Durante la sua carriera di sagace sperimentatore delle musiche violente, Plotkin ha avuto una breve fase alla testa di Atomsmasher, trio con un batterista ed un vocalist. Nulla di più differente da quanto inaugurò poco più tardi con i Khanate.
Sembra di trovarsi all'interno di un videogame di quelli sparatutto, dai ritmi impossibili e dalla schizofrenia più incontrollabile. Una sorta di cyber-grind da cartone animato, animato da inarrestabili manipolazioni elettroniche e con un ronzio quasi fisso stile-trapano che rende instabili tutte le frequenze alte.
Davvero difficile da descrivere, Atomsmasher è un esperienza di panico che va vissuta senza soste, per capirne meglio il (non)senso. Come l'ha definita brillantemente PS, questo è un suicidio musicale.
Ovvero il terrore di poter vivere senza amore, come dichiarato da Coyne, che rincarava con siamo persi, sballati, senza speranza, musicalmente parlando. Ed è vero, ma allora che continuino ad esserlo. La seconda giovinezza dei FL, iniziata a mio avviso col bellissimo Embryonic, proseguita con l'ultra ciclopico Strobo Trip, raggiunge un'altra grande tappa con questo desolato, desertico e spaurito The terror.
Non inventeranno nulla, ma la loro impronta è sempre fortissima e stupiscono anche in questa serie. Di sicuro è il loro disco più atmosferico ed oscuro di sempre; perso per strada il batterista, lo hanno rimpiazzato con degli scabri beats meccanici. Le chitarre sono ridotte ad orpello secondario, la protagonista è un elettronica analogica che si adatta alla perfezione a composizioni che di fatto sono puro pop, come nella loro tradizione.
Così la lente audio-sensoriale dei FL riesce a trasmettere perfettamente lo stato d'animo del terrore, ma lo fa con quel suo classico e trasognato modo di fare che li ha resi unici al mondo negli ultimi 30 anni.
Lunga vita.
Quasi nessuna parola in aggiunta a quanto riportato da Vlad per quanto riguarda Nientenè per quanto riguarda la storia generica del Gruppo, col celebrato The feed-back in primo piano.
Entrambi i dischi ivi trattati furono registrati nell'autunno del 1971 e stampati nel 2010/11 dalla gloriosa Cometa Edizioni Musicali. Non è dato di sapere se furono pubblicati all'epoca, quindi l'utilizzo library del materiale è più che un sospetto fondato. Niente è un trattato di fisica astratta; impossibile non notare la somiglianza della batteria di Restuccia con quanto Liebezeit compiva con i Can, ma si tratta di contemporaneità ed è quasi stupefacente. Eroina è un deliquio di sballi rovinosi e tortuosi, degna colonna sonora di menti geniali al servizio della causa descrittiva. Forse qualcuno di loro aveva avuto esperienze con la sostanza e l'aveva filtrata attraverso la messa in disordine musicale?
Il germe della genialità storta degli U.S. Maple si tramanda al giorno d'oggi non soltanto grazie a Todd Rittmann ed ai suoi Dead Rider, ma anche per mano dell'altro storico chitarrista Mark Shippy, ovvero colui che aveva fondato gli Shorty con Al Johnson prima di varare l'acero.
Con Invisible Things, che segue il progetto Miracle Condition durato soltanto lo spazio di un album e di un EP, il chitarrista ha creato una formula inebriante di avant-impro-psychedelia senza freni. Assieme a lui un batterista, tal Jim Skyes, tentacolare e sregolato, posseduto dal demonio. A priori avrei detto che neanche questo sarebbe stato giusto per lui, invece Home is the sun non fa prigionieri e strega con 17 tracce fuse insieme in un flusso senza pause, al punto che potremmo definirla una suite gigante di oltre un'ora.
E' un labirinto senza uscita, il cui destino per l'ascoltatore è amore o odio. SIB l'ha odiato e stroncato, io sono all'opposto.
Ci vuole del tempo, ma in effetti è quasi un paradosso che un amante dell'ambient-music come me non si sia mai avvicinato alla new-age e non ne so il motivo. Ci è voluto un bel servizio su un Blow Up di Marzo 14, scritto da un giornalista di cui normalmente non mi fido molto (G.D.Soler), ma che in questo caso mi è sembrato onesto e sincero. Il Sacred Space Music dell'americana Demby, considerata la sacerdotessa per antonomasia della new-age, viene indicato come probabile punto più alto del genere ed in effetti è un capolavoro di misticismo da camera per piano, synth, viola e dulcimer.
Con questi da due pezzi di 20 minuti ciascuno, la Demby realizzò un'ambientazione pregna di struggimento infinito e di intensa commozione che stilisticamente aveva come precedenti soltanto Budd e i Popol Vuh. In The Longing il protagonista è l'aulico dulcimer, che ancestrale e tintinnante all'infinito si insinua dappertutto, ma la vera sensazioneè data dalle partiture incantevoli di piano e dal contrappunto essenziale della viola. In Radiance è ancora il dulcimer a dare il via, ma questa volta è il synth a prendere possesso della situazione e regalare stati di trance. Non so quanti dischi ascolterò ancora di new-age, ma mi sembra molto arduo che tale magia sia stata superata.
Da strenuo difensore dell'epic-instru, spezzo una lancia in favore dei CBS perchè c'è stato un progresso rispetto all'esordio, il che configura, oltre ad uno stato di forma artistica invidiabile, il posticipo della morte per questo genere che bel bello si avvicina al compimento della maggiore età. Vogliamo negar esso la gioia dei vent'anni? No, non sia mai.
Con Arrivals & Departures i texani raggiungono un notevole climax emotivo e si affrancano dal mogwaianesimo, segno che l'episodio intermedio della realizzazione di una colonna sonora per film muto li ha fatti maturare e portati a creare orizzonti di una bellezza commovente. Per il resto non c'è tanto altro da dire, cambia il genere ma il problema è sempre quello: se un disco punk, metal, reggae o di qualsiasi altro recinto è fatto dannatamente bene, dobbiamo sempre cercare il motivo di fondo per cui è stato realizzato? In barba a qualsiasi ricerca ossessiva dell'originalità, i CBS soddisfano la ricerca del bello e basta.
Direttamente dalla stagione dei rave inglesi, uno degli acts di maggior successo. Sul secondo album ebbero anche la consacrazione del tormentone popolare, Halcyon, di discreto impatto persino in Italia (chi era adolescente all'epoca potrebbe ricordarsela).
Orbital era una coppia di fratelli inglesi che si anteponeva artisticamente al successo dei cugini Orb. Laddove il gruppo di Patterson era tendente allo sballo o comunque alla ricerca di uno stato di trance più o meno sbragata, gli Hartnoll bros erano lucidi e quasi chirurgici. Ossessionati dalla ricerca della precisione, raggiunsero comunque risultati ragguardevoli e sono tutt'ora indicati fra i massimi esponenti della corrente techno-trance.
E Brown Album nè è un ottimo campionario. Spiccano Planet of the shapes, Impact e Remind, ovvero le tracce più incompromissorie e tendenti allo scuro, ma anche quelle più solari strappano un sorriso e riportano alla mente dolci ricordi.
Collezione di mantra spiritati e vintagistici per questa band newyorkese comprendente due ex-membri dei rumoristi Double Leopards. Decisamente un salto nel buio, questo verso gli ohm giganteschi che infondono pura ipnosi nonostante la generale saturazione lo-fi dei suoni, in tipica filosofia No Fun Records.
I 5 lunghi pezzi in scaletta sono recuperati da alcune uscite minori, e le differenze sono notabili ma ciò non va a discapito del risultato finale. In The train le avvolgenti e voluttuose tessiture di farfisa sembrano pro-nipoti di The end dei Doors, ma sono sparse, svogliate e svuotate da ogni significato hippy. I vocalizzi prolungati, deformati da chissà quale stato di zen, e alcune ritmiche portate alla moviola (Electricity and air) fanno pensare ad un Sun Araw strafatto, oltre ogni concezione.
Un pezzo estatico come Blackbird porta alla memoria le fasi lunari più sbragate dei Flying Saucer Attack, complice anche la voce eterea dell'organista Maya.
A dispetto dell'apparente approssimatività dell'insieme e della lunghezza delle jams, l'intento di sprigionare attività negli angoli remoti della mente riesce alla perfezione. Stupendo e penetrante.
Anche dopo l'ascolto dei primi Wipers, non cambio la mia idea: i veri inventori del grunge furono i Replacements. E' vero che il gruppo di Portland ha avuto la sua grande importanza sull'alternative-rock americano, ma in sostanza erano un espressione punk, non nichilista e spesso tendente al pop.
E' anche vero che l'adorazione di Kurt Cobain (culminata in ben 2 covers) nei loro confronti ha contribuito a sviare un po' le idee, però i Tergicristalli avevano come punto di origine il rock fragoroso e altamente melodico degli Who, lo traslavano in un ottica post '77 e solo marginalmente lo contaminavano con le ritmiche secche della new-wave. Le tempestose composizioni di Greg Sage ebbero un influenza decisiva, più che sui Nirvana, su bands come i Chainsaw Kittens ed affini, ovvero quelle per nulla inclini agli sbalzi depressivi del grunge e più concentrate sull'energia, possibilmente positiva, della musica in sè.
E' un peccato che Is this real sia stato registrato così lo-fi, un po' della genuinità del gruppo viene danneggiata ma resta un disco di un ebbrezza punk contagiosa.
Ma con queste facce, cos'avrebbero potuto creare i tre ceffi se non un oggetto sonoro non identificato?
Perchè di tale si tratta, Ufo. Un monumento al free-rock intero, ovvio figlio della propria epoca ma proiettato in altre dimensioni.
Prendiamo i tre componenti: un chitarrista schizofrenico e visionario allo stesso tempo, in lotta continua con sè stesso. Un bassista minimale fino alla follia e dall'impatto sismico; se c'è un merito nei Guru Guru di aver anticipato di decenni lo stoner, gran parte è suo. Un batterista di estrazione jazz che asseconda il caos primordiale autogeneratosi con uno stile che anomalo è dir poco.
L'aspetto più importante, dopo 45 anni, è ancora l'impossibilità di poter classificare Ufo: non era jazz-rock, non era per nulla Hendrix, neanche l'ombra del blues, non era neanche avant-rock visto che non so quali reali eredi possano essere stati designati da allora fino ad oggi. Le visioni (da urlo, distorte, drogate, impazzite, quel che si vuole) dei Guru Guru finirono per imprigionare fantasmi da cui essi stessi non riuscirono a liberarsi (nettamente inferiori i dischi successivi, ma sarebbe stata veramente dura impattarlo).
Non dimentico di notare che anche questi erano i figli della seconda e perduta guerra mondiale. Altri figli della penitenza enciclopedica teutonica.
Pirotecnica band francese dedita ad un math molto tecnico, di un impatto frontale che non lascia indifferenti. Cinque brani lunghi ed articolati dai titoli in latino, madrelingua ed inglese. Presumo che abbiano delle radici hardcore, dato il ruvidissimo stile vocale ed alcuni breaks di evidente retaggio (c'è persino una fuga grind), però l'influenza dei Magma in passaggi di grande enfasi e di ritmiche spigolose si fa sentire non poco. Nel primo pezzo, le trame chitarristiche risalgono addirittura alla pietra miliare kingcrimsoniana Red.
Quindi, in sintesi un hard-prog sincopato e variopinto. Nulla di nuovo oltr'alpe, ma un ascolto i Das Simple lo meritano abbondantemente.
Sembra strano, ma ascolto il primo album dei SOM soltanto oggi per la prima volta. Cose che forse non succedono mai ad un fan del dark-punk, ma c'è un motivo: da adolescente comprai a 2.000 lire la cassetta di Vision Thing, terzo ed ultimo disco del gruppo di Leeds, e lo trovai orribile. Forse oggi la penserei diversamente, ma smaltita questa lunga squalifica ironicamente ho puntato sul primo, che di solito è sempre il migliore.
Se si analizza la qualità generale mettendo da parte i soliti, deleteri fattori produttivi legati alla decade, FALAA ha un paio di caratteristiche che emergono subito: 1) i pezzi si assomigliano tutti, per struttura e ritmiche 2) i pezzi sono quasi tutti molto belli e ciò impedisce la noia. Il cantato accuratamente lugubre di Eldritch era un valore aggiunto al contesto, il lavorio di chitarre notevolissimo; di sicuro non avevano la profondità dei Joy Division nè l'eclettismo dei primi Banshees, ma rappresentavano il cambiamento in atto del gotico musicale di cui erano una vetta sicura, dato che attorno a loro il declino era inarrestabile.
Due inglesi che hanno fatto parte entrambi, in periodi sfalsati, dei Coil, pertanto indissolubilmente legati alla lunga corrente dell'ossianico-esoterico-post-industriale britannico.
Molto concentrate le loro pubblicazioni: solo 5 album e 3 Ep in 15 anni. E' logico che la qualità abbia la meglio su qualsiasi altro aspetto, con i Cyclobe. Ebbene, la corrente continua a regalare piacevoli sorprese e Wounded galaxies ne è uno dei migliori risultati in assoluto degli ultimi 10 anni, fuori discussione. Un lavoro che non si illude di nascondere le origini di Brown e Thrower, bensì che si fregia di una maestria evocativa fuori dalla media, frutto di una ormai notevole esperienza e di un ispirazione centellinata in ogni minimo dettaglio. Il pulviscolo celeste di How Acla disappeared.... apre in maniera sublime, seguono i meravigliosi 17 minuti di danza spettrale di The woods are alive..., le fioriture di hurdy-gurdy di We'll witness the resurrection, i clangori cristallo, le dolenti figure pianistiche e i gemiti infantili di Sleeper, chiude il mega-drone della title-track in maniera maestosa. Magnifico.
Uno dei 7 pseudonimi sotto i quali Richard Skelton ha rilasciato musica prima dell'incontro con la Richardson che gli ha un po' cambiato la vita. Poche, pochissime parole perchè in fondo non c'è stata molta differenza fra tutti gli output dell'inglese fra il 2006 e il 2009; a dare il via a questo meraviglioso torrente c'era soltanto una fonte di dolore interiore che andava esorcizzata, e mi piace pensare che ci sia riuscito, sia per l'incontro sopracitato che per il compimento di un ciclo che doveva avere un termine.
Per cui, Wolfrahm non si discosta molto dagli altri episodi ma mi sento di dire che è tranquillamente all'altezza di altri suoi capolavori come Landingso Crow Autumn part two, con il suo effluvio inarrestabile di archi ipnotici e di maestose contemplazioni di lande incontaminate.
Magia senza parole.
La preziosa ricerca nelle nazioni fuori dal giro effettuata in più puntate da Vlad ha fruttato qualche sorpresa come questi danesi che nelle poche info recuperabili in rete sono definiti come uno dei massimi gruppi rock della piccola nazione scandinava. Essendo questo il primo che mi capita alle orecchie, non ho la controprova ma dopo aver sentito Alrune Rod sarei pronto a scommetterci.
La a più parti citata influenza dei Pink Floyd inizia con le partiture di organo e finisce col fatto che nonostante la complessa articolazione delle strutture nessuno dei componenti era un virtuoso. L'enfasi dell'interpretazione era l'aspetto più importante, il vocalist impegnatissimo a tenere banco con un cantato quasi hammilliano. Un ottimo ibrido di psychedelia e progressive, anche per via delle fasi alterne di vuoti e pieni che impressionano. Un altra perla del sacro anno 1969.
Da ricordare la traccia n. 2 (titoli in madrelingua), il capolavoro del disco.
Il chitarrista dei newyorkesi Yvette, Kardos-Fein, ha dichiarato in un intervista che ad un certo punto si è un po' stancato di suonare la sei corde con i suoi pedali e si è dedicato più a suonare i pedali stessi. Insieme al batterista Daniel ha creato Process, fino ad oggi unico album del duo, che è un piccolo capolavoro di art-noise moderno di spiccata originalità.
I ritmi tornitruanti ed incessanti sono un indubbio retaggio post-punk; potrebbe esserlo anche il canto, sempre molto nitido e modulato in maniera tradizionale (forse anche un po' asettico, ma ci sta alla grande). E' proprio quella chitarra, o per meglio dire l'arsenale di pedali, a fare fuoco e fiamme, ad assestare continue scosse di adrenalina rumoristica. Ne esce questo ibrido curioso, che non è noise classico, non ha nulla di industriale nè di gotico. Tutti i pezzi durano 3-4 minuti e sono schegge micidiali. Sarà interessante seguirne il proseguio.
Progetto collaterale ai God del sassofonista inglese Kevin Martin, ma contenente un peso massimo di quei tempi quale Justin Broadrick. E come quasi tutto ciò che il Godflesh-head realizzava, era contrassegnato da una ferocia metallica e da una contaminazione difficile da immaginare prima.
Al punto che mi sembra più corretto parlare di collaborazione fra i due, perchè le pesanti chitarre hanno un ruolo portante. Erano semmai le ritmiche a differenziare Under the skin dai Godflesh, oltre che un senso della dilatazione temporale che fa sospettare che la natura dei pezzi (tutti fra i 6 e i 13 minuti) sia quasi improvvisativa. Alcuni frangenti ricordavano gli Scorn di Vae Solis.
Era comunque un esperimento molto ardito, non meno dei gruppi principali dei due. La riuscita fu leggermente inferiore, tant'è che ci fu soltanto un altro episodio cinque anni più tardi e poi più nulla. Under the skin è comunque un capitolo importante di quella stagione coraggiosa e fruttifera dell'Inghilterra più violenta che si sia mai sentita.
La parte più nascosta di un artista a volte è proprio la sua inclinazione naturale. Emil Amos, che abbiamo conosciuto nella veste di uno dei migliori batteristi in circolazione (Om e Grails), in realtà è un cantautore prima ancora di entrare in questi gruppi, e fin dall'adolescenza. Non ero a conoscenza del moniker Holy Sons, con il quale incide da 15 anni.
Decline of the west mette in scena un cantautorato fuori dai generis, nonchè un interprete di piacevole originalità; forse assimilabile soltanto a Phil Elvrum se dovessi proprio tirare fuori un nome, ma con una musicalità messa più a fuoco. L'ovvietà folk sembrerebbe sempre dietro l'angolo ma lì ci resta, in favore di un ancestralità diffusa (come d'altra parte avviene da sempre nei Grails). L'attitudine un po' slacker ed inquietamente rilassata potrebbe rimandare addirittura a certe pagine di Neil Young. Ciò che conta alla fine sono sempre le songs, e qui ce ne sono di ottime; riprova è che Amos utilizza una spartana drum machine anzichè mettersi ai tamburi, come a voler dare enfasi ai contenuti.
Da approfondire.
Hassell è il prototipo del musicista di enorme talento che rifugge la storia in gioventù e ci rientra uomo da una porta laterale, con umiltà e dedizione. L'aneddoto chiave fu il suo rifiuto di entrare nei Can, esempio di come si possa fallire l'appuntamento, ma con la ferrea consapevolezza di voler pervenire a qualcosa di proprio. Oppure il lungo apprendistato al raga indiano con Pran Nath, che formò indelebilmente il suo modo di suonare la tromba.
E' quasi impossibile descrivere il senso di rilassatezza e di ambientazione che viene ricreato su Vernal Equinox. Lo strumento magico di Hassell disegnava scenari panoramici senza aderire a nessuna forma canonica, col solo supporto di percussioni (congas, tablas, shakers), unico scheletro ritmico di un flusso onirico incessante anche se diviso in tracce. Con la title track a primeggiare, per ben 22 minuti di astrazione naturale. Un suono caldo, un insieme indefinibile, proveniente dal mondo (perchè di world music si trattava, senza dubbi), ma impermeabile ad ogni costume corrente. Unico.
Trio di Cleveland, Ohio, che ottenne una piccola visibilità in quell'area dell'underground americano attigua alla No Fun ed al suo festival, all'hypnagogia ed al noise estremo. Possiamo osservare, dopo qualche anno, che si è tutto sciolto come neve al sole: si tratta di corsi e ricorsi storici come ne abbiamo visti tanti, di coincidenze di gusti e tendenze sociali. Dopodichè, passato il ciclone, si fa pulizia e restano soltanto i più forti (che non sono necessariamente i migliori).
Nello specifico, gli Emeralds erano piuttosto sostenuti da SIB e Mattioli che ne decantavano le gesta in un bel servizio sulla moaning wave di quel tempo. Sofferenti come tanti di incontinenza produttiva, hanno rarefatto le uscite fino a sciogliersi l'anno scorso. A riascoltarlo adesso, credo che Solar Bridge resti un ottimo prodotto nella media dell'ambient più dronica e minimalista; uscisse oggi non varrebbe un granchè.
I tre (due synth ed una chitarra, piuttosto trattata) indugiavano su bordoni di chiara origine cosmic-deutsch, con le consuete stratificazioni ma senza saturare. Due tracce per soltanto 27 minuti; molto bella The quaking mess, con più soluzioni ed una progressione affascinante.
Peter Silberman, cantautore di fatto ma nascosto sotto il nome di un gruppo, è un songwriter moderno che più vintage non si può. Funziona così, ormai, col pop: non avendo nè un presente nè un futuro, quello buono suona con gli strumenti e i timbri degli anni '60/70.
Palace, il pezzo che apre il suo ultimo disco, cresce con un wall of sound di tastiere e trombe che fanno innamorare pressochè subito. Ho pensato è il solito trucco per attirare l'attenzione, di mettere il pezzo bello al numero uno della scaletta. Invece no. Familiars è un capolavoro di artigianato.
Immerso in un mare di riverbero generale, l'impianto contribuisce ad esaltare le riflessive e compassate composizioni di Silberman: su tutti la sua voce acuta (il cui timbro può ricordare vagamente Jeff Buckley) ed una tromba onnipresente e laconica. Non c'è un pezzo che non sia bello. E soprattutto non c'è ombra di folk, questo è il merito più grande di Silberman, il marchio a fuoco personale che lo innalza.
Da affiancare a Beach House, Clientele e Dark Dark Dark nel rinascimento art-pop.
La nazional signora Library giustamente tributata dalla label inglese di settore Finders Keepers con una compilations uscita l'anno scorso, su vinile. Diciassette tracce pescate da 4 album diversi, fra cui quello che ci aveva introdotto alle sue mirabili musiche di servizio.
Se da un lato non posso che gioire per il meritevole recupero, dall'altro mi auguro che si possano ristampare anche gli altri tre. La Casa non aveva molto da invidiare ai colleghi maschi più rinomati, anzi: la sua grazia femminile sapeva emergere nelle tracce più melodiche con brillantezza, come negli estratti da Ricordi d'infanzia. A meno che non ci fosse da avventurarsi nell'elettronica dissonante e nei concretismi di quelli di Arte moderna o inscenare hard-rock saturi di fuzz in Grosse cilindrate (da Lo sport vol. 1).
Trio composto da sezione ritmica tedesca di inclinazione avant-electro (il batterista è anche produttore e label-owner) + l'americano David Moss, percussionista classe 1949 di estrazione contemporanea reinventatosi vocalist fuori dai generi.
Nessuno di loro è un giovanotto, e il sospetto che fosse una marpionata era forte fin dai primi minuti. In realtà dopo qualche ascolto Like likes like cresce inesorabile; le sonorità sono elettroniche e mutanti, dal retaggio più radical-wave con reminescenze di white-funk caustico immerso in ritmi fratturati. Il vociare di Moss, poi, fa veramente la differenza, passando dall'alieno catatonico al colloquiare confidenziale con tutto quello che ci sta nel mezzo, senza mai perdere le staffe e con un carisma immutato. Nella sua progettazione, un disco perfetto anche nei suoni: non suona datato nè troppo sofisticato.
Suonano incappucciati e con vestiti dai colori sgargianti, sono due polacchi ed inevitabilmente uno dei due è il solito Ziolek; per fortuna che nel 2014 si è fermato altrimenti il rischio svalutazione sarebbe diventato alto. L'altro si chiama Jedrzejczak e suona anch'egli in altri gruppi, ha collaborato con Ziolek in Stara Rzeka. Il punto di contatto con quest'ultimo progetto e Alameda 3 sta sempre nel porre un enfasi esagerata su tutto, persino in questo drone-cosmic-folk che non inventa pressochè nulla.
Tuttavia Ziolek riesce a trovare ancora una volta la chiave d'accesso per lo scrigno del mistero: non ci si stanca neanche qui. In particolare quando i due sfoderano qualche influenza mediorientale o indiana, infilata fra corrierismi orbitanti e super-droni di ruvidezze spettrali. Preso nel suo complesso, Da'at è un viaggio denso di sensazioni che si fa rispettare, nel suo ambito.
Dallo scisma degli Henry Cow, gli Art Bears emersero come unità eloquente e ben inquadrata: la Krause, forse stanca di poter cantare poco, poteva esprimersi in libertà e con tutto il suo rigore filo-teutonico. Frith e Cutler, liberi dalle pastoie di Hodkingson, asservivano la vocalist in tutta la sua verbosità ed in qualche modo rinnovarono il RIO, che giunto agli anni del punk effettivamente aveva bisogno di un rimescolamento.
Ma, per carità, non si parli di maggiore accessibilità, anzi. Hopes and fears suonava, a mio avviso, ancor più ostico degli Henry Cow: l'approccio teatrale era disturbato, mai scontato ed asservito alla voglia di rinnovarsi di Frith e Cutler, che con la maturità seppero creare una musica deforme, inquietante, polimorfa. Difficile, molto difficile. Da ascoltare parecchie volte, prima di poterne dare un giudizio profondo.
Non ho mai sopportato l'hip-hop, ma nel momento in cui i Talibam! lo sottopongono alla sedia elettrica e realizzano questo spassosissimo campionario scatta l'eccezione regina.
Provare per credere: chi ha amato le precedenti e non meno folli prove di Shea & Mottel potrà anche esserne rimasto contrariato. Io stesso pensavo che i due MC in azione fossero altri prestati alla situazione, ma da profano in materia mi sbagliavo. Sono loro stessi che sproloquiano in lungo ed in largo, non ho avuto il tempo di leggere i testi (in caso fossero disponibili), ma il mio presentimento è che si tratti di una gigantesca presa in giro al genere, persino musicalmente. Shea rinuncia parzialmente al suo talento irregolare per mettersi al servizio di groove storti, Mottel ha modo di giganteggiare distorcendo anche certi luoghi comuni del genere. Sembra anche un po' concept, con quel Jimmy che viene evocato dall'inizio alla fine.
Il progetto dark-etereo di Haino Keiji, durato soltanto questo disco e la partecipazione ad un cofanetto con avanguardisti da ogni parte del pianeta nel 1997, ovvero quando il settore lo stava ancora scoprendo e si meravigliava.
E' un Keiji molto diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere: si avvicina di più a quello estatico-levitante nel senso che in Era of sad wings non ci sono esplosioni di nessun tipo, ma i presagi sono tutt'altro che rassicuranti. Inizialmente e per larga parte è pura dark-ambient da caverna, con i vocalizzi dimessi e all'apparenza impauriti fino agli ultimi 10-15 minuti in cui i fantasmi lo rapiscono senza riserve, e allora sono dolori. Fuorvianti i credits che indicano guitars/vocals; appare chiaro che Keiji si dedica ad emissioni di suono di classico stampo industriale, con i bordoni angoscianti e tutto il necessario ad incupire al massimo.
Non credo che sarebbe necessario essere fan del mito per poter apprezzare Era of sad wings; è parecchio lungo e tortuoso, ma gli estimatori della dark-ambient-industrial potranno convenire che si tratta, con ogni probabilità, di una pietra miliare dell'area. A maggior ragione perchè Mr. Keiji è un intruso della materia.
Dan Barrett degli Have A Nice Life in veste cantautoriale. Suona un po' strano, no? D'accordo, ma se ci penso Deathconsciousness aveva anche delle splendide ed indimenticabili canzoni, e colui che ne è stato principale cantore è andato in solitaria, dando la stura ad un ambizioso eclettismo (forse un po' castrato nel contesto HANL?) che rende disorientante l'ascolto, difficile l'assimilazione e la memorizzazione dei punti salienti.
Sbrigata la critica, ci riprovo ed al 4° ascolto inizia a dare soddisfazioni. Barrett passa di palo in frasca; litanie di prigionieri incatenati, estasiate cantilene acustiche, ambientazioni dark-ipnagogiche, depresse introspezioni, torch songs enfatiche, esplosioni di coralità in un improbabile ibrido gospel dei fantasmi interiori. Gli slanci di positività sorprendono, in un contesto che sembrerebbe inesorabilmente depresso. E forse sono proprio il punto di forza del disco.
Celebrato l'anno scorso col tour del ventennale, Betty fu il disco più vario della fase gloriosa degli Helmet, di certo non ai livelli dell'insuperabile Strap it onma superiore al secondo, il monocorde In the meantime. Forse fu proprio quest'ultimo a spingere Hamilton a mescolare le carte, anche sull'onda del successo commerciale del gruppo il quale richiedeva una dose di melodie orecchiabili, qui ben presenti (erano pur sempre gli anni del post-grunge). Era anche la produzione a diversificare: i vecchi panzer cingolati scemavano sempre più il loro impatto e si faceva strada un senso del groove per certi versi irresistibile, grazie al lavoro unico della sezione ritmica (non ci si stanchi mai di ammettere la grandezza di Stanier e Bogdan, prego).
Ricordo che all'epoca stupìrono non poco il bluesaccio acustico di Sam Hell, il jazz-noise di Beautiful love e l'ibrido stranissimo fra Captain Beefheart e Pil di The silver hawaiaan). Grazie anche a questi, anche se non rappresentativi del contesto, la signorina in copertina Betty invecchia bene e fa ancora bella figura; ormai gli Helmet erano alternative a tutti gli effetti e non più noise-rock, ma lo facevano dannatamente bene.
L'edizione limitata dell'epoca comprendeva anche 5 pezzi live di ottima valenza, fra cui il prezioso recupero di Sinatra, dal primo album.
Il dettaglio sul film, sui suoi risultati artistici e sulla sua travagliata cronistoria lo ha già esaurientemente sviscerato Vlad. Io preferisco concentrarmi sulla meravigliosa soundtrack e sulla figura di Beausoleil, un talento dalle grandi possibilità strappato al mondo dal crimine sanguinoso di cui si macchiò nel 1969 e che lo fece condannare all'ergastolo.
I presupposti per una brillante carriera c'erano tutti, e guardacaso agli inizi si era trovato a condividere il palco col giovanissimo Arthur Lee nella precedente incarnazione dei Love. Ciònonostante nel 1969 non era ancora riuscito a realizzare nulla di concreto e l'affiliazione criminale fece il resto.
Qualche anno dopo, grazie al permesso di un illuminatissimo direttore carcerario, Beausoleil ottenne la possibilità di redigere la colonna sonora del film di Anger, e realizzò questo capolavoro con un manipolo di altri carcerati denominato The Freedom Orchestra.
Dimentico del tutto della summer of love, del sole della California e delle droghe psichedeliche, Beausoleil assemblò una soundtrack imponente e melanconica, in cui la sua chitarra dalle forme allungate ed essenziali è parimenti importante alle tastiere elettroniche, responsabili di un generale afflato spacey dalle ombre sinistre. Ne uscì un oggetto difficilmente classificabile, qualcosa fra il gotico ed il cosmico, che ha un potere ipnotico raro per quegli anni.
Magie da dietro le sbarre.
L'unico modo per salvarsi dall'auto-parodia da pub o dall'insopportabilità, per chi oggi fa musica palesemente ispirata ad ere fa, è trovare una via personale al tributo. Gli svedesi Goat partono già avvantaggiati perchè m'ispirano prima di tutto simpatia: l'anonimato, le maschere e l'immaginario africano sono stratagemmi vecchi come il cucco ma il fatto che lo propongano degli scandinavi già crea uno stridore. Quando ascolto World music, la simpatia cresce perchè è un mix fantasioso di luoghi comuni psichedelici fine anni '60 irrobustiti da un basso molto possente e da un arsenale di percussioni tribali. E, al contrario di ciò che ci si potrebbe aspettare al microfono, cioè un cantante macho, un po' maudit o pseudo-poeta, c'è la voce all'unisono di due ragazzotte non molto dotate che si sgolano per farsi sentire. Il contesto funziona meglio nei pezzi brevi, e perlopiù abbastanza accattivanti; forse lo strumentale finale vorrebbe evocare gli Amon Duul II, ma non montiamoci la testa.
Pianista e compositore milanese con studi classici che iniziò ambiziosamente negli anni '70 per poi trasformarsi in produttore mainstream negli anni '80 ed in seguito autore di jingle pubblicitari: le sue pubblicazioni in proprio, abbastanza sporadiche negli anni, si sono mantenute comunque in aree serie ed è sorprendente come tutt'oggi vengano ancora pubblicate o distribuite su scala major.
Neanche ventenne, nel 1972, suonò il synth su Pollution di Battiato. Sonanze fu il suo debutto solista ed è un bell'esempio di contaminazione stilistica: era evidente quanto Cacciapaglia fosse influenzato dai corrieri cosmici tedeschi dell'epoca, ma il retroterra classico e l'italianità si diffondevano a macchia d'olio in un contesto, ovvero la suite in 10 movimenti, vario e raffinato. Quindi, in mezzo alle glaciali e ferree esplorazioni interstellari, possiamo udire sezioni fiati orchestrali e timpani grevi, affascinati scale pianistiche ipnotiche (il 3° movimento), quadretti pastorali alla Popol Vuh (il 9° è quasi un'outtake da Hosianna Mantra), estatici contemplazioni per moog e synth (il 5°). Un lavoro abbastanza citazionista ma fatto di ottime composizioni, per un autore che sarebbe giusto esplorare almeno un po'.
Inserito nella serie Artificial Intelligence della Warp Recors, restò di fatto l'unico album di questo alter-ego alias di Richard James, che appena ventenne aveva già una grossa visibilità internazionale.
Lo stile era fortemente ritmato, si è scritto debitore della house statunitense. Forse rimase il suo prodotto più da discoteca che da ambient works, e si comprende meglio il motivo del nickname diverso; era un prodotto differente dalle raccolte 85-92 ma il dna di provenienza era lampante. Inoltre Surfing contiene almeno un paio di capolavori di James, come Polygon Window e Audax powder che strategicamente sono posti ad inizio scaletta, per non dire della pianistica If it really is me, splendida pausa di relax.
Stia alla larga chi è diventato allergico a queste sonorità che oggi sembrano preistoria della musica elettronica più dei tedeschi di 40 anni fa. Chi invece le ama ancora si goda questo ripescaggio e il mistero che contiene questi solchi: l'ascolto non può essere interrotto e si arriva freschi al termine. Mental hour forever.
Anomalia assoluta, questi australiani di Brisbane che potrebbero rappresentare la trasposizione ai giorni nostri dei Godz o dei Cromagnon, oppure dei Residents senza senso dell'umorismo nè velleità teatrali. La particolarità principale è che non nascono come musicisti veri e propri, anzi, gli strumenti se li sono costruiti da soli, auto-garantendosi così l'originalità del suono. C'è una chitarra/basso a body quadro con lenze da pesca al posto delle corde, ci sono le percussioni casalinghe, e c'è soprattutto questo fiato geniale che è costituito da due pompe a soffietto di quelle che servono per gonfiare i canotti o i materassini, collegate ciascuna a due tubi che in cima hanno un ancia; il performer gioca di piedi e di mani e tira fuori questo suono che sembra una via di mezzo fra un boozouki ed un clarinetto (ma a tratti sembra addirittura un violino scordato!).
A corollario di questo sgangheratissimo impianto c'è una vocalist molto brava che rappresenta l'elemento musicale e aiuta a rendere più digeribile la proposta. Il tutto è rigorosamente improvvisato, al punto che ogni loro concerto è sempre diverso. In un intervista dichiarano che sarebbe impossibile per loro replicare qualsiasi cosa, persino i pezzi degli album, e sorprendentemente la cantante stessa sarebbe la più convinta sostenitrice della teoria.
Rave cave è composto da 9 pezzi di durata abbastanza breve ed è irresistibile. Impossibile definire questa musica: potrebbe essere un folk dell'altro mondo (per l'appunto, quello in cui gli strumenti classici sono stati aboliti) ma non renderei loro giustizia. Gli Sky Needle vanno classificati come custodi di un'originalità che, pur brada che sia, va tenuta stretta vista la rarità di sorprese in questi anni.
Non mi sbagliavo di molto, quando scrivevo che Rob Williams non è tanto a posto con la testa. Ai tempi in cui era il frontman degli Ubzub, SIB di Blow Up ne decantava le gesta con ardore ma io non ero ancora pronto per materiale così infiammabile ed avevo altre priorità per i miei acquisti. L'importante è che finalmente ci sia giustizia anche per quest'altro manipolo di freaks, non importa dopo quanto tempo. Oggi iscrivo questo nome così freak al club più nobile dei freaks di tutti i tempi, in quanto autore di un tracciato che inizia dai Residents (i costumi sul palco, le gag e le scenette teatrali), passa dai Throbbing Gristle (le barriere di rumore bianco, le ritmiche meccaniche) e dai Chrome (le saette impazzite di una chitarra acida e sulfurea), per terminare in un buco nero in cui possiamo verificare come avrebbero suonato Butthole Surfers e Dead Kennedys se si fossero persi il punk a pie' pari.
Alien manna è un'ora abbondante di delirio vulcanico in cui ogni eccesso è speso bene. Difficile descriverlo, oltre a quanto scritto prima. Come rivelato dallo stesso Williams intervistato da SIB, questo il manifesto programmatico: Volevamo veramente assalire chiunque con la nostra musica. La nostra musica era un vaffanculo al mondo. Se piaceva, bene. Se non piaceva, anche meglio: significava che avevamo raggiunto lo scopo.
Eccellente flusso ambient da parte di una oscura formazione di San Francisco, dichiaratamente ispirata ai film di Ingmar Bergman fin dal nome del progetto stesso mentre Fragments of night trae linfa dai suoni (non meglio precisati) del 1969. D'accordo, è una gran bell'annata da cui trarre spunto, però gli IK riescono ad essere ottimi esponenti dell'ambient organica dei giorni nostri, un po' ossianica e ronzante, ma mai troppo legata ad un singolo filone.
Infatti i vari temi che si sviluppano in questa suite di 42 minuti sono di un magnetismo che ha del magico. Il suono è sporcato da intromissioni concrete ai limiti dell'industriale, fatto frullare da drones insistenti, cullato su bordoni basinskiani, solcato da sax ipnotici, ma nulla di tutto questo prevale sull'altro. Consigliatissimo agli estimatori che sono forse un po' stanchi dell'inflazione.
La miniera dorata dei '70 continua a regalare, indomita. Lo ammetto candidamente, non conoscevo i Jade Warrior, nonostante la fitta produzione nell'arco di tutto il decennio fra Vertigo e Island. Non basterà la vita intera per ascoltare tutta la musica degna ma certi recuperi fanno gioire e 40 anni precisi fa usciva Waves, splendido esemplare di alchimia misteriosa.
Si tratta di un pezzo unico, ovviamente diviso in due parti per il vinile. Per sintetizzare quanto realizzavano i due polistrumentisti Duhig & Field potrei inquadrare 3 diverse situazioni:
-le pause sognanti e pastorali del prog-rock che servivano per stemperare la tensione, tipo quelle con chitarra acustica, flauti, tastiere (senza ritmica) e un sentore generico di abbandono all'estasi.
-le jams sornione di jazz-rock rilassato e solo in superficie autoindulgenti (quasi in stile Traffic, non a caso qui è ospite Steve Winwood).
-flussi in libertà di stampo etnico, con le percussioni, i campanellini, i suoni concreti; quasi un anticipo della new-age, ma con uno spirito pionieristico davvero rilevante.
Una sintesi inedita che è mixata alla perfezione in 35 minuti da godere fino in fondo. La storia dei Jade Warrior, manco a dirlo inglesi, va approfondita senza meno.
Estemporaneo art-trio, uno dei figli della fase promiscua che il giovane Jim O'Rourke agitò a metà anni '90 col patrocinio della Skin Graft, con progetti come Brise Glace e Yona Kit. Due dei partecipanti a quelle folli confraternite, Jones (Mr. Cheer-Accident) e Gray, fondarono You Fantastic! insieme al chitarrista Garrigan.
Il progetto era drammaticamente radicale, proponendo una mistura di avant-rock sconclusionato e deforme. Il primo EP, Riddler, conteneva 10 brevi tracce per pattern di batteria chiassosi ed irregolari, grovigli atonali di basso e chitarra che franavano uno sull'altro, sciami di trombe in rotta di collisione, accenni di funk anemico ricoperti da selve di suoni sovrapposti. Un caos bestiale, ma notevole.
Pals invece, uscito l'anno successivo, era composto di un unico pezzo di 17 minuti che inizia placidamente; i timbri delle corde sembrano quelli di Spiderland, se non fosse che ogni ombra di melodia è stata abolita. Pian piano i contorni svaniscono, la batteria inizia a farsi progressivamente più pesante e in un crescendo inarrestabile sovrasta e spacca tutto.
Rimase la loro cosa migliore. Nel 1998 uscì l'unico album, Homesickness, in cui dilapidarono ogni ambizione (se per caso l'avevano) e qualsiasi senso della misura. Nel tentativo di alternare normalizzazione a follia pura, ne uscì un mattone difficile da digerire. Riuscivano decisamente meglio nei formati corti.
Grazie allo splendido operato di Matteo Botteghi del Neon Cafè di Rimini, ieri sera abbiamo avuto il piacere di assistere ad un piccolo grande evento (per pochi intimi, ovviamente) che ha raccolto 3 artisti profondamente diversi fra di loro.
Per me l'entusiasmo era dovuto ovviamente alla presenza di Basinski, di cui sono grande fan; senza nulla togliere agli altri due che lo hanno preceduto, e che peraltro ho apprezzato parecchio. Palumbo non è certo l'ultimo arrivato, ma le sue pagine fuori dai Larsen non mi hanno mai entusiasmato molto e quindi partivo un po' prevenuto; invece la sua performance è stata davvero notevole.
Arriviamo al Neon Cafè e Matteo, dopo averci annunciato con rammarico che non potrà più organizzare eventi allo splendido Melting Box di Viserba, ci indica, sul palazzo situato all'altro lato della strada, una grande vetrata al primo piano: si tratta di uno stanzone normalmente adibito a galleria d'arte.
Si inizia con l'americano Paul Beauchamp, compagno di Palumbo nel progetto Blind Cave Salamander e nella vita. Due pezzi per lui, il primo un fosco ambientale per drones, sdentellamenti e archetto su sega. Dopo essersi presentato con un italiano pressochè perfetto, va col secondo che parte con agresti loops di dulcimer e decolla con l'elettronica sporca, in un crescendo che sfocia in un finale davvero tempestoso. Molto bravo.
Palumbo si siede con una Stratocaster grigia: buona parte del suo set è imperniato su un croonering apocalittico per pennate energiche e grande enfasi vocale. Il meglio di sè però lo dà quando decide di deragliare, ovvero quando imbraccia e maltratta la viola elettrica, quando manda in corto circuito i feedbacks e soprattutto nella fase in cui si alza e fa il giro della stanza con un tamburello e due trombette di carnevale, mentre in sottofondo rimbomba una selva inestricabile di risonanze. Memorabile.
Arriva il momento del grande Billy, in possesso di una forma fisica davvero notevole per i suoi 57 anni, e che ostenta fin da subito simpatia e genuinità contagiose. Spiega che non esegue il suo ultimo disco, Cascade, perchè l'ha già suonato un anno fa sempre a Rimini, così annuncia una graditissima Vivian & Ondine (2009) e si mette all'opera aprendo una scatola di very bad dolcetti americani che contengono i suoi famosi nastri magnetici.
Così possiamo scoprire, almeno all'apparenza, il suo metodo di lavoro nel creare meravigliose sculture di suono: una volta inserito il loop principale in uno dei due lettori, sorteggia un nastro dalla scatola dei dolci, lo esamina alla luce di una lampadina e lo inserisce nell'altro lettore. A questo punto si mette a lavorare fra mixer e laptop, dopodichè estrae il nastro, lo inserisce nel contenitore degli usati e ne estrae uno nuovo. E così via, con l'arte sublima delle sue suites che ci proietta rapidamente nella basinsk-sfera.
Al termine della performance, alcuni curiosi (fra cui noi) si avvicinano al banco e il buon Billy, sempre sorridente, mostra l'armamentario tecnico e scherza facendo volteggiare i nastri in mano, chiamandoli spaghetti! Decisamente non ci aspettavamo un personaggio così.
Fin dalla prima volta in cui ho ascoltato la sua musica, avevo capito subito che Anthony Saggers è un personaggio speciale ed andava approfondito. Originario di Oxford ed attivo dal 2008, il giovane ha un enorme talento. Il problema è che la sua area (ambient, neoclassica, come la si vuole chiamare) è piuttosto inflazionata e peraltro già di elementi di spicco, quindi può faticare non poco ad emergere, nonostante il girovagare per etichette di settore sparse nel mondo.
All'ascolto di questi due che sono evidentemente prodotti maggiori del suo catalogo, vengo rapito in men che non si dica. La sua musica viaggia attorno a coordinate abbastanza riconosciute; la cameristica spartana di Skelton, il pianismo dimesso di Library Tapes, l'imponenza minimalista di Basinski, le partiture luminose di Helios/Goldmund.
Il colossale e lunghissimo Nothing but death predilige sculture di suoni stratificati, virando più su lidi basinskiani ma con più calore e coinvolgimento, sviando dall'effetto ipnosi e regalando vibranti emozioni.
Maly Wilk è stato autorilasciato solo su file, niente supporto fisico. Più dimesso ed umile, mette a nudo l'umanità disarmante di Saggers: qui, anzichè sculture, il pianista elabora quadretti autunnali ed impressionisti.
Mi rendo conto che in questo genere ormai non si può più inventare nulla, eppure qui ci sono ancora meraviglie.
Folle meteora sfortunatamente non-rimasta alla storia, la HGB era un quintetto di pazzoidi (come peraltro intuibile dalla foto) che realizzò soltanto questo capolavoro di freakitudine controllata da una padronanza tecnica ragguardevole.
Il cantante Hampton, piuttosto influenzato da Captain Beefheart, ruggiva sanguigno e schizofrenico per la maggior parte del tempo, salvo poi ad un tratto inventare di fatto il lamento informe che David Thomas svelò al mondo pochi anni dopo coi Pere Ubu. Il chitarrista Kelling era un esagitato; i suoi assoli erano dadaisti e imprevedibili, un performer di prim'ordine in grado di slegarsi e slegare il gruppo dalle ovvie origini blues per creare lunghi labirinti di autentico spasso.
Perchè la musica da mangiare non soddisfa solo il palato, è un piacere anche a stomaco pieno. Tant'è che il minutaggio non appesantisce proprio niente e il divertimento è assicurato.
La fantasia al potere. Essenziali.
Sospesi fra dilatazioni space e indulgenze post-rock, i californiani Mirza avevano la piena potenzialità per ambire ad un posto su Kranky, o per diventare esponenti mondiali dell'impro-psych del 2000. Invece esaurirono le loro cartucce per minuscole etichette in poco più di 2 anni e poi si separarono in parecchi progetti a me, ahimè, completamente sconosciuti.
In poco più di mezz'ora, Anadromous vedeva un quartetto molto coeso e compatto a dispetto delle inevitabili dispersioni. Un flusso sonoro che non si cura minimamente dell'aspetto compositivo ma punta tutto sulle tessiture chitarristiche e su una ritmica sciolta. Le altalene quiet/loud anticipavano certe tendenze dell'epic-instru di lì a poco a venire. Non dei fenomeni, ma interessanti. Forse andando avanti avrebbero potuto fare cose migliori.
All'insegna di una progressione forse destinata verso territori meno spaventosi, col loro ultimo i Locrian si sono riconfermati come autorità mondiale del drone-metal. Un disco che spacca a metà le opinioni; ma cosa dovrebbe fare un gruppo, dopo aver realizzato un capolavoro del genere, cristallizzarsi in una formula? Sempre peraltro che sia possibile.... Invece i chicagoani hanno deciso di aprire qualche squarcio di luce nelle loro melme nerastre, e si capisce fin dall'incipit di Eternal return: tempo medio ed un inusitato tappeto di synth melodico che si impone sul resto, brutale ma estremamente più musicale del solito. Nell'arco di tutto il disco gli spunti umani si susseguono, come puntate epic-instru, chinamenti di capo slow-core, inserzioni di elettronica, strumming di chitarra acustica, folate di mellotron. Col risultato che le esplosioni improvvise fanno ancora più rumore. E alla fine c'è anche il pezzo progressive, il quarto d'ora epico di Obsolete elegies.
Conferma stra-piena, il presente è qui per restare.
Un oggetto strano e difficile, Memory, tanto da non essere più stato replicato. Però erano passati 5 anni dal primo a questo, quindi non escludo che Kevin Micka, solista di Boston, possa ricomparire.
Memory è un contenitore di tante idee, forse troppe. Diciamo che la sua dispersività è il suo maggior limite. Però sa regalare momenti interessantissimi, nei 3 lunghi brani che di fatto rappresentano le colonne portanti del lavoro: i 17,5 minuti di His belly burst, che inizia come una litania di Skelton e finisce come uno space-doom celestiale. I 13 di ...And ever sono una tumultuosa mutuazione dei Battles che annega in un eco-loop fagocitante (certo che se ha suonato tutto lui, bravo!). I 17 della title-track iniziano con una nenia folk storta scadita da colpi secchi, fino all'apparire dei synth celestiali e del cello che mandano tutti a farsi un bel viaggio.
Nei corti restanti, predominano i toni confidenziali, con strizzatine d'occhio a Pan American e Tortoise, ma l'impatto è conseguentemente minore. In sostanza, Micka sembra disporre di buone potenzialità, forse quest'eclettismo gli è congeniale e la cosa gli piace. Così facendo, però, difficilmente riuscirà a confezionare un capolavoro.
Fra i più sfortunati della golden age del prog italiano vanno sicuramente annoverati i milanesi Maxophone, che realizzarono questo gioiello nel '72/73 ma per motivi manageriali lo videro pubblicato soltanto nel '75, quando ormai l'interesse generale stava scemando. Destino crudele affine a quello della Locanda Delle Fate, ma che decenni dopo trova la giusta rivalutazione, tant'è che entrambe le formazioni sono tornate in attività in anni recenti.
La caratteristica peculiare del paurosamente preparato sestetto era quella profonda italianità che è percepibile proprio perchè i modelli di riferimento anglosassoni (qui più che altro sprazzi di Canterbury e folate genesisiane) che affioravano spesso durante i solchi venivano spazzati via un attimo dopo da spunti di mediterraneità e melodismo tipici dello stivale; forse si possono percepire meglio da un punto di vista estero, ma ne sono profondamente convinto.
C'è poco da dire, il disco è uno spettacolo, magnificamente orchestrato, non emerge un elemento sopra le righe fra i 6. La ristampa include un singolo pubblicato nel '77, imperniato su sonorità decisamente più acustiche, in ogni caso inferiore all'album che è da annoverare fra i grandi classici della stagione.
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