venerdì 10 marzo 2017

Fire! Orchestra ‎– Exit! (2013)

Progettone messo in piedi dal fiatista di fama mondiale Gustafson, che con questo primo ha guadagnato la palma di disco dell'anno per BU. Registrato dal vivo in studio da parte di un ensemble di una ventina di elementi quasi tutti svedesi, Exit! ha avuto l'ambizione di aggiornare il jazz da big band ai giorni nostri con due lunghissime suite. 
Traguardo raggiunto perfettamente: Part one parte con passo felpato, in parte imparentato col jazz classico, con svisate di fiati, voce femminile e piano alla Abrahams in primo piano. Dopo una pausa, l'orchestra riparte sorniona cambiando il tema e chiude con eleganza.
Ma è la tempestosa Part two a sbancare, con un ritmo tumultuoso che taglia momentaneamente i ponti col jazz, un maelstrom incessante di caos organizzato. Un'altra pausa a circa metà e poi la ripartenza con la disintegrazione della composizione, è la parte impro che manda tutto a catafascio. Per me magari non disco dell'anno 2013, ma da top ten sì.

mercoledì 8 marzo 2017

Gastr Del Sol ‎– The Serpentine Similar (1993)

Quasi strano, non ricordavo che nel primo GDS non c'era O'Rourke, ma Bundy K. Brown, uno dei padri putativi del post-rock dell'asse Louisville-Chicago. Al riascolto dopo parecchi anni di The Serpentine Similar, la sensazione è sempre che Grubbs fosse giunto finalmente al progetto di avanguardia che aveva fatto covare sotto le infuocate performance dei Bastro. La trasformazione è perfettamente inquadrata da un pezzo come For Soren Mueller, che alterna piroette bastroane alle compassate astrazioni per chitarra e basso ipnotico, di fatto il piatto forte e principale del disco, che non disdegna comunque qualche sonata per piano che tradiva le mai celate influenze dei Red Krayola epoca God Bless...su Grubbs. Manifesti del lotto le lunghe A Watery Kentucky e Even the odd orbit, splendide digressioni di uno stile unico ed inimitabile, trasognato e formale al tempo stesso.

lunedì 6 marzo 2017

Spartiti ‎– Austerità (2016)

Non perdere un protagonista di un modo così anti convenzionale di fare musica è qualcosa che arricchisce il nostro sottobosco indipendente, specie se amate chi cerca di affermare pensieri più pensati e “impegnati” rispetto alla media dei nostri tempi.
Citazione di una recensione che mi sembra doveroso riportare, perchè sintetizza alla grande ciò che io stesso ho provato ascoltando Austerità. Dopo la triste scomparsa di Fontanelli, temevo che in qualche modo avremmo perso Collini e le sue storie, il suo sarcasmo, il suo cinismo trasognato, il suo semplicemente esserci. Mi rallegra quindi questo matrimonio (tutto sommato prevedibile, ma di certo non scontato) con Reverberi, che snocciola sfondi e scarni scorci di limpida ispirazione GDM (i migliori, Austerità e Bagliore), riuscendo a modo suo a non far rimpiangere le basi ODP. 
Per quanto riguarda Collini, va solo ascoltato famelicamente. Impossibile tuttavia non citare lo stupefacente aneddoto scolastico-adolescenziale di Vera, lo struggimento di Austerità, l'esilarante fraintendimento di Banca Locale. Caro Geometra, è sempre un piacere.

sabato 4 marzo 2017

Scream From The List 56 - Heratius ‎– Gwendolyne (1978)

Ennesimo inqualificabile art-avant-monster dalla Francia, con un unico, inevitabile disco in carniere, peraltro in ritardo temporale sulle bizzarrie più generalizzate del decennio.
Essenzialmente un trio tastiere, chitarra e clarinetto, gli Heratius vengono solitamente definiti i Faust d'oltralpe, ma la sensibilità musicale era più focalizzata seppur convogliata in una serie di stranezze difficilmente descrivibili; in un certo senso lo potrei battezzare industrial-progressive da camera, vista l'alternanza fra ruvidezze analogiche, gorghi rumoristici, fraseggi bucolici col clarinetto in evidenza, qualche svisata elettrica frippiana, un recitato che fa molto teatro d'avanguardia, demenze blues spudoratamente umoristiche, e tanto altro.
Gwndolyne va preso per ciò che è: un pasticciaccio dada figlio del proprio tempo, sfuggente per l'eternità e relegato alla categoria delle musiche più incredibilmente strane. In solida reputazione.

giovedì 2 marzo 2017

A.R. Kane ‎– 69 (1988)

Splendida anomalia britannica: un duo di colore che abbandonò qualsiasi stereotipo legato alla musica nera per abbracciare uno strano e fascinoso miscuglio di new-wave, dream-pop, fulgidi arabeschi chitarristici (senza disdegnare feedback stridenti), lambendo spesso un campo dub dalle parvenze molto più bianche.
Un disco fantasioso e super-variopinto, con la peculiarità delle voci che, essendo tutt'altro che limpide (per non dire sgraziate), davano un chè di preziosa precarietà. Dopo una prima metà effervescente anche a livello ritmico, la seconda parte va in gloria con le meravigliose rarefazioni di Sperm Whale Trip Over, The Sun Falls Into the Sea, The Madonna is With Child e Spanish Quay, numeri magistrali di ambient-rock. Si scrive un po' ovunque che hanno anticipato tante cose della Too Pure, il trip-hop, persino certi aspetti dello shoegaze. Un po' di giustizia è arrivata postuma, dato che in vita non ebbero un granchè di riconoscimenti; per quanto mi riguarda, ho impiegato 3-4 ascolti per permeare nella grandezza di 69.

martedì 28 febbraio 2017

Core Of Bells - Bottle keep (2010)

Grazie all'insanabile passione per il Sol Levante del mio conterraneo Savini, di tanto in tanto testo l'ascolto di gruppi nipponici più o meno fuori di testa. Il quintetto Core Of Bells è decisamente dentro la categoria dei primi; un suono imprendibile, un folle incrocio fra Aburadako, Hella e Red Krayola, compresso fra sfuriate ultra-compresse, gag surreal-matematiche, teatrini dell'assurdo ipertecnici, banzai sonici come se non ci fosse un domani. Irresistibile e mai banale.

domenica 26 febbraio 2017

Zoogz Rift ‎– Water (1987)

Uno dei 7 album con il quale ZR inondò il catalogo SST fra l'87 e l'89, dei quali ho già imparato ad amare Water II e Nonentity. Insieme a questi, Water costituisce la trilogia dell'acqua ed è una delle sue classiche sarabande di gag-rock serrato con la chitarra in grande evidenza, sia in veste funzionale che in libera uscita di assolo. Memorabili I'll rip your brains out, Getting laid at grace park, Burn in hell e Mongoloid Middle America.

venerdì 24 febbraio 2017

Buñuel ‎– A Resting Place For Strangers (2016)

Dopo la clamorosa collaborazione con gli Zu, Eugene Robinson torna a svernare in Italia, questa volta con un trio all-stars di quelli che sulla carta si direbbero supergruppo: Iriondo, Capovilla e Valente. Ovvero tutti e 4 ragazzi degli anni '90.
L'operazione sa tanto di autoreferenzialità, per non dire di autocelebrazione nostalgica; muscoli in bella vista con una sezione ritmica classicamente yankee-noise, ER che sbraita alla sua maniera, Iriondo lobotomico ed incisivo. In pratica un aggiornamento del suono Touch & Go con la cura professionale delle registrazioni attuali. Concettualmente più o meno quanto pensavo del Teatro Degli Orrori, ma qui la somma delle parti è superiore. Un disco che, per quanto produzione di 4 volponi che sanno bene il fatto loro e che alla fine portano (quasi sempre) a casa il risultato, può intrigare anche gli extra-amanti del settore, per quanto fatto dannatamente bene.

mercoledì 22 febbraio 2017

Crash Worship ‎– Triple Mania II (1994)

Collettivo californiano che negli anni '90 propose un mix incendiario di industrial, tribale, esoterica e psichedelia. Data la fortissima componente scenica del progetto (in rete si trovano testimonianze di come i loro concerti fossero dei potentissimi baccanali orgiastici), probabilmente il nucleo decisionale non cercò di convogliare al meglio le creazioni musicali, bensì di cercare di ricreare una parvenza dei loro show.
Per questo Triple Mania II più che un disco sembra una carrellata, un catalogo delle ossessive pulsazioni che portavano sul palco: i tamburi incessanti, i synth a fischiare e rombare, le voci manipolate, le emissioni animali, questo ed altro concorreva a creare allucinazioni che vissute dal vivo avranno reso il concetto di inferno molto vicino alla realtà.

lunedì 20 febbraio 2017

Gang Wizard ‎– Important Picnic (2014)

Band californiana in attività da quasi 20 anni, quindi ben precedente l'ondata dell'harsh-noise sia quella dello shit-gaze. Risalta quindi che questo album, ultimo di una lista che inevitabilmente è fin troppo lunga, fuoriesca come un'improbabile incrocio fra le due correnti. con una componente primitive-arty che ricorda tanti nomi del passato remoto e persino certe correnti più o meno sotterranee statunitensi di 20 e passa anni fa.
Un disco delirante, lo-fi, sgangherato ma con una visione ben precisa dall'inizio alla fine. Un suono che aliena come quelli delle metropoli ma elabora anche allucinazioni di naivetè a loro modo stilish.

sabato 18 febbraio 2017

Six Finger Satellite ‎– Weapon EP (1991) + Machine Cuisine (1994)

Due uscite corte prima e dopo il rinomato debutto su Sub Pop: difficile pensare, ad orecchie inconsapevoli che sia la stessa band. L'EP Weapon contiene 4 pezzi di alternative-noise fragoroso, con qualche scoria di post-hardcore ma già piuttosto maturo. Le chitarre hanno il sopravvento ed il cantato di Ryan è ancora sintonizzato su uno screaming monotonale. Per un gruppo all'esordio assoluto, niente male.
Machine Cuisine, un mini-lp edito soltanto su vinile 10", fu un episodio controverso; PS gli assestò addirittura un impietoso 4/10, dopo aver dato uno dei suoi rari 8/10 a The Pigeon. Si trattava di un evidente disco di transizione, oltre che il primo approccio radicale dei 6FS all'elettronica; la band era in pieno rimescolamento di formazione (se ne erano andati il chitarrista Phillips ed il bassista Niemand), ed alla luce di questo a mio avviso non è da buttare, anzi; la schizofrenia residente nel dna esce alla grande nelle pulsazioni ossessive di White Temples, mentre sono irresistibili le marcette kraftwekiane di Love (Via Machine) e The well tempered monkey. Il resto, sì, si poteva limare qualcosa, ma non è che infici di tanto.

giovedì 16 febbraio 2017

Necks - Vertigo (2015)

Il wonder-trio di Sidney non finisce mai di stupirci ed è sempre più difficile trovare le parole per descrivere le loro uscite. Dopo un profondo excursus su alcuni stadi della loro colossale carriera, eravamo arrivati al tumultuoso e dissonante Mindset, al quale è seguito Open, il loro disco forse più visionario e meditativo (per non dire mistico, aggettivo che mancava dalla loro tavolozza) e poi il rovinoso Vertigo, con ogni probabilità il più scuro ed inquietante. Di una durata inedita (soltanto 44 minuti in luogo della solita oretta), propone una delle novità più rilevanti, ovvero l'utilizzo predominante da parte di Abrahams dell'organo e del Rhodes e visti gli overdub degli stessi, si tratta di una costruzione diversa dai loro standard. L'uso rarefatto dei piatti di Buck e quello in penombra del double-bass di Swanton rientra invece nei canoni di umiltà di questi due grandi uomini che sanno lavorare al servizio della suite, alchemici. Dietro la placida copertina che immortala cime di alberi su una distesa d'acqua, c'è il pezzo forse più astratto di una carriera che incredibilmente non conosce tregua di successo artistico. Che durino cent'anni.

martedì 14 febbraio 2017

Popol Vuh & Florian Fricke ‎– Kailash (2015)

Prezioso doppio ripescaggio, a testimonianza che a 15 anni dalla morte non si finisce mai per tributare uno dei veri grandi della musica teutonica, anche se la cittadinanza gli fu sempre stretta in senso artistico.
Il primo cd contiene incantevoli sonatine per solo piano, estatiche e contemplative, registrate fra il 1972 ed il 1989 ed in gran parte inedite. La classe e l'eleganza mistica di Fricke in perfetta solitudine non avrebbe potuto trovare miglior assortimento, dato anche che indeterminati pezzi sono stati recuperati dopo la scomparsa.
Così possiamo godere di probabili outtakes di Hosianna Mantra (Moses sembra davvero esser fatta di quella divina pasta), di contemplazioni leggere come piume ma anche di rarefazioni interrogative ai limiti dell'inquietante (Garden of Pytaghoras, degna ipotetica soundtrack di un thriller).
Messa a ruota di tale meraviglia, la colonna sonora realizzata per la scalata al Kailash in Tibet di un Fricke in versione alpinista insieme al Popol Vuh/Filmmaker Franck Fiedler, suona un po' ridimensionata. Eppure si tratta di purissima new-age di filigrana nobile, di quella che fa scomparire il 99,5% della produzione mondiale di tal categoria. Nel cofanetto è incluso anche il DVD col docufilm in questione.

domenica 12 febbraio 2017

Idaho ‎– The Broadcast Of Disease (2015)

Per lungo tempo ci avevo sperato, che Martin facesse luce sul decennio buio. Poi, dopo la delusione di You were a dick, il mio interesse per Idaho si è incorniciato alla voce "vecchie glorie che ho ascoltato a ripetizione, basta un ripescaggio ogni qualche anno". Quindi, l'uscita a ciel sereno di questa raccolta è stata un fulmine rivelatorio, non più sospirata ma un ripescaggio che fa giustizia e sostanza.
Il decennio buio va dal 1983, anno in cui Martin andò a Londra a cercare fortuna, al 1993, l'uscita di Year After Year. Interrogato su quanto realizzato in tutto questo tempo, lo stesso ha sempre nicchiato accennando a progetti abortiti e generici insuccessi. Per quale diavolo di motivo nessun discografico si sia preso la briga di pubblicarli, resta un mistero ancor più fitto vista la qualità generale di The Broadcast, una bazza di 19 pezzi che fa godere non poco gli Idaho-heads.
A partire dalla Paralyzed che già conoscevamo, si può udire una progressione ben precisa che segna la crescita di Martin, Berry ed il batterista Smith da un suono un po' arty-80, effervescente e variopinto, verso il sacro slow-core del debutto discografico. Burning my hands, 67 Down, Qurelle, Freeze, Untitled, Lumberjack, Hell's kitchen song, So far Apart sono gli highlights più splendenti che stabiliscono un trampolino rimasto troppo tempo oscurato. 
Il tutto poi tristemente accresciuto dalla notizia della morte di John Berry, avvenuta pochi mesi dopo l'uscita. RIP

venerdì 10 febbraio 2017

Clock DVA ‎– Thirst (1981)

Secondo album di quello che era ancora una band e non un'entità guidata da Adi Newton come successe dal 1983 in poi. Era la chiusura di un ciclo breve ma significativo e molto peculiare nella storia della new-wave inglese: un suono spigoloso, spesso guidato dal basso, mutuato dai coevi giganti del funk bianco (ma perchè no? Persino dai Van Der Graaf di The Quiet Zone!), ma già possessore di una spiccata sensibilità arty e con i fiati a scorrazzare e seminare panico. E con un paio di pezzi persino accattivanti per gli standard di quegli anni, come Blue Tone e 4 Hours.
C'è chi preferisce o dà più importanza ai DVA cibernetico/elettronici e chi invece privilegia la prima fase; difficile asserire con fondatezza, resta sempre una questione di gusti. Io non ho dubbi, ascoltando le tracce più coraggiose di Thirst trovo più longevi quelli più vecchi.

mercoledì 8 febbraio 2017

Slant Azymuth ‎– Slant Azymuth (2012)

Progetto per il momento limitato a questo eponimo fra Andy Votel (dj e produttore mancuniano di lungo corso) e i Demdike Stare (i Demdike Stare). C'è da dire che se non sapessi nulla, darei la paternità del disco a questi ultimi, ma non conosco la musica di Votel per cui mi limito a godere di queste 7 tracce di elettro-ambient un po' dubbato e piuttosto scuro, con sonorità vintagistiche q.b. per renderlo appetibile anche agli hauntologici.
Palma della scaletta alla suite Intervision in 3 parti, alternate fra altri pezzi. La 1 è una marcia solenne per stratificazioni di synth, la 2 una scansione dubstep con percussioni modificate in primo piano (come un Micky Hart androide), la 3 un breve delirio di audio-generatori come degli Orb in corto circuito.
Molto interessanti anche le altre tracce, fra collage storti ed escursioni trance a la '90s. Lo so, non è di sicuro il nuovo che avanza, ma è sempre un bel sentire.

lunedì 6 febbraio 2017

Matthew Robert Cooper ‎– Miniatures (2008)

Mister Eluvium in una parentesi a suo nome di documento, strategicamente piazzata nella pausa fra Copia e Similes. Numero inaugurale di una piccola label dell'Oregon e uscito originariamente solo su vinile, Miniatures sembra vivere della stessa ispirazione del primo, capolavoro orchestrale del 2007, seppur messo in scena in vesti più spoglie, come se fossero brillantissime out-takes prima degli arrangiamenti lussureggianti che furono ad esso riservati.
Rigorosamente numerate, le miniature di Cooper si susseguono, titolate solo per numero progressivo, come digressioni estatiche per organo, solipsismi dimessi di solo piano, polverose scie cosmiche per synth e fiati statici, rigorose e gelide folate di Eminent.
E' quella che si dice in gergo un'uscita preventivamente minore, ma con Cooper c'è sempre stato poco da fare: la classe non è quella alle sue spalle.

sabato 4 febbraio 2017

Zeitkratzer + Keiji Haino ‎– Live At Jahrhunderthalle Bochum (2014)

Questa è la strada giusta per KH, una volta superati i 60 anni, una volta disidratatasi quasi completamente la sua vena creativa: affidarsi ad altri nel compito esclusivo di supportare musicalmente le sue performances vocali. Se poi si tratta di materiali parecchio infiammabili, tanto meglio.
La collaborazione con i Zeitkratzer, ensemble tedesco d'avanguardia la cui espressione ho letto esser definita chamber-noise (!), conta 3 dischi in 8 anni e sembra una delle più incompromissorie della sua intera carriera, al punto che si potrebbe quasi definire la sua naturale propaggine (se vogliamo, anche colta).
Questo live, che ad un orecchio superficiale come il mio si direbbe improvvisato, vede KH intento a dipanare il suo intero spettro vocale coeso in un contesto a dir poco orrorifico, in cui i 10 elementi diretti dal band leader Reinhold Friedl passano da creazioni astratte (Ghosts, Roses) a serrate percussive ai limiti dell'industriale (Smashine, Wet Edge), con i fiati impazziti in grande evidenza. Questa è l'orchestra giusta per KH, ovvero quella che srotola al meglio le partiture dell'assurdo, la violenza psicotica e la follia allucinata più adatte al Nostro, ancor di più oggi, nella presunta età della pensione.

giovedì 2 febbraio 2017

Scream From The List 55 - Costin Miereanu ‎– Luna Cinese (1975)


Gran bella testa, quella del rumeno Miereanu: dopo diversi titoli in patria, andò a studiare da Stockhausen e Ligeti, per poi trovare pianta stabile in Francia dove è diventato professore di filosofia e scienze delle arti. Apparentemente la sua discografia è concentrata nella prima metà degli anni '80, ma come spesso capita nell'avanguardia, forse solo una parte delle sue composizioni sono finite su vinile, e Luna Cinese è censito come debutto su Discogs. Il titolo in lingua è dovuto probabilmente al fatto che Gianni Sassi lo volle pubblicare su Cramps nell'ambito della collana Nova Musicha, coraggiosissimo atto di amore verso le avanguardie più radicali, e come prevedibile rimasto appannaggio di ben pochi negli anni anche a venire.
Logico l'inserimento di Stapleton: Luna Cinese è composto da due flussi di elettroacustica oscurissimi, una dark-ambient ante litteram scandita da bordoni inquietanti, suoni concreti, un recitato spiritato femminile, fischi atonali di flauto, scampanellii, tremolii di organo, e chissà quanto altro. L'effetto è più che ipnotico, quanto basta per spingere il tastino repeat più volte. Autentico gioiello di astrattismo.

martedì 31 gennaio 2017

Seam ‎– The Problem With Me (1993)

In un intervista abbastanza recente, Sooyoung Park, alla domanda finale in cui gli viene chiesto se vuole lanciare un messaggio ai fan, risponde laconicamente: Beh, è difficile immaginare che qualcuno là fuori ascolti ancora la nostra musica dopo così tanto tempo, ma se è così ciò mi rende davvero felice.
Risposta disarmante, e probabilmente non è molto distante dalla realtà il fatto che i Seam siano davvero dimenticati. Per carità, potrebbe anche essere la prospettiva di Park, che dopo aver terminato l'attività del gruppo nel 2000 si è trasferito a Singapore per fare il programmatore. C'è tanto indie-rock americano dei nineties che, a riascoltarlo oggi, sembra fiacco, fiacchissimo. Ma i Seam resistono alla prova, soprattutto il secondo The problem with me, di gran lunga superiore al debutto e che stabiliva una cifra stilistica personale e cristallina, fra impennate vigorose di post-hardcore e compassate ballad elettriche che sembrano una versione luminosa dei Codeine. Sempre bellissime Rafael, Road to Madrid, Stage 2000, Sweet Pea.

domenica 29 gennaio 2017

Danny Oxenberg & Bear Galvin - Late Superimpositions (2016)

Saluto con grande piacere il ritorno discografico dopo un silenzio ventennale di Dan Oxenberg, dopo la clamorosa reunion live dei Supreme Dicks che ha visto toccare persino l'Italia (ma che diamine, solo un concerto a Milano!...), con la collaborazione di un non meglio identificato Bear Galvin.
Uscito per l'etichetta franco-svizzera Three:Four Records, a testimoniare un legame speciale con l'Europa, Late Superimpositions vede colui che fu il vocalist principale della leggendaria band/setta, probabilmente incoraggiato dal cofanetto antologico uscito nel 2011, tornare con uno stile abbastanza morigerato, per non dire pacificato. E' sempre il folk bucolico ad ispirarlo, quello che caratterizzava per la maggior parte The Unexamined Life, privo però degli sballi spazio-psichici che hanno reso unico al mondo il SD-sound.
Non è certo una mancanza; c'è tempo per ogni cosa, quel tempo eccezionale è bello passato e sarebbe inutile cercare di rifare gli SD. Qui c'è un disco disarmante, genuino e commovente come soltanto Oxenberg poteva farlo, con la sua inconfondibile voce tremolante, senza artifizi e con almeno 3 pezzi memorabili (I believe in you, la suite in 3 parti di Less than nothin e The ping pong song).

venerdì 27 gennaio 2017

Samla Mammas Manna ‎– Klossa Knapitatet (1974)

Davvero difficile trovare le parole giuste per una delle bands più geniali, gioviali e conviviali dei '70, per la quale è anche inutile stare a cercare caselle o catalogazioni, che ho scoperto a causa della NWW List con quel monumentale doppio che mi ha fulminato al primo ascolto.
Per Klossa Knapitatet, meno immediato e forse più cerebrale, il colpo arriva dopo 2-3 ascolti ma è quasi altrettanto forte. Fu il loro terzo, l'ultimo con il chitarrista Apetrea in organico a fianco degli storici Krantz, Bruniusson e Hollmer. Ed è manco a dirlo, la sagra del virtuosismo senza vanità, dell'avant-rock giocoso e visionario, delle gag surreali e lucide. In due parole, spettacolo assoluto; inevitabilmente legato al suo decennio, ai detrattori potrà anche sembrare vecchio e sorpassato; per chi scrive questa è musica senza tempo.

mercoledì 25 gennaio 2017

Blonde Redhead ‎– 23 (2007)

E così i BR si smascherarono; dopo aver raggiunto il climax della loro prima fase con Melody of certain damaged lemons, che chiuse un ciclo, il poco riuscito debutto su 4AD ed infine 23, il loro disco definitivo per chi scrive.
Fin dall'inizio, anche quando il loro suono era ispido e a volte aggressivo, lateva questa sensibilità melodica che soltanto un gruppo così stranamente assortito poteva generare. Ciò che comunque sembrava mancare erano le canzoni azzeccate, quasi come se amassero rimirarsi allo specchio senza trovare melodie veramente memorabili; su 23 ce ne sono tante, e le migliori sono perfette alchimie di quella loro sensibilità tutta particolare, fra il malinconico ed il trasognato, con arrangiamenti fantasiosi e multicolour: Publisher, Spring and by summer fall, SW, Heroine, Dr. Strangeluv, The Dress. E non ce n'è una da buttare via, fra le altre. Splendido.

lunedì 23 gennaio 2017

Black Flag ‎– The Process Of Weeding Out (1985)

Universalmente riconosciuto come mosca bianca ma anche come caposaldo essenziale nella discografia dei BF, questo sconvolgente mini di 25 minuti segnava un punto irreversibile ed anticipava di qualche anno certe commistioni di hard evolutissimo che avrebbero sviluppato gente di confine come Blind Idiot God e Iceburn, per non parlare del math-rock anni '90 anche se in forma diversa nei contenuti.
Non è vero, come si legge spesso, che Rollins non compare perchè era già fuori dal gruppo: Ginn concepì queste 4 tracce in forma strumentale e diede via libera al suo chitarrismo ormai sempre più arzigogolato e delirante, adeguatamente supportato dai tempi dispari della Roessler e di Stevenson, per un jazz-core spigolosissimo e totalmente innovativo, in quanto dotato di una tecnica particolare che era slegata sia dalle radici hardcore che da un non-identificato punto di arrivo; dire jazz in effetti è davvero straniante, ma Ginn volente o nolente suonava così. Unico punto debole la produzione, piatta e deficitaria di potenza, ma quelli erano anni difficili per tutti. Ad ogni modo, da annoverare fra le grandi anomalie degli anni '80.

sabato 21 gennaio 2017

Tim Hecker ‎– An Imaginary Country (2009)

L'ambient satura ed impressionistica di Hecker, una formula al suo vertice espressivo con questo suo secondo su Kranky. Il canadese ha sempre avuto una virtù, nel panorama dei neo-ambientali: ha saputo centellinare le produzioni concentrandosi sui risultati, con una media di un disco ogni 2 anni.
E poi la forza dei suoi sta nella coesione incredibile che li caratterizza, pur svariando da colonnati imponenti di droni ruvidi a quadretti cosmico-sinfonici ad elegie originate dal pianoforte che si espandono a 360°.
Più del celebrato Ravedeath 1972, che ce l'ha fatto conoscere per come è stato acclamato, amo questo Imaginary Country per come riesce a catturare l'attenzione e a far scattare il desiderio del riascolto per addentrarsi meglio nei fitti misteri che la abitano.

giovedì 19 gennaio 2017

Nick Cave & The Bad Seeds ‎– The Firstborn Is Dead (1985)

Più che un attestato di stima, il mio rievocare NC comporta un saluto implicito e nostalgico ad un amico che non vedo nè sento da 10 anni. Molto tempo fa, nell'ambito di lunghe discussioni musicali (ha una cultura davvero invidiabile), sbandierava la sua grande passione per NC, soprattutto per i suoi primi dischi solisti. The firstborn is dead è un classicone dell'australiano, intriso di quel croonering minaccioso, di quella formula demoniaca su cui un personaggio relativamente nuovo a metà '80 poteva far leva per diventare un'icona di culto. Figura che poi ha cavalcato con la fortuna che tutti ben conosciamo.
Detto questo, non sono mai stato un suo fan. Ma il mio amico amava (e credo ami ancora) la sua musica con un trasporto emotivo che gli illuminava gli occhi, ed in fondo io ero troppo giovane per cercare di apprezzarla. Oggi forse riesco a coglierne meglio il senso, ma pazienza se non mi appassiona più di tanto. Oggi l'ascolto di NC mi riporta alla mente l'amico con cui magari prima o poi mi reincontrerò, ed in tal caso sarà la colonna sonora giusta.

martedì 17 gennaio 2017

Julianna Barwick ‎– The Magic Place (2011)

La magia della Barwick sta in un non-luogo, geograficamente non marcabile; di sicuro ben sopra il livello del suolo.
Ed il più possibile lontano dalla New York di cui è originaria la vocalist che modella la propria soffice ugola come strumento e la stratifica, la sovrappone fino a formare nebulose di grande fascino. Una vera e propria psichedelia vocale, che può richiamare sia fascinazioni avanguardistiche del passato (Meredith Monk) che umili fuoriclasse dei giorni d'oggi (Grouper), senza neanche un virtuosismo ma soltanto lavorando di cesello sulle armonie estasiate, allungate e dilatate con gli effetti, con poco spazio riservato agli strumenti: un po' di piano, qualche synth, un tamburello nell'ultima traccia, e l'abbandono è fatto. Speciale.

domenica 15 gennaio 2017

Arvo Pärt ‎– Tabula Rasa (1984)

Emerito profano, mi accosto timidamente alla contemporanea, o neo-classica. La spinta non ricordo esattamente da cosa è stata dettata; forse il nome di Part mi era rimasto impresso in quanto principale fonte per la colonna sonora di Mia Madre di Moretti, ed alcuni frangenti mi erano rimasti impressi.
Senonchè, alla ricerca di un titolo rappresentantivo dell'estone, o anche solo di una sintesi esaustiva sulla sua opera, scopro che è tutto un ammasso informe di titoli, in cui non esiste una versione definitiva di ogni composizione; messo in crisi sui miei dogmi (ma credo sia normale in quel mondo, l'affastellarsi tranquillamente randomizzato), mi affido ad un link di dubbia e dimenticata provenienza e ciò che ne scaturisce non è il Tabula Rasa con cui l'ECM nel 1984 aprì le sue porte a Part, bensì lo stesso doppiato da altri 4 titoli, peraltro datati fine '80/inizio '90.
Ciò sarebbe bastato a farmi innervosire, se non fosse che il primo pezzo in scaletta, Fratres per piano e violino, si tratta di una meraviglia incredibile, di 11 minuti da ascoltare e riascoltare e riascoltare all'infinito, che ti lasciano senza parole per descriverne la bellezza assoluta.
Dopo questo shock, non dico che mi ero illuso, ma speravo che ci fosse altro di quell'altezza stratosferica; purtroppo non c'è, ma non ho potuto fare a meno di amare anche l'elegia di Spiegel Im Spiegel, le tempeste sinfoniche di Cantus in memory of Benjamin Britten e Festina Lente, le figure intercalari di Summa, la maestosità di Tabula Rasa. Un po' meno entusiasta dei canti gregoriani, che evidentemente non sono il mio ideale. Ma non importa, da quando ho scoperto Fratres (attenzione, Jarrett al piano e Kremer al violino a Basilea 1983, occorre essere precisi!), è amore vero.
(Sul tubo la versione è censurata per motivi di copyright, la sottostante è quella che più si avvicina)

venerdì 13 gennaio 2017

Matteo Uggeri ‎– Untitled Winter (2014)

Gran bell'esempio di elettro-acustica moderna, che coniuga con freschezza graffianti field-recordings a lievissime partiture cariche di mistero, soffi appena percettibili ed orchestrazioni ultraterrene. Autore è questo sperimentatore milanese che da oltre 10 anni lavora principalmente in gruppi (Sparkle In Grey) o in collaborazioni a non meno di 4 mani. Untitled winter invece (gran bel titolo), è il suo primo album a nome solista esclusivo, anche se scorrendo la lista dei collaboratori si scopre che i contributi esterni sono piuttosto importanti. Ciò che conta è la bellezza dello scorrere di questo digipack dal forte impatto visivo, assemblato dall'americana Scissor Tail. Un inverno avvolgente, a cui abbandonarsi, ma attenzione non monocromatico; ci si può trovare l'estasi concreta dei Pan American, la navigazione notturna incerta di Elegi, gli stillicidi pianistici di Library Tapes, e tanto altro ancora. E non basta un'ascolto, chiaro.

mercoledì 11 gennaio 2017

Brainiac ‎– Bonsai Superstar (1994)

Giustamente omaggiati, nello scorso numero estivo, di un'estensiva monografia su Blow Up in occasione del ventennale del loro ultimo maggiore. Leggendolo, stupisce quanti musicisti di una certa fama hanno tributato loro rispetto ed ammirazione. Ed io con questo completo il trittico di albums che la grande band di Tim Taylor pubblicò in vita. Bonsai fu la rivelazione; dopo il primo, brillantemente sospeso fra diversi stili, la chitarrista Bodine abbandonò ed il suo sostituto Schmersal non potè essere acquisto più azzeccato, adattissimo ad impersonare il suono sempre più arzigogolato e compulsivo che fruttò queste 13 tracce in maggior parte concitate e caotiche, che certamente potevano far intuire le influenze primarie del gruppo (Pere Ubu, il Capitano, i Devo) ma rivelavano al mondo una band destinata a fare grandi cose. Come al solito, un grande Taylor a trascinare, perfetto e funzionale il trio dietro. Chissà che spettacolo erano dal vivo.

lunedì 9 gennaio 2017

Lake Of Dracula ‎– Lake Of Dracula (1997)

Progetto estemporaneo (solo questo omonimo ed un live postumo pubblicato una decina d'anni dopo) di Weasel Walter, qui dedito ad una chitarra spigolosa e dirompente, affiancanto dal cantante Magas (un monotono beffardo) e dalla batterista Melowic (minimale e sincopata). Nell'autentico segno della Skingraft che produceva, Lake of dracula fu un disco esaltante nonostante l'evidente provvisorietà della situazione, fatto di un art-noise-punk catastrofico ma a modo suo persino cabarettistico (qui sta la chiamata in causa anche dell'influenza del Capitano), con 16 pezzi tutti piuttosto brevi che si rincorrono come schegge acuminate in un campo minato.
Altrimenti detta no-wave.

sabato 7 gennaio 2017

Dead Can Dance ‎– Spleen And Ideal (1985)

Capitolo di transizione eppure così riuscito da esser generalmente definito l'apice dei DCD, Spleen and ideal si muove agile ed incontrastato fra le scorie residue della dark-wave di cui era intriso il debutto e le future inflessioni medioevali, barocche, etniche e quant'altro. L'equilibrio è mirabile: le tracce più ombrose, solitamente cantate da Perry, offrono ancora ritmiche sostenute ed arrangiamenti sofisticati (discreto ma capitale l'utilizzo dei fiati). La Gerrard, sirena incantatrice, si districava fra le ossessioni goticheggianti ma risaltava di più nei mantra mistici ed eterei che, tutto sommato, sono le perle del disco.
Ad ulteriore affrancamento da qualsiasi genere, a somma pietra miliare della carriera contrastata di questo gruppo unico al mondo.

giovedì 5 gennaio 2017

Warhammer 48k ‎– An Ethereal Oracle (2006)

Quartetto del Missouri che realizzò 3 dischi a metà anni Zero e poi si sciolse, con metà dei componenti che andarono a formare i neo-freaks Cave. Non molto facile intravedere una linea di congiunzione, dato che i W48K erano dediti ad un crossover folle ed intasato di citazioni.
La componente psichedelica aveva la percentuale maggiore, ma in An Ethereal Oracle c'era veramente di tutto: cavalcate di radice new-wave, tamarrate alternative in pieno stile 90's, schitarrate stoner, fughe tribali, angoli acuti di noise-rock. Un disco senz'altro originale, nonostante follemente eterogeneo. Una band che avrebbe meritato più esposizione.

martedì 3 gennaio 2017

Scream From The List 54 - Tolerance ‎– Anonym (1979)

La dedica sulle note del vinile recita to the quiet men from a tiny girl, ovvero il titolo del secondo album di NWW, uscito nel 1980. Eppure le similitudini finiscono qui; Anonym, il debutto di questo duo nipponico (bissato soltanto da un secondo nel 1981 e poi più nulla), è un disco fantasma.
Una di quelle mosche bianche che solo sulla List si possono trovare, o che soltanto dal Sol Levante potevano fare capolino. Yoshikawa, chitarra. La Yunko, piano, synth, beat box, voce spiritata. Con molte probabilità non-musicisti, creatori di ambientazioni scarnissime, sinistre, stordite, come magistralmente descritte da Vlad piano bar per alienati in stato di sedazione. L'inevitabile naivetè unita alle allucinazioni più inquietanti della library più oscura, per dirne una. Un disco assurdo che cozza contro qualsiasi convenzione, che non anticipa nulla (tutt'al più il primo Blues Control è l'unico che mi viene in mente, ma solo come vaga similitudine in alcune tracce) perchè non replicabile in nessun modo. Da maneggiare con molta cautela.

domenica 1 gennaio 2017

Pan•American ‎– The River Made No Sound (2002)

Riconoscibili a scatola chiusa fra mille altri artisti anche soltanto tangenti le sue aree, i dischi di Mark Nelson sono quasi sempre stati una certezza. In particolar modo quelli del decennio Zero, come questo quarto ed il successivo che con ogni probabilità è stato il suo capolavoro. Rispetto ad esso, The river made no sound era più imperniato sui ritmi, sia che fossero ben udibili (ed in alcuni casi anche abbastanza spediti), che fossero ridotti a glitches esangui, sia che fossero immaginari e rimasti sepolti in qualche traccia del mixer o nella testa di Nelson. Per il resto, è il piano elettrico a farla da padrone come strumento guida delle composizioni vaporose ed affascinanti, che trasmettono relax e favoriscono la stimolazione cerebrale come quasi nessun'artista elettronico ha mai saputo fare.

venerdì 30 dicembre 2016

Miracle Condition ‎– Miracle Condition (2009)

La parentesi di Mark Shippy, spalleggiato dal primo batterista degli US Maple Pat Samson e da uno (intuisco bassista) sconosciuto dottore in bioinformatica, tal Matt Carson. Per loro un album, un EP e una distanza siderale da quanto realizzato nel glorioso passato e nell'immediato futuro (cioè Invisible Things).
Il sound di MC è infatti contrassegnato da una specie di shoegaze-ambient-post-rock davvero inaspettato per gli standard di Shippy; eppure col senno di poi, anche se non la ricorderemo come la sua cosa più memorabile, appare chiaro che si trattava di una fase sincera e genuina.
E poi si sa, un fuoriclasse lo è anche in trasferta. Il disco è una parata di tanti stili; l'epic-instru più alto (reminescenze Explosions in the sky scorrono un po' per tutta la scaletta), l'indie-rock più confidenziale degli anni '90 fino a lambire le stasi dello slow-core (Anthem) o i balzelli art-pop di derivazione Three Mile Pilot / Pinback (The Wandering Y, Assignment), i cumuli shoegaze-core (Arrival), stratosfere che Halstead invidierebbe a morte per un ipotetico nuovo Slowdive (Into the bay), per terminare con l'unico pezzo in cui fa capolino la pazzia rimasta latente altrove, Alphaspectra Rising che in 8 minuti fa un mini-riassunto ed aggiunge una grinta ed un dinamismo quasi alieno in un disco che sarà riservato agli amanti dei sopracitati e forse meno a quelli di US Maple, ma è fatto maledettamente bene.

mercoledì 28 dicembre 2016

Stormy Six ‎– Al Volo (1982)

I nostri rappresentanti del RIO all'ultimo album, esemplare dimostrazione dell'eclettismo di una formazione che attraversò i '70 compiendo l'impresa di non esser mai stata incasellata completamente.
Due anni dopo l'iconico contributo alla lega europea Macchina Maccheronica, gli Stormy Six avevano già cambiato pelle allineandosi alle tendenze anglosassoni più ricercate: Al Volo è un disco di canzoni in tutto e per tutto, dal minutaggio contenuto e dopotutto anche abbastanza accessibili, ma fu tutto fuorchè un colpo di spugna. Le ritmiche complesse e gli schemi irregolari dei King Crimson correnti, quelli di Discipline, unite ad una sensibilità armonica che a tratti sembra rasentare i lavori solisti sempre contemporanei di Peter Hammill, rendono Al Volo un disco forse unico nella storia italiana (Math-pop??). Al punto che lo scioglimento immediatamente successivo lascia dei rimpianti per cosa avrebbe potuto fare una band che spiritualmente era l'antitesi perfetta degli anni '80, ma che con uno schiocco di dita li aveva intrapresi con sapienza e carisma. Obbligatorio porre un orecchio attento alle liriche. Che peccato.

lunedì 26 dicembre 2016

Grails ‎– Doomsdayer's Holiday (2008)

In piena fase di maturazione, tre anni prima del loro capolavoro e già ben oltre i primi incerti passi, i Grails sfoderavano un disco fortemente eclettico, fra crudezze post-stoner (la title-track), cataclismi esotici (Reincarnation blues), clamorosi recuperi dal sapore progressive (The natural man), paesaggi desertici da mozzare il fiato (X-contamination), un anticipo deciso delle atmosfere più cinematiche e rilassate (Acid Rain), e soprattutto il titanico medio-oriental-core Predestination Blues. Una scaletta forse un po' frammentaria, ma che strega per le svolte improvvise e dopotutto necessaria per la crescita di questa band dalla quale speriamo di risentire qualcosa di nuovo prima o poi. Ciclopici.

sabato 24 dicembre 2016

Leyland Kirby ‎– Lost Moments, Errors And Accidents #001 (2009)

Uno degli svariati regali di LK ai sottoscrittori della mail list della sua HAFTW. Lo stile di competenza è quella romantico-intimista del mastodontico Sadly, the future is no longer what it was, uscito lo stesso anno. Quindi bozzetti per piano, espansi e meditabondi, che annullano qualsiasi concezione del tempo e che fanno vibrare le corde più recondite dell'anima. Un soffio discreto di elettronica costituisce il fondale funzionale a supportare, quando opportuno.
Dal triplo sopracitato viene estratta una versione alternativa di When did our dreams, impolverata da una soffice coltre di nebbia. Come recita il titolo, si tratta comunque di una raccolta, si intuisce che le tracce derivano da registrazioni non univoche, eppure sono due ore di malinconia e disincanto che stregano senza sosta. Con uno dei trionfi più memorabili dello spleen di LK, non a caso nella traccia più lunga, la sterminata Deeper Still Into A Place Where Nothing Is As It Seems che si dipana per 25 minuti con gentilezza infinita e candore cosmico. Culto ormai senza parole .

giovedì 22 dicembre 2016

Chameleons ‎– Script Of The Bridge (1983)

Quasi in tutti i generi ci sono sempre stati dei ritardatari che sono arrivati lunghi ma hanno saputo far strabuzzare gli occhi. In ambito new-wave inglese di sicuro la palma va ai Chameleons, quartetto che arrivò all'esordio con 3-4 anni di ritardo ma lo fece con un capolavoro dalla copertina fuorviante, progressive in tutto e per tutto.
I riferimenti principali erano Echo & The Bunnymen e i Sound; due chitarre espanse e cristalline, ritmiche squadrate e nervose, pezzi epici e di grande respiro, che non avevano nulla da invidiare ai suddetti. La media di Script of the bridge è impressionante: a parte il poppettone Up the down escalator, probabilmente destinato al lancio commerciale, tutte le 11 tracce sono formidabili, con speciale menzione per Here Today, Second Skin, Pleasure and pain, As high as you can go, A person isn't safe..., Paper Tigers, impregnate di quella malinconia e senso di decadenza che solo il miglior post-punk inglese ha saputo esprimere. 
Pietra miliare.

martedì 20 dicembre 2016

Catapilla ‎– Changes (1972)

Sestetto londinese che come una scheggia realizzò due album su Vertigo e poi si sciolse. Una congiunzione astrale come solo in quegli anni poteva accadere: suono jazzato in mano a musicisti bravi ma non tecnico/virtuosi, composizioni dilatate in forma di jam ma ben organizzate, per poco meno di 40 minuti di pura magia la cui unica lacuna è quella di avere i pezzi sfumati allo stesso minutaggio (A1 è tagliato esattamente come B1 e stessa cosa per i n. 2, ma di sicuro fu una scelta manageriale ed in quegli anni i responsabili facevano più danni della grandine).
Certe alchimie dei Settanta ebbero il tocco dell'immortalità. Rispetto al primo album, più esuberante nelle orchestrazioni, la formazione era cambiata per metà ma la leadership era sempre in mano al sassofonista Calvert ed al chitarrista Wilson; il primo marchiava a fuoco con le sue frasi languide, il secondo saliva in cattedra in punta di piedi ma con uno stile memorabile. Strumentisti discreti, strateghi tattici, mai sopra le righe, mai un passo più lungo della gamba, il gusto sopraffino al comando; la cantante Meek una sirena fascinosa e carica di mistero (sembrerà un parallelo improbabile, ma io ci sento le inflessioni più free di PJ Harvey).
Nè jazz, nè Canterbury, nè psichedelia, nè prog, Changes è un istantanea che la storia non dovrebbe mai ignorare: si provi ad ascoltare It could only happen to me e si troveranno certe soluzioni che l'anno successivo i Pink Floyd fecero proprie in The dark side of the moon.

domenica 18 dicembre 2016

Agamotto ‎– Agamotto (2012)

Ma con quei cappucci, vorrebbero loro essere i Sunn O))) italici?
Il parallelo ci può stare ma solo in superficie: sotto il drone statico di Solomon grundy, l'opener, si agitano frattaglie solo in apparenza metalliche, vibrazioni dark-ambient, catene catacombali, per un inizio davvero orrorifico. La paura diventa realtà con i 14 minuti di Eric Dolphy, un'abisso ambient-metal fatto di saturazioni che si dimenano come serpenti, sirene navali, sonagli e voci ansimanti. E poi i 19' di Antonio Margheriti, una gigantesca allucinazione sottopelle che, non so perchè, mi ha ricordato le messe nere di David Tibet in Nature Unveiled. Ecco il punto: non saranno forse stati i primi a mixare metallo ed esoterismo, ma il risultato è imponente, di quelli che si ricordano. Eccellente Agamotto.

venerdì 16 dicembre 2016

Slowdive ‎– Pygmalion (1995)

La grandezza degli Slowdive non va misurata soltanto nel fattore guardati-le-scarpe e non soltanto nel miliare Just for a day, ma anche nel coraggio di fare uno dei capolavori più misconosciuti dei nineties come Pygmalion, dopo quel Souvlaki che vedeva il gruppo ancora in ottima forma ma un po' confuso sulla direzione da intraprendere, forse distratta anche dall'ingombrante presenza di Eno. Con questo terzo rinnegarono di fatto quanto realizzato in precedenza e si diedero ad un ambient-rock trasognato sotto la loro lente, che assimilava la lezione degli ultimi Talk Talk, dei Bark Psychosis di Hex e che clamorosamente anticipava persino certe atmosfere criptiche che i Radiohead portarono alla ribalta qualche anno dopo. C'è poco da spiegare sul contenuto. lunghe e circolari composizioni minimalistiche nella struttura, poche stratificazioni, grande enfasi sulle trovate melodiche sempre brillanti di Halstead. Qui sotto di video ce ne metterei 9, di video. Ovvero quanti i titoli in scaletta.

mercoledì 14 dicembre 2016

Zak Riles ‎– Zak Riles (2008)

Il chitarrista dei Grails nell'unica uscita a suo nome, su Important Records. Prettamente acustico col fingepicking in primo piano, pregno delle fragranze indianeggianti e misticheggianti che hanno permeato il repertorio padre grosso modo fino all'anno di uscita. Al primo ascolto, ho pensato: bello, una raccolta di spunti su di cui il gruppo avrebbe potuto ricavare un ottimo disco, peccato che resti un po' incompiuto. Al secondo ascolto, ho smesso di immaginarmi la batteria di Amos e mi sono lasciato abbandonare all'espansione arrendevole dell'animo inquieto di Riles, ricavandone sensazioni ed aromi inebrianti soprattutto nella seconda metà del disco, in cui il fingerpicking lascia spazio a soluzioni più aperte e ad arrangiamenti più corposi. E' il destino dei dischi che hanno il contenuto migliore nel finale: ti lasciano con un gran bel sapore nelle orecchie.

lunedì 12 dicembre 2016

Ultravox! ‎– Ha!-Ha!-Ha! (1977)

Quelli con il punto esclamativo, retaggio di un tributo Neu!. Mica quelli senza, col synth-pop, senza John Foxx. Quelli che si trovavano nell'anno del punk a formare un incrocio temporale fra new-wave in piena nascita, sfuriate di rock stradaiolo, vampe di glam, soffi di romanticismo. Memorabili Artificial Life e Distant Smile. Foxx un dandy-punk istrionico, la band trascinante e polivalente. Un disco che ho conosciuto molto molto tardi, poco tempo fa e che mi avrebbe fatto impazzire quando, giovincello, scoprivo la new-wave per conto mio, senza una guida.

sabato 10 dicembre 2016

Boris – Noise (2014)

Avevo lasciato un po' in disparte i miei amati Boris negli ultimi 10 anni. Troppi dischi, qualche caduta di tono e li avevo già belli considerati andati per il loro destino. Soltanto un paio di anni fa con questo Noise sono tornati ad entusiasmarmi, con un disco che paradossalmente è uno dei più normali che abbiano mai realizzato. Emo-power d'assalto (Melody, una bomba in apertura), ballad crepuscolari di orizzonte immenso (Ghost of romance), doom in rosa-shocking (Heavy Rain, cantata da Wata), pop sornione (Tayio no baka), la proverbiale suite epico-psycho-metal (Angel, 19 minuti), il trash-metal come solo loro possono farlo (Vanilla, Quicksilver). Sostanzialmente nulla di nuovo o che pensavamo non potessero fare, con l'energia dirompente che non cede mai e le aperture melodiche sempre di grande effetto. 40 anni e non sentirli.

giovedì 8 dicembre 2016

Manuel Göttsching ‎– E2–E4 (1984)

Disco-santino per Christian Zingales, ed apro una parentesi. Il simpatico redattore di BU, in possesso di un linguaggio colorito, fantasioso (a volte persino un po' troppo enfatico, ma si sente che c'è una grande passione...), non sarà certo uno con cui condivido la maggior parte dei gusti, ma in certi casi mi ha fatto scoprire grandi perle come questo. Gottsching, uno dei chitarristi guru della stagione dorata krauta con gli Ash Ra Tempel, prese la sua strada di sperimentazione elettronica solista ed al contrario della stragrande maggioranza dei compari che scendevano in un declino impietoso, sfornava un capolavoro come E2-E4.
Santino non solo per Zingales; per i pionieri della techno-trance, per tutti gli hypnagogici-hauntologicy degli ultimi 10 anni, e perchè no? Anche per gli amanti del minimalismo, perchè si tratta di un pezzo lungo un'ora basato sullo stesso poliritmo sostenuto e due-accordi-2 di tastiera ripetuti all'infinito. Sopra di essi, variazioni di synth, glitches di varia natura e dulcis in fundo, un lunghissimo assolo di chitarra a cavallo dei 40 minuti; chitarra che Gottsching fa volare bassa come un deltaplano, pulita e snodata; la ciliegina sulla torta di un viaggio che non si può non ascoltare 3-4 volte di seguito, tanta è la dipendenza che sviluppa istantaneamente.

martedì 6 dicembre 2016

Pop Group ‎– Citizen Zombie (2015)

Li avevamo visti dal vivo nel 2009 e già allora era stato annunciato un fantomatico nuovo disco, The Alternate, mai uscito. L'anno scorso invece sono tornati per davvero con Citizen Zombie, che ha confermato le (almeno mie) previsioni: un rientro dignitosissimo, ben lungi dallo scatenare sismi del passato, gradevole e per nulla ostico. Bene o male la tendenza è quella degli Wire attuali: fare sfoggio delle proprie radici con un'autoironia (almeno a me) palpabile; sessantenni che vogliono riappropriarsi di quanto crearono in quelle formidabili annate, che hanno ritrovato il piacere di riunirsi. La formazione poi è ben 4/5 di quella originale, manca solo il secondo chitarrista Waddington che evidentemente non ce l'ha fatta.
Citizen zombie è divertente, frizzante e ben assortito. C'è il funk, i ritmi squadrati e quelli fratturati, ci sono gli spasmi tipici e c'è Mark Stewart a suonare la sua voce. Magari fra qualche anno ce lo saremo anche dimenticato, ma un rientro bello va sempre salutato col cappello.

domenica 4 dicembre 2016

Screams From The List 53 - Silberbart ‎– 4 Times Sound Razing (1971)

Una manciata di gradini sotto gli inarrivabili Guru Guru di UFO c'è un altro power-trio tedesco che non ebbe però l'occasione di bissare quest'unico album. Certo, rispetto ai titanici sballomani con 4 Times sound razing siamo in presenza di un sound più umano, per così dire; trattasi di un hard-rock sostanzialmente asciutto e potente, ma complesso ed arzigogolato: la chiave di lettura era la smarcatura efficace dai più abusati clichè blues-rock; una virulenza esecutiva che aveva del sovrannaturale rendeva i tre persino antesignani dell'heavy-metal (in rete ho persino letto proto-noise-rock), grazie anche alla voce arrochita fino al singulto del chitarrista Teschner. Pressochè inevitabile per i fan più liberi da prevenzioni dei Black Sabbath, ma anche ai cultori del rock psichedelico (le fasi più sballate all'interno dei lunghi pezzi docet, ma anche la cantilena zombie alla We Will Fall di Brain Brain, il brano più sperimentale).
In una parola, tremebondo.

venerdì 2 dicembre 2016

Mirrorring ‎– Foreign Body (2012)

Conosco molto bene Liz Grouper Harris, mentre sono totalmente all'oscuro di Jesy Tiny Vipers Fortino; per lei due album su Sub Pop alla fine del decennio scorso, e poi più nulla a parte questa (chissà se estemporanea) collaborazione fra le due, sotto la sapiente egida Kranky.
Difficile quindi asserire per me quanto Foreign body esprima dell'una e dell'altra; ciò che conta è che si tratti di un disco ispirato, pregno di quelle intense sensazioni galactic-drone-folk che la migliore Harris ci ha saputo regalare nei suoi momenti migliori ma anche più ancorato a terra per la voce intensa della Fortino, forse responsabile anche di momenti acustico-asciutti (Silent from above, incantevole) e più stilisticamente legata alla tradizione, ma con una sensibilità rilevabile all'istante.
Si evince, quindi, un disco più Grouper ma con la curiosità di pensare come sarebbe stato con più Fortino; in ogni caso molto molto bello, con la speranza che non sia stato uno one-shot.