di un bel ricordo 3/4Hadbeeneliminated. Bertacchini, oltre a declamare nella maniera più sgraziata possibile, contribuisce a dare false cadenze con la sua batteria, ultra-fratturata come ai tempi dei migliori Starfuckers.
A volte coi supergruppi può succedere che avvenga esattamente ciò che ci si aspetta, ed in questo caso si va persino oltre. Oggi, realizzare che lo spirito di Captain Beefheart riesca ancora ad insinuarsi come l'acqua nei contesti più svariati e possa stregarci in questo modo, riconcilia con la musica e respinge la minaccia della stanchezza.
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venerdì 11 agosto 2017
Alessandro Alessandroni – Industrial (1976)
Grazie alla fascinazione dei Demdike Stare ed Andy Votel ed alla loro etichetta Dead Cert Home Entertainment, nel 2015 è stato riesumato questo concept-library del maestro Alessandroni originalmente registrato nel 1976, esattamente quando i Throbbing Gristle stavano progettando e preparando l'avvento della musica cosiddetta industriale.
E' scontato che i concetti e le premesse di partenza per il Fischio fossero ben diversi rispetto a quelli degli inglesi, ma quanta avanguardia in questo vinile....Nella tematica dell'industria fu un vero specialista, infatti nella sua discografia appaiono ben tre titoli di sonorizzazione inerenti all'alienazione da lavoro. Programmatica anche la cover, con un picchio intento a lavorarsi la colonna portante di una croce di legno; 16 numeri da 2-3 minuti, comune denominatore il nervosismo, l'ossessività dei motivi, la maestria nel saper convertire frasi in partenza melodiche (piano, synth e chitarra) in grumi viscosi di tensione, con l'aggiunta di percussioni ed elettronica che restano generalmente sul sottofondo ma risultano fondamentali (e lungimiranti) nell'assieme. Un titolo su tutti, Asicronia con quel ritmo strascicato che anticipa il trip-hop di circa una ventina d'anni.
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mercoledì 9 agosto 2017
David Grubbs – An Optimist Notes The Dusk (2008)
Dopo i fasti degli anni '80 e '90, la carriera di Grubbs sembra aver imboccato il vicolo semi-cieco della vecchiaia, con la stampa che diventa progressivamente più fredda nei suoi confronti. Vero è che non ci sono sviluppi notabili nel suo stile, e persino lo stesso Grubbs sembra rendersene conto dato che negli ultimi 10 anni le collaborazioni con terzi straboccano, ma vogliamo discutere sulla portata e sulle capacità del personaggio?
An optimist notes the dusk è soltanto un'altra prova convincente della sua formula, apparentemente così semplice ma sempre profonda nella sua asciuttezza. Le stabili e stentoree tessiture della chitarra semi-acustica, la sua voce flebile ed incerta, atmosfere asettiche e prive di riverbero come una sala operatoria; nessun trucco e nessun inganno di produzione, questa la sua costante. Un filo di tromba, un pezzo con batteria (la trascinante Holy Fool Music), un esperimento silente alla Oren Ambarchi (The not-so-distant, 12 minuti di meditazione inquietante) sono le varianti alle sue digressioni post-folk un po' malinconiche e distaccate che continuo ad apprezzare, con poche riserve e grande rispetto.
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lunedì 7 agosto 2017
Roy Harper – Lifemask (1973)
Il sesto album di Harper, successivo al suo capolavoro barocco che tanto ha influenzato generazioni di alt-cantautori/cantautrici a distanza di decenni. Ma a forza di parlare di Stormcock, si rischia seriamente di perdersi il grosso della sua produzione dei '70, e non si renderebbe giustizia a questo grande e sopraffino cantautore acustico.
Su Lifemaks il formato lungo del precedente veniva rilanciato dalla suite presente sulla facciata B, The Lord's Prayer, orchestrata in maniera più sobria ma non per questo non eccelsa. Sulla facciata A, cinque "brevi" pezzi di purissimo concentrato harperiano fra cui le memorabili South Africa e Bank Of The Dead, quest'ultima propulsa anche da un Jimmy Page funzionale e non invadente. Il mood generale, escludendo alcune levitazioni spirituali della suite, era terreno, fisico, in your face se così si può definire; dimostrazione di classe cristallina, di come un uomo solo, armato solo della propria voce, del suo fingerpicking e del suo lirismo, potesse essere così grande e potente.
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sabato 5 agosto 2017
Library Tapes – Escapism (2016)
Dopo una pausa di 4 anni, una vera eternità per questa tipologia di autori, David Wenngren è tornato l'anno scorso con 3 pubblicazioni: una raccolta di outtakes e rarità uscita solo su cassetta, la colonna sonora di un documentario e questo album vero e proprio, realizzato insieme a Julia Kent al violoncello. Abbandonata ormai qualsiasi tendenza al concretismo che aveva contraddistinto le sue prime produzioni, lo svedese si abbandona completamente ad un'immacolato florilegio di paesaggi malinconici ed evocativi, guidati dal suo stile pianistico compassato e gentilissimo. Un disco spoglio e disadorno come forse mai aveva realizzato in precedenza. Poco da dire, la magia cinematica si ricrea di nuovo, in un'area più vicina che mai a Stray Ghost, se non fosse per il cello che si insinua discretamente dappertutto.
Di una delicatezza enorme.
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giovedì 3 agosto 2017
Kingdom Come – Journey (1973)
L'avventura post-Crazy World di Arthur Brown, durata soltanto lo spazio di 3 dischi in 3 anni e generalmente ricordata con relativa freddezza dalla critica. Journey fu l'ultimo prima che Brown si perdesse in una carriera solista accolta con ancor più distacco, se non ignorata. Dopo i fasti di Fire, in termini di successo, la carriera dell'istrione inglese subiva un declino inesorabile.
In realtà KC, soprattutto in Journey, era un gruppo lungimirante e piuttosto originale e ci vollero molti anni per ottenere un riconoscimento critico, su latitudini limitate ma notevoli. La novità non era certo la voce di Brown, come sempre un ruggente blues-oriented di inflessione teatrale; in primis risaltava il fatto che la line-up non comprendesse un batterista, ma una rudimentale drum-machine. Escludendo la solare (e debole, diciamocelo) Spirit Of Joy, il disco è un avventuroso percorso in cui le rasoiate di chitarra di Dalby cercano di ancorare a terra un suono destinato a partire per la stratosfera a causa del massiccio uso di synth, moog e mellotron da parte del tastierista Peraino. E' un ibrido psych'n'prog dai contorni elettronici, fascinosamente antidiluviani, che pescava dalle avanguardie tedesche conteporanee e lo sviluppava ossessivamente in un'area grigia, indubbiamente dal retroterra rock, impossibile da definire. Ad essere maliziosi, se anche Brown fosse stato un po' più avveniristico ci saremmo trovati di fronte ad un capolavoro futuristico; resta comunque un'anomalia dei seventies, rimasta fuori dal suo tempo e da ogni banale catalogazione.
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martedì 1 agosto 2017
True Widow – Avvolgere (2016)
Al tempo di Circumnambulation, il terzo disco del trio texano, mi interrogavo sul loro futuro e sulle loro capacità di andare avanti. L'essere approdati su Relapse, la grossa indie dedita solitamente a musiche pesanti ed affini, deve averli rinvigoriti ed incoraggiati a proseguire con ammirevole testardaggine nel loro indie-stoner un po' novantiano, dalle trame semplici semplici eppure sempre evocativo ed epidermico.
Quasi impercettibili le differenze rispetto al back-catalogue; potrei dire che in più c'è un po' di vigore, velocità e qualche decimo di pedale fuzz. Tornano semmai in buon numero i grandi pezzi che forse difettavano nel precedente, anche se non sono tornati ai livelli del loro capolavoro. Theurgist, Entheogen, FWTS:LTM, Sante i migliori. Insomma, di cambiare non ce n'è, e va alla grande così.
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lunedì 31 luglio 2017
Arab Strap - Live in Covo, Bologna, 29-07-2017
Appuntamento con la nostalgia, venerdì scorso, al Covo. A 11 anni di distanza da quando, in un Estragon semivuoto, gli AS salutarono col farewell tour, rivedo per la quarta volta uno dei gruppi che in assoluto ho amato di più nella mia vita. Occasione inaspettata ma non troppo, vista la reunion dell'Ottobre scorso in patria che evidentemente ha fruttato risultati positivi per incoraggiarli ad imbarcarsi verso il Continente. Invero, la location bolognese non è delle più esclusive, ma bisogna fare i conti col presente: altro che i palchi giganteschi dell'Estragon o di Urbino, il cortile del Casalone ritaglia per loro una dimensione decisamente raccolta, quasi casereccia. Il pubblico, non più di 250/300 persone, è comunque di quello storico, di un età media direi intorno ai 35; i fedelissimi non li hanno certo dimenticati, e pazienza se non potevano esserci tutti....
Undici anni però che non sembrano passati, alla resa dei conti; il mondo nel frattempo è cambiato ma per loro resta tutto immutato. Persino la line-up sembra essere cambiata di poco; esclusi bassista e batterista, il pianista/secondo chitarrista giurerei essere lo stesso del 2006, raffinato ed elegante, mentre la rossa violinista dovrebbe essere una delle due epoca Monday at the Hug & Pint. Materiale nuovo non ce n'è, e l'ora e mezza di concerto è praticamente un greatest hits: discutibile quanto l'assemblaggio che la Chemikal ha rilasciato per la reunion. Una scaletta che non brilla certo per coraggio, affidandosi alle melodie più accattivanti del repertorio o comunque più collaudate.
Dal primo: The first big weekend, Blood
Da Philopohobia; Soaps, Here We Go, Piglet
Da The red thread: Scenery, Turbulence
Da Monday at the Hug & Pint: The Shy Retirer, Fucking Little Bastards,
Who Named The Days?
Who Named The Days?
Da The Last Romance: Stink, Don't Ask me to dance, Speed Date
Extra-album: Girls of summer, Rocket take your turn
Nessun estratto, ahimè, da Elephant Shoe, un disco che amo ancora alla follia ma che evidentemente M&M hanno bocciato fin da quando uscì, l'unico su major, l'unico fuori da Chemikal. Ma al di là di quello, nessuna traccia oscura, di quelle strabordanti di spleen ed esistenzialismo; per fare qualche esempio, niente The devil tips, The long sea, Phone me tonight, Night before the funeral, Glue. Lo so che è un ragionamento egoistico, io rifletto da fan e questo concerto purtroppo mi lascia un po' l'amaro in bocca, mi ha dato l'idea di essere un po' troppo professionale e senza scossoni: Aidan non è mai stato così intonato e lucido, Malcolm non ha fatto nemmeno una stecca, gli accompagnatori sono stati infallibili; se analizziamo il concerto da questo punto di vista, nell'immediato ne sono stato entusiasta e trascinato, ma già tornando a casa realizzavo che quegli Arab Strap di un tempo, quelli un po' ubriachi, sbilenchi e precari non torneranno mai più.
Ma pensiamoci bene, non è forse la crescita in sè che porta il cambiamento e fa rinsavire, parzialmente o più? Sarebbe come ritrovare i vecchi amici e restare delusi perchè non si fanno più le cazzate di un tempo, perchè si ride di meno e si parla di argomenti che allora non ci avrebbero minimamente interessato. Padri di famiglia, schiavi di un lavoro, pensierati e responsabili.
In due parole filosofiche, la vita è così.
Ed allora, bentornati cari vecchi amici Arab Strap. Vi voglio bene, sempre.
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domenica 30 luglio 2017
Scream From The List 61 - Pierre Henry – Le Voyage - D'après Le Livre Des Morts Tibétain (1967)
Il master francese dell'elettro-acustica-concreta in una delle sue opere più rinomate, ispirato dal buddismo tibetano anche se non si direbbe. Una vita dedicata alla ricerca, quella del parigino, che continua addirittura in tempi recenti; ormai novantenne, il suo ultimo disco è datato Gennaio 2016.
Non essendo intenditore del filone di cui la Francia fu autorevolissima esponente, non posso lanciarmi in discorsi analitici: mi limito a citare quanto riportato da Vlad e a rimarcare l'enorme influenza su NWW in termini più rumoristici. D'altra parte, Le Voyage è un folle assortimento di feedbacks, spirali, bubboni, tonfi, clangori, power electronics che non può far altro che annichilire l'ascoltatore e lasciarlo senza parole.
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venerdì 28 luglio 2017
Massacre – Funny Valentine (1998)
Secondo ed ultimo disco in studio del piro-trio di Frith e Laswell, in reunion a 17 anni di distanza da quel fulminante primo. A differenza di esso, alla batteria i due maestri invitarono a sedersi Hayward dei grandi This Heat, a rimarcare il fatto che Massacre era in sostanza un supergruppo estemporaneo. Ed infatti Funny Valentine è stato un assemblaggio di improvvisazioni, dai suoni più dilatati, dai ritmi fratturati, dalle aperture diverse; il basso di Laswell ricorre spesso ad effetti psichedelici, Frith tritura i suoi pick-ups senza pietà, Hayward svolazza e costipa alla grande. 17 anni erano passati e richiedere un'altro Killing Time sarebbe stato fuori luogo; per chi ama questi musicisti, comunque, è una goduria tecnica.
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mercoledì 26 luglio 2017
Cut Hands – Black Mamba (2012)
Smessi (finalmente, avrà pensato più di qualcuno) i panni di terrorista sonico a capo di Whitehouse, col sopraggiungere della mezza età William Bennett si è reinventato con un nuovo progetto, il cui monicker non sembrerebbe molto rassicurante. In realtà Cut Hands rivela uno scenario che forse nessuno avrebbe previsto, un suono fortemente percussivo e mutuato dalla tradizione tribale africana, anche se è evidente che si tratta di suoni del tutto sintetici. Quindi non qualcosa alla Z'ev, ma neanche uno squallido furto world. In Black Mamba Bennett ha la cura e la sapienza di alternare le tracce più spoglie, ovvero quelle fatte di sole percussioni, ad interessanti varianti ambient-drone-minimalistiche che spezzano il ritmo. Il giudizio finale è buono, anche se rischia di essere amplificato per l'effetto, diciamo, sorpresa.
lunedì 24 luglio 2017
Deep Freeze Mice – The Tender Yellow Ponies Of Insomnia (1989)
Ricordo pochissime bands che attraversarono gli anni '80 senza farne assolutamente parte. I DFM, provenienti dall'ora popolare Leicester, chiusero la loro esistenza con quest'ultimo disco nel 1989, a 10 anni esatti di distanza da quello sgangherato debutto che aveva permesso loro di entrare nella NWW List. Il motivo per cui il quartetto se ne stette bel bello impermeabile ad ogni scempio produttivo di quella decade, come fosse sotto una specie di campana di vetro, era semplice: autoproduzione, sempre e comunque. Chissà se furono mai contattati da qualche etichetta, indie o major che fosse; ed in tal caso, chissà come argomentarono la loro scelta di restare totalmente liberi.
In quel decennio, la loro musica non cambiò praticamente mai; art-pop-wave di derivazione sixties ma traslata attraverso l'Inghilterra dell'epoca Tatcher, dai connotati sempre molto naif. Semmai, l'unico aspetto che era cambiato era che il gruppo, a forza di suonare e registrare, era tecnicamente migliorato; il cantante/chitarrista Jenkins aveva sviluppato uno stile appuntito ed espressivo, a tratti quasi surf. La sezione ritmica era coesa e dinamica (era cambiato il batterista, nel frattempo, ed era molto migliore del fondatore). L'organista Lawrence, qui impegnata anche saltuariamente con un canto fragile ed incerto, disegnava linee semplici e funzionali col Farfisa.
Per effetto di ciò, persino il songwriting era più ispirato, con le stesse canzoni frizzanti e surreali, mai stucchevoli; un dada-pop all'apparenza semplice e leggero ma con una sua cifra stilistica immediatamente riconoscibile.
La ristampa in cd di The Tender Yellow Ponies of insomnia, effettuata sempre da loro nel 2010, contiene un bonus-collage di mezz'ora, The Delicious Little Green Roosters Of Insomnia, dalla concezione simile a The Octagonal Rabbit Surplus su My Genaniums are bulletproof, meno sperimentale e più psichedelico. Nelle note di copertina, con squisito humour britannico, viene spiegato che è stato assemblato al termine di una lunga e dolorosa caccia al tesoro...
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sabato 22 luglio 2017
Great Saunites – Nero (2016)
A 5 anni di distanza dal bell'esordio Delay Jesus, i GS sono passati attraverso un secondo un po' interlocutorio e progetti collaterali tutto sommato trascurabili per concentrare le risorse in questo terzo Nero. A suo tempo li avevo immaginati come la versione mediterranea degli Om; oggi il power-duo cerca e trova una progressione rassicurante, anche se di poco al di sotto del valore espresso allora. Al posto del suono desertico e polveroso del debutto ora hanno una visione più nitida, validata anche da una produzione impeccabile e volta a puntare le luci sul basso di Atros.
Solo 3 pezzi in scaletta, di cui la title-track si dilunga per 19 minuti; meglio le altre due, più stringate e lucide. Continuano a sfiorare l'IOP, ma se ne guardano da farne parte; al prossimo passo mi aspetto delle novità.
Solo 3 pezzi in scaletta, di cui la title-track si dilunga per 19 minuti; meglio le altre due, più stringate e lucide. Continuano a sfiorare l'IOP, ma se ne guardano da farne parte; al prossimo passo mi aspetto delle novità.
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giovedì 20 luglio 2017
Elevate - Singles & EPs 1993-1997
Chiudo il discorso sui pupilli di Robin Proper Sheppard, dopo averne già scritto abbondantemente riguardo ai due album, con i singoli e gli EPs pubblicati non soltanto su Flower Shop Recordings, ma anche su un paio di micro-labels dalla vita altrettanto breve ed il primo autoprodotto. All'appello mancano un paio di titoli, il 7" Slowspeed to harbour e l'EP Exhibit 4, introvabili.
Magic Spill, il 10" di esordio del 1993, vedeva un gruppo ancora incerto sul da farsi, sia sul materiale (poco dinamico e troppo debitore dall'oltreoceano) che sul suono (impastato e rallentato). Poco male, ci pensò RPS a crederci e a consegnare loro il primo 7" della FSR, con l'ultrainfiammabile e morbosa Judas. Sul retro l'ossessione fangosa di Red (ricordo una recensione entusiastica di Badino su Rockerilla!). Sempre nel 1994 un altro 7" split coi cugini Ligament; gli Elevate spiattellano una versione di 2 days out of 5, che comparirà dopo due anni su The Architect, però registrata meglio. Nel 1995 è la volta di Two stray insight, saltellante e tutto sommato accessibile, sul retro la dirompente Splintered Spine già comparsa su Bronzee.
Infine, nel 1997 la fine con uno strano EP, Interior, che in teoria doveva essere il biglietto da visita per gli USA ma invece si rivelò essere il canto del cigno, vista anche la scomparsa della label coinvolta. Vi comparivano due highlights da The Architect, un'estratto da Bronzee e tre inediti, due dei quali contrassegnati da un'interessantissima deriva slow-core. Invece capolinea fu: Miles ed Elkington collaboreranno con RPS nei primi Sophia e May Queens, e solo il secondo continua tutt'oggi a suonare con vecchie glorie dell'alternative americano come Brokeback, Eleventh Dream Day e Freakwater.
Magic Spill, il 10" di esordio del 1993, vedeva un gruppo ancora incerto sul da farsi, sia sul materiale (poco dinamico e troppo debitore dall'oltreoceano) che sul suono (impastato e rallentato). Poco male, ci pensò RPS a crederci e a consegnare loro il primo 7" della FSR, con l'ultrainfiammabile e morbosa Judas. Sul retro l'ossessione fangosa di Red (ricordo una recensione entusiastica di Badino su Rockerilla!). Sempre nel 1994 un altro 7" split coi cugini Ligament; gli Elevate spiattellano una versione di 2 days out of 5, che comparirà dopo due anni su The Architect, però registrata meglio. Nel 1995 è la volta di Two stray insight, saltellante e tutto sommato accessibile, sul retro la dirompente Splintered Spine già comparsa su Bronzee.
Infine, nel 1997 la fine con uno strano EP, Interior, che in teoria doveva essere il biglietto da visita per gli USA ma invece si rivelò essere il canto del cigno, vista anche la scomparsa della label coinvolta. Vi comparivano due highlights da The Architect, un'estratto da Bronzee e tre inediti, due dei quali contrassegnati da un'interessantissima deriva slow-core. Invece capolinea fu: Miles ed Elkington collaboreranno con RPS nei primi Sophia e May Queens, e solo il secondo continua tutt'oggi a suonare con vecchie glorie dell'alternative americano come Brokeback, Eleventh Dream Day e Freakwater.
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Math-Rock,
Noise-Rock
martedì 18 luglio 2017
One More Grain – Isle Of Grain (2008)
Band inglese molto originale e dalla storia curiosa: due album ravvicinati nel decennio scorso e poi la migrazione del leader in Indonesia, ponendo la parola fine alla breve esistenza. La formula del quartetto vedeva di primo acchito lo spoken word del suddetto Quinn, per accento e cadenza molto molto simile a Mark E. Smith, ma dando un orecchio all'insieme era chiaro che si trattava solo di un dettaglio non dominante; il dispiegamento di sax e clarinetti e la sezione ritmica incessante e fluida, col basso in evidenza, rendono Isle of grain un flusso fresco e gradevole fra post-rock, dub bianchissimo e residuati jazzy dal basso profilo. Ed allora, sopra tutto questo contesto dai pezzi di durata contenuta, i discorsi cockney di Quinn diventano il valore aggiunto di un insieme che forse non può durare una vita, ma che lascia una bella testimonianza. Il gruppo si è riformato un paio d'anni fa ma ancora non ho ascoltato le nuove produzioni.
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Art-Rock
domenica 16 luglio 2017
Residents – Eskimo (1979)
In opposizione alla scellerata prolificità con cui criminalmente i Residents continuano a rilasciare dischi persino oggi, la gestazione di Eskimo è paradigmatica; ci misero ben 3 anni per portare a termine un'opera d'avanguardia che, se non è la migliore in assoluto del loro primo repertorio, di sicuro fu la prima del tutto priva di quell'ironia e di quella tragicomicità di cui trasudavano i precedenti.
La ben celebre tematica del disco sta nel documentario sugli eschimesi e sulle loro usanze, traslato nella tipica ottica astrusa e cartoonesca. Soltanto più di 20 anni dopo i Residents resero giustizia all'estrema cinematicità dell'opera pubblicando un dvd di slideshow e sottotitoli didascalici delle storie collegate ad ognuno dei pezzi. Quanto al contenuto, è una fenomenale formula di avant-weird-etnica irripetibile, irriproducibile, l'arte ed il fulmine della loro sapiente e consapevole follia. Un monumento antropologico al quale sarebbe dovuto seguire lo scioglimento, la parola missione compiuta, un labirinto che necessita di una moltitudine di ascolti per essere assimilato nella sua interezza. L'avvertenza di copertina recitava che Eskimo va ascoltato con vestiti pesanti o una coperta addosso. Total freezing cerebrale.
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Art,
Avantgarde
venerdì 14 luglio 2017
Hostsonaten – Symphony N. 1 : Cupid & Psyche (2016)
Ho sempre diffidato in maniera drastica del neo-prog fin dai primi anni '90, in cui mi capitò un'esperienza alquanto deludente: mi capitò sottomano un cd dei torinesi Calliope, Città di Frontiera, e lo trovai talmente brutto da rigettare qualsiasi esempio di questo calligrafico filone.
Non so praticamente nulla di Fabio Zuffanti, che viene sbandierato come il prog-master italico per eccellenza da oltre 20 anni. Ad ascoltare uno dei suoi ultimi progetti mi ha convinto un'appassionata recensione di Pardo su Blow Up, e devo dire che è andata bene: Symphony n. 1 è imbevuto di seventies fino al midollo, ma è registrato benissimo ed evita cadute di stile o di gusto, risultanto un prodotto di pura nostalgia, ma talmente onesto e privo di vanagloria. Zuffanti e l'altra metà del progetto, il pianista Scherani, hanno costruito un concept strumentale dinamico, pieno di colpi di scena come da rigore e riccamente orchestrato, con grande spazio ai fiati. Un po' Art Bears e un po' King Crimson altezza Lizard, è un disco che si lascia ascoltare con piacere, a condizione di non aspettarsi nient'altro.
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Prog-Rock
mercoledì 12 luglio 2017
Soft Machine – Fourth (1971)
L'artwork interno qui raffigurato sembra quasi una metafora della situazione in seno ai SM al momento della pubblicazione del quarto: sulla destra un Ratledge che giganteggia, braccia conserte, aria da capo nonostante una frangia improbabile. Sulla sinistra l'impassibile Hopper, che sembra pensare so il fatto mio e lo dimostro, e Dean, che guarda altrove con aria assente. Al centro, arretrato, un Wyatt piccolo piccolo, impacciato e a disagio, con aria quasi clericale, e con le mani in mano.
Fino ad allora tutti i dischi dei Soft Machine erano stati molto diversi fra loro, al punto che sembrava una band in perenne transizione. Fourth fu in qualche modo la pietra tombale del primo, gloriosissimo lustro. Il cattivone Ratledge, dopo avergli tarpato le ali impedendogli di contribuire creativamente, cacciò il nostro beniamino Bob, fresco fresco di End Of An Ear. Così Fourth rappresentò il suo addio alla Macchina; ascoltandolo in quello che credo sia l'unico disco in cui non apre bocca, possiamo tuttavia concentrarci sulle sue doti di batterista e concludere un'altra volta che, se ce n'era bisogno, era un grande anche alle pelli e lasciava il segno anche da gregario.
Per la cronaca, Fourth è un altro classico del jazz-rock algido ed oscuro che già aveva sfondato su Third, concentrato su minutaggi più ridotti. E' dominato da Hopper, che firma un 3/4 del lotto, in particolare con la lunga Virtually, una replica in toni meno apocalittici di Facelift ma quasi altrettanto affascinante. Eccellente, a prescindere.
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Jazz-Rock
lunedì 10 luglio 2017
Windhand – Soma (2013)
Quasi contemporaneo al bellissimo split con i Cough, il secondo album del quintetto di Richmond, che li conferma fra i campioni attuali del doom-metal. Come già constatai per il sopracitato, in un genere pressochè impossibile da innovare come questo può bastare anche solo una peculiarità per far drizzare le orecchie; nel caso dei Windhand, è la voce femminile di Dorthia, algida e quasi impassibile, priva di qualsiasi orpello se non qualche raddoppio in qua e in là, a starsene in piedi per miracolo come un fuscello isolato in mezzo ad una tempesta. Perchè sostanzialmente, Soma è un campionario di doom-metal asciutto, essenziale e granitico che forse non farà la storia, bensì ne rappresenta la sopravvivenza stessa ai giorni nostri.
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Doom-Metal
sabato 8 luglio 2017
Throbbing Gristle – Heathen Earth (1980)
Registrazione di un live privato in studio nel febbraio del 1980. I TG invitarono un'esiguo pubblico, filmarono l'avvenuto e misero su disco una delle loro prove più subliminali e meno violente. La mossa fu ben meditata, perchè segnava un chiaro marcatore del loro progressivo allontanarsi dalle muraglie di rumore bianco verso un elettronica puntuta e tagliente. Il termine della missione era vicino ma sapevano ancora offrire sprazzi di minacciosità e paraventi di allucinazione.
Per un'entità che dal vivo era solita rovesciare sul pubblico la maggior quantità possibile di violenza, l'uscita di un live meno aggressivo fu un gesto di rottura. L'ennesimo.
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Electro-Industrial,
Industrial
giovedì 6 luglio 2017
Hermetic Brotherhood of Lux-or - Ethnographies Vol. 2 (2012)
Collettivo sardo attivo già da una decina d'anni, con discreto anticipo della piccola ma notevole ondata della IOP. La filosofia dei loro dischi si porta dietro concettualità legate all'antropologia, alla storia ed all'esoterismo. Ethnographies Vol. 2 è un estenuante (nel senso positivo, s'intende) tour de force diviso in due parti abbastanza distinte: la prima, fatta di circospezioni di psichedelia etnico-desertica nello stile più o meno generalistico della IOP, con punte come Gravity Sucks e Orbitronio. La seconda, inaspettatamente, ci sputa addosso un furioso industrial-cyber-punk (riferimento principale gli Shit And Shine di Ladybird, ma lo spettro dei Ministry è dietro l'angolo) che annichilisce le atmosfere precedenti. Il disco si chiude con i 34 minuti di Yellow Avaritia, per sirene e pulviscolo dronico. La dispersione eccessiva è il suo difetto, ma è un lavoro che colpisce diretto allo stomaco.
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Post-psych
martedì 4 luglio 2017
Ferdinand Richard – En Forme !! (1981)
Il bassista degli Etron Fou Le Loublan al debutto solista, con un lavoro decisamente più melodico ma non per questo facile come si è sempre convenuto agli esponenti del RIO, persino negli anni ottanta. Il brillante concetto dietro En Forme!! è quello di suonare linee sempre arzigogolate ma smussate delle asperità del gruppo madre, in un substrato art-punk-wave stranito, suonato con foga ed evidente sense of humour. FR suona basso e chitarra, canta beffardo e sprezzante, coadiuvato da un batterista e più sporadicamente da un sassofonista ed un pianista, tanto per dare un po' di colore ad un disco molto teatrale, vista anche la presenza di un pugno di vignette di estrazione squisitamente vaudeville. Nonostante la disomogeneità, a più riprese En Forme!! rivelava un'autore molto originale e divertente; ed in ogni caso, i pezzi pseudo-punk sono quasi tutti irresistibili.
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Art-Rock,
Avant-Rock
domenica 2 luglio 2017
USA Is A Monster – Lost And Found (2012)
Pietra tombale posta sulla carriera del grandissimo power-duo, uscita soltanto su cassetta e su Bandcamp. Come scrive Colin Langenus nelle note di presentazione, gli sembrava doveroso recuperare queste 14 frattaglie (di cui una manciata registrate per compilation mai uscite), svuotare i cassetti del repertorio più oscuro del Mostro. Ovviamente è un prodotto riservato ai fans di stretta osservanza, che tuttavia copre un ottimo spettro dei vari stili messi in luce durante l'esistenza; quindi art-noise ultra-compatto, schegge enfatiche, ballads elettrificate sbilenche e dispari, canti pellerossa e complessità synth-derivanti dell'ultimo periodo. Qualche cosa è all'altezza dei dischi storici, qualche altro no.
Forse la loro missione è terminata al momento giusto, forse no. Io continuo a rimpiangerli.
venerdì 30 giugno 2017
Scream From The List 60 - Spacebox – Spacebox (1981)
Uli Trepte era stato il tellurico bassista dei Guru Guru; formatosi in ambito jazz, aveva poi rigettato le sue competenze tecniche in favore di uno stile estremamente fisico. Spacebox fu il suo gruppo all'inizio degli anni '80, col quale rilasciò soltanto due dischi, all'insegna di un delirante free-rock per quartetto comprendente un fiatista in libera uscita, Edgar Hofmann, una chitarra tutto sommato abbastanza allineata e la sezione ritmica arzigogolata del leader e dei due batteristi Schmidt e Beck.
La vocalità beffarda di Trepte e il sax tragicomico sono i tratti più distintivi nell'immediato di un impianto che sembra sgretolarsi in ogni momento, ma sa ri-aggrumarsi in un batter d'occhio. Le esplosioni dei Guru Guru non sono distantissime, ma Spacebox era chiaramente una faccenda tutta sua. Un suono che definirei sardonico-sarcastico, senza compromessi, un caos organizzato ai limiti dello humour più nero. Capolavoro irregolare.
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Art-Rock
mercoledì 28 giugno 2017
Palace Music – Lost Blues And Other Songs (1997)
Sulla scia del successo dei suoi primi 4 album, Will Oldham rimediò alla sua già proverbiale prolificità assemblando questa raccolta su Domino che comprendeva singoli sparsi ed una mezza dozzina fra live, inediti e versioni alternative. Oltre che una gradita compilazione per i fans, era anche il modo per chiudere un ciclo importante dato che si trattò dell'ultimo disco a nome Palace. Da lì in poi, infatti, sarebbe passato in modo irreversibile alla sigla Bonnie Prince Billy.
Sul contenuto, inevitabilmente disomogeneo ma inequivocabile; sono 15 tracce classiche del primo Billy, quello a mio parere più ispirato e spontaneo, l'alfiere del rinascimento folk nei fragorosi anni '90. In larga parte elettrico, Lost Blues annovera fra le perle più preziose del canzoniere: West Palm Beach, Gulf Shores, Ohio River Boat Song, Oh how I enjoy the light, Stable Will, una versione alternativa, quasi noise di Riding. Non lo ascoltavo da tanti anni e l'ho ritrovato fresco come allora.
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lunedì 26 giugno 2017
Bruce Anderson & Rich Stim - Bar Stool Walker (2012)
Le due vecchie glorie MX-80 che si riuniscono per un progetto dedito a, loro parole, strumentali di pop-rock melodico con assoli chitarristici ispirati. Parole un po' forti, ma intrise di un evidente senso ironico da parte di gente che, in fondo, può anche permettersi di fare più o meno ciò che pare loro. Ironia che traspare evidente fin dalla cover, un disegno che ritrae un signore molto anziano intento a muoversi con l'ausilio di un deambulatore. Bar Stool Walker appare come un prodotto nato da situazioni di divertissment ma con un senso compiuto ed un respiro fortemente cinematico, spaziando fra shuffle-blues strascicati e contaminati, surf ficcanti, tesi e scuri elettro-rock vagamente carpenteriani (The unsuspected, The bridge), preziose e fragorose reminescenze MX-80 tempi d'oro (Tall boy), splendide e rilassate contemplazioni (The warmth of the sun, Paper Hat) quelle sì, realmente melodiche e gemme di un disco di poche pretese, ma gradevolissimo.
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Post-Blues,
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sabato 24 giugno 2017
Missing Foundation – 1933 Your House Is Mine (1988)
Act newyorkese appartenente alla categoria dei complessi americani più spostati di fine anni '80, di quella stessa matrice che generò Vampire Rodents, Gravitar, Crash Worship ed altri folli di questo tipo.
Furono un po' la risposta americana all'industriale europeo; l'influenza originaria dei Throbbing Gristle e delle loro muraglie bianche veniva contaminata con voci isteriche, quasi belluine, chitarroni zavorrati e tribalismi pesanti. In qualche tratto sembra di assistere ad una parodia hardcore, quasi a sfottere i Ministry che concettualmente potevano contare sulla stessa estrazione ed invece si diedero una (per dire) ripulita e corsero verso il successo.
Ma sono solo episodi marginali, perchè 1933 è l'espressione sfigurata di un gruppo di folli scatenati, invasati e sconsiderati che seminano il panico.
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Industrial
giovedì 22 giugno 2017
Eugene S. Robinson & Philippe Petit – The Crying Of Lot 69 (2011)
Forse a ESR era mancata soltanto l'elettro-acustica, fra tutte le sventagliate di generi a cui ha prestato la sua voce. Anzi, questa collaborazione col francese omonimo del famoso funambolo degli anni '70 ha persino anticipato quanto ha realizzato con mr. Xiu Xiu un paio d'anni dopo.
Il marsigliese è un manipolatore sonoro che più che far uscire dischi da solo predilige collaborazioni con nomi stagionati e generalmente demodè ma di un certo livello. The Crying Of Lot 69 è un flusso abbastanza compatto di elettronica sporca, droni sibilanti, concretismi, astrazioni dissonanti. Qualche puntatina saltuaria con parvenza melodica è molto significativa perchè sembra buttarla in sottilissima caciara e salace ironia, per contrasto col plumbeo umore generale. ESR non si scompone più di tanto e bada al sodo, ai contenuti. Le prime parole che pronuncia sono You can trust me. Oh, certo che sì. Ti crediamo e vogliamo continuare a sentirti parlare.
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Electro-Acoustic
martedì 20 giugno 2017
Trumans Water – Of Thick Tum (1992)
Il famoso debutto dei TW per il quale John Peel perse la testa, mandandolo in onda per intero. Diciamo che per molto, tantissimo tempo, ho bistrattato Of Thick Tum in favore del secondo Spasm Smash..., perchè sono un po' allergico ai Sonic Youth ed i pur brevi frangenti in cui si sente qualche reminescenza mi avevano reso un po' prevenuto. Oggi, al quinto/sesto ascolto consecutivo, sono costretto a convenire che si tratta di un discone anch'esso, che si inserisce nella lunga scia dei grandi geni irregolari (Pere Ubu, il Capitano) aggiornati all'era dell'alternative rock, fratturato oltre l'inverosimile eppure miracolosamente compatto e coeso. Del resto, il loro suono spigoloso (e le imperfezioni, volute o casuali che fossero) è invecchiato molto molto bene. E loro erano dei dannati folli.
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domenica 18 giugno 2017
Implodes – Recurring Dream (2013)
Difficile, difficilissimo ripetersi ai livelli di un esordio che aveva fatto gridare al piccolo miracolo nel 2011. Per il secondo album gli Implodes non hanno cambiato un granchè la loro formula fuzz-drone-gothic-foggy, se non affidandosi ad un suono più nitido e pieno, per non dire di una produzione più professionale.
Punto che sulla carta non sarebbe a favore, in luogo di una leggera perdita di spontaneità e/o mistero che ammantava Black Earth: svelato l'arcano, al primo ascolto rispetto ad esso sembrano mancare persino i pezzi killer e/o quelle divine parentesi acustiche che lo impreziosivano. Insistendo con l'approfondimento, poi però si scopre un album molto compatto, focalizzato più sulle atmosfere caldo-freddo che i chicagoani sanno confezionare con (pare) estrema facilità e naturalezza. Ed allora sì, pazienza se il miracolo non si ripete, lasciamoci andare in questo sogno senza prevenzioni; in casa Kranky sono ancora i campioni.
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Psych-Rock
venerdì 16 giugno 2017
Cocteau Twins – Head Over Heels (1983)
Il secondo album degli scozzesi, un fermo immagine importante per gli sviluppi del dream-pop di cui furono fra i pionieri. Dopo il debutto, il bassista originale lasciò, così la Frazer e Guthrie si ritrovarono a dover far fronte alle promesse degli inizi senza un pezzo importante del loro assetto. Invece di sostituirlo, il chitarrista si caricò tutto sulle spalle e fece centro. Con l'impeccabile Frazer ancora impegnata a dipanare filastrocche e cercare di superare il modello Siouxsie, a cui era tecnicamente superiore, elaborò 10 pezzi che facevano da ponte perfetto fra la dark-wave e gli impasti zuccherosi che avrebbero contraddistinto i loro (scarsi, a mio avviso) dischi successivi. La progressione artistica è un concetto non negoziabile, certo; nelle sue pieghe più gotiche Head Over Heels resta un disco molto significativo della seconda ondata della wave britannica, nonchè apice dei Cocteau Twins.
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Dream-Dark
mercoledì 14 giugno 2017
Hella – Church Gone Wild / Chirpin Hard (2005)
Solo due folli come Zack Hill e Spencer Seim potevano concepire questa freak-opera, peraltro abbastanza ignorata, se non stroncata da più parti dagli addetti; per il loro terzo album, realizzarono un doppio in cui si dividevano totalmente. Se nelle note interne non fosse stato specificato con precisione che Church gone wild è del batterista e Chirpin Hard del chitarrista, a scatola chiusa si sarebbe anche potuto pensare ad un tomo realizzato in combutta, nonostante le differenze palpabili.
Ebbene, sono 3 giorni che li ascolto in continuazione e non riesco a stancarmi neanche un attimo, anzi; ad ogni giro la curiosità e la sorpresa mi colgono e mi elettrizzano, senza sosta. Che fossero un duo ultra-peculiare ce ne eravamo accorti fin dal debutto, ma questa ora e 3/4 li eleva al rango di outsiders totali del nuovo millennio, per quanto sia sempre più difficile indossare queste vesti.
Chirpin Hard è stato argutamente definito nintendo-rock, ma suona quasi normale in confronto a Church Gone Wild, che è un capolavoro di freakitudine moderna, il parto di un pazzo furioso ed incontrollabile. Non servono altre descrizioni, anche perchè non le saprei trovare.
Uno spasso totale.
Uno spasso totale.
lunedì 12 giugno 2017
Fugazi – Repeater (1990)
Tempo fa, leggendo l'eccellente Our Band can be your life, che racconta la biografia di 10 grandi band americane durante gli anni '80, mi sono quasi commosso durante il capitolo dei Fugazi. La loro celeberrima integrità morale e la loro etica hanno rappresentato un modello irripetibile, che nel mondo malato e marcio di oggi non sarebbe mai potuto esistere. E' vero che durante gli '80 pubblicarono soltanto i primi singoli, ma in quel decennio dedicarono anima e corpo alla coltivazione di quanto avrebbero raccolto nei '90, strameritato culto, stima illimitata e popolarità internazionale.
Per quanto riguarda Repeater, poco da dire su una trafila di album mai sbagliati e mai fuori fuoco, di cui fu soltanto il primo della lista. Me la sbrigo con la massima che i Fugazi sono stati per l'hardcore ciò che i Wire furono per il punk inglese; sviluppatori di un nuovo linguaggio e pionieri di nuove strade che quasi nessuno ha percorso con lo stesso successo.
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sabato 10 giugno 2017
Gorge Trio – Dead Chicken Fear No Knife (1998)
Trio californiano (doppia chitarra e batteria) attivo fra fine '90 e primi '00, appartenente a quella propaggine colta americana di cui la Skin Graft fu etichetta putativa, che comprendeva fra gli altri U.S. Maple, Brise-Glace, You Fantastic!. Stranamente lì si accasarono solo per l'ultimo disco, quando ormai questo micro-movimento di avant-rock aveva speso le sue migliori cartucce. Dead chicken fu il loro primo ed uscì lo stesso anno in cui i tre comparivano su Economy of motion, unico album dei Colossamite di cui facevano parte insieme all'ex Dazzling Killmen Nick Sakes.
Per quale motivo la Skin Graft non li abbia messi sotto rooster, resta un mistero perchè il disco è un ombroso ed eccellente caso di commistione strumentale fra Slint, Don Caballero, Captain Beefheart e free-jazz, con un doppio attacco di chitarre cervellotiche ed una batteria tentacolare ma mai vanitosa. Musica che sa bene di essere intelligente e complicata, ma che non si compiace di esserlo come i classici del genere.
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giovedì 8 giugno 2017
Psychedelic Furs – Talk Talk Talk (1981)
Il miglior disco in studio dei Furs, per diversi motivi. L'eccellente debutto aveva rivelato un gruppo unico nel panorama wave inglese, capace di crearsi un suo stile fatto di glam, punk, dark e psichedelia; tuttavia alcune ingenuità erano affiorate e Butler & Co. necessitavano di un amalgama superiore, che arrivò ineffabile su Talk Talk Talk. Questo fu l'ultimo con la formazione originale a sei, e checchè se ne dica, in seguito la band avrebbe risentito delle dipartite di Morris e Kilburn, ingredienti essenziali in un suono che si fece formula. L'ultimo con la produzione inestimabile di Lillywhite, master assoluto della wave tutta e perfetto nell'equilibrare le dinamiche del suono. Un vero atto di maturità, una decina di pezzi praticamente perfetti fra melodie oblique ma fluenti (Dumb Waiters, It goes on), pop-song irresistibili (Pretty in pink, No Tears, She is mine), glam gotici di razza come solo loro (All of this and nothing, I wanna sleep with you), sfuriate acide alla velocità della luce (Into you like a train, Mr. Jones). Inossidabile.
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martedì 6 giugno 2017
Innercity Ensemble – II (2014)
Dalla Polonia, un'ensemble, per l'appunto, di 8 elementi dedito ad una psichedelia contaminata ed eclettica. Quasi inevitabile la presenza del chitarrista Kuba Ziolek, agitatore di una scena (presunta o meno che sia) che si fa sempre più interessante. Due lunghe suite, White e Black, entrambe suddivise in 5/6 tracce, che mescolano indifferentemente afflati lisergici arcaici, post-rock dinamico, tribalismi assortiti, l'oncia sindacale di elettronica e qualche impennata di hard-psych al momento adatto. Splendido l'apporto della tromba, che compassata volteggia sopra tutto il sistema senza mai invadere il campo. Fra No Neck Blues Band, Godspeed You Black Emperor e Supersilent; i fans della sempreverde jam psichedelica traggano il relativo piacere.
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domenica 4 giugno 2017
Fermáta – Huascaran (1978)
Irresistibile jazz-funk-rock con una puntina di prog, suonato da un quartetto di assatanati. Sulla carta l'anno di uscita, il 1978, lascerebbe immaginare un ritardo storico non indifferente oppure un involontario allineamento alle tendenze in drastico declino. Nulla di tutto questo, perchè i Fermàta provenivano neanche da Praga, ma addirittura dalla Slovacchia, ai tempi ancora unita alla Repubblica Ceca. Questo basta, secondo me, a giustificare lo scarto temporale.
In realtà con Huascaran erano già al terzo album ed in attività da diversi anni, ed il luogo di provenienza non era propriamente fra i più favorevoli in cui crescere e dettare le proprie idee, salvo starsene in silenzio e far parlare i propri strumenti. Ma se lo si prende a scatola chiusa, Huascaran si direbbe un prodotto proveniente dall'Europa Occidentale; la tecnica sopraffina, il buon gusto delle articolate costruzioni, il perfetto amalgama delle orchestrazioni, lo rendono godibilissimo ed all'altezza di gruppi più quotati della stessa area (Mahavishnu Orchestra il riferimento più visibile). Concept strumentale dedicato alle vittime del terribile terremoto in Perù che nel 1970 fece 80.000 vittime, fra cui anche un manipolo di scalatori loro connazionali che disgraziatamente si trovavano proprio nell'epicentro, la montagna Huascaran.
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venerdì 2 giugno 2017
Mark Eitzel – Glory (2013)
Un attacco cardiaco ha rischiato di portarcelo via. Ma non sia mai. Passato il mezzo secolo di età e l'enorme spavento, Eitzel ha ritrovato una felice vena che ci auguriamo tramonti il più tardi possibile, d'altra parte abbiamo sempre bisogno dei suoi flussi di spleen. Dopo essere resuscitato con lo splendido Don't be a stranger, ha benevolmente bissato con il non inferiore Glory, rilasciato in un edizione ultra-limitata (soltanto 750 cd!) in un dichiarato tono minore: il sottotitolo recita Nuove Canzoni - Demos - Registrazioni casalinghe con amici.
Rispetto al precedente, è una raccolta dai toni più dimessi, quasi delicata; escludendo un paio di numeri che si ricollegano a The invisible man ed un altro che addirittura riporta ad antiche memorie AMC (memorabile il fragore psichedelico di Last ten years), è un pieno di umiltà ed intimismo in cui il pianoforte guida la maggior parte dei pezzi e l'inconfondibile trademark trionfa sempre.
Che il suo cuore resti agitato solo artisticamente.
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