E' un po' che non abbiamo più notizie di John Burton, per cui retrospettiva su questo pseudo-live dal concetto fascinoso: invitato ad un festival a Tunisi, gli è stato imposto di eseguire il suo concerto con l'ausilio anche di materiali registrati nei dintorni. Col nastro poi è tornato a casa ed ha assemblato il disco finale, risultato in un meltin' pot ambizioso di influenze locali, un po' di acustica ed electro-ambient polverosa, misticheggiante, da miraggio desertico. Fra canti di muezzin, strumming, droni estatici, ipnosi e tribalismi, Burton è riuscito a non farsi prendere la mano ed ha fatto centro, e che si tratti di un live ce ne accorgiamo solo negli ultimi secondi, quando un caloroso applauso si leva dal pubblico.
giovedì 1 novembre 2018
martedì 30 ottobre 2018
Scream From The List 76 - Musica Elettronica Viva – Leave The City (1970)
La Audion Guide pone una postilla alla voce MEV: Although some people may quote
other MEV albums, this relates most closely to NWW's own music, being more
rock avant-garde. Possiamo anche trovarci d'accordo, ma come la mettiamo col fatto che Alvin Curran, il factotum dell'entità MEV (per chi non lo sapesse, raggruppamento di hippie-dropouts americani radunati a Roma a fine anni '60 per delle improvvisazioni più o meno radicali, più o meno aperte a chiunque), ha dichiarato che Leave the city è il parto di due ragazzi francesi entrati nel collettivo e poi scappati in patria a fare il loro disco "rubato"?
Certo, il concetto di gruppo aperto in questo caso fu un po' troppo frainteso oppure Ivan e Patricia Coaquette fecero una furbata dalle possibili conseguenze legali, poi non avvenute. Curran la prese con filosofia, evidentemente, e difatti l'album non compare nella discografia di Wikipedia, ad esempio. Se lo confrontiamo con il coevo, originale di appartenenza The sound pool, possiamo indubbiamente trovare delle assonanze, sia concettuali che di sonorità. Quindi facciamo finta di niente e lanciamoci nell'ascolto di queste due suite da oltre 20 minuti.
Message è una mini sinfonia hippy per percussioni, droni, flautini, campanine e coretti estatici. L'effetto ipnosi è garantito, ma forse dura un po' troppo.
Molto, ma molto meglio Cosmic Communion, un oscurissimo e rovinoso gorgo elettro-acustico, una roba da caccia alle streghe con coda sballo-acustica che sembra di sentire i Flying Saucer Attack più rurali, un quarto di secolo prima. E' questo a rendere il disco speciale, al di là di tutte le premesse e i fattacci inerenti.
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Avantgarde
domenica 28 ottobre 2018
Girls Against Boys – Venus Luxure No.1 Baby (1993)
La coesione assoluta, il climax sonoro, la messa a fuoco incendiaria, questo è Venus Luxure. Dopo gli esperimenti in precariato ed il primo sorprendente album, era nell'aria che i GVSB avrebbero sfornato un capolavoro del genere, ed oggi ne celebro personalmente il venticinquennale (nella mia graduatoria del 1993, si classificò terzo). Ormai seppellite le origini hardcore, i quattro si concentravano sull'impatto frontale, con ben pochi fronzoli. Una scaletta infallibile, con le dovute pause strategicamente ben equidistanti (la torbida Satin Down, la melmosa nenia Get Down, la spettrale Bug House, il miglior finale possibile). Il focus del disco, una mitragliata di corse a rotta di collo, Go be delighted, Let Me Come Back, Learned It, Billy's one stop, e in evidenza il video-lancio Bulletprood cupid, che vidi incantato e magnetizzato per la prima volta su Indies (purtroppo ora introvabile sul tubo). L'amalgama generale e gli arrangiamenti di Janney erano i loro segreti principi, ma non posso fare a meno di segnalare Fleisig come il migliore in campo, uno dei migliori batteristi di tutti i nineties.
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venerdì 26 ottobre 2018
Messthetics – The Messthetics (2018)
Solletica la fantasia. Sì, facile intuirlo. Quella che forse hanno tanti in comune.
FF di Bastonate ha scritto una delle sue memorabili: Non riesco a decidere davvero se quello dei Messthetics sia un disco
bellissimo o una scoreggia epica, ci sono tanti argomenti a favore
dell’una e dell’altra tesi.
Per chi non lo sapesse, Messthetics è un tech-trio, al basso c'è Joe Lally, alla batteria c'è Brandon Canty. Ma la musica che fanno non c'entra nulla coi Fugazi, davvero, perchè con loro c'è un guitar-hero, tale Anthony Pirog, che evidentemente ha rispetto ma nessun timore reverenziale nei confronti delle due eminenze grigie e fa la sua cosa, ingombrante, buzzurra, eccessiva, ma a volte anche di buon gusto. Il formato e certe arie me li fanno pensare come una versione pseudo-intellettuale dei Mermen, più calata nel presente.
Alla fine non è nè bellissimo nè una scoreggia epica. E' un disco che sarebbe potuto essere ben poco digeribile, ma se chiudiamo gli occhi e non pensiamo alle due eminenze e ci lasciamo andare, sentiamo l'onestà di fondo che trasuda e la accettiamo di buon grado.
Ah, la fantasia di cui alla prima riga....non è passata. Se fosse stato tutto un grande scherzo, una palestra, un preparativo? Chissà....
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mercoledì 24 ottobre 2018
Sophia – Fixed Water (1996)
Gennaio 1997, Fixed Water arriva nel mio negozio di fiducia a due mesi di distanza dall'uscita, album n. 4 della Flower Shop di Robin Proper Sheppard. Mi ero messo il cuore in pace con la fine dei God Machine, due anni e mezzo prima, e le già viste recensioni parlavano di una conversione al cantautorato semi-acustico, a suoni placidi e quieti. Il Pig mette su il cd e partono le note fragili, lente e ben scandite di Is It Any Wonder.
Qualche anno dopo, quando Robin capitò a suonare dalle mie parti, me lo sono fatto autografare.
Qualche anno dopo, quando Robin capitò a suonare dalle mie parti, me lo sono fatto autografare.
E' un sabato pomeriggio freddo e nebbioso, e manca pochissimo alla mia partenza per il servizio militare. Fixed Water scorre tranquillamente, come fosse un raccoglimento semi-malinconico alla memoria di Jimmy Fernandez. Trovavo curiosa e non appropriata la scelta di un monicker così anonimo, Sophia. Era forse ella una donna così importante da meritarselo?
Una svolta dolorosa, una catarsi silente, una specie di purificazione. In tutta sincerità, Fixed Water non è stato il suo album migliore: a posteriori, i brani veramente memorabili sono soltanto 3 su 8: So slow, When you're sad e The death of a salesman, che oggi chissà perchè mi fa venire in mente Kurt Cobain, immaginandomela in versione grunge. Sarebbe stato un anthem perfetto per i Nirvana.
Questo è un caso in cui il valore affettivo supera quello intrinseco. Dopo pochi giorni, le note di quei 3 pezzi mi risuonavano in testa continuamente, le avevo già mandate a memoria indissolubile. Era il debutto di Robin Proper Sheppard; volevo bene a questo artista.
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lunedì 22 ottobre 2018
Volcano The Bear – Egg And Two Books (2006)
Live dei VTB giocato in casa in quel di Leicester, registrato nel giugno del 2006. Droni incessanti, fanfare dissonanti, voce straziata e disgraziata, chitarre acustiche stentoree, batteria tonfante sullo sfondo, piani suonati senza pietà, per un concerto che paradossalmente, rinunciando agli studio-tricks o alle sovraincisioni, costringe i quattro a giocare all'essenziale finendo così per evitare le lungaggini che hanno quasi sempre minato i dischi in studio. Si trattava comunque di un periodo di grazia, dato che dello stesso anno è il loro capolavoro riconosciuto. Difficile dire se si tratti di un disco per completisti, vista la peculiarità del loro marchio: di sicuro è uno dei migliori.
sabato 20 ottobre 2018
Mick Karn Featuring David Sylvian – Buoy EP (1986)
Solitamente non mi soffermo sugli EPs singoli, ma in questo caso occorre fare un'eccezione perchè questo 12" segnò una importante, seppur isolata, riappacificazione fra Sylvian e Karn, a 3 anni dallo scioglimento dei Japan, il cui motivo era il logoramento dovuto alla ben nota tensione fra i due. Il pezzo che intitola il vinile, fra l'altro, è un autentico gioiello; atmosfera notturna, ritmica decisa ma raffinata, grande enfasi sul clarinetto e sul basso di Karn, il valore aggiunto della voce di DS. Un passo in avanti rispetto alle ultime prove dei Japan, una deviazione per entrambi che avrebbe meritato più spazio, peccato non si siano spinti oltre. I restanti due sono strumentali per soli fiati (Dreams of reason) ed una specie di soundtrack dal sapore etnico (Language of ritual), sicuramente marginali ma comunque gradevoli, in quanto in linea con la produzione contemporanea del grande bassista.
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giovedì 18 ottobre 2018
Wraiths – Oriflamme (2006)
Atto d'esordio del duo più temibile delle brughiere scozzesi, ovviamente autoprodotto, stampato in 50 cd-r e poi riedito in vinile dalla Aurora Borealis un paio d'anni dopo. Come il successore, il terrificante Plaguebearer, è un incubo industrial-noise di stampo ritualistico diviso in due tracce da 20 minuti, ed è un efficacissimo anti-stress: scie galattiche, sbuffi metallici, abissi di perdizione, vortici sterminati, droni ispidi ed irsuti. Leggermente inferiore al sopracitato, ma soltanto perchè più monocromatico; mancano gli spunti percussivi, che forse hanno costituito il punto di forza. Ma restano molto ma molto superiori alla media dell'harsh-noise degli anni Zero.
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martedì 16 ottobre 2018
Motorpsycho – Timothy's Monster (1994)
Un passo importante di carriera: dopo i riconoscimenti internazionali per Demon Box, l'approdo su major fu pressochè inevitabile. Ciò che stupiva era che, passato neanche un anno da quel mastodonte, i ragazzi di Trondheim se ne tornavano con un doppio cd. La prolificità resterà una costante nel proseguio del loro cammino, a volte anche a scapito della qualità.
Forse proprio per questo motivo al tempo vidi Timothy's Monster come una mezza delusione: rispetto a Demon Box mancava la giusta follia, era un album meditato, dilatato e con alcune lungaggini che potevano renderlo un ottimo singolo. La formula indie-psych-hard restava esaltante, ma le debolezze insite in questo paio d'ore abbassavano la media con le perle incastonate: Trapdoor, Wearing Yr Smell, Leave it like that sul versante squisitamente Dinosaur Jr, On my pillow splendida ballad slacker-lisergica, i 17 minuti della possente ed evocativa The Wheel, i 13 della celestiale esplosione The Golden Core.
In ogni caso, riascoltandolo oggi dopo oltre 20 anni, Timothy's Monster riacquista un certo valore anche nei momenti meno esaltanti. D'altra parte, la bravura dei Motorpsycho era quella di saper mutuare con evidenza mediando con la grandeur scandinava e quel senso dell'eccesso tutto loro. Oppure sarà soltanto il ricordo dell'adolescenza.
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domenica 14 ottobre 2018
Xiu Xiu – Knife Play (2002)
Lo spiazzante e sorprendente album di debutto di Jamie Stewart, un po' prima che il moniker lo identificasse in maniera radicata e pressochè solista. Nel pieno del revival della new-wave se ne usciva alla guida di un quartetto che riusciva nell'impresa di creare un ibrido fra Mark Hollis, David Thomas e il synth-pop. Sarà il primo di una lunga serie che continua tutt'oggi, un po' abusata a dire la verità, ma comunque espressione di un output artistico sincero ed eclettico, con una sensibilità che ha ben poco di americano. Knife Play ne era la pistola fumante, ed ebbe un riscontro di critica immediato ed unanime: più che di coltelli, un gioco di ombre e luci, vuoti e pieni, schizofrenia e sentimento. Per almeno 3/4 anni, Xiu Xiu resterà una garanzia.
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venerdì 12 ottobre 2018
Birthday Party – Junkyard (1982)
Serviva una replica ancor più violenta del debutto Prayers On Fire per aggiudicarsi probabilmente la palma di disco più crudo e cruento di tutta la storia della 4AD. Un vero e proprio abisso separava l'art-dark-punk dei primi artisti che pubblicarono sull'etichetta di Ivo (Bauhaus, Modern English, Colin Newman) dai primi due album degli australiani; macelleria noise-blues destinata ad avere un'influenza gigantesca che si espanderà anche in tutto il nordamerica, ben oltre il decennio di appartenenza. Un Nick Cave animalesco ed esagitato ma dopotutto ancora abbastanza basso nel mixing era il valore aggiunto di una produzione un po' compressa; un teatro degli orrori forse non invecchiato benissimo, ma che fa ancora il suo cattivo effetto.
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mercoledì 10 ottobre 2018
Yowie – Synchromysticism (2017)
Math-rock acrobatico ed ultra-compresso da parte di un trio statunitense che tiene alto il vessillo ultra-ventennale della Skin Graft e che tramite essa ha rilasciato soltanto 3 album in 13 anni, si dice a causa di una pignoleria oltre i limiti del maniacale. Batteria ad orologeria sincopata, chitarra scurissima e chirurgica ma soprattutto un basso pauroso e rombante....che un basso non è, scopro alla fine, bensì di una chitarra baritona. Una coesione che ha dell'elettronico, dell'ingegneristico, e la strategica durata di mezz'ora (vista la monocromaticità, una scelta davvero intelligente) per un disco che incute timore ed ansia. Curioso il fatto che molte recensioni l'abbiano accostato al progressive; a me sembra un po' astruso, ma capisco che siamo di fronte ad una musica davvero peculiare.
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lunedì 8 ottobre 2018
Insides – Euphoria (1993)
Preludio a quel sublime trionfo che fu Clear Skin, questo fu il debutto della coppia Tardo/Yates, nove pezzi di dream-pop a base di elettronica raffinata. La voce suadente e delicata della seconda sopra le basi e le chitarre cristalline del primo, per un assieme di bellezza assoluta. Semplicistico in confronto al loro capolavoro, ma assolutamente paradiasiaco. Per gli amanti dei Seefeel potrà sembrare un po' troppo pulitino, per quelli dei Cocteau Twins potrà sembrare poco sviluppato in termini di arrangiamenti; certo è che la loro voce personale l'avevano trovata, e vien da chiedersi come mai la 4AD non se li fosse accaparrati.
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sabato 6 ottobre 2018
Mamiffer – Mare Decendrii (2011)
Tre anni dopo lo splendido debutto che ci aveva fatto scoprire il talento di Faith Coloccia, lei e Turner tornavano con un secondo più ambizioso, più enfatico e magniloquente. Pezzi lunghissimi, uno stuolo interminabile di musicisti assoldati alle orchestrazioni, composizioni dilatate, fasi quasi prossime al silenzio. Sembra che Turner abbia preso campo nella progettazione (molte più chitarre, seppur sostanzialmente educate), e non è un bene; il primo pezzo, As Freedom Rings, si sviluppa su un giro pachidermico di vaga reminescenza Isisiana che tedia non poco (e non è per nulla attinente al mood generico della Coloccia). Per fortuna, a partire dai 20 minuti di We Speak in the dark la signora riprende in mano la situazione e le sue lente, ipnotiche partiture pianistiche tornano a farsi centrali, a sfiorare una musica da camera elettrificata ad alto impatto drammaturgico. Eating our bodies e Iron Water concludono il disco in grande bellezza, ristabilendo l'equilibrio imponente di questa artista dalla personalità impareggiabile.
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Art-Rock
giovedì 4 ottobre 2018
Ash Ra Tempel – Schwingungen (1972)
ART atto secondo, Klaus Schulze se ne è già andato per lidi cosmici e viene rimpiazzato da Wolfgang Muller. Il bassista Hermut Enke gioca a fare il Roger Waters della situazione, prende in mano il gruppo e firma in totale solitaria i 3 titoli.
Ma cosa c'era mai da comporre, in sostanza sono 3 jams diluite: Light: Look at your sun, un blues acido e compassato. Darkness: Flowers must die una cavalcata semi-tribale. Suche & Liebe una suite elaborata in pieno stile floydiano alla Saucerful of Secrets, con tanto di finale estasiato. Ad un primo esame superficiale, sarebbe stato un disco passabilissimo, eppure entra dentro gentilmente, con il giovane master Gottsching che aleggia e galleggia sopra di tutto eludendo la forza di gravità, come solo lui sapeva fare.
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Psych-Rock
martedì 2 ottobre 2018
Idaho – People Like Us Didn't Stop (Live, Radio & Rehearsal Vol. 2) (2017)
Ci sono voluti solo 17 anni per dare un seguito a quel diamante grezzo e confuso che fu il volume 1 della (presunta) serie. Il nostro Jeff continua a dare in pasto ai suoi pochi ed affezionati fans materiale d'archivio, con la solita flemma, durante la lavorazione del seguito al balbettante You were a dick. Seguendo il filo del discorso cronologico, riprende una ventina di estratti dal vivo a partire dal 1994 (la sempre magnifica Drive It) per spingersi fino alle registrazioni del 2008 in Francia, da sempre terra europea di massima stima nei confronti del nostro.
Nel mezzo, vengono citati pressochè tutti gli albums che hanno segnato la sua saga: il quartetto del 1996 di Three Sheets to the wind (da brividi Get You Back), la fase successiva di Forbidden, Hearts Of Palm, Alas e Levitate con almeno un estratto cadauno, dopodichè giustamente più spazio al tour europeo dell'autunno 2002 che vide un cambio significativo e fu documentato sul grande bootleg di Gleis, a santificare discograficamente per la prima volta tracce come Up For Living e la sismica Bailout. Infine il salto al 2008, con le White Sessions di Parigi, un inedito registrato in Belgio (Purple, abbastanza ordinaria), To Be The One e Lately presenze obbligatorie, una curiosa versione accelerata di Social Studies e la pastorale baldanzosa Ready to go di cui ci mancava soltanto il titolo.
Come doveroso, il tutto dedicato alla memoria di John Barry.
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domenica 30 settembre 2018
Scream From The List 75 - Alcatraz – Vampire State Building (1972)
Filed under le cose più accessibili della list, e pertanto destinate ad un oblio maggiorato in quanto nè innovative nè rivoluzionarie. Semplicemente jazz-rock fra Soft Machine di IV, Jethro Tull di Stand Up e Colosseum di Daughter of time, da parte di un quintetto amburghese che rischia di essere citato soltanto perchè registrò Vampire State Building nello stesso studio in cui, più o meno contemporaneamente, i Faust scrivevano la storia col loro primo.
Lo spettro coperto è notevole, partendo dall'opening soffice ed educato dell'apertura fino al tornitruante finale con tutto quello che ci poteva stare dentro, luoghi comuni o meno. Doveva esserci voluto del tempo agli Alcatraz per preparare questo album, lo registrarono in 3 soli giorni e poi restarono fermi fino al 1978. Non erano destinati a fare storia, ma erano veramente bravi e l'inclusione nella List fu un attestato di stima importante.
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Jazz-Rock
venerdì 28 settembre 2018
High Tide – A Fierce Nature (1990)
Nel 1986 Tony Hill, dopo una quindicina d'anni di pausa, resuscitò la sigla High Tide, forse per un rinnovato interesse nei confronti del fenomenale act che aveva guidato a fine '60 nel ginepraio inglese, senza alcun successo. Inizialmente fece una cassetta con Simon House, poi ripescò due registrazioni d'archivio dei tempi, ed infine nel 1990 la tedesca World Wide Records gli permise di pubblicare ben 3 dischi, con il quale pose definitivamente la parola fine sulla storia del gruppo. Le uscite successive sono state tutte roba d'archivio, più o meno ben fatte.
Di quei 3 album inediti, A fierce nature è sicuramente il migliore, nonostante una registrazione che certo non è molto fedele, ma d'altra parte questa è stata la maledizione costante nella carriera del grande chitarrista. Ad aiutarlo in questa sede soltanto il batterista Drachen Theaker, il quale sfortunatamente soltanto due anni dopo è venuto a mancare per malattia.
Il tempo aveva ammorbidito un po' le velleità di TH, che qui si concentrava abbastanza sulla forma canzone, lasciando al modello jam soltanto un paio di tracce. L'assenza di House ovviamente lasciava il campo libero alla sei corde, ma in alcuni tratti si sentono gli echi di un passato in cui le arie autunnali e meditabonde si facevano largo, evidenziando un talento purtroppo rimasto inascoltato al mondo. Chess, Roll on e A fierce nature le migliori in questo senso, mentre il gorgo abissale di Incitement restituiva il lato più incendiario di HT. Il congedo acustico di Power and purpose invece ha il sapore di un saluto nostalgico, se non un po' amaro. Era giusto essere tornati, giusto per dire ciao, lo sapete che c'eravamo anche noi allora?
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Psych-Rock
mercoledì 26 settembre 2018
New Year – Snow (2017)
Imbiancati dalla neve, dai capelli e dalle barbe, i fratelli Kadane sono tornati a ben 9 anni di distanza dal precedente.
Con un disco violento, aggressivo ed iper-veloce.
Scherzo, ovviamente. Cosa mai potrebbe cambiare? La title-track, una delicatezza di 6 minuti, sfodera un piano elettrico suonato dal buon Matt. Che torna nella stupenda filastrocca The last fall. Homebody è una florescenza con ritmo dispari che sembra prelevata di forza da What fun life was. Recent history, con la sua vigoria sembra prelevata dalla parte finale di Transaction de novo. Il nodoso valzer di Amnesia è pressochè una novità assoluta. L'altro pezzo lungo, The beast, è una stasi elettrica ad alto voltaggio che volteggia leggera leggera. Il resto della scaletta è poco più che ordinario.
Registrato da Steve Albini, Snow è arrivato quasi senza preavviso, quando ormai non pensavo più che fine avessero fatto. Continueranno a fare i soliti dischi per chissà quanto, i Kadane Bros, ed ogni volta mi stupirò di quanto siano maestri nella loro arte.
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lunedì 24 settembre 2018
A.R. Kane – "i" (1989)
L'estrema ambizione degli A.R. Kane si materializzò con questo doppio, appena un anno dopo lo splendido debutto. Evidentemente uno sforzo non da poco, dato che per un quinquennio ci fu uno iato e poi la dissoluzione. Il loro afro-indie-psych-shoegaze-pop si tinse di nuove suggestioni, incluse una maggiore accessibilità generale delle composizioni e qualche inserto elettronico, per uno scenario sempre più poliedrico. Un disco comunque non esente da difetti, fra cui la scarsezza generica del vocalist che emerge impietosamente (che fosse un punto caratteristico lo si era capito su 69) e l'eccessiva lunghezza, dato che tagliando 3/4 pezzi passabili (quelli un po' più danzerecci, ad esempio) si sarebbe eguagliato tranquillamente il livello precedentemente raggiunto. Resta comunque gradevolissimo.
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sabato 22 settembre 2018
Tim Hecker – Love Streams (2016)
Il prestigioso approdo di Hecker alla 4AD, coronamento di una carriera sempre più personale ed importante. Registrato in Islanda, con Ben Frost alla registrazione e l'ausilio del coro nazionale locale. Mentre il fenomeno hauntology sembra ormai essere scemato, il buon canadese se ne esce col suo disco più ipnagogico. Questo si chiama dare una lezione di architettura sonora, perchè TH estrae dal cappello un fascinosissimo, lussureggiante e poliedrico album dal filo conduttore comune, labirintico come da matrice ma dai suoni che così nitidi per lui non sono mai stati. Le voci vengono trattate e tritate ai macchinari e restituite come emissioni aliene al servizio di musiche squisistamente algide, con movimenti dinamici intelligentissimi, che sanno tanto di contemplazione (in Islanda, è ovvio, ce n'è una certa) e che giurerei essere la colonna sonora ideale per l'aurora boreale. Splendido.
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giovedì 20 settembre 2018
Manuel Göttsching – Inventions For Electric Guitar (1975)
Con un titolo così altisonante, magari ai tempi l'avranno anche preso per vanitoso. Invece Gottsching era un visionario, e anche di quelli seri. Ed il tempo l'avrebbe dimostrato appieno, non soltanto per questo ma soprattutto per quella pietra miliare di E2-E4 che realizzò qualche anno dopo, inventando la techno-trance di sana pianta.
C'era stata la grande esperienza Ash Ra Tempel che si era appena conclusa, ed il buon Manuel in solitudine si creò questo trip colossale in 3 pezzi: la cavalcata marziale di Echo Waves, l'ambient purissima distillata in Quasarsphere, il docile polleggio di Pluralis. Tutto rigorosamente fatto con la sei corde, dilatata e poi stirata, stratificata, messa in loop e poi immersa in acido, a creare quello che prima di tutto è un meraviglioso stato d'animo. Forse il connazionale Schickert l'aveva anticipato di un anno nel mettere in pratica certi suoni, ma le invenzioni di Gottsching restano una stella luminosissima nelle costellazioni germaniche.
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martedì 18 settembre 2018
Stooges – Telluric Chaos (2005)
Tellurico live degli Stooges a Tokyo nel 2004. Paradossalmente molto meglio del dvd Live in Detroit dell'anno precedente, nonostante una relativa bassa fedeltà di registrazione, che lo rende paragonabile ad un bootleg di ottimo livello.
Poco da dire sullo stato di forma della line-up, torrenziale e trascinante; viene suonato tutto Funhouse (ad eccezione di L.A. Blues, ma in tutta onestà non so se l'abbiano mai eseguita su un palco, e preferisco pensare di no), i pezzi del debutto acquisiscono nuova vigoria (ho sempre pensato che la produzione di Cale abbia rovinato un disco fondamentale), e sorpresa sorpresa, letteralmente irresistibili i 3 brani che sancirono di fatto la reunion sul disco solista di Iggy Pop Skull Ring; altro che roba da sessantenni. Immane ed immenso Ron Asheton. A Detroit si è fatta la storia ed a Tokyo si è riscritta, sul fuoco.
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domenica 16 settembre 2018
Friction - Friction (1980)
Irresistibile art-punk-wave da parte di un trio giapponese che esordì dopo una scorribanda a New York, in cui fece in tempo a partecipare al fuoco della No Wave. Tornati a Tokyo, fecero tesoro di quell'esperienza generando dieci tracce ai limiti di un avant-punk che li potrebbe far fregiare del titolo di Pere Ubu nipponici. Pensiero che viene spontaneo ascoltando le deviazioni deliranti di Out e i singulti dementi di No Thrill in primis, ma è solo una faccia del disco, che si dibatte fra funk bianco ed assalti punk in piena regola, con la voce beffarda del bassista Reck a far quadrare il cerchio alla perfezione. Un delitto averlo scoperto soltanto adesso, come d'altra parte è destino di tanti artisti giapponesi. Automatic Fru., Cool Fool, A-Gas sono quasi ai livelli di Non-Alignemt Pact, Thomas e Ravenstine esclusi.
venerdì 14 settembre 2018
Red House Painters – Old Ramon (2001)
Ormai Kozelek ci ha abituato alle stranezze più imprevedibili che non mi stupirei se un domani mettesse in cantiere persino la reunion dei RHP. I puristi come me si offenderebbero, eppure sembra che, una volta arrivati alla mezza età, la nostalgia della giovinezza porti a compiere dei gesti inauditi ed assolutamente insospettabili. Lo dimostra la caterva di bands storiche che si sono auto-resuscitate, di ogni genere e tipologia.
Certo, i fuochi della post-adolescenza sono svaniti ed al loro posto c'è una stravaganza che l'ha fatto diventare un personaggio praticamente unico. Se poi, nel mezzo del mucchio informe di dischi che pubblica da diversi anni a questa parte, compare qualche bel pezzo di quelli che solo lui sa scrivere, è solo un guadagno. Ma se oggi riformasse RHP, cosa potrebbe proporre? Ma cosa vado ad immaginare....no, sarebbe meglio una di quelle reunion solo live, solo classici, con la formazione originale, ma andrebbe bene anche con Carney, che oggi Mack fa l'agente immobiliare, e chissà se suona ancora la chitarra.
Old Ramon fu il loro addio, e neanche annunciato. Fu un parto talmente travagliato che evidentemente lo split ne fu conseguenza inevitabile. Avevo odiato così tanto Songs for a blue guitar ed i suoi sbrodolamenti che non mi aspettavo nulla di buono quando all'improvviso nel 2001 uscì, su Sub Pop. Eppure fu una boccata d'aria fresca, era un piccolo ritorno a casa, il meglio l'avevano già dato ma era comunque bello. Void un esercizio rilassato con break commovente, Between days un fragoroso circolo cantilenato, River la migliore ed infatti era già un classico dal vivo fin dal 1996, Smokey il passo di lumaca col feedback, Michigan il country con le slide che non ti aspetti che sulle prime sembra una bruttura ma poi ti accorgi che è puro MK-mark.
Purtroppo, il resto non è che fosse proprio esaltante, ispirato o particolarmente brillante, e poi una palla gigantesca come Cruiser fa letteralmente cascare le braccia, ma era prendere o skippare, il catalogo era tutto qui. In sostanza, un epilogo che faceva rinascere la speranza, ma Sun Kil Moon e la Caldo Verde erano già dietro l'angolo, una nuova vita aspettava Mark.
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mercoledì 12 settembre 2018
Second Layer – Flesh As Property E.P. (1979) + State Of Emergency E.P. (1980)
I due 7'' introduttivi a quell'album che sancirà la parola fine a questa breve joint-venture interna ai Sound, e che forse lasciò pochi rimpianti alle proprie spalle visto il successo temporaneamente a loro arriso nell'immediato domani. Ad abbondanti posteriori, invece, resta l'interrogativo: ma se la buonanima di Borland avesse voluto approfondire con l'elettronica ispida di State Of Emergency, ad esempio, il cui incedere alla Suicide è l'highlight del lotto? Ci saremmo persi un bel po' di belle canzoni classiche dei Sound, forse, ma magari prima o poi col necessario ammorbidimento Borland avrebbe riscosso un bel po' di successo e magari avrebbe evitato quella depressione che l'ha portato al suicidio. Tutte congetture fantasiose. Qui restano un totale di 6 pezzi per neanche 20 minuti, con un gelido post-punk curiosamente affine ai Cure coevi (Courts or wars), glitch e sussurri androidi (Metal Sheet), nebulose elettriche marziali (Germany), distorsioni alla Chrome in moviola (I need noise), robotizzazioni ipercinetiche con Bailey in risalto (The cutting motion). Alla fine, il rapporto materiale pubblicato / qualità dei Second Layer, al netto di produzioni lo-fi, resta da capogiro.
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lunedì 10 settembre 2018
Harold Budd – In The Mist (2011)
Il Budd della terza età, dei 3/4 di secolo, in un disco diviso in 3 parti. Non ho approfondito le ultime appendici della sua discografia, ma sono convinto che la vecchiaia possa essere una stagione dorata per lui: d'altra parte, in giovane età la sua compostezza formale fu sempre all'insegna di un lavoro con lentezza e con educazione.
In the mist mi è sembrato un disco abbastanza feldmaniano, a più riprese. I primi 5 pezzi, per piano ovattato, probabilmente microfonato a distanza, sono intrisi di quel falso, apparente minimalismo interlacciato con le sue arie melanconiche. Quasi hauntologico. Spicca il tributo a Mika Vainio, dall'incipit quasi basinskiano. I seguenti 3, ovvero il secondo blocco, interlocutori, come a stabilire un ponte con il terzo ed ultimo, in cui entra in scena un quartetto d'archi. E qui sta il piatto forte, con 5 brevi arie impressionistiche, per l'appunto reminescenti di Feldman, per ondate metronomiche di corde e sfregamenti.
Comunque lo si veda, un set d'eleganza che non si discute.
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sabato 8 settembre 2018
Van Der Graaf Generator – After The Flood - At The BBC 1968-1977 (2015)
A testimonianza di come la seconda vita dei VDGG abbia avuto importante risonanza internazionale, la major che ne detiene i diritti ha assemblato questa antologia comprendente una decina di BBC Sessions durante il decennio della fase storica. Per noi cultori del generatore la domanda è sorta immediata, ma che fine hanno fatto tutte le altre? La risposta è: nastri andati distrutti.
Oh mamma mia, sbigottimento. Puro. Com'è possibile? Delusione dipinta in volto. Fra l'altro 8 pezzi sui 22 ivi contenuti già li conoscevamo, dato che erano già stati editi su quel Maida Vale nel 1994 che avevamo sì gradito, ma d'altra parte era solo un contentino. Ed altri 8 stavano sul Box del 2000. E' vero che un documento riepilogativo che faccia ordine non dispiace, però la faccia di operazione commerciale After the flood ce l'ha, e alla grande. Finisce così che le tracce inedite alla fine sono soltanto 5, e a parte una scarna Vision presa in prestito da Fools Mate, le altre non sono poi così dissimili da altre versioni già conosciute su bootlegs vari. Allora, riponiamo tutte le nostre aspettative sul discorso rimasterizzazione, e dopotutto ne usciamo moderatamante soddisfatti.
Bene, accantoniamo tutti questi discorsi, facciamo finta di dimenticare l'aberrante faccenda dei nastri persi e tuffiamoci in questa maratona vandegraafiana con immenso piacere, dedizione e devozione assoluta. Erano i più grandi in assoluto, e non ci servivano ulteriori conferme.
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Cult Music
giovedì 6 settembre 2018
Zelienople – Pajama Avenue (2002)
Il gruppo madre di quel Matt Christensen che abbiamo scoperto e molto apprezzato con Honeymoons, nel primo di una lunga serie di dischi (una dozzina in 15 anni, neanche tantissimi se ci si pensa). Sono di Chicago ma prendono il nome da un piccolo paese della Pennsylvania, e qui facevano una forma di psichedelia letargica, spiritata, svanita, una specie di mix fra Velvet Underground, Spacemen 3, Low, Flying Saucer Attack e l'asse Drunk/Spokane, con un latente retaggio slow-folk a stelle e strisce. E' uno di quei dischi di cui alla fine non ricordi neanche un pezzo su 10, ma che ti viene voglia di riascoltare perchè in fondo fa il nobile servizio di farti ammantare da una nebbia sottile, accomodante e a modo suo persino rassicurante, perchè in Pajama Avenue di fatto non succede praticamente nulla: le voci sono distanti e sussurrate, le chitarre cullano, i synth vaporizzano, le ritmiche sono moviole precarie, e le composizioni sono monocromatiche. In pratica è quasi ambient, ma dell'inedita stoffa a quadretti stile camicie di flanella.
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martedì 4 settembre 2018
Chameleons – What Does Anything Mean? Basically (1985)
Chiamati a dare una conferma a quello splendido esordio che li aveva rivelati come rivelazione tardiva della new-wave, i Chameleons se ne uscirono con un disco altamente energetico, omogeneo fino all'ossessività, forse privo di quelle inflessioni melanconiche che impreziosivano. La produzione tornitruante (alla Lillywhite, tanto per dire) forniva il giusto supporto, con la coppia di chitarre sempre più espanse, muri di synth atmosferici. Quindi, meno Echo & The Bunnymen e più Sound, tanto per dare una direttiva, ma con le giuste composizioni al centro dell'attenzione: Intrigue in Tangiers, Singing Rule Britannia, One Flesh, In Shreds quelle migliori, per un album che non replicava in toto la magia dell'esordio, ma sapeva ribadire un'autonomia artistica forte e determinata. Solita copertina progressive, tanto per disorientare.
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domenica 2 settembre 2018
GoGoGo Airheart – Out Every Window The Snap Of Envy & Greed (2000)
Omaggiati di un revival da parte di SIB in un Blow Up di qualche mese fa, in quanto meritevoli di un riascolto a distanza. Fra le prove ancora acerbe degli inizi e quelle un po' incerte verso la fine stava il meglio dei californiani, con questo album che inquadrava alla perfezione lo stile precario ma al tempo stesso esuberante e sprizzante di energia. In poche parole, meno Fall e meno Gang Of Four, bensì il loro autentico tributo al Pop Group (con le dovute proporzioni, ovviamente), fra l'altro esplicitamente citato con Trap, in un mix anglo-statunitense che lo riuniva al feeling sardonico dei primi Pere Ubu. Esplosioni al calor del funk bianco, litanie demenziali, dub spettrali da camicia di forza, c'è il meglio di una band a modo suo difficile da inserire in una catalogazione ben precisa, viste anche le influenze, e rimasta inchiodata in un limbo chiamato dimenticatoio.
venerdì 31 agosto 2018
Scream From The List 74 - Igor Wakhévitch – Logos (1970)
Le sorprese non mancano, anche quando siamo verso la fine dell'alfabeto. Figlio di un direttore russo emigrato in Francia, IW si diplomò in pianoforte e già piuttosto giovane si ricavò una carriera come sonorizzatore. Il suo esordio solista invece è un opera tremebonda fra neo-classica tempestosa, avanguardia, rumorismo e foschissima psichedelia in stile Ummagumma, disco in studio, parti più sperimentali.
Eseguito da un gruppo prog transalpino a me sconosciuto, i Triangle, più cori mixati e nastri magnetici, Logos ha un suo percorso ben preciso: inizia con un drone galattico cupissimo, le voci in stile operistico-tragico che poi si perdono in un caduta libera come dal purgatorio ad un girone infernale, le percussioni orchestrali in sincrono con i fischi siderali dei nastri, i violini che entrano ad invischiare le atmosfere già torbide (per certi versi affini alle opere più spericolate di Egisto Macchi); e nel finale, quando sembra che la composizione sia prossima all'esaurimento, Danse Sacrale vira improvvisamente verso un demoniaco psych-free-rock, con la chitarra in feedback ed un riff memorabile all'unisono, beffardo e dispari, un motivo horror in piena regola. Invecchiato benissimo come le migliori opere library, ma con un focus fortissimo. Un compositore da perlustrare.
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mercoledì 29 agosto 2018
Jacques Berrocal – Parallèles (1977)
Del trombettista/trombonista/cornista transalpino sulla Audion Guide alla NWW List viene citato il primo album Musiq Musik del 1973, che però è co-accreditato ad altri due fiatisti relativamente sconosciuti, per cui Parallèles è da considerarsi vero e proprio suo esordio solista, nonchè molto più affine alle influenze di Stapleton; constatazione che poi sublimò nel tributo NWW del 1994.
Si tratta di un lavoro di estrema ricerca vagamente imparentato col free-jazz, vista anche la moltitudine di ospiti e l'apparente spirito libero delle esecuzioni, con inserti di recitato sparsi (a me incomprensibili vista la mia ignoranza in francese, ma giurerei non essere di massima lucidità) e molti suoni concreti (fra cui spicca una bicicletta); ovviamente sono i fiati ad avere il predominio, divisi fra partiture apparentemente melodiche e starnazzamenti in libertà, ma ogni piccolo dettaglio, anche il più insignificante, concorre alla creazione di un disco straniante e iper-surreale che ad ogni ascolto svela nuovi particolari. Su tutto trionfano i 24 minuti di delirio assoluto di Bric-A-Brac, monumentale suite dell'assurdo per 8 performers che occupava l'intera facciata B. La ristampa Alga Marghen del 2001 aggiungeva 5 tracce registrate fra il 1972 ed il 1979, integrando a meraviglia l'originale con altre ricerche molto, ma molto significative sotto tutti i punti di vista.
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lunedì 27 agosto 2018
Clientele – Music For The Age Of Miracles (2017)
In termini di concerti si erano fermati solo un paio d'anni, ma a livello discografico i Clientele erano di fatto al palo dal 2009/2010, e devo dire la verità, le ultime due prove non mi avevano convinto più di tanto. Per cui, li avevo dati per persi in tutti i sensi, senonchè l'anno scorso sono improvvisamente tornati con questo album che per miracolo resuscita la verve compositiva lasciata 10 anni prima con God Save. McClean & Co. qui riescono a trovare l'equilibrio perfetto fra l'innocente e sbarazzino vintage-pop degli esordi e le orchestrazioni più sofisticate della fase matura, per un disco che nulla aggiunge e nulla toglie al loro bilancio complessivo; la notizia semmai è che un bel pugno di songs memorabili vanno ad aggiungersi al già ricco carniere del meglio che i londinesi sono riusciti a confezionare in un ventennio scarso: The neighbour, Everyone you meet, The Age of miracles, The circus, e soprattutto la clamorosa Everything you see tonight is different from itself, che sperimenta con eleganza un inedito ritmo digitale e le rasoiate di elettrica fuzzata, elementi assolutamente mai sentiti prima da parte di un gruppo che a questo punto possiamo davvero definire immortale.
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sabato 25 agosto 2018
Replacements – For Sale: Live At Maxwell's 1986 (2017)
Provvidenziale recupero ad opera della Rhino, che (probabilmente a causa del secondo e definitivo scioglimento) pubblica un eccezionale live dei Mats nel loro momento di massimo splendore, all'indomani di Tim, alla vigilia dell'allontananento di Bob Stintson e della perdità di identità. Poco da dire, la gran manna è di 29 tracce, i greatest hits ci sono proprio tutti, non ne manca uno che uno; Color me impressed, Dose of thunder, Hold My life, Unsatisfied, Bastards of young, Kiss me on the bus, Johnny's gonna die, Left of the dial, Hitchin' a ride, Go, le mie preferite in assoluto ma non importa, la notiziona è che il gruppo suona da DIO, i leggendari scazzi sul palco si fermano ad un episodio su 29, per il resto le esecuzioni sono assolutamente impeccabili e rendono giustizia ad un gruppo che avrebbe dovuto sbancare niente meno che il mondo intero. La sezione ritmica ha un tiro pauroso, Stintson farà 2 stecche in tutto, Westerberg getta il cuore oltre l'ostacolo e poi salta, con quella gola in fiamme. Era un bootleg, adesso è una delle ristampe fondamentali degli anni 10.
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giovedì 23 agosto 2018
Heroin In Tahiti – Sun And Violence (2015)
Fra alti (l'insuperato Death Surf) e bassi (poco entusiasmanti Canicola e lo split con Ensemble Economique) continua il lavoro di modernariato psichedelico di Mattioli e De Figuereido. Il loro penultimo lavoro Sun And Violence per fortuna rientra tra i primi, e vede il duo alle prese con una forma di library acida e contorta, ricca di fascinazioni sia cinematografiche che spiritatamente occultiste. Doppio vinile che si impone fra i prodotti più interessanti (seppur innocentemente passatisti, a dispetto delle moderne tecniche di registrazione) degli ultimi anni in terra italica. Spiccano le fascinazioni tribal-western di Superdavoli e Black Market, la magnifica ipnosi di Spinalonga, la concitazione corrosiva di Arena 2, il naufragio a base di mellotron di Costa Concordia. Pure allucinazioni, però una durata inferiore non avrebbe guastato....
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martedì 21 agosto 2018
Fugazi – Red Medicine (1995)
Insieme al primo, il miglior disco dei Fugazi. Red Medicine incarna perfettamente lo spirito dei dischi storici (si può dire, ormai sono passati vent'anni e passa) dei grandi gruppi degli anni '90: superamento dei luoghi comuni dell'area di provenienza lasciando comunque apposite nicchie con cui evitare di deludere i vecchi fans, lavoro di ricerca e commistioni inusitate, immediato riconoscimento da parte della critica (ricordo perfettamente quanto Max Prestia battè il ferro riguardo a Red Medicine durante il suo interregno su Planet Rock...), produzione e registrazioni perfette che non sono invecchiate anche se riconoscibili all'istante.
Ricordo anche distintamente la sorpresa al primo ascolto di pezzi come Version (dub pallido con clarinetto delirante), la spettrale e dissonante Fell, destroyed, la potente e rumorosa imponenza di By You, la fatalità introversa di Forensic Scene, e cito soltanto quelle che per me sono le tracce migliori, perchè qui su 13 non ce n'è una che una che deluda o lasci indifferenti, neanche in quelle più tradizionalmente hardcore. Pietra miliare, c'è poco da discutere.
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domenica 19 agosto 2018
Gnaw Their Tongues – Abyss Of Longing Throats (2015)
Dopo tutta quella mole di suono messo in giro, sembrerebbe difficile dare ancora attenzione a Maurice De Jong sotto le vesti di GTT, soprattutto da quando ha avviato il luminosissimo progetto Seirom. E sarebbe un errore, perchè se da un lato sembra quasi impossibile replicare le imprese titaniche dei suoi lavori più ragguardevoli, dall'altro la sua ispirazione massimalista è tutt'altro che esaurita.
Basta ascoltare più volte questo suo lavoro di 3 anni fa, sostanzialmente snobbato dalla critica forse proprio perchè è venuta un po' a mancare quella maestosità e l'approccio a tratti sinfonico che rendevano grandissimi i precedenti; scomparsa ogni traccia di piano e/o violino, viene tutto sommerso da una catastrofe sferragliante, da un tornado infernale; tutto molto articolato e curatissimo in ogni dettaglio come ci si aspetta da De Jong, tutto apocalittico come abbiamo imparato ad apprezzare. Per me è ancora una garanzia.
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venerdì 17 agosto 2018
Banco Del Mutuo Soccorso – Io Sono Nato Libero (1973)
E' stata necessaria la ristampa dell'anno scorso perchè io recuperassi Io sono nato libero, il terzo album del Banco. Nocenzi, intervistato in merito, ha dichiarato di aver avvertito la necessità di ripubblicare il lavoro per via della drammatica attualità delle tematiche, che esprimevano l'urgenza di liberare l'individuo singolo dalle pastoie che il sistema impone per modellare il pensiero collettivo.
Musicalmente, in effetti, si tratta di un lavoro intenso e ben elaborato, personale come tutti i primi dischi dei romani: orchestrato divinamente, dove l'accoppiata Calderoni/D'Angelo (credo la sezione ritmica più forte di tutto l'It-Prog) fa a gara con le tastiere per farsi seguire di più. Più che Non mi rompete, il delicato acustico che si ricorda maggiormente, il disco va in gloria con le lunghe Dopo niente è più lo stesso e Canto nomade per un prigioniero politico, capolavori articolatissimi e pregni di quel senso del tragico/epico che ha reso grande il Banco.
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mercoledì 15 agosto 2018
Father Murphy – Croce (2015)
E' andata esattamente come scrivevo per quel gioiello di Anyway......Sulle prime Croce non mi ha entusiasmato, ma come possiamo fermarci in superficie con i FM? Dobbiamo scavare, dobbiamo analizzare con cura e tempo, dobbiamo soprattutto riflettere.
E allora...Riflettere su quanto, per un act così originale e fuori da ogni corrente, sia sempre più difficile ripetersi su livelli altissimi, col supporto di una label americana come la Flenser, che annovera nomi di prestigio. Così, se le prove precedenti erano state l'illuminazione e l'illusionismo, Croce è, per l'appunto, la via crucis. Un disco arreso, ripiegato su sè stesso, la liturgia del dolore, dove ciò che qualcuno ha molto semplicisticamente descritto come "mancanza di idee" è il vuoto pneumatico, è l'osservazione di un mondo sempre più marcio e pericoloso per la nostra specie. E' la processione a battiti rarefatti. Non resterà ai posteri come il miglior disco di FM, ma come foce naturale di un percorso precario ed indefinibile. Non mi stupirei se restasse il loro testamento.
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lunedì 13 agosto 2018
Residents – Fingerprince (1977)
Lavoro non abbastanza tributato del loro primo repertorio, a mio avviso. La lavorazione ebbe inizio nel 1974 ed ebbe fine nel 1976, dato evidente della complessità del materiale; la lunghissima Six things to a cycle, una delle tante intuizioni multimediali dell'entità californiana, era stata concepita come supporto musicale ad un balletto, ed è una superba ed articolata suite per campanelli, sintetizzatore, fiati deliranti, percussioni ed il solito, delirante recitato. Non molto differenti per impostazioni i pezzi "corti" sull'altra facciata (diciamo sul resto della ristampa che ha incluso quanto non raccolto sulla prima stampa per motivi di spazio e/o economici), arrangiati in maniera abbastanza scarna, con la chitarra di Snakefinger in pochi ed isolati frangenti. Folli, avveniristici ed enormemente influenti.
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sabato 11 agosto 2018
Eiko Ishibashi – Carapace (2011)
Primo atto della collaborazione fra la dolce Eiko e Jim O'Rourke, all'epoca già residente nel Sol Levante. Un disco che ho conosciuto però dopo i due usciti su Drag City, con conseguente promozione anche in Europa; succede così, che se non ti fanno uscire dai patri confini è dura farsi sentire qua. Che poi, alla maggior parte dei nipponici non freghi un granchè, è un altro discorso.
Rispetto a quel Car And Freezer di cui mi sono innamorato al primo ascolto, Carapace non aveva quell'esuberanza gioviale e quel senso sbarazzino; Eiko denota una vena intimista, quasi crepuscolare, che prende il sopravvento sulle tracce più ritmate. Lampante, in ogni caso, è la sopraffina maestria compositiva, nonchè l'eleganza delle parti e delle esecuzioni (e qui, senz'altro occorre tributare il solito Jimmy); cristallo purissimo.
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giovedì 9 agosto 2018
Julian Cope – Fried (1984)
Il classicissimo e programmatico secondo disco del JC tartarugato a spasso per la campagna, un costume che 30 anni dopo egli stesso definirà valorosamente ridicolo. Uscito solo 8 mesi dopo l'esordio, contiene fra i migliori episodi in assoluto di tutta una carriera in cui l'ambizione ha prevaricato spesso i risultati finali. Già l'apertura è un delirio, con i 6 minuti di Reynard the fox che si candida a miglior pezzo in assoluto escluso dal repertorio Teardrop Explodes: ritmica serrata tipicamente wave, refrain inarrestabile, delirio di cocci in frantumi. Tutta la Side A è a livelli stellari, con la catalessi celestiale di Laughing Boy, l'arrendevolezza di Me Singing, il revival '60 di Bill Drummond Said. La Side B inevitabilmente non può ripetersi, ma dispensa il pastoral-prog di Search Party e persino una (involontaria, spero) parodia semplicistica di Peter Hammill in O King Of Chaos. Nel 1984 c'erano ben pochi dischi così fuori dal proprio tempo.
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martedì 7 agosto 2018
Dinner Is Ruined – Worm Pickers Brawl (1994)
Sul primissimo numero fanzine di Blow Up, c'era un servizio di SIB dedicato a Palace, Smog e Wormpickers Brawl. Di questi ultimi c'erano talmente poche notizie reperibili che il Direttorissimo non soltanto non era a conoscenza dei due dischi rilasciati precedentemente dalla band, ma addirittura aveva invertito nome e titolo del disco, che invece andava attribuito a Dinner Is Ruined (sul secondo numero però arrivò puntuale l'errata corrige..). Tal progetto, proveniente dal Canada, fu attivo soprattutto negli anni '90, brancolando nell'underground meno in vista, e sostanzialmente riconducibile ad un polistrumentista / cantautore di nome Dale Morningstar.
Poco da aggiungere a quanto SIB puntualizzò, cioè che si trattava di un progetto nobile, dedito ad un post-indie-folk-free-form-freak-out deviato e deviante. Echi del primo Smog, irriverenza alla Half Japanese, sballi psichici alla Peter Jefferies, cantilente dementi alla Flaming Lips, sbraghi elettrici alla Strapping Fieldhands, tutto immerso in un calderone lo-fi che fa tanto anni '90. Godibilissimo.
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domenica 5 agosto 2018
Lard Free – I'm Around About Midnight (1975)
Uno dei gruppi più apprezzati fra le scoperte archeologiche della List, con il disco d'esordio del 1975. Come poteva essere logico in un percorso evolutivo, il quartetto di Gilbert Artman si lasciò alle spalle il corpulento jazz-rock delle origini per immergersi anima e corpo in un elettronica globale e lungimirante, che in 6 tracce esprime altrettante ambientazioni, evocando fosche arie dark-ambient (Violez l'espace), caracollanti digressioni world con chitarre frippiane (In a desert alambic), soavi cicalecci alla Jade Warrior coevi (Does East Bakestan Belong...), citazioni di corrieri cosmici tedeschi (Tatkook a roulette), escursioni pianistiche su tappeti siderali (Even Silence..), lasciando soltanto alla minacciosa Pale Violence under a reververe l'esecuzione in stile classico con sezione ritmica, peraltro già distantissima dai luoghi comuni che già avevano tritato col precedente. Vien da chiedersi se forse fu questo ad ingraziare Stapleton per l'inclusione. Grandi.
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venerdì 3 agosto 2018
Balletto di Bronzo - Live Nearfest 2000 (bootleg)
Mi permetto molto candidamente di rubare di peso un post alla Stratosfera, trattasi di un bootleg relativo al Balletto Di Bronzo che si esibì alla seconda edizione del Nearfest in Pennsylvania nell'ormai lontano 2000. Si trattava di un festival neo-prog fra i più prestigiosi al mondo (ha cessato di esistere qualche anno fa), e fu senz'altro un riconoscimento importante per Gianni Leone essere invitato a parteciparvi come prima entità italica. Il Balletto del 2000 era al Mark II, avendo egli già sostituito la sezione ritmica; di recuperare la chitarra non se ne parlava neanche, ma devo ammettere che questo splendido concerto riesce a farla dimenticare nei frangenti di Ys in cui Ajello folleggiava.
Spilli e Corsi sono a dir poco impeccabili, i suoni moderni ma non troppo, Leone denota una forma vocale quasi immutata a 30 anni dall'originale, persino i pezzi della fase Leo Nero sono migliori dell'originale. Molto, molto meglio dell'originale Trys con cui era stato bagnato il ritorno nel 1996.
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mercoledì 1 agosto 2018
Scream From The List 73 - Frank Köllges – Drums, Voices, Knispel Nie (1977)
Batterista di Dusseldorf di estrazione jazz, ma negli anni '80 attivo anche in progetti sperimentali a noi oscuri come Die Krupps e Harte 10. Nel 1977, a soli 25 anni, si guadagnava un posto nella list con un programmatico album per voce e batteria (Knispel è un cane che fa un cameo ululante nella traccia One for Knispel), inciso per un'oscurissima label. Un one-shot bizzarro che resterà isolato per 15 anni, quando il buon Frank riapparirà in solitaria ma con tutt'altro affare orchestrato.
Poco da dire, si tratta di una follia; il vociare equivale ad uno scat che passa dal borbottio al dimenarsi schizofrenico ed animalesco con tutto quello che ci passa dentro, mentre il drumming è di quelli che sì, sono tecnici, ma non sono esercizi. Quindi ben altro che un manuale o uno sfoggio di perizia: è una spontanea e genuina dimostrazione di freakitudine, ed è irresistibile.
Per la cronaca, mai ristampato.
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