venerdì 25 giugno 2010

Bugskull - Phantasies And Senseitions (1994)

Ma che combinava questo ragazzo di Portland, tale Byrne?
Indecisissimo sul da farsi, e con un nome improbabile da metal-band, nel 1994 dava alle stampe il suo esordio sull'illustre etichetta Road Cone. Dico indecisissimo perchè è un listone di 18 pezzi, di durata accettabile ma che svaria su fronti difficilmente avvicinabili.
L'indie-rock modello Pavement e Guided By Voices occupa una buona metà del tempo, ed è il lato meno interessante. Va molto meglio quando decide di barocchizzarsi, (Shorty, Opening theme) di creare stralunati strumentali per bordoni circolari e fiati evocativi (Elfin Majic, Almost blue), di mettersi nelle vesti di folkster ultra-lo-fi di discreta classe (Recoder, Old Town, Concrete boots), di impaurire con clangori metallici e fuzzati (Long Corridor #6), o di sbragarsi in dilatazioni post-psichedeliche (Death Valley '94, Space).
Se avesse messo nel disco solo questi titoli, si sarebbe parlato di un capolavoro di surrealismo sulla scia dei Residents.

Will Oldham - Guarapero Lost Blues 2 (2000)

Diciamo che Oldham ha sempre avuto un piccolo problema, che più o meno si può chiamare "incontinenza" produttiva. Ma diciamo anche che ha iniziato ad averlo proprio con questa raccolta. I numeri sono questi: 23 album fra inediti, live e antologie, 23 Ep, 43 Singoli. Il tutto in 16 anni, fa decisamente troppo perchè l'artista non si sia auto- "svalutato".
Guarapero fu la sua seconda antologia di rarities, e raccoglie principalmente 7 pollici dei suoi primissimi anni, quindi improntato sul lato più profondamente lo-fi, quello di Days in the wake, per intendersi. Soltanto che le canzoni migliori finirono in quell'album, e le seconde scelte se ne andarono sparse.
Ma Oldham ormai era già un istituzione nel 2000 quando fece uscire la raccoltina. Tre anni prima aveva compiuto un operazione simile con Lost blues and other stories, soltanto che fra le frattaglie sparse erano state accuratamente scelti le migliori. Risultato; un bellissimo disco che non aveva neanche le sembianze del fagotto di raccolta. Qui invece c'è ben poco di interessante, a parte la curiosità di sentire un paio di tracce in cui Oldham si fa supportare da un elettronica vintage anni '80, in The risen lord e Boy you have cum. L'effetto è veramente straniante e resterà credo isolato.
Si può passare ben oltre.

(originalmente pubblicato il 21/12/2009)

Love Spit Love - Love Spit Love (1994)

Come quasi tutte le coppie storiche vocalist/chitarrista provenienti dalla stagione gloriosa new-wave e oltre, anche per Butler e Ashton arrivò il momento della separazione, cioè lo scioglimento dei PF. Fortus faceva parte di una band che li aveva supportati nell'ultimo tour, evidentemente piacque a Butler che si trasferì a NYC e lo volle al suo fianco al momento di allestire i LSL.
La sensazione di sentire un proseguimento naturale delle pellicce dura i primi due pezzi. Seventeen e Superman sono energici e melodicamente azzeccati, non troppo ruffiani per essere pop e non troppo chitarrosi per essere grunge. Il vocalist è in ottima forma e sentire quel timbro roco e maturo fa sempre piacere. Anche il singolo Change in the weather ricalca ottimamente le coodinate, avrebbe meritato un successo mondiale.
I problemi però iniziano a partire dal 3°, Half life, e proseguono tristemente fino alla fine. Se Fortus denotava un buon stile elettrico, non riesco a spiegarmi per quale motivo l'80% del disco sia stato improntato su un folk-rock agreste mutuato profondamente dai R.e.m. meno brillanti, il che è tutto un dire. Persino Butler riesce a far scadere il suo classico cantilenare in una sommessa ripresa di Stipe, e non mi pare servano altre parole. Si salva soltanto l'inquieta All she wants, peraltro inserita come bonus-track per l'edizione europea.
Anche i giganti cadono, e fanno rumore.

(originalmente pubblicato il 20/12/2009)

Liars - They were wrong so we drowned (2004)

Il passo di transizione verso il capolavoro astrattistico di Drum's not dead fu questo secondo albo in cui Andrew e Hempill si liberavano della sezione ritmica e decidevano di complicare sul serio le cose. Con un nettissimo inserimento dell'elettronica e l'innesto di un drummer come Gross, che puntava molto più sui pad che sui rullanti tradizionali, i bugiardi inserivano ancora qualche bel danzabile post-funk come They don't want your corn, Hold it and will happen, There's always room on the broom, che cacciano riffoni belli pregni come nel primo disco, ma già denotano un avanzato stato di schizofrenia. Che straborda da tutti i pori degli altri 7 pezzi.
Sono indefinibili, queste malsane atmosfere atonali. I rintocchi sinistri rendono Broken Witch un mostro deforme figlio della paranoia metropolitana della grande mela. Steam rose è un perfido strumentale dal ritmo tachicardico. If you're a wizard indugia su una destrutturazione chitarristica infernale. Desolazione e disincantata angoscia regnano sovrane su We fenced other houses. They took 14 sembrerebbe avere un ritmo normale ma si perde in una nebbia impenetrabile di glitches. Il minuetto minimalista di Flow my tears chiude con un drone leggerissimo e qualche spruzzata di organetto.
Nè triste ne allegro, nè Radiohead nè Gang of Four, nè concreto nè rock, il Liars-sound è qualcosa di veramente imprendibile e in cui è facile perdersi. Sicuramente una delle formazioni più creative del decennio, li attendo al varco per un nuovo lavoro.

(originalmente pubblicato il 19/12/2009)

Le Orme - In concerto (1974)

Un bel live del power-trio veneziano in un teatro di Roma, anno di grazia 74, forse nel loro momento di massima fama e perchè no, anche forma.
Sui passi importanti provenienti dalla Gran Bretagna (Quatermass, EL&P), le Orme erano stati fra i primi a sdoganare il progressive nello stivale con Collage, e il gran successo di quegli anni assicurò loro un futuro radioso, anche perchè sono in quello stretto club di gruppi che nonostante tutto, non muoiono mai.
Il lato A è occupato per intero dall'inedito Truck Of Fire, che tale restò. La tentazione di incidere la propria Tarkus restò un progetto abortito, evidentemente; trattasi di suite complessa e spesso atonale, in cui Pagliuca si auto-proclama del titolo di "Emerson italiano". Non meno spettacolare Dei Rossi, che forse con la doppia cassa fa un po' troppo casino, ma si ritaglia qualche minuto di assolo e comunque per tutto il concerto domina muscoloso e compatto. L'ultima parte riserva spazio anche alla voce fragile ed ancestrale di Tagliapietra, per la parte più tradizionalmente arrangiata. Ma nel suo complesso di 20 minuti restava uno scoglio difficilmente digeribile anche per i fan più fedeli, nella sua estrema cervelloticità.
Il lato B ristabilisce i pieni applausi del teatro, anche se il gusto delle fughe strumentali resta quasi una priorità. Sguardo verso il cielo e Collage, eseguite con maggior grinta e verve, fanno un figurone. Era inverno e Ritorno al nulla cozzano fra strofe e arsenali tastieristici, ritmi incessanti e showcase di tecnicismi mai antipatici, classicismi e iperboli rumorose.
La classe non era acqua alta.

(originalmente pubblicato il 18/12/2009)

Kryptasthesie - Shaken at the sun (1992)

L'unico gruppo italiano riuscito a farsi pubblicare dall'eminenza freak inglese, la Delerium, il quartetto lecchese si proponeva all'underground nel 1992 con un bel doppio vinile autoprodotto che acquistai a scatola chiusa, senza pensarci un attimo. Un bel mix di stili, un sano vintage-rock che pescava da tante fonti ma che sapeva svilupparsi in direzioni concrete e con la gradita aggiunta di un ottimo songwriting.
In Shaken at the sun convivono essenzialmente 3 tipi di canzoni: quella solare-corale condita dal Farfisa, direttamente erede dal garage-rock di fine '60, che al di là di qualche bell'esempio (A family in the kitchen, Any water knows, Helen Blows) è comunque il set che colpisce di meno.
Poi ci sono una decina buona di acusticherie, e qui le perle non mancano di sicuro. Quasi una sorta di sfogo per il vocalist/chitarrista Antonelli, che si prende il lusso di creare delle splendide ballads come Her planets, Silverlines spiderlines, My collection, Stars and chimnays. Cori accorati per squillanti classiche che fermano il corso del disco, lo illuminano di altissimo lirismo, altro che cuscinetti di pausa. Poi c'è l'aspetto più pesantemente hard-psych, con dei bei calderoni fuzzati e intimidatori che faranno loro guadagnare la stima inglese. I sincopati strumentali Liver e Vis matrix sono sfuriate acide di distorsioni e ritmiche indiavolate. La jam di 10 minuti di There was a car, beffarda e rumorosissima, e What a surprise che sfoggia una sorprendente foga quasi hardcore-punk.
Un bell'eclettismo, quindi, al culmine di cui troneggia, equilibrato e grintoso, il perfetto punto d'incontro di tutte questi stili, Aluminium head. Seguì il disco su Delerium, poi credo un altro (No age?), ma in rete non si trovano praticamente info sui Kryptasthesie, quindi restano un argomento veramente di nicchia anche per me.
(N.B. L'audio è di pessima qualità, in quanto passai il vinile su cassetta tanti anni fa, poi lo vendetti e quindi ho usato il tape per passarlo su pc. Se qualcuno fosse così caro da passare un rip decente lo ringrazierei alquanto!).

(originalmente pubblicato il 17/12/2009)

giovedì 24 giugno 2010

Killing Joke - Ha! (1982)

Un mirabilissimo mini-album live registrato in Canada, un estratto di soli 6 pezzi fra i più energici ed ipnotici della prima gloriosa stagione. Dopo la fuga in Islanda voluta da Coleman per salvarsi dall'apocalisse, rientrarono alla base e partirono con un Raven inserito d'emergenza al posto di Youth sentitosi preso in giro.
E i 6 vortici plumbei in questa sede eseguiti erano senz'altro fra il meglio che si potesse selezionare al tempo. Innanzitutto l'iniziale Pssyche, che se non sbaglio fu un inedito, un monolite rocciosissimo in cui Coleman si arrochisce la voce fino a perderla e realizza spirali ossessive di synth sul tappeto granitico degli altri tre. Raven non fa rimpiangere per nulla la dipartita di Youth, Walker è la solita fucina di riff flangerizzati dal suono ultra-personalizzato. Ferguson la solita macchina di ritmi tribal-macchinosi, l'effetto globale era come sempre devastante. Gli arabeschi di Sun goes down, l'angosciosa Take take take, l'ipnosi fragorosa di Unspeakable, il ripescaggio della leggendaria Wardance, i pezzi sono curiosamente suonati due semitoni sotto gli originali e forse per questo perdono un filo di potenza, equilibrati comunque dalla carica viscerale e carismatica di questi ancor giovani scherzi mortali.

(originalmente pubblicato il 16/12/2009)

Khanate - Things viral (2003)

Rarefatti ed angoscianti fino all'asfissia completa, questi 4 newyorkesi in un lustro scarso di attività sono stati responsabili di una forma originalissima di doom estremizzato, condensandolo in 4 album paurosi. O'Malley dei Sunn O))) ne era il chitarrista, ma al contrario del gruppo madre era protagonista di una rivoluzione inversa: la sei corde non è praticamente mai distorta, anzi è lo strumento più nascosto nell'economia della band. Per questo non è corretto definirlo doom canonico, così come non si può neanche paragonarlo al drone-metal di Earth e compagnia, per via di un impercettibile svolgimento compositivo che dopo diversi ascolti si può anche intra-sentire. Gli aspetti fondamentali erano le ritmiche, e probabilmente i Khanate sono stati uno (se non il) dei gruppi più lenti della storia. La sezione ritmica di Plotkin e Wyskida, oltre che il funzionale O'Malley, dovevano essere davvero concentrati al massimo per impostare quei colossi di silenzio fra una battuta di cassa e una di rullante. Li posso immaginare provando, intenti a contare le battute vuote nelle loro teste, con i ronzii delle mosche udibili nella sala.
E forse la ciliegina sulla torta era il vocalist Dubin, che non interviene troppo spesso ma quando lo fa rende l'atmosfera davvero molto agghiacciante. Basti pensare ad un Johnson (AC/DC) terrorizzato e sotto tortura, e si avrà una vaga idea dello stile vocale del lungocrinito.
Things Viral è composto di soli 4 pezzi, i primi dei 2 durano 20 minuti. Commuted è una vera e propria marcia funebre per Melvins zavorrati oltre misura, Fields rincara la dose con le urla infernali in secondo piano e dosi abbondanti di feedback. Gli ultimi due pezzi durano solo 10 minuti e ci sono interessantissime variazioni. Too close enough to touch attraversa una fase in cui un fischio power-electronics acutissimo fa da contraltare al rantolo disumano di Dubin, Dead è il pezzo più dronico del lotto, con O'Malley a cercare di sunno)izzare il sound.
E' davvero un ascolto magnetico in cui si gioca a cercare di indovinare quale sarà l'accordo unisono successivo, o quando la ritmica darà la prossima battuta. Tutti i loro dischi sono altamente consigliati allo stesso livello, per chi sarà felice di farsi ipnotizzare.

(originalmente pubblicato il 15/12/2009)

Hovercraft - Akathisia (1997)

Ricordo quanto furono pompati dalla stampa italiana (Rockerilla), all'uscita di questo nuovo album. Questo trio di Seattle infatti annoverava in formazione nientemeno che la moglie di Vedder dei PJ, ma faceva musica talmente ostica da meritare le acclamazioni critiche. In un momento in cui il post-rock era parecchio in fase di gloria, gli Hovercraft rinforzavano quel filone del rock psichedelico completamente rilasciato all'improvvisazione che era stato portato molto in alto dai Magnog, di cui erano amici. Ma a differenza di questi, lo portavano all'eccesso di cattiveria e rumosità, e non col wall of sound dei Subarachnoid Space, bensì con dispiegamento di orrori sonori e velenosissime iniezioni di sballo compatto.
Il protagonista assoluto è il chitarrista Shinn, un maniaco seriale della sei corde. Sulle nervose ritmiche divaga all'infinito con deragliamenti di mille tipi, dimostrando una creatività fuori dalla norma e dalle righe. Un Gilmour periodo Ummagumma passato attraverso il tritacarne, detto in due parole.
I 5 pezzi sono tutti sopra i 10 minuti, interminabili ed instancabili escursioni psicopatiche in un iperspazio privo di ossigeno. L'effetto all'ascolto è un grande disorientamento, ma anche un grosso senso di magnetismo per queste bombarde atonali.
Altro che i Pearl Jam....

(originalmente pubblicato il 14/12/2009)

mercoledì 23 giugno 2010

Gaznevada - Harpo's Tape (1979)

Nati come una risposta più o meno immediata agli Skiantos nella Bologna impetuosa di 30 anni fa, i Gaznevada durarono molto meno ma furono un caso altrettanto istrionico. L'ossessione per i Ramones era soltanto la molla primaria che mise assieme questi 6 pazzi, e che è ben evidenziata dall'irresistibile e travolgente anthem punk a 12 battute di Mamma dammi la benza. Uno dei pezzi che sarà incluso l'anno successivo nel disco d'esordio Sick soundtrack, dato che questa trattasi di cassetta più o meno autoprodotta in collaborazione con Rubini. Il pezzo in questione, al di là dell'elementarissimo schema e del folle ritmo, colpisce per gli intrusivi squilli di synth, le vocals dementi e la perizia dell'assolo di chitarra. Senza essere bollati come imitatori di Antoni & Co., i Gaznevada partivano dallo stesso ceppo ma dimostravano una certa personalità ed eclettismo non indifferente. Sul tema punk fragoroso anche Criminale e Teleporno TV, esilaranti digressioni con testi volgari e provocatori. Ma era evidente che stavano sorpassando velocemente quella fase, e le commistioni di wave ed elettronica si facevano strada prepotentemente. Donna di gomma è un greve post-punk condito dal sax, le micropunte di synth acido e le vocals deliranti di Lavagna manipolate. L'abrasivo Bestiale è un angoscia sonora per chitarre sfregiate, se non fosse per l'assurdità del testo che stempera il tutto. In Roipnol addirittura si ode un post-punk quasi gotico impreziosito dall'assolo torrenziale del chitarrista Pagano. Nevadagaz anticipava certe cose dei CCCP seppur con impatto più rumoroso.
Solo un paio di tracce erano tralasciabili nel nastro, e la ristampa in esame ha intelligentemente incluso il 7" con il quale si affacciarono sul mercato. Vocals in inglese, una maggior coesione collettiva e progressi tangibili. Blue TV Set è una intelligentissima sfuriata fra Wire e Contortions, forse il loro miglior pezzo di sempre. Sul retro un lo-fi live di Now I Want to kill you, evidentemente mutuata dai Devo e dal post-funk che già agitava oltremanica.
Evoluzioni rapidissime, quindi. Talmente rapide che nel giro di un paio d'anni si sgonfieranno totalmente fino a farli diventare una pantomima dance-pop. Ma intanto che furono questi Gaznevada, il divertimento era assicurato.

(originalmente pubblicato il 13/12/2009)

Giardini Di Mirò - Live in Officina 49, Cesena 11/12/2009









Sull'onda dell'ultimo splendido disco-colonna sonora Il fuoco, per me il loro miglior lavoro in assoluto, sono accorso a vederli ieri sera al circolo Arci di Cesena Officina 49.
Paradossalmente, con quello che potrebbe esser visto come un lavoro parallelo o comunque parzialmente estraneo al loro percorso decennale, il sestetto reggiano è pervenuto ad una sorta di concept-soundtrack strumentale in cui convivono diverse atmosfere legate in maniera subliminale. Virando così in una direzione più affine al post-rock orchestrale à la GYBE, Reverberi & co. hanno realizzato un opera monumentale e stratificata che mette i brividi addosso ed elimina la concorrenza (penso ai sopravvalutatissimi Mono, ad esempio).









Come da programma, l'integrale colonna sonora è stata proposta nella prima parte del live mentre in una parete laterale della sala veniva proiettata l'antica e muta pellicola. Che sinceramente non ho guardato, intento ad osservare i GDM a srotolare il tutto con fare compassato e concentrato. Scorrono così la struggente sinfonia della Favilla, l'incessante Vampa (a metà fra Neu! e Tortoise) e la funerea La cenere (dei Black Heart Procession sotto morfina), con tutti i relativi intermezzi di elettronica, concretismi e rumorismi assortiti con funzione di collante.










Dopo un intervallo per il cambio palco, tornano in veste classica ad eseguire un set composto di qualche pezzo inedito, qualche estratto da Dividing opinions e qualche ricordino del passato remoto. Reverberi prende possesso del palco e ne diventa protagonista, nonostante i pezzi siano quasi tutti cantati dall'inamovibile Nuccini. Nel complesso il live è durato quasi un paio d'ore in cui i reggiani in sostanza non hanno lesinato nè raffinatezza estetica nè energiche esplosioni, oltre che a dimostrare un oggettiva cura dei suoni e bravura tecnica (sono stato impressionato soprattutto dal batterista).
I VIDEO: purtroppo la qualità è pessima per due motivi, cioè che il palco era praticamente buio e il volume è saturo in quanto ero ai piedi dello stesso. Ne riporto comunque tre a titolo documentale (per chi riesca a sopportarli).
(originalmente pubblicato il 12/12/2009)



martedì 22 giugno 2010

Arthur Brown - The crazy world of (1968)

Erano agitatori dell'UFO di Londra nello stesso periodo in cui, per dire, i Pink Floyd di Barrett muovevano i primi shockanti passi. Dico "erano" perchè i Crazy World erano sì veicolo di un vocalist vulcanico / attore teatrale come Brown, ma non sarebbero stati nulla senza il buon Crane, virtuoso, depresso e sopraffino organista che nel giro di poco abbandonerà per mettersi in proprio con gli Atomic Rooster.
Brown viene ricordato essenzialmente per due cose: le sue trovate on-stage (famosissimo l'aneddoto dell'elmetto infuocato che per poco non combinava un disastro, spento grazie alle birre di chi gli era vicino), e per Fire, il super-hit milionario, tassello centrale di un disco contrastante, dai suoni barocchi ed elaborati per esasperare il carattere scenico di Brown, grazie alla produzione di Townshend, probabilmente in rodaggio sperimentale diretto verso Tommy.
The crazy world
è diviso in due parti, col lato A imperniato su un lounge-progressive di grande livello: Brown svaria da un ruggito potente ad un falsetto isterico ad un recitato psicotico sui tappeti frizzanti di Crane (oltre a Fire, splendide anche la tenue Come and buy e l'epic-intro di Prelude/nightmare).Il lato B mostra invece solo meri esercizi di maniera soul-blues e poco altro d'interessante (ci sono anche due cover che non c'entrano niente, per dire), purtroppo andando ad inficiare il giudizio d'insieme.
Crane ci aveva visto proprio giusto...

Furry Things - The Big Saturday Illusion (1995)

Una delle perle più dimenticate di metà anni '90 in ambito indie fu questo esordio dei FT, una delle tante espressioni provenienti dal vivaio texano di Coffy e la Trance Syndicate.
E una delle migliori, diciamocelo. The Big Saturday Illusion è a tutt'oggi un fresco calderone di pop ricoperto di lava ribollente. La chitarra di Gibson assoluta protagonista con i suoni iper-distorti ma tendenti alla psichedelia più esagitata, supportata dal Farfisa della ragazza. Tutti e due cantavano con attitudine molto melodica ma erano i suoni a fare la differenza. Introism il primo pezzo rappresenta un capolavoro: spirali flangerizzate di feedback introducono una ritmica pigra e indolente su cui si stratificano le ondate di organetto. Vocals drogate e lunghissimo assolo di Gibson, una jam-song davvero memorabile. Il fattore rumoristico giocava un ruolo determinante nel FT-sound: una perfetta pop-song come Still California sembra uscita direttamente dalla summer of love, se non fosse ispida e irsuta di fuzz rovinoso. Allo stesso modo agiscono Colortime, con l'aggiunta di un break di flauto traverso a straniare, la leggermente più convenzionale Take you away e la pesantissima Attic, zavorrata da acidismi acutissimi. Ma quando si decidono a sperimentare seriamente sono dolori per le orecchie (nel senso positivo). Lo strumentale Cats vive di una base solare ma viene deturpata dalle figure psicotiche di Gibson che sembrano realmente miagolii (!). Lawnmower sound è puro industrial noise assordante, Porno queen's love dive una perversione alla Helios Creed senza camicia di forza. Angel warm and cold un glaciale dark-ambient per feedback e riverberi cavernosi. Emblematici i 16 minuti di Nothing from zero, che vive di 3 fasi: la prima di heavy-psych-doom, la seconda di deliqui infernali ancora dalle parti dell'industrial. Dopo un minutino di silenzio invece i FT ci sorprendevano e riprendevano Still California strumentale senza praticamente Gibson in impianto, quasi una chiusura surf a lasciare l'ascoltatore divertito e rilassato dopo una tale prova di forza.
Nel mezzo di tutto questo casino infernale, c'è spazio per la splendida Piled high, ipnotica estasi da fare una rabbia incredibile a Pierce e Kember e compagnia psycho-melody.
Successivamente faranno un paio di EP, svoltando decisamente verso l'elettronica. Purtroppo non ho mai avuto modo di sentire Moments away, ultimo gettone di presenza sulla terra di questi piccoli astronauti texani dalla fantasia davvero spiccata.
Da non lasciare nel dimenticatoio.

(originalmente pubblicato il 11/12/2009)

Due Anni di T.M.

Nell'usuale stile sobrio e conciso, e allo stesso modo dell'anno scorso, segnalo la biennale di vita di TM che ha vissuto un 2009 sereno e ricco di soddisfazioni, di commenti positivi e una decisa impennata delle visite come testimoniato da grafico.

Confidando nel proseguio e nella garanzia che la valente piattaforma Blogger per ora rappresenta, aggiorno la lista dei dischi di maggiore gradimento:
1. Cave in - Jupiter
2. Nirvana - Incesticide
3. Kasabian - Kasabian
4. Death Cab For Cutie - We Have The Facts And We're Voting Yes
5.
Flaming Lips - Telepathic Surgery
6. Husker Du - Warehouse Songs and Stories
7. Replacements - Tim
8. Helios - Eingya
9. Mission of Burma - Vs.
10. Godspeed You Black Emperor! - F#A#(Infinity)
(originalmente pubblicato il 10/12/2009)

Ennio Morricone - C'era una volta il west + unreleased tracks (1969)

L'unica umile nota che posso scrivere su queste musiche riguarda i ricordi d'infanzia.
Siamo nei primi anni '80 e i classicissimi di Leone vengono trasmessi spesso alla Rai in prima serata; altri tempi, anche per la piccola ottica che io bambino posso aver preservato da allora.
Le saghe di Eastwood, la sabbia e i cavalli, i cappi e le sparatorie, tutto un immaginario che non sarebbe stato lo stesso senza i sinfonismi ariosi/seriosi, le desolazioni di armonica, gli scherzetti e i fischiettii. E oggi, riascoltare questo 40enne monumento in solitudine sonora fa pensare a tante cose, rievoca atmosfere lontane nel tempo e fa stillare anche una goccina di nostalgia.

(originalmente pubblicato il 10/12/2009)

Peter Hammill - Live in Borgomanero, Teatro Rosmini 06-12-2009








E concludo alla grande il mio 2009 hammilliano, dopo aver assistito allo spettacolo indimenticabile dei VDGG in versione power trio di quest'estate, con l'esibizione solitaria di questo splendido 61enne che sa sempre regalare emozioni struggenti, seppur per pochi intimi, nel teatro di Borgomanero domenica scorsa.
Giungiamo sul luogo alle 21.35, convinti di un piccolo e classico delay, ma restiamo delusi sentendo che le note di My Room risuonano già nella piccola arena. Pazienza, perchè ben presto resteremo ipnotizzati da un'ora e mezza di classici alternati ad un paio di estratti da Thin Air, il più recente della serie infinita, e forse il migliore da diversi anni a questa parte.








Dal passato più remoto, Easy to slip away è ripescaggio sempre carissimo. Anche se conosciamo a perfezione l'arte e le movenze dell'uomo, ci scuotiamo sempre ad osservare quel mix di raffinatezza, teatralità e le impennate rabbiose, per nulla allentate dagli anni. La voce è sempre quella, e non serve aggiungere altro. Dalla fase post-VDGG, Just good friends, Central hotel, Paradox Drive, If I Could. La prima e terza fase lo vedono al piano, in quella centrale si siede all'acustica in tutto comfort. Quando il jack inizia a fare storie, lo stacca e si fa un pezzo unplugged al 90%, tanto il teatro è muto.













Dalla fase matura, Bubble, Time to burn, A way out. Non ricordo tutti i pezzi e nonostante abbia ascoltato tutti i suoi dischi (meno cari) almeno 2 volte, occorrerebbe dedicarsi un mese esclusivo soltanto all'ascolto dell'opera omnia per immagazzinarli. Cosa che peraltro non dev'essere facile neanche per lui, visti i gobbi posti sul piano. Il volonteroso italiano che sfodera annunciando i pezzi a voce bassissima ci presenta il piccolo ed unico bis, rappresentato da quel quadretto primaverile quarantenne che altro non è la sempre-tenue Vision.
Sono le 23, e la fredda serata novarese ci ri-accoglie a braccia aperte, mentre i nostri spiriti sono riscaldati dall'arte immortale dell'uomo.
(originalmente pubblicato il 09/12/2009)



Larsen - Live in Nietzsche Fabrik, Torino 05-12-2009











Un luogo davvero particolare, nella periferia di Torino, in cui convivono diverse attività sia culturali che lavorative, ha ospitato sabato scorso una delle rare esibizioni di uno dei gruppi più originali, radicali e sperimentatori italiani degli anni zero. Certo che un live all'aperto a Torino il 5 dicembre può anche assumere il valore di prova di resistenza al freddo, ma lo scenario generale, con il legno ad ardere nelle botti, il palco ricavato in un porticato di legno, il breve spettacolo a sfondo teatrale di una piccola crew femminile a mo' di supporter, il set dark-ambient del dj e tutto il contorno aveva decisamente il suo fascino "alternativo".










Una sorta di prova sotto casa, per Palumbo & co., in maggior parte per testare del materiale nuovo che vede una massiccissima (se non totale) presenza della vocalist Little Annie. Ben poche le concessioni al repertorio già noto. Detto questo, occorre sottolineare che i Larsen proseguono la loro ricerca di post-rock minimale ed ossessivo ma la presenza dell'inglese non convince un granchè. Oltre ad essere decisamente sopra le righe nel mixaggio, l'invasata e visionaria declamatrice finisce per essere un po' ingombrante nel contesto generale, relegando spesso e volentieri le spirali concentriche dei 4 in un poco onorevole secondo piano. Per effetto di ciò, non è che sia stato un concerto memorabile ma occorre considerare il fattore rodaggio che è sempre importante in formazioni coraggiose come quella torinese.
(originalmente pubblicato il 09/12/2009)

lunedì 21 giugno 2010

For Against - Shade side sunny side (2008)

Ritornano, con la loro flemma produttiva, una ritrovata ispirazione, senza nulla creare se non un'altra sfilata di songs difficilmente dimenticabili. Quasi 25 anni di carriera e non sentirli, in sostanza, è il motto di Shade side sunny side. Quando ormai non mi aspettavo più nulla che andasse oltre la stanca routine, mi hanno sorpreso come altri vecchi marpioni (Flaming Lips, Church) che ogni tanto tirano fuori la zampata di classe.
Sarà magari anche stato merito del ritorno in formissima della sei corde fondatrice di Dingman, ma il disco è bellissimo e una buona metà di esso indugia in durate chilometriche per i loro standard. L'opening da urlo, Glamour, è un purissimo ritorno alle origini. Intro oscura di feedback e synth inquietante, strofa minimal-dark e chorus da disgelo polare, si impone come uno dei migliori pezzi del repertorio intero. Lo spleen-pop in stile Aperture si manifesta in Underestimate, seppur con un suono più pieno e impreziosito dalle venature tastieristiche. La voce di Runnings, alla soglia della mezza età, non ha più il timbro dell'adolescente ma quello di un ventenne (!). Toni tranquilli e trasognati spezzano il ritmo in Why are you so angry e Spirit lake, perchè in fondo lo stato d'animo principale del disco è una malinconia parecchio agitata. La spietata Aftertaste è uno schiaffo a 5 dita in faccia ai giovani copioni della new wave di moda nel decennio. Le malsane ambientazioni dei nove minuti di Friendly fires vagano in una notte di guerra martoriata. Dingman spadroneggia in lungo e in largo, sembrando quasi più creativo degli esordi e ricorrendo spesso alla distorsione. Anche Quiet please sfiora la soglia del decino di minuti in una complessa articolazione di potenza e flussi elettromagnetici.
Nel mezzo di tutto questo, Runnings trova anche la maestria di piazzare una piccola perla pianistica come Game over, struggente e riflessiva fino a quando il trio non riprende ad esalare emissioni sulfuree.
Quel che si dice maturità...

(originalmente pubblicato il 04/12/09)

Formula 3 - Formula 3 (1971)

Per me l'episodio migliore della quadriglia originaria di uno dei primi, forse il primo vero power-trio italico. Innanzitutto la farina del sacco, per l'ultima volta completamente Mogol/Battisti. La leggenda narra che i due producessero un pezzo completo al giorno, ma i 7 in elenco su F3 non sembrano proprio scarti. Clamoroso il successo di Eppur mi son scordato di me, che il ricciolo di Poggio Bustone rifarà sua in una celebre esibizione acustica in Rai. In lista solo un paio non saranno proprio memorabili; Vendo Casa è eseguita forse senza troppa convinzione, Un papavero è una gag insipida in stile Gente per bene e gente per male,
Nel complesso ci si stacca quasi del tutto dal beat, e si è ancora lontani dal prog. Il mix di romanticismo e grinta era il loro punto di forza: il quasi hard-rock di Tu sei bianca, sei rosa... è il miglior episodio del disco, che vive di tensione e di stacchi memorabili. Il dramma epico di Il vento non teme il confronto con l'originale. Nessuno nessuno e Mi chiamo Antonio Tal dei Tali sono graffianti soul-rock che nel repertorio del maestro B. avrebbero fatto la loro sporchissima figura. Radius, epidermico e dinamico sia sulle corde di nylon che quelle vocali. Cicco, agile e scattante sulle pelli e voce di tutto rispetto. Lorenzi, collante organistico perfettamente funzionale.
Qualcuno ha ancora voglia di fare un paragone fra il pop di oggi e quel pop?

(originalmente pubblicato il 03/12/09)

Fools Dance - Fools Dance + They'll never know EPs (1985)

Definirlo "gruppo di reduci dei Cure" potrebbe suonare come un termine poco estimativo, anche se nella realtà non ne eravamo molto distanti. Un Gallup fresco disoccupato e troppo in crescita per restare fermo è stato l'elemento cardine di questa band la cui vita è durata esattamente il tempo del suo divorzio da Smith, cioè manco 3 anni fra l'82 e l'85. Guardando la foto, poi, viene da ridere. Il look è inequivocabile e le pose persino troppo simili per crederci, ma erano gli anni '80 e tutto ci poteva stare. Il capello a salice piangente invece era Biddles, ex-roadie che in una delle ultime date del tour di Pornography salì alla ribalta prendendo possesso del microfono e cantando a squarciagola che Smith e Tolhurst erano delle teste di cazzo, logico che fosse della partita come lead vocalist, peraltro neanche malaccio seppur troppo debitore dello stile dei suoi ex-datori di lavoro. Nella primissima formazione c'era persino Hartley il pianolista di 17 Seconds, ma come nel suo stile fece solo una toccata e fuga. Si sa poco o niente degli altri, nomi meteoriti. Soltanto il sax di Howe troverà un minuto di celebrità su A night like this.
Due EP per loro, una decina di songs di buon livello. Oltre alla limpidissima influenza Cure, qualche riflesso di Magazine (il sound di Gallup ricalca perfettamente quello di Adamson in Sa'ha), Teardrop Explodes (I'm so many) e Echo & The Bunnymen (The don diddy song).
Su They'll never know non mancano spunti interessanti come la dirompente The collector o la solenne Empty hours. Sulla stentorea The ring Gallup si toglie addirittura lo sfizio di fare il lead vocalist e sfoggia a sorpresa un tono nasale vicinissimo a Mark Hollis.
Nulla di storico, ma interessante per i Cure aficionados che abbiano voglia di qualche variazione sui temi sentiti e strasentiti.

(originalmente pubblicato il 02/12/09)

Faust - BBC Sessions 1973 (1996)

Queste gran teste matte riuscirono ad attirare curiosità anche in quel di Londra, e registrarono una session nel 1973 presso gli studi BBC. Nel casino immane delle ristampe, dello sgombro degli archivi avvenuto negli anni '90, comparve anche questo semi-bootleg che recuperava varie frattaglie in aggiunta. Dagli studi inglesi, una traccia unica di 20 minuti con, nell'ordine: The lurcher, pseudo-dub malato condito da un clarino singhiozzante. Il manifesto Krautrock, festival ruvido di Sosna e le sue distorsioni chitarristiche nonchè della psichedelia deformata e fuorviante, che sfuma nell'irresistibile cabaret demenziale di Do so.
Poi si entra nella festa, anche se molto stravagante. Party 9 inizia in un anfratto percussivo inquietante e continua aiutando i Can e i Neu! a creare la new-wave, con il basso penetrante di Peròn in prima linea e gli effetti rumoristici di Irmler proto-Ravensteine. 360° è un collage di concretismo puro con voci di bambine isteriche e gag sonora trascendentale. Party 10 è bozzetto rinascimentale per trombettine e bouzooki esilarante. Party 1 è digressione percussiva ipnotica di Diermaier. We are the hello man è uno sketch lo-fi per batteria e voci.
La versione trasfiguro-alternativa di So far dimostrano che il gruppo aveva una creatività dirompente nel saper stendere i propri collage sonori. Meer è la calma dopo la tempesta, una morbida frase di piano con i fischi syntetici sotto a simulare il vento.
Seppur episodio assolutamente minore nell'articolata (per non dire incasinatissima) discografia dei teutonici, BBC Sessions non manca di certo di spunti folli e anticipatori.

(originalmente pubblicato il 01/12/09)

Elegi - Sistereis (2007)

Un immaginario tipicamente macabro, è quello suggerito dal myspace del norvegese Jansen, che si paragona ad una symphony of horror. In realtà ciò che si evince dall'ascolto ripetuto di Sistereis è che l'intenzione non è esclusivamente quella di incutere timore. Sembrerebbe un concept sui relitti marini, sulle immersioni, insomma c'è un idea di cupezza subacquea ma in realtà gli umori che personalmente percepisco sono molto più complessi e dilatati.
Dark-ambient da camera, lo definirei, con massicce dosi di concretismo sonoro che graffiano la base già ben poco melodica. Privo di ritmo, l'Elegi-sound si regge su frasi profondissime di piano o di synth, dando vita a 10 quadri astratti ben divisi e definiti in cui gli stati sono seriosi, puramente contemplativi, scuramente minacciosi quando non esplicitamente allucinatori.
Un disco stupendo, che cattura l'attenzione nonostante l'apparente osticità; il bordone nuvoloso di Despotiets vesen, i trip-drones di Fyrtarnet pt.1+2+3 e Skumring, il desolante e mesto sinfonismo di Dauingene, i gonfiori malati di corni e fagotti in Time lapse e Sistereis, i rintocchi vibranti di Interbellum, l'opera di Jansen risplende di una luce propria focalizzata con grande ispirazione e sapiente distribuzione di correnti umorali.
Scandinavo, ma freddo secco. Buio marino, ma con la luce che filtra da sopra.

(originalmente pubblicato il 27/11/09)

Failure - Comfort (1992)

Non proprio uno di quei gruppi grunge fazzoletti ad uso e consumo delle major nei primi anni '90, i losangeleni Failure potevano avere quella marcia in più per accalorarsi legioni di fans di Nirvana e Soundgarden. Ma nonostante l'esposizione ai vari Lollapalooza e il battage della etichetta, non riuscirono a sfondare sebbene a tutt'oggi ci siano diversi siti a loro dedicati, a dimostrazione che non sono stati dimenticati da tutti.
Comfort fu prodotto da Albini ma qualcosa andò storto; il suono è troppo compresso e il vocalist Andrews, già di per sè non un fenomeno, è mixato bassissimo. Soltanto la batteria ha la tipica profondità delle regolazioni dell'occhialuto, e fu un peccato perchè era un buon disco. Anthem angosciati come Macaque, Something, Pro-catastrophe, contenevano le giuste dosi di melodia che avrebbe potuto esporli a tutto il mondo anche se soltanto le major non riuscivano a capire che era troppo tardi. Certo, sarebbe stato ingiusto condannare gruppi (si pensa) autentici come i Failure, vista anche la personalità sfoggiata in primizie noise-pop come Submission, Screen man. O nella sfuriata post-hardcore di Princess, ricca di sfumature e armonici chitarristici che escono dal wall of sound. O nell'implosione di Salt wound, che da outfit emo-nirvaniano si riduce ad un marasma di inquietante melma sonora.

(originalmente pubblicato il 30/11/09)

Eluvium - Copia (2007)

Musica classica dei nostri giorni, è ciò che propone l'americano Cooper in questo suo episodio che si distaccava dai precedenti per l'approccio elegante e quasi esclusivamente acustico. Piano, archi e fiati sono le sorgenti per le 12 situazioni di Copia, potenzialmente una soundtrack completa per tutti i gusti e gli stati d'animo.
Leggero, trasognato e volatile, Cooper ottiene il massimo nei momenti più stratificati come Indoor swimming, Prelude for time feelers, Reciting the airships, ma si fa apprezzare anche nelle semplicissime Radio Ballet, piece per solo piano e in After nature per sola sezione d'archi.
Un disco trasparente che suggerisce emozioni candide e riposanti.

(originalmente pubblicato il 28/11/09)

Galaxie 500 - This is our music (1990)

Ne sentii parlare tanti anni fa, ne lessi le lodi che tessero le testate specializzate. Soltanto un paio d'anni mi decisi a sentirli, dato che le citazioni illustri erano numerose ed autorevoli.
Questo fu l'ultimo, ebbero vita breve, praticamente 3 dischi in tre anni. Quella che mi pare di udire è praticamente una versione normalizzata e del tutto priva di psichedelia degli Spacemen 3 di Playing with fire. Ovvero, le ballads di Pierce del tutto omologate al folk-rock e agli stereotipi che ebbero origine dai Velvet Underground, oltretutto con meno fantasia, meno brillantezza e una voce non propriamente esaltante. Che poi siano diventati un culto o un influenza per bands come i Low, è un altro discorso. Può succedere che anche gli allievi superino a destra i maestri, o che le intenzioni paghino più dei risultati.
A me fanno addormentare.

(originalmente pubblicato il 28/11/09)

Emerson Lake & Palmer - Tarkus (1971)

L'unico disco di cui posso parlare dei pomposi e tronfi ELP è questo secondo, se non altro per la suite Tarkus, l'unico loro pezzo che ascolto ancora volentieri ogni qualche anno.
Fatti salvi anche alcuni momenti pregevoli sul debutto dell'anno precedente, ho sempre ammirato la tecnica e la spettacolarità dei tre ma ritenuto la produzione un po' pesantemente autocompiacente per coinvolgermi seriamente. Il punto d'equilibrio invece si raggiungeva sulla prima facciata del pezzo di vinile, una ventina di minuti emozionanti e ben bilanciati.
Sulla falsariga della favoletta di un armadillo cingolato che viene sputato da un vulcano e semina morte attorno a sè finche non viene ribaltato da una manticora, Tarkus è diviso in sette movimenti epici ed avvincenti. La concitazione di Eruption è già showcase dell'organo di Emerson, ma quando entra la voce di Lake siamo in Stones of years, un impeto di brillantissimo romanticismo. L'alternanza fra scatenate digressioni cerebrali e songs più convenzionali continua con Iconoclast seguita dal blues deformato di Mass. Un altro ballo di san vito con Manticore ed arriva il momento più bello, non a caso firmato Lake che si veste anche da chitarrista. The battlefield è un movimento solenne e stratificato, che a darlo in mano a Fripp sarebbe diventato una leggenda, anche perchè per un po' Emerson se ne sta buono, almeno fino alla pre-chiusura memorabile di Aquatarkus, in cui il moog prende le sembianze di paperi elettrici. Il gran finale riprende l'apertura con toni ancora più autoritari, e con una potenza da mettere i brividi. Grande prestazione globale, ovviamente, anche di Palmer.
Girando il vinilone, la delusione cocente è pressochè inevitabile. Gli insipidi siparietti di Jeremy Bender e Bitches crystal non hanno un centesimo della consistenza precedente. La messa di The only way è perfidamente stucchevole, e il boogie di Are you ready Eddie è come scavare sotto la base del barile. Si salvavano un pochetto l'energetica A time and a place e la vagamente canterburiana Infinite space.
Da ascoltare a metà.

(originalmente pubblicato il 27/11/09)

Devendra Banhart - Smokey Rolls Down Thunder Canyon (2007)

Davvero rilassante l'ascolto di un Banhart in una serata nebbiosa ed umida di novembre, specialmente se il mio disco preferito della sua acclamata carrierina. Dopo un numero di pubblicazioni perlopiù acustiche, il barbuto si è deciso a dar sfogo ad arrangiamenti squisiti su questo Smokey, infilando una collana delle sue sornione ballads.
Aumentano le songs in spagnolo, un buon terzo della scaletta. Aumenta l'influenza etnica sudamericana, filtrata attraverso il folk americano. L'ibrido è freschissimo e si potrà quasi ammettere che certo Banhart non inventa proprio nulla e scopiazza da tante parti, ma ha il carisma e lo stile dei grandi, oltre alla voce inconfondibilmente coinvolgente.
Su ben 16 pezzi le perle rilucenti non mancano di certo: la splendida riverberata Bad girl è un guaito disarmante di elettrica. La staticità sinfonica di Seaside, lo stomp energico di Tonada yomaninista, la seriosità pianistica di Rose, il funk beckiano di Lover. Sapori purissimi vintage permeano la summer of love di Carmencita, il country da camera di Freely, fino a terminare con due piccoli capolavori come Remember e My dearest friend. Quando si mette a fare sul serio, inoltre, è in grado persino di sguainare la minisuite passionale di Seahorse, divisa in tre parti: la prima folksinger bucolico, la seconda concitata quasi prog, la terza torrenziale jam di hard-rock classicamente westocoast, probabilmente il momento più bello del disco.

(originalmente pubblicato il 26/11/09)

Offlaga Disco Pax - Robespierre (Live in S.Pietro I.C. 17/07/2009)

Col lievissimo ritardo di 4 mesi sono finalmente entrato in possesso del filmatino eseguito dall'amico Max in occasione del live degli Odp che siamo andati a vedere in piena campagna padana sopra Bologna quest'estate, in cui i 3 reggiani venivano supportati da un trio d'archi ed eseguivano di fronte ad un pubblico attentissimo e silenzioso i loro hits.
La clip sottostante li immortala alle prese con l'ultimo pezzo in scaletta, cioè il tormentone Robespierre stravolto per l'occasione in una salsa trip-narcolettica.
Enjoy.
(originalmente pubblicato il 23/11/09)

Engine Kid - Bear catching fish (1993)

A vederlo nella foto, si stenta quasi a credere che sia il flemmatico sacerdote incappucciato di oggi, Greg Anderson. Un kid riccioluto acqua e sapone ancora influenzato dall'hardcore contaminato col metal e corrotto dal pre-post-rock umorale degli Slint.
Dopo l'EP Astronaut, questo fu la loro prima prova sulla lunga distanza. La title-track vive di vuoti e pieni a rendere fra di loro. L'inizio lentissimo, sussurrato, quasi uno slow-core trasognato, viene orribilmente sfregiato dall'entrata della distorsione crushing della chitarra. Un indie-sludge che per certi versi fa venire in mente le cose che fa attualmente Broadrick con i Jesu. Il finale è un orgia di feedback infernale, sembrava inevitabile ma è stato così per davvero.
Non avevano però ancora una linea precisa; lo sbandamento quasi pop di Rockford file sembra essere nel disco così per caso. Così come l'emo-hardcore di Treasure chest non era esattamente l'innovazione, salvo la fase silenziosa in mediana. Molto meglio gli sconquassi di Quarter mile thunder, o la loro personale elaborazione di una Washer che già era leggenda, ovvero Cabin Fever. Non avevano però altri assi da giocarsi, se non quelli di replicare gli schemi vuoto/pieno con gli ultimi 3 pezzi. L'idea non era male, però, e l'evoluzione avrà un impennata repentina col successivo e finale Angel Wings.

(originalmente pubblicato il 24/11/09)

Don Caballero - Singles breaking up vol. 1 (1997)








Corollario più o meno fondamentale per la comprensione della line-up gloriosa dei DC, questa raccolta soprattutto di primi singoli con cui fragorosamente entravano nel mondo indie T&G.
Ricordo la paradossale cover al momento dell'acquisto, con quei 7 pollici stesi in un crocevia a formare la scritta Don Caballero, rapidamente disfatta dal passaggio delle macchine, ed i passanti incuriositi intenti a raccogliere ed osservare i dischetti.
La raccolta in questione, secondo me, ha poco meno della valenza dei primi 3 dischi storici. Seguendo una scaletta più o meno cronologica, si parte dalle brevi tempeste elettriche periodo For Respect se non prima (le rovinosissime Lucky father brown e Belted sweater in primis, le evoluzioni post-Bastro di Shoeshine e My ten old lady..., la travolgente Unresolved kharma).
Siamo agli inizi del quartetto di Pittsburgh ed è già ovviamente grande showcase di Che, grandi acrobazie di Williams e Banfield (che lascerà proprio nei giorni dell'uscita) e grandi, devastanti strumentali che fanno gridare al miracolo: i King Crimson più violenti si sono uniti ai Black Flag senza cantante, oppure gli Helmet che flirtano con i Mahavishnu Orchestra. Ancora devastazioni ipercinetiche con Our Caballero e ANDANDANDAND, dopodichè si giunge al momento di II. L'inizio relativamente placido di First hits è solo una vaga illusione che lascia spazio alla grattugia tecnico-creativa di Williams. No more peace and quiet for the warlike fu una outtake delle registrazione del secondo capitolo, ed inizia come un pezzo di musica concreta: i sordi muggii di Williams abbinati ai piatti campanari di Che per un apertura quantomeno fuorviante, al quale segue uno svolgimento deragliante come da copione del disco, il loro capolavoro.
Il progresso era inarrestabile: le tre tracce da What burns never returns mostrano un gruppo in piena mutazione: le papere metaforiche della brevissima If you've read Dr. Adder, la bucolica Trey dog's acid, gli armonici acutissimi della lunga Room temperature lounge, sono il risultato di un gruppo che ha mediato le asprezze degli inizi con la complessità delle trame: per un Chè meno palestrato si fa strada un dilagante Williams non più distorto, ma divertito ed inusitato giocoliere delle note alte e delle dissonanze. Gli Storm and Stress stavano arrivando, poi ci sarà la chiusura con un disco ulteriormente astratto come American Don e poi la fine.

(originalmente pubblicato il 23/11/09)