Trombettista newyorkese di estrazione jazz che a partire dagli anni '70 diventò musicista di tour e studio richiesto da mezzo mondo. Io l'ho conosciuto per le frasi semplici ed incantevoli con cui impreziosiva alcune fra le pagine più memorabili di David Sylvian.
Parallelamente a queste attività, Isham ha sviluppato una carriera solista (anche come autore di colonne sonore) fra fusion sofisticata, world music e ambient/new age.
Tibet è una suite strumentale in 5 movimenti in cui tutti i suoi stili vengono assortiti con un senso del gusto ammirevole. Non c'è un momento di autoindulgenza. La tromba del leader è soltanto un discreto elemento dell'ensemble di virtuosi assemblati per l'occasione (un nome, David Torn alla chitarra di chiara estrazione frippiana). Poi, ovvio che questa musica non potrà evocare proprio a tutti la natura tibetana; semmai la contemplazione del paesaggio da un comodo studio al riparo dal gelo, con vista panoramica. In ogni caso, chi odia questi suoni elaborati ed iper-prodotti stia alla larga.
Anche se non erano di Canterbury, gli Egg vengono considerati facenti parte della scena della magica cittadina che tante cose belle ci ha regalato nella stagione dorata. Durarono pochi anni e due dischi. Erano un trio organo/basso/batteria in cui il primo (Stewart) era in chiara evidenza; non era un iper-tecnico alla Emerson nè un complicato alla Ratledge, e privilegiava frasi stentoree e melodie, nonostante l'ambizione della Symphony n. 2 in 4 movimenti per 20 minuti totali.
Nulla sarebbe stato senza una robusta sezione ritmica in cui basso (Campbell, anche alla voce) e batteria (Brooks) saltellavano agili e slanciati, per un risultato finale che si avvicinava più ai Colosseum che ai Caravan. Non dei fenomeni (la sinfonia in certi momenti è un po' stanca), ma almeno 2 pezzi starebbero bene in un antologico canterburiano.
Il basco Mattin è un performer a tutto tondo che basa il suo operato sulla provocazione fine a sè stessa, con risultati rilevanti anche in campo teatrale. Musicalmente invece impersona un pazzo furioso che semina decine e decine di lavori sotto diverse sigle, e com'è ovvio impossibile da seguire; le condivisioni sono fra le più disparate, cito soltanto Drunkdriver, Rocchetti, Malfatti, ma anche svariati performer giapponesi dediti alla onkyo-music moderna con tanto di assurde performances (esempio a caso il disco in cui ci sono due tizi che piangono per un ora).
Billy Bao è il suo gruppo noise-punk, quindi il progetto più musicale del mazzo, potrei dire accessibile, ma è un lampante ossimoro. Dialectics of shit è mezz'ora di pura alienazione e di violenza subdola, che in gran parte sembra un incrocio fra i Flipper e i Throbbing Gristle. I pezzi durano tutti 3 minuti esatti, di conseguenza brutalmente tagliati in un delirio sconclusionato per chitarre grattugiate ed accordate di gran lunga sotto il tradizionale, per voce rabbiosa e ritmi cavernicoli. Roba ben poco digeribile, ma la provocazione funziona.
Il tocco inconfondibile e poliedrico di Leyland Kirby nel suo monicker meno prolifico in assoluto; due soli titoli in 7 anni. Col primo Bleaklow sembrava continuare sulla scia più istrionica e disturbante di V/Vm, con Watching invece ha stabilito un'inedito scenario di elettronica scura e greve ma al contempo ricca di squarci diversificati. Come un raggio di sole che filtra da uno spiraglio fra le nuvole nere in un cielo minaccioso.
Pochissimo romanticismo, zero citazionismi. C'è un po' di tutto: stasi ambient, graffi industriali, concretismi assortiti, ipnagogia di fondo con richiami alla gloriosa trance degli anni '90.
The Stranger è davvero un progetto a sè stante, piaccia o non piaccia.
Bistrattato e sottostimato da pressochè chiunque, il terzo album dei Dead Kennedys rappresentò una svolta coraggiosa e naturale. Era chiaro che ciò che avevano raggiunto con i primi due era difficilmente superabile, così ebbero la spinta necessaria a cambiare. Oggi che sono passati 30 anni, credo una rivalutazione sia doverosa.
Innanzitutto godettte di una produzione perfetta per i propri scenari inediti, al contrario di Fresh fruit che pur essendo fulminante aveva un suono piuttosto piatto e compresso. Poi va rimarcato il grande lavoro chitarristico di East Bay Ray, che aprì il riverbero del proprio ampli con grandi risultati. Ne sfociava spesso un surf-core a tratti quasi psichedelico, quasi una bestemmia per gli hardcore-kids. Ma le ritmiche erano ancora travolgenti e la scaletta non sbagliava un colpo.
Per chi conosce gli Arbouretum dal 2011, ovvero da quando guadagnarono la cover di Blow Up col bel The gathering, questo cd-r autoprodotto e distribuito solo ai concerti può sembrare davvero il prodotto di un altra band, per quant'è diverso dal resto del catalogo.
Si tratta di una traccia unica di 45 minuti, del tutto strumentale, o come l'hanno definita loro stessi un flusso di improvvisazioni continuative, in cui emerge un lato psichedelico pressochè inedito per il loro stile. Il loro ruspante dna a stelle e striscie campagnole è sempre in bella mostra nelle fasi più canoniche, senza disdegnare qualche distorsione più affine agli amici Pontiak; attraggono di più le stasi liquide che si intercalano lungo il tragitto (soprattutto quella degli ultimi minuti) e disegnano un sentiero che Heumann non ha mai imboccato.
Fondati ad inizio anni '80 sulla scia della post-wave più avventurosa, gli inglesi OYC hanno rilasciato pubblicazioni abbastanza sporadiche e a tutt'oggi non si hanno notizie dal 2010 in cui pubblicarono l'ultimo disco, peraltro una raccolta di inediti risalenti ai primi tempi di vita.
Nel momento più affollato, a metà '90, si erano assestati in uno stile abbastanza definito ma anche personale, fatto di elettronica trance allora in voga, dub spettrale, percussioni etniche e relax ambientali. Sunchemical è perfettamente rappresentativo della tavolozza, contiene 6 remix e ciascuno ha il titolo di un elemento della tavola periodica
Riservato agli amanti di queste sonorità, oggi ancor così affascinanti checchè se ne dica.
Violentatori di ogni versione più brada possibile del free-jazz, reali progenitori del free-noise anni 2000, del nippo-noise anni 90 e di alcune fra le tendenze più estreme dei 30 anni a venire, gli Airway furono un progetto estemporaneo messo in scena da alcuni musicisti della scena arty di Los Angeles altrimenti definita LAMFS, che suonò soltanto dal vivo per poche date nel 1978.
L'idea del fondatore, Joe Potts, era di schierare una formazione che elevasse il muro di suono più feroce possibile in cui piazzare messaggi subliminali per manipolare il pubblico. Stando alla leggenda, i presenti terrorizzati tendevano a scendere ai piani sottostanti pur di non subire il trattamento (la qualità non è eccelsa ma si intuisce che il volume doveva essere alto all'inverosimile), ma in altre circostanze venivano attirati verso il palco o in altre direzioni della sala.
Che sia stato uno scherzo o no, questa mezz'ora scarsa di puro terrore fa ancora un po' paura. Come ha dichiarato Tom Recchion, schierato alla batteria, non c'era nessun accordo fra i musicisti nè direttive impartite se non quella di suonare più forte e rumoroso possibile. Dei messaggi subliminali, invece, nessuna traccia, se non quella di lasciar scorrere l'ascolto per una catarsi terrificante ideale dopo una giornata di lavoro un po' stressante.
Il magnifico power-surf-trio in due situazioni che sono agli estremi del loro catalogo. Sunken treasure è uno dei numerosi live pubblicati, in cui trovano la dimensione ideale per sprigionare la loro energia torrenziale. Il concerto è ribollente, un mix della maestria chirurgica delle loro precisissime partiture con la foga che rende ancor più umana la situazione, oltre ad una spiccata propensione all'ironia (le battute e le risate che spesso si odono fra un pezzo e l'altro).
The amazing California..., disco di studio della maturità, vede una voglia di svoltare con decisione. Tutto più studiato ed arrangiato (le tastiere fitte a mo' di tappeto), al primo approccio non esalta perchè sembra che i Sirenetti abbiano rinunciato all'entusiasmo contagioso degli inizi in favore di una complessità (e seriosità) che non sembra essere proprio nelle loro corde. Per fortuna, ripassandolo bene, i suoi pregi vengono meglio a galla, soprattutto nel quarto d'ora di Burn, imponente suite a metà fra Morricone, il gothic-dark ed un ritmo quasi downtempo.
Il primo Rockerilla che comprai fu Gennaio 1993, in copertina c'era il faccione svanito di J Mascis. Nella rubrica Perfumed Garden si scriveva dei Dark, oscurissima (solo per fama) formazione inglese che sembrava attrarre più curiosità per il fattore collezionistico che per lo stretto interesse artistico di Round the edges, tant'è che la formazione era scomparsa dalle cronache.
Non erano certo una priorità, ed infatti per 22 anni sono rimasti in un cestino recondito della memoria. E' stato soltanto per casuale nostalgia di quelle pagine ormai sbiadite che l'ho ascoltato, e non avevo nessuna speranza di scoprire un capolavoro. Non mi sarei mai aspettato, però, di incontrare un particolare esempio di rock granitico e viscerale che, al netto del pagamento di inevitabili tributi, suona molto bene. La doppia chitarra e le acidità sparse ricordano la west-coast di 4-5 anni prima, denotando il loro aspetto migliore; episodiche durezze sabbathiane, qualche assolo hendrixiano e rare tendenze blues invece li riportavano a casa. Non capisco da dove arrivi invece la definizione prog che spesso si usa per categorizzarli.
La rivelazione finale è che forse erano i veri nonni putativi dei Dead Meadow, viste le curiose coincidenze di discendenza.
E' di un candore disarmante Barzin quando, in un intervista, dichiara che i suoi tempi sono questi: 5 anni da Songs for an absent lover vogliono dire che sì, è lento come la messa cantata ma non può fare a meno di far uscire un disco quando è sicurissimo che sia degno di essere diffuso. E ha ragione tutta la vita, tornando col suo solito, inevitabile, fermo cantautorato; di fare cose diverse non se ne parla, ma chi glielo farebbe fare. Siamo tornati ai livelli di My life in rooms, e giuro che non ci avrei scommesso un centesimo.
Inutile dilungarsi: fosse stato 15 anni fa, avrebbe riscosso più consensi: l'era dorata del neo-folk è andata da un pezzo ma Barzin è fatto così, se ne frega e continua per quei pochi che ne amano la naturalezza e le indimenticabili canzoni di struggimento e disarmo.
Tutt'altro che una meteora, i Felt da Birmingham trapassarono gli anni '80 senza mai farne parte esteticamente e senza mai diventare famosi nonostante il periodo fosse fertile e la loro musica fosse fortemente melodica.
L'aspetto ancor più atipico era che una buona metà del loro primo repertorio era composto di pezzi strumentali, nonostante il leader fosse il cantante Hayward. Nella prima fase della loro storia, infatti, era tutto incentrato sulla chitarra di Deebank che ripescava il jingle-jangle applicandolo ai ritmi secchi della new-wave, mentre il registro vocale imitava in larga parte il tono di Lou Reed. Detto così non sembrerebbe il massimo della vita, se non fosse che il materiale era di gran pregio e detta chitarra sapeva creare atmosfere sognanti e malinconiche con una genuinità indicibile. L'analogia che mi viene in mente è quella coi R.e.m: stesse basi di partenza ma contesto diverso in base alla zona di provenienza. The splendour of fear è un breve ed incantevole insieme di quadretti di quell'emotività tutta britannica, al quale abbandonarsi, preferibilmente in autunno.
E la cellula polacca si spaccò, dopo aver realizzato misconosciuti, incompresi ed ignorati capolavori degli anni zero. Iwank scomparse, Drazek fece combutta col sodale Kendrick, coinvolsero un cantante/chitarrista, tal Fuscaldo e formarono i Mako Sica. Un progetto esclusivamente live, almeno fino al 2012, con forti componenti impro.
E sono ancora forti sensazioni, segno che i fuochi creativi non sono stati sopiti. E' lampante che nulla potrà più essere come prima, perchè il segno di Iwank era troppo marcato. Senza la sua lugubre zavorra, Mako Sica spicca il volo e crea una formula sublime di avant-impro-psichedelia. Senza la sua imponente teatralità, gli altri due rilasciano fragranze mistiche: Drazek propone ancora il suo timbro squillante e ripone quasi del tutto il suo trapano, Kendrick reprime le ambizioni tecniche e si fa ipnotizzare dalla situazione. Fuscaldo vocalizza soltanto fonemi in estasi e fornisce un supporto ritmico o di discreto contrappunto. Tutto, come ci tengono a sottolineare, registrato live e senza overdubs. L'hanno definito atmo-rock.
Ristampato poco tempo fa in versione ampliata e con un titolo diverso dall'italiana avanguardista Die Schacthel, Dialoghi Del Presente è una gemma nascosta dell'Italia 70' che, nonostante la grande apertura mentale di quegli anni, lo ignorò. Oggi è finalmente arrivata la degna riscoperta e chissà cosa ne avrebbe pensato la buon'anima di questo polistrumentista napoletano, artefice di un'unica mezz'ora di assoluta magia e poi scomparso. La sponsorizzazione spassionata di O'Rourke, l'inclusione in una compilation di The Wire, Pitchfork che gli dà un 8.4 sono soltanto gli accadimenti internazionali di maggior esposizione.
Non c'era proprio nulla di tradizionalmente partenopeo nelle partiture di Cilio: 5 strumentali per chitarra, piano, violino, cello, oboe, sax e percussioni. Un mix audace fra musica da camera, avanguardia, struggenti melodie e morbide dissonanze, in un saliscendi continuo fra austerità e intimismi. Io ci ho colto in primis i Popol Vuh di Hosianna Mantra come attitudine, ma i nomi analoghi citati sono stati tanti (anche in ottica futura, per dare un'idea della lungimiranza di Cilio).
Potevamo avere un nostro Harold Budd; chissà cosa avrebbe potuto fare, quali meraviglie donarci. Almeno ci resta questa sublime mezz'ora di musica senza tempo.
Anche se avevamo scorto avvisaglie tangibili con il discreto Microcastle, la svolta pop dei Deerhunter è stata una bella sorpresa, e con buon merito ha fatto guadagnare loro un po' di visibilità. Non poco per un gruppo altamente incerto che dalle premesse sembrava destinato ad una carriera minore nella serie B della Kranky. Halcyon digest non tradiva di certo la filosofia del gruppo, votato ancora all'ossessiva ricerca dell'eclettismo senza remore; soltanto che nel frattempo il gruppo aveva imparato a scrivere ottime canzoni pop nella persona del cantante Cox (ma attenzione al chitarrista Pundt, relegato ad un paio di pezzi, due centri perfetti) e soprattutto era passato alla 4AD, che in fatto di produzione sa sempre il fatto suo; era davvero il porto ideale per gli atlantiani, che necessitavano di una compattata esterna, per non dire darsi unaregolata, che spesso in materia musicale è sinonimo di peggioramento.
Per loro invece era il caso contrario; potevano diventare i nuovi Radiohead, in tema di indie-pop. Peccato che il successivo Monomania sia stato un po' deludente, perchè questo gradevolissimo Halcyon digest resta nella memoria con gusto.
Di quel ristretto e coraggioso manipolo di gruppi britannici che a fine anni '80/ inizio '90 facevano noise-rock (enumerato peraltro con eccessiva eterogeneità da un Blow Up dell'estate scorsa) i Walkingseeds erano fra i più filo-statunitensi in assoluto. Il suono era sporco e sbragato, il vocalist inveiva con fare sguaiato e il senso di provocazione sonora tangibile in ogni momento, senza escludere una buona dose di ironia, fornita dall'evidente influenza dei Butthole Surfers.
Skullfuck ascoltato al giorno d'oggi può sembrare molto meno pericoloso dell'epoca, ma il delirio incessante che infonde genera buonumore. E' un disco che appartiene radicalmente, in tutti i suoi aspetti, al suo decennio e a quello che una volta si chiamava underground.
Quando sento parlare di sludge-doom al giorno d'oggi, ripongo sempre ben poche speranze e tendo a diffidare quando ne vedo scrivere bene. Pertanto l'atto di auto-contraddirmi, come successo in questo caso, è bellissimo; trattasi di due gruppi della Virginia accasati alla Relapse, dalla storia abbastanza giovane, con un membro in comune, che non fanno altro che riprendere gli standards esecutivi/compositivi di quanto già storicizzato da Melvins, Sleep, Electric Wizard e compagnia. Anche se riservato agli stretti estimatori del genere, lo fanno dannatamente bene.
Abbastanza ordinari i Cough, con un pezzo-accetta di 18 minuti che tuttavia impressiona per la virulenza. Bravissimi i Windhand, che con 2 pezzi di 7 e 11 minuti impongono una visione più ampia ed introducono la (non so quanto relativa) novità di una voce femminile che per quanto neutra sia come timbro, insieme al tappeto tastieristico, costituisce un contrasto disorientante con la pesantezza dell'impianto. Da applausi Shepherd's crook.
Altro clamoroso colpo di mosca bianca assestato dalla List, per giunta in campo strettamente rock.
I Debris' erano un travolgente combo pre-punk sui generis che infarciva i pezzi di effetti elettronici disturbanti, diventando così pionieri contemporanei ai primi Pere Ubu (rispetto ai quali erano comunque più melodici e meno arty) in fatto di evoluzione garagistica. Qualche retaggio sixties rendeva l'effetto ancor più stridente, e i pezzi sono quasi tutti dei killer.
Purtroppo ebbero una vita brevissima, forse dovuta anche alla lontananza dai centri nevralgici americani, dei membri non ci fu più nessuna traccia e il disco fu ristampato quasi un quarto di secolo dopo. Quindi, occorre dare sempre grande merito al fiuto di Stapleton che si era aggiudicato una delle 1000 copie autoprodotte e ce l'ha fatto scoprire.
Devo ammettere, pensavo ad una stampa ufficiale dell'impresa titanica che Ciccio Smith e compagni hanno compiuto 4 anni fa in una decina di date fra Australia, Londra e Stati Uniti. Peccato che non si sia concretizzato, sarebbe stato l'highlight della vecchiaia più di Trilogy.
Vista la sterilità produttiva che sembra aver investito il gruppo da oltre 10 anni, cos'è rimasto ormai se non celebrare il proprio passato, possibilmente quello più remoto possibile? A me resta scavare fra i bootleg reperibili e selezionare quello che si sente meglio, ovvero uno fra i 3 della grande mela.
Reflections è stato un atto di forza, una sfida nella sfida, ma anche un atto di eterno amore nei confronti dell'oceano di fans. La faticaccia di suonare una cinquantina di pezzi, per oltre 3 ore, a 50 anni suonati, non è scontata per nulla.
A parte l'ammirazione concettuale che secondo me dovrebbe essere oggettiva e al di sopra di ogni legame filologico, è una pacchia, una manna dal cielo, una bazza: i primi 3 album sparati uno dietro l'altro, ordinatamente. L'energia dirompente e l'ironia post-adolescenziale tutta british di Three imaginary boys. L'introspezione velenosa e tagliente di Seventeen seconds. La sacralità e il culto gotico di Faith. Il tutto eseguito in maniera eccezionale, col piacere di avere il miglior batterista della storia dei Cure, con l'inattesa quanto funzionale comparsata di Tolhurst, e pazienza se Ciccio Smith ogni tanto ha il fiatone, mica c'ha 20 anni (che sia stato questo il motivo della non-ufficializzazione discografica??).
L'incredulità prosegue nel 4° set, un bonus in cui si divertono a ripescare singoli, b-sides e chicche assortite. Obbligatorio eseguire certi classici, certo; una sorpresona le b-sides, ancor di più l'antichissimo scherzo white-funk Do The hansa, risalente agli albori assoluti. Inaudito infine infilare due fra le cose più ostiche che abbiano mai fatto, lo strumentale ipnotico Descent e il delirio acido-tribaleggiante Splintered in her head, possibilmente l'incubo peggiore mai prodotto in studio insieme a Pornography (qua piuttosto umanizzato, a dirla tutta).
Come se non bastasse, al termine un settetto di pezzi assortiti fra l'83 e l'85, come a dire; intanto che ci siamo, chiudiamo col pop e mandiamo a casa tutti contenti, dal primo all'ultimo. Non ce ne sarebbe stato bisogno, chè già eravamo fra le nuvole.
Racchiuso fra gli ultimi due, francamente deboli, album in studio, Three Kings è stata la celebrazione del decennale di attività discografica del trio di Washington, con tanto di dvd accompagnatorio all'edizione in doppio vinile. Un progetto abbastanza ambizioso culminato in una specie di film-concerto accompagnato da un'allucinatoria sceneggiatura mistico-desertica. Una visione imperdibile per i fan incalliti del suono ruspante e genuino dei DM, abbastanza gradevole per chi generalmente ama il rock psichedelico d'ispirazione vintage.
La scaletta audio. oltre a 5 inediti, propone un mix equilibrato della carriera, fra le splendide divagazioni desertiche dei primi 2, la pesantezza del 3°, il melodismo più pronunciato del 5°. Peccato ci sia solo un estratto dal mio preferito, ma non importa. E' sempre un bel viaggio, con i 3 re magi.
Con la sua qualità audio perfetta, Amsterdam '80 è di fatto il condono discografico di un bootleg che, circolava già da anni (giustamente) con un titolo quantomai banale fra le banchette abusive. Venne registrato al Paradiso nella capitale olandese da parte di una stazione radio e così dopo un quarto di secolo anche questa formidabile Magic Band poteva avere giustizia con l'omaggio di un concerto intero.
Formazione che faceva faville non meno di altre precedenti, con la doppia chitarra di Snyder e Morris Tepper, il basso di Drew Feldman e la batteria di Williams. La scaletta comprendeva un excursus completo della carriera del Capitano, da Safe as milk al contemporaneo Doc, escludendo i due dischi della fase inglese a metà decennio precedente.
Terminate le info tecniche del caso, nient'altro da dire in merito all'essenza. La riflessione regina del giorno è: ma questa materia troverà mai una collocazione temporale?
Quasi nulla da aggiungere alla meraviglia manifestata in occasione del loro primo. La luce è così abbagliante che non si può fissare. Black Curtain riduce le fasi distorte, sottrae quasi del tutto le parti di batteria, Martin sovrappone le sue voci in un contesto sempre più onirico e splendente.
E' uno di quei dischi che funzionano magnificamente ancor di più se ascoltati in cuffia, magari durante un viaggio in freccia bianca: il paesaggio scorre velocissimo, la musica blocca il tempo e riempie l'orizzonte con tutte le sue sfumature. E i silenzi non lasciano entrare neanche il suono incessante dei vagoni sui binari.
Ultimo numero in catalogo della Hydrahead. Non so se è stato anche l'ultimo numero di Plotkin, Martin e Wyskida. Di sicuro sarà/sarebbe difficile fare meglio di così. Non se li è filati nessuno, com'era prevedibile; troppo atipici da qualsiasi altra cosa. Sulle recensioni lette in giro preferisco sorvolare. Mi sento soltanto di dire che i Jodis hanno applicato con estremo successo la stessa lezione che impartirono i Talk Talk alla musica pop/rock, traslandola sulle loro origini metalliche.
Fra i tanti pseudonimi di Piero Umiliani nella realizzazione di musiche di servizio, Moggi è senz'altro il più inquietante, ma lo possiamo dire al giorno d'oggi visto il losco figuro che viene in mente a fare questo nome. Nel periodo in cui fu attivo, fra il 76 e l'81, probabilmente non diceva niente a nessuno. Poteva anche essere un nome pescato a caso dall'elenco telefonico, così come Zalla o Catamo o Tusco.
Soltanto un titolo dei 5 emessi da Moggi è stato ristampato di recente. Tensione no, ma l'avrebbe meritato anch'esso nonostante venga snobbato a scapito di lavori più accessibili come Omaggio ad Einstein e Tra scienza e fantascienza. Sono 20 temi molto brevi, quasi tutti sotto i 2 minuti. Segnali Da Marte, Tremolo ossessivo, Notte d'orrore, Archi informali, Pedale lancinante. Sembra un'autorecensione.
Sembra il classico gruppo costruito in laboratorio, dalla line-up uniforme, in cui la parte del leader la fa non un vero e proprio artista, bensì un tecnico/commerciante dei pedali per chitarristi.
E' proprio per questo motivo che a pelle gli APTBS non mi stanno proprio simpatici, sembrano dei raccomandati che trovano visibilità sotterranea senza avere grossi meriti in tema di innovazione. E c'hanno pure i videoclip ufficiali.
Concetto che si rafforza all'ascolto di Exploding head, perchè il disco è così coinvolgente che finisco per chiedermi: mi hanno fregato un altra volta, dopo il primo degli Interpol. E poi mi chiedo hanno costruito un generatore che può assimilare i classici e risputarli in un altra forma.
La forza della new-wave non ha limiti, e beffarda si ripropone per la milionesima volta dopo 15,20,30 anni. E stavolta si è imbastardita con i Sonic Youth, con i Loop, con lo shoegaze più energico. Exploding head è irresistibile, una scarica adrenalinica continua, una carrellata di luoghi comuni assemblata così bene che anche al 3° ascolto continuativo lascia l'interrogativo come hanno fatto? e poi l'amaro in bocca. Possibile che non si riesca a creare qualcosa di nuovo in campo rocchettaro?
Oltre al danno della sfortuna di non essere notati da nessuno, la beffa della bassa fedeltà. Sea shanties infatti venne registrato/prodotto con mezzi tutt'altro che eccelsi, col risultato finale di un suono impastato e con troppo riverbero; il basso di Pavli si sente pochissimo, la voce di Hill (non certo un mostro, ma dotato di un timbro bellissimo) è sacrificata, i limitati toni alti non rendono giustizia nè alla sua chitarra nè al violino dello stregone House.
Considerando quanto grande sia questo disco, una doppia ingiustizia. La ristampa datata 2006 della vintagistica Eclectic non poteva compiere un miracolo, ma ha il grande merito di aggiungere una manciata di pepite preziosissime: due alternate takes e ben tre inediti, e si oda perbene, registrati più che dignitosamente!
Così possiamo ritrovare le eccezionali Pushed but not forgotten e Death warmed up lanciate a velocità superiore e con rinnovate emozioni nei dettagli. La qualità degli inediti è altissima; la suite cerebrale The great universal protection racket el'articolata Time gauges sono strumentali in linea col periodo e non avrebbero certo sfigurato in Sea shanties. E' però Dilemma a far saltare sulla sedia, un bignami di 5 minuti dell'arte sublime degli High Tide: acrobazie strumentali pirotecniche alternate alle splendide melodie di Hill.
Oltre alle mie solite, un'altra buona fonte di apprendimento mi è giunta dalle radiozine di Blow Up, che anche se concentrate in un lasso di tempo limitato hanno offerto ascolti variegati e molto interessanti. Fra cui questo compositore californiano diviso fra elettronica, concretismi, collagismi, field recordings, e molto attivo anche in Giappone.
Mom's mette in mostra un'arte di collage minimalistico che raggiunge risultati superbi. Sono 5 lunghe tracce, ciascuna depositaria di uno stile diverso: voci sintetizzate su bordoni di organo (Banteay Sray, magnifica), montaggi vertiginosi di musica latino-americana e jazz (Mom's), library sovrapposta e stratificata (Gadberry), installazioni di estasiati vocalizzi femminili (Shing Kee, magnifica), una suite ambient-industriale (Chao nue, validissima, ai livelli dei maestri).
Un'autore da scoprire, precursore sicuro (se non di più, vista l'anagrafica) come Tom Recchion.
Ultimo disco ufficiale ad essere rilasciato della loro carriera, contiene registrazioni risalenti al 1997, ovvero allo stesso periodo di uscita del loro capolavoro.
Dato che gli altri due cd usciti nel '99 e nel '01 annoveravano materiale del '96 e del '97, è lapalissiano pensare che in quella breve ed umanamente irripetibile stagione i Gravitar diedero il massimo sfogo alla loro furia art-noise e poi lasciarono il campo di battaglia, stremati. Probabile anche pensare che furono tutte sessions scartate nell'immediato, ma questo è soggettivo. Il sangue sul battipenna della chitarra in copertina non lascia ombra di dubbio; questi qua davano sempre tutto.
Edifier è più il frutto di jams colossali e poco studiate. Fu più un flusso di violenza brada alternata a stati allucinatori. Due le eccezioni alla regola: la cover di Skip Spence Diana ed Eskimo Angel, che iniziano suonate in punta di dita, educate, per poi subire l'inevitabile trattamento Gravitariano, ovvero l'assalto psycho-sonico a massima saturazione dell'impianto.
Anche se non è annoverato nella casta dei dischi da ascoltare, traggo un buon godimento dal primo disco dei Grobschnitt, esempio di prog sanguigno influenzato da Colosseum e Atomic Rooster, almeno in questo frangente. Basta l'attacco stentoreo di Symphony a far drizzare le orecchie; la suite, drammatica ed articolata, si estende per 13 minuti ed è il manifesto espressivo di un gruppo che contava su una coppia di chitarre, esempio abbastanza raro per quegli anni. Uno dei due era anche il cantante, che non sfigurava per nulla in una emulazione (non so quanto volontaria) di Chris Farlowe.
L'altro pezzo lungo del disco, Sun Trip, è di livello appena inferiore ma dispensa persino qualche fraseggio acido modello west-coast. Nella ristampa in cd fa capolino anche una versione live di mezz'ora di Symphony, che però non mi entusiasma: l'assolo di batteria è troppo lungo e i cori vengono parodiati (non so quanto volontariamente!) in stile Oktoberfest. Cose da poco, in ogni caso.
Snobbati, contestati, a volte persino derisi, gli inglesi Oceansize sono stati uno di quei gruppi che divide nettamente i pareri. Potrebbero esser (stati) il corrispondente britannico dei Mars Volta per smania di eclettismo, col loro agitarsi fra tanti stili diversi ed una perizia tecnica ben superiore alla media.
Dividevano anche gli ascoltatori comuni, fra chi considerava il primo un disco stupefacente e poi li trovava in un declino fino a quest'ultimo che ha preceduto lo scioglimento. Chi si ricorda gli scozzesi Aereogramme avrà trovato più di un punto in comune, grazie alle altalene emotive e agli sbalzi chitarristici da montagne russe.
Forse gli Oceansize si sono affacciati un po' tardi sulla scena, la loro musica avrebbe riscosso più consensi se fossero entrati soltanto un lustro prima. Ciò non toglie che Self preserved celava un sacco di spunti melodici e soluzioni strumentali interessanti, a tenere ben lontana la noia. Avrebbero meritato di più.
Il canto del cigno dei cigni gialli. A fine corsa Swanson e Saloman avevano attutito non poco la loro attidudine rumorista in favore di un approccio più ragionato, con il primo già proiettato in un percorso solista dal notevole potenziale.
Lungi dall'essere accomodante, certo. Le stratificazioni abrasivissime della chitarra dilagano ovunque, ma un inattesa vena ambientale si stava facendo largo. I bordoni elettronici, ormai dediti ad una modulazione musicale per quanto minimale e limitata, tendevano ad espandersi in un echeggiare solenne, a volte persino imponente.
Ne sfocia una specie di kolossal cosmico-rumorista (la Germania dei '70 credo continuerà ad influenzare le musiche moderne ancora per parecchio tempo, riflessione inevitabile) che chiude la carriera dei Cigni in un bilancio più che soddisfacente. Sono stati intelligenti a fermarsi nel momento giusto.
Di nuovo il polacco Ziolek, questa volta nell'ambito di un power trio. Contrassegnato dalla stessa smisurata ambizione di impressionismo, pur muovendosi in territori ben conosciuti, che ha caratterizzato il suo disco solista, Pozne kroletwsko è un altro centro pieno. I due compagni della sezione ritmica, bravi ed all'altezza della situazione, appaiono poco più che gregari dell'ego eclettico / massimalista del chitarrista/cantante.
Il punto focale sono i 3 pezzi da 12-13 minuti posti alle estremità ed al centro del disco, emblemi di questo psych-gaze-space-rock che passa dall'estasi alla furia in un secondo, in un gioco di saliscendi e piroette emotive che lasciano spesso piacevolmente disorientati. Ma è chiaro che Ziolek, immerso nel suo furore citazionista, non si lascia mancare più o meno nulla della storia. Indiavolate spirali hawkwindiane, sfuriate acide alla Chrome, poderosi indie-rock all'americana, esplosioni black-metal, contemplazioni agro-acustiche. La title-track si pone come tributo aggiornato ai grandissimi Amon Duul II di Yeti.
Ma anche no, che è folk music. Non si sa che fine abbia fatto (è dal 2010 che non pubblica nulla) Raphael Lyons, ed è un peccato, forse poteva ancora regalare qualcosa di interessante. Ora non vorrei fare come Ferrero imitato da Crozza, però ho notato che quando certi artisti laterali dal grosso potenziale smettono di pubblicare per più di un paio d'anni significa che hanno interrotto le trasmissioni.
Stranamente affiliato al noise-rock degli anni zero (forse più per la provenienza, Providence, che per altro), Mudboy sul primo album creava un misterioso meltin pot fra minimalismo '60 e mostri sacri tedeschi '70, con qualche breve ma efficace incursione su una specie di sub-industriale (la geniale Beirut dance party, ipotetica out-take degli ultimi Throbbing Gristle). Musica che affascina senz'altro gli amanti del suono vintage, grazie a quell'organo dal suono spesso e polveroso, elaborata su figure minimali (di qui l'eventuale accostamento a Terry Riley) e di umore particolarmente gioviale.
Lo stato artistico di Tibet tocca un vertice convincente l'anno scorso con I am the last.... Al di là dei suoi meriti effettivi, viene premiata la sua capacità di assemblare il personale adatto ad ogni situazione; in questa sede è una decina di strumentisti sparsi a collaborare. Spiccano i nomi di Nick Cave e Antony a cantare un pezzo cadauno, ma sono soltanto cammei poco influenti sul risultato finale. Stupisce il ripescaggio del vecchio chitarrista Tony McPhee, John Zorn interviene con gran gusto in un paio di episodi. Il vero protagonista è il pianista olandese Van Houdt, dallo stile asciutto ed altamente espressivo, sempre presente e pertanto presumo autore delle musiche, che sono bellissime.
I am the last è uno dei dischi più musicalmente compiuti e messi a fuoco della Corrente, dotato di una sensibilità ed un lirismo forse mai toccati in passato (Why did the fox bark, Those flowers grew) ma non privo di quelle tensioni sottopelle tipiche di Tibet, per un risultato finale elegante e barocco. Splendido.
Giudicato inutile da più voci a causa della sua natura laterale e della prolificità incontrollabile di Tibet, Haunted Waves, Moving Graves invece è un esperimento minimalistico-strumentale del 2010, diviso in due suite lunghissime, di oltre mezz'ora. Accomunate da un ciclico ed imponente suono di onde digitalizzato, si distinguono per una seriosa drammaticità la prima (il violoncello struggente ed addolorato di Contreras) e per una sognante atmosfera la seconda (il motivo pianistico di Baby Dee). E' quest'ultima ad avermi rapito senza speranza: si chiama The sound of the storm was spears ed è uno splendore assoluto.
Duo intercontinentale composto da Tucker (inglese attivo attualmente come solista su Thrill Jockey) e Beban (etnomusicologo neozelandese). Entrambi non più giovanissimi, condividono l'esperienza Imbogodom come ideale punto d'incontro fra la sensibilità folk-lisergica del primo (agli esordi era nel giro Jackie-O Motherfucker) e il concretismo elettroacustico del secondo.
Il disco pertanto vive di questo scontro; se l'obiettivo era di fondere le due aree, l'impresa non è del tutto riuscita ma nel complesso il risultato è più che buono perchè l'alternanza fra le elegiache ballad psichedeliche di Tucker e le collisioni concreto-astratte di Beban crea sorprese lungo l'arco della scaletta. Molto bravi.
Ogni tanto provo a pescare qualche jolly dal pentolone di Baker, nella speranza di trovare una perla. Il criterio non è sempre aleatorio; a volte mi baso su recensioni lette in giro, altre mi faccio guidare soltanto dal fatto che mi piace il titolo del disco.
Qui ci sono due casi in cui mi è andata piuttosto bene, che dimostrano l'ecletticità di questo artista a parecchi gradi, e lo dico con estrema franchezza, vanitoso fino allo stremo.
Songs of flowers & skin è, fra quelli che ho ascoltato fino ad adesso, il più musicalmente convenzionale, per non dire cantautorale o gothic-pop, per trovare una definizione. Caratteristiche principali sono le chitarre pulite, le canzoni ben strutturate, il canto quasi sempre presente (anche se il canadese non è un vocalist e si sente). Gli inserti di violino e tromba arricchiscono la curiosità di udire un Baker così diverso, che passa da uno slow-core funereo a delle progressioni quasi pop, con tutto quello che può starci nel mezzo. Il riferimento più frequente sembra essere i Cure ombrosi e malinconici della prima maturità (non soltanto Disintegration, ma anche le atmosfere più ricercate di Kiss me kiss me kiss me). Il fatto più sorprendente alla fine è che i pezzi sono quasi tutti validi ed i climax emotivi scuotono. E' un episodio minore di Baker, fra l'altro uscito su cd-r, e che non avrà mai un pubblico, ma molti dark-heads lo apprezzerebbero non poco.
La collaborazione col connazionale Tim Hecker verte su un elettronica sporca ed abrasiva, che procede per droni, riverberi e muraglie impenetrabili. L'idea di fondo è intrigante; una sorta di duello rusticano fra dispositivi digitali e chitarra elettrica, un botta e risposta continuo a ricreare ambienti sofisticati ed innalzare saturazioni, che crea ondate di grosso impatto, che si avvicina ad un passo dal rumore bianco ma poi sfuma in una nebbia molecolare. Nonostante l'assenza totale di ritmi, è un disco molto dinamico e ricco di spunti che cresce ad ogni ascolto. Certo si poteva evitare di spezzettarlo in 66 tracce; lo stacco ogni 20-30 secondi può anche essere fastidioso, se non lo si sente su cd. Questa maledetta autoindulgenza fa più danni della grandine....
Occupati in tutt'altri progetti, (non sempre entusiasmanti, mi si passi) i 3/4HBE mancano da un po' di tempo. Esattamente da quel fenomenale Oblivion; non ho trovato notizie particolarmente rilevanti al riguardo delle loro attività, quindi il sospetto che l'entità sia in stand-by è inevitabile.
Il loro secondo album è senza dubbio il meno ermetico del catalogo. Non voglio usare la parola accessibile perchè mi sembra inappropriato. L'entrata in line-up di un batterista, la novità della voce in utilizzo canonico, la presenza di un paio di pezzi strutturati in forma canzone (in Monkey talk si sfiora l'indie-rock). Era il segnale di un passaggio artisticamente genuino e spontaneo, in cui i 3/4 davano forma ad un avant-post di grandi suggestioni, in barba alla frammentarietà di stili.
Una fase che durò poco: già due anni dopo con lo splendido Theology si focalizzarono sul ghost-sound che li porterà in gloria a fine decennio.
Suonare la chitarra con l'archetto non è certo una novità, si sa. E' invece una novità reinventarne la gamma timbrica e sonora, grazie non solo ai dispositivi disponibili ma anche al luogo di registrazione (una grotta, nel caso di questo disco) ed all'immaginazione del chitarrista in questione, il norvegese Westerhus.
La sua è una tecnica estrema: mi viene in mente Ambarchi come presupposti di partenza, ovvero "non far mai notare che questi suoni non provengono da una sei corde". Al contrario delle prime prove dell'australiano, però, SW esterna degli stati d'animo, terrore, stupore, angoscia, cadute nel vuoto, ilarità, allucinazioni, non-sense. The matriarch è molto difficile da ascoltare, direi per gli stomaci abituati alla dark-ambient, che tange soltanto di striscio. Una volta fatto l'orecchio, si rivela terrificante in tutti i sensi.
Sidsel Endresen viene laconicamente presentata in rete come una cantante jazz. La sera in cui vidi suonare questa strana coppia dal vivo, non restai particolarmente impressionato dai suoi vocalizzi, al contrario di Westerhus che mi colpì in diretta. Ma è sempre la solita storia, occorre più di un ascolto per scavare nel concetto di un opera, se lo si trova. Didymoi dreams è la registrazione di un live del 2011, pecca di un eccessiva frammentarietà, causata forse dal fattore impro, quindi l'ascolto è ancora più ostico. Ma quando lei gioca a fare la Galas e lui si scatena, l'impatto è assicurato. Per pochi, comunque.
Proprio come scriveva Julian Cope sul suo sito, è inquietante come si possa venire a conoscenza di certe cose con un tale ritardo. E lo dichiara uno che ha scritto Krautrocksampler.
Così anch'io scopro con enorme ritardo di questo magico distillato psichedelico, isolato da pressochè ogni contesto contemporaneo. L'autore infatti in seguito si smarcò da qualsiasi ambito kraut e virò verso altri lidi, per cui è comprensibile che si sia dimenticato. Ma Echo è un trip di 80 minuti, non è da seguire con la bussola, non serve a nulla; le origini folk del cantautore sono chiare, il suo chitarrismo pigro e sognante si stacca da ogni retaggio comunemente rock, l'accompagnamento leggero come una piuma ma concreto. Si vive in un mondo laterale, in cui tutto sembra rassicurante anche se sfocato. Non l'ho messo sul piatto subito, confesso. Ma una volta che ho fatto partire i volgari mp3, il profumo ancestrale di questa splendida opera ha invaso la stanza, l'auto, l'ufficio, tutto.
Vlad: qui ogni evento, anche quello apparentemente più innocuo, rimanda ad un sottofondo insondabile ma vivo, che coincide con l'anima millenaria della Germania, succube dell'idea del fatto e dell'ineluttabile.
Avevo scritto, qualche anno fa, che c'era bisogno di un loro ritorno. Poi è andata per gradi: la ricomparsa sui palchi, il ritorno discografico. Musicalmente non è cambiato molto, anzi non è cambiato niente.
Semmai è cambiato il mondo, ed in peggio. E così sono tornati, per emettere un nuovo bollettino ed incitare a non piegarsi, bensì ad elevarsi.
Allelujah segue un percorso naturale che si era interrotto senza preavviso, segue Yanqui Uxo. La formazione è praticamente intatta. Ci sono due pezzi di 20 minuti e due di 6. Si dice in giro che siano composizioni risalenti al 2002-2003. Chi se ne frega.
Per i detrattori, sarà un altra noia mortale, un suono usato ed abusato, i soliti schemi, blablabla. Chi se ne frega. Io spero che i Godspeed non ci abbandonino un altra volta. Dobbiamo restare uniti, per combattere.
Lo strano cammino di Pyle in due
uscite piuttosto rappresentative della sua schizofrenia produttiva.
Ricapitolando in breve; ha iniziato nel 2008 con una elettroacustica
sporca e stridente, si è imposto nel 2010 con l'afro-cosmic dell'ottimo Psychical, ha transitato velocemente nel 2011 nell'ipnagogia suadente di Crossing the pass (per certi versi vicino a quanto fa Kirby sotto il moniker The Stranger), si è concesso un passaggio nel sound-collaging con Interval signal, per poi svoltare bruscamente nelle ultime produzioni verso un territorio che in pochi forse avrebbero immaginato.
Mattioli
non ha apprezzato ed è anche comprensibile; per chi è rimasto
impressionato dalle sue prime prove dev'esser stato spiazzante
verificare che Pyle si sia dato ad un gotico-etereo che sa di 4AD primi
anni '80, di Lycia e soprattutto di Black Tape For A Blue Girl. Ovvio
che stiamo parlando di ottimi riferimenti, ma lo è stato anche per me;
eppure, vista la perseveranza discografica (3 capitoli in un anno
scarso) c'è da credere in questa visione. Anche perchè il suono è
fascinoso e ben costruito e i pezzi sono gradevoli. Melt into nothing forse stabilisce un punto di non ritorno, è c'è da immaginare che Pyle stia progettando un'altra svolta.
Un capitolo cruciale della sua prima fase invece era Standing still, che potrebbe essere incasellato persino alla voce black-library.
Fra droni impenetrabili, tonfi galattici ed incubi orchestrali, si
aggira sinistra l'ombra dell'Egisto Macchi dei primi anni '70. Dire
minaccioso è poco.
A fine anni '90 i Necks si misero a fare qualche soundtracks. La loro capacità di creare visioni importanti era diventato di pubblico dominio anche fra gli addetti ai lavori del cinema, eppure The boys è stato l'unico lavoro ad essere pubblicato in separata sede. Il film è un drammatico australiano che in rete non si trova tradotto, ovviamente.
Una bella sfida per Abrahams, Buck e Swanton: mettere in discussione il loro sistema impro per sonorizzare immagini. In passato soltanto Next, a mio modo di vedere, era stato composto e preparato prima della registrazione. Così, smussati gli angoli e le iperboli, The boys mantiene intatto il loro approccio sonoro in una formula più contenuta. Ci sono 5 temi, come da manuale minimalisti ed abbastanza lunghi per renderli di fatto jams. Un paio sono fra i più memorabili del loro catalogo (e li ho scelti come suonerie del mio cellulare...), il che è tutto un dire. C'è persino l'inedita inclusione di un basso fuzzato.
E' ciò che consiglierei ad un novizio del trio delle meraviglie di Sidney.
In tempi in cui il sovraccarico di informazioni è scontato, fa ancora fascino trovare personaggi di cui si sa poco o nulla. Non a caso trattasi di un reduce dei '90. Grains è tale Rob Williams, ai tempi in un tal gruppo chiamato Ubzub, che non ho mai ascoltato. Per chi li abbia conosciuti all'epoca, invece, questa recensione forse è abbastanza esaustiva.
Nel 2009 ha rilasciato questo CDr (promotrice un etichetta italiana dedita al weird-folk che durò solo un paio d'anni) che contiene esclusivamente pezzi per chitarra acustica, qualche voce sparsa, qualche tastiera e ben poco altro. E' un disco fantasma, talmente assente e svanito che si rischia di perdere la cognizione del tempo durante l'ascolto (è abbastanza lungo, comunque). Oltretutto è in maggior parte strumentale, le chitarre sembrano lievemente scordate, le sequenze sono ripetitive fino all'ossessione. Williams non sembra essere tanto a posto con la testa.
Soltanto nel finale tira fuori la voce, come se il torpore in cui era sprofondato si interrompesse, ma non del tutto. Compare quindi anche un po' di retaggio psichedelico, e all'orizzonte si materializza persino lo spettro dei Supreme Dicks, acustici e senza batteria.
Sulla carta uno dei dischi più pallosi della storia. Per me è stupendo.
Aggiunta alla ristampa di Nervous circuitsrilasciata da Hydra Head nel 2008, consistente in una manciata di inediti + un live del 1997. Per tacere del dvd allegato: un'operazione che credo sia stata appannaggio di pochi fan e nostalgici, e che fa anche riflettere sulle cause che hanno portato la gloriosa etichetta di Aaron Martin a congelare le attività nel 2012.
Non che non la meritassero, quest'operazione: i Vss erano un'anello-simbolo di congiunzione fra post-hardcore, noise e art-rock ed infatti il percorso di alcuni loro membri ne è stata chiara dimostrazione. Fra gli inediti, probabilmente risalenti alla prima fase di vita del gruppo per la maggior incidenza delle chitarre, spicca una brutale cover di No hands degli Echo & The Bunnymen. Per quanto riguarda il live, è un baccanale infernale che, malgrado la non eccelsa qualità della registrazione, colpisce con la sua ossessività, con le urla belluine del vocalist ed una concitazione esecutiva che non ha molti paragoni negli anni '90.
Può essere considerato l'ingresso nell'età adulta, uno spartiacque fra Vol. 4 e Il mio canto libero non soltanto temporale, ma anche concettuale in tutti i versi.
E' un disco fatto di saliscendi; Amore (i 4 pezzi cantati) vs. non amore (i 4 strumentali), o viceversa, le liriche infarcite di ironia e doppi sensi di Mogol vs. 4 sonorizzazioni forse, chissà, destinate ad essere messe in pista col canto ma poi rimaste così, fortunatamente sostengo io. Quasi inutile ribadire che rappresentano il piatto forte del lotto, anche se fra gli altri si fanno ricordare lo shuffle a rotta di collo di Se la mia pelle vuoi, divertente e animalesco, e l'acustica Supermarket, dal testo memorabile.
Titolati magistralmente da Mogol, i 4 strumentali esplorano ciascuno un area diversa; latin-soul, folk visionario e cinematico, spleen dolente e gospel bianco trionfante. Ci sono anticipi delle meraviglie che Battisti sfornerà nei 3-4 anni successivi; non è un disco che viene ricordato molto ma è giusto ripescarlo.
Sempre del 1971 è il 7" Le tre verità, altro pezzo simbolo della chiusura di un epoca. Semplicemente magnifico, forte di una fitta ragnatela di arpeggi della 12 corde elettrificata, una serie micidiale di stop and go ed un trasporto emotivo/drammatico che ha pochi eguali nel catalogo del Maestro.
Due anni dopo Infinity, Broadrick tornava ad irradiare la sua estasi metallica e lo faceva accasandosi, anche se solo per quest'episodio, alla Caldo Verde di Mark Kozelek.
E molto curiosamente le sonorità, quando sono spogliate dalla mazza ferrata chitarristica, si fanno vicine ai Red House Painters. Quasi inaudito.
A me è venuto quasi un colpo, ascoltando la seconda parte di Black Lies o le estremità di Fools; l'imprinting è kozelekiano fino al midollo, ritmi lenti e ben scanditi, filigrane acustiche, il canto sognante ma sofferto, l'emotività distaccata ma da far propria all'istante.
Ma a parte questi episodi limite, quasi tutto Ascension vive di un ispirazione melodica superiore ai capitoli precedenti, in un processo poi proseguito felicemente nel 2013 con Everyday... I punti di contatto con Conqueror ci sono ancora, e sono di altissimo livello (Broken home su tutti), ma il colpo Ascension lo assesta al cuore, diretto. Col distorsore a manetta.
Tre anni dopo il tentativo parzialmente riuscito di Discreet Musice subito prima del rivoluzionario Music for airports, un'altra programmatica raccolta chiamata Musica Per Films illuminò il tracciato ambientale del genio di Woodbridge.
Trattasi del disco se vogliamo più library del suo percorso, composto di 18 vignette estatiche e sognanti, perlopiù di breve durata. Gli ospiti sono di tutto rispetto (Frith e Cale i nomi più famosi), l'effetto è quello per l'appunto della sonorizzazione di un sogno cinematico.
Quattro anni dopo, a seguito di un importante filotto di collaborazioni, il ritorno in solitaria con Ambient 4: On Land segnava un astrattismo cosmico per bordoni e miraggi, a suo modo precursore della dark-ambient meno lugubre, sintomatico di un'ipotetica tempesta in arrivo.
Dubin è una forza della natura, non soltanto a causa della sua acre, instancabile ugola (vedere un qualsiasi video live è garanzia di non manipolazione), ma anche dello spirito di ricerca che puntualmente propone, senza fretta. Passati 4 anni da This Face, gli Gnaw tornano con un disco meno delirante, molto più orientato sul doom metalloso. Le chitarre colpiscono nel profondo col feedback, le ritmiche sono stra-fratturate come da manuale (il batterista costantemente nervoso sui piatti), la componente elettronica/rumorista si isola un po' anzichè fondersi nel contesto come nel debutto. Sembra il frutto di un gruppo che ha più suonato dal vivo che provato in studio, e il sacro fantasma di Khanate si staglia all'orizzonte in diverse occasioni.
La verbosità di Dubin fa il resto. Non ha il furore creativo e subdolo di This Face, è frontale e diretto. Il giudizio pertanto dipende dai punti di vista. Per me c'è da goderne.
E' andata così: ogni tanto mi interrogavo pensando non è possibile che in Giappone nei '70 non siano emersi fenomeni di rilievo mondiale, devono aver dato altro che non conosco. Poi, circa un anno e mezzo fa, incoccio senza troppa fiducia nei Taj Mahal Travellers. Come spesso accade, eccomi servita l'occasione grazie a Vlad. Li avevo già sentiti nominare, ma non li avevo mai ascoltati perchè a prima vista il nome e l'estetica mi sembravano troppo hippy per i miei gusti.
Invece sbam. Me la sentivo che il Giappone doveva aver sfornato altri extra-terrestri oltre ai pochi da me conosciuti. Sì, credo che 40 anni e passa certifichino senza alcun ombra di dubbio la strepitosità di quanto il sestetto ha prodotto: tre album dal vivo, potenzialmente dalla durata illimitata, contrassegnati da una lungimiranza impressionante e composti da una fusione irripetibile fra avanguardia, elettronica e world-music. Tre live che fanno piazza pulita e riducono in poltiglia l'esercito intero del weird-folk, dell'electro-folk, della neo-psichedelia, del drone, e quant'altro.
Stendetevi al buio, sul vostro divano preferito, ed iniettatevi questo itinerario mentale. direttamente in vena.
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