giovedì 7 dicembre 2017

Grails ‎– Chalice Hymnal (2017)


I grandi gruppi di qualità fanno passare il tempo, lo ingannano, si fanno desiderare, centellinano; insomma, fanno il contrario delle tendenze contemporanee. I Grails fanno parte di questa esigua schiera, e poco importa quanta distanza temporale sia dovuta agli impegni collaterali, alle necessità della vita personale, alle possibilità di realizzare un disco di elevata produzione che, checché se ne dica, non è così scontato (anche in termini monetari) come si pensa. 
Sono passati 6 anni dal loro capolavoro Deep Politics, ed anche per loro ogni tanto mi sono chiesto cosa facessero, se stessero lavorando. Se avessero chiuso con quello, non ci sarebbe stato niente da dire; avevano dato il meglio, forse Amos non ce la faceva più a sostenere tutti gli impegni, forse Riles si dissociava artisticamente. Balle: sono tornati con Chalice Hymnal ed anche se non raggiungono quel livello, impresa ardua, sfoggiano un’altra dimostrazione di stile e classe. Un disco che pecca di disomogeneità, quasi come se fosse un’antologia del lustro trascorso, o frutto di creazioni separate e poi proposte agli altri; il fattore coesione/eclettico era stato forse il maggior pregio di Deep Politics, al netto dei sensazionali highlights. 
Che sembrano un po’ mancare su Chalice Hymnal. Eppure, eppure; come non rimanere estatici di fronte ai paesaggi di Deep Snow II,  Thorns II, After The funeral o al sisma di New Prague? Difficile non apprezzare le deviazioni  dal sentiero maestro di avventure, come l’hauntologia di Empty Chamber, l’alta velocità di Pelham, il cupo salmodiare con inserti di elettronica di Tough Guy. Ancora in grande forma, tutt’altro che andati.
 

martedì 5 dicembre 2017

Ry Cooder ‎– Paris, Texas - Original Motion Picture Soundtrack (1985)

Ovvero come il buon cinema possa regalare emozioni e profondità anche a musiche non particolarmente amate. Di Ry Cooder in sostanza non me n'è mai fregato nulla, non l'ho mai neanche approfondito ma leggendo le cronache non penso di perdermi nulla che mi farebbe girare la testa. 
Per quella pellicola struggente e visionaria di Wim Wenders che fu Paris, Texas, Cooder creò dei paesaggi sliding-blues acustici che, ascoltati nel momento della visione, pensai non fossero per niente male, per essere di servizio. Note stentoree, rarefatte, limpide; una chitarra che pesa i tocchi con riflessione, che fa le impennate e poi piomba a terra, mai narcisa. Disincantata.
Riascoltandolo senza l'ausilio delle immagini, Cooder appare un performer umile, perfettamente calato nella parte, quasi come se fosse uno degli attori. D'altra parte, come si potrebbe pensare a Walt che vagabonda per quelle strade senza la sua musica sotto?
Magistrale.

domenica 3 dicembre 2017

Oxbow ‎– Thin Black Duke (2017)

Da più di qualche anno a questa parte, diciamo grosso modo ogni volta che Eugene Robinson se ne usciva con tutte le sue collaborazioni assortite, mi chiedevo quando mai sarebbero tornati gli Oxbow con un nuovo. Ogni volta pensavo, caspita, ormai sono 5, 6, 7, 8, 9 anni che è uscito il monumentale Narcotic Story ed i nostri cosa stanno combinando? Avevo fiducia, perchè i loro tempi sono lunghi, e con l'invecchiamento non possono che aumentare. Prima erano 5 anni fra un album e l'altro, ora sono diventati 10, perchè gli Oxbow sono un gruppo unico al mondo e centellinano l'output, rispettano i fans, non dilapidano il loro talento con pubblicazioni frettolose.
Thin black duke non fa la rivoluzione, diciamocelo, e neppure ce la aspettavamo. Di sicuro non la volevamo, perchè aspettavamo soltanto 8 varianti delle loro chirurgiche efferatezze, meno spigolose come in fase matura, ma incisive come il loro art-blues-core sa esserlo. Brillano gli inserti di piano, di archi e fiati che vengono disseminati ad abbellimento funzionale, a variegare. Mi stupisce la capacità modulare di Eugene quando decide di cantare in maniera convenzionale, forse per il contrasto col suo folle salmodiare. Da consegnare al best-of: Ecce Homo, A Gentleman's Gentleman, Letter of Note, Host. Ma sono sottigliezze. 
Solo i più grandi sono così parchi. Prossimo appuntamento, il 2027.

venerdì 1 dicembre 2017

The Work ‎– Live In Japan (1982)

Quartetto post-Rio messo in piedi dal fiatista/tastierista ex-Henry Cow Tim Hodgkinson, col supporto dell'ottimo chitarrista Bill Gilonis. Dopo il debutto a 33 giri, il gruppo aveva in programma un tour in Giappone ma alla vigilia della partenza il batterista abbandonò per andare a studiare danza classica in India (!?!). Così, in supporto all'emergenza accorse l'amico Chris Cutler, che impreziosisce questo live registrato ad Osaka, di fedeltà non eccelsa ma comunque godibile. I Work aggiornavano brillantemente la lezione del RIO alle sonorità new-wave con un suono frastagliatissimo, spezzettato e molto tecnico; come dei King Crimson coevi sotto anfetamina e colpiti da schizofrenia, con delle puntate pantagruelico-beefheartiane-pereubuane, con la voce stridula di Hodkingson che semina sgrazia e sgomento. Avant-rock di tutto rispetto.

mercoledì 29 novembre 2017

Bachi Da Pietra ‎– Necroide (2015)

E giù la maschera, dopo lo shock iniziale di Quintale, che pur già si era rivelato sorprendente. Non mi aspettavo sinceramente che i BDP si inoltrassero con ancor più cattiveria in quella direzione, ma in un certo senso la ritenevo pertinente. Esplorata a fondo la loro personale via dei primi, irrinunciabili dischi, Succi e Dorella hanno spinto a tavoletta il pedale del metallo rovente, riuscendo però ad evitare una pericolosa autoreferenzialità che tendeva ad affiorare, soprattutto in Quarzo. Anzi, io in Necroide ci trovo persino dell'ironia, non limitabile solo ad un titolo come Slayer & The Family Stone. Il growl che Succi sfodera, ad esempio, o ancor di più il vocoder in Apocalinsect, non possono che far generare un sorriso ed un apprezzamento per come si siano reinventati. Una lezione di vita per tanti gruppi, non solo italiani: ci vuole del coraggio, a status critico ben acquisito (non tanto per Dorella, già familiare a cruditè del genere, quanto per un artista come Succi), a mettersi in gioco in questo modo.

lunedì 27 novembre 2017

Scream From The List 65 - James White & The Blacks ‎– Off White (1979)

Spettacolare parallelo del più famoso Buy dei Contortions, uscito nello stesso anno ma a mio avviso inferiore a Off White. Non a caso i Blacks saranno la formazione su cui White insisterà nei primi anni '80, mentre i Contortions avevano l'impeto storico di esser stati fra i fondatori della No-Wave della grande mela. Poco da dire; se Captain Beefheart fosse nato lì nei primi anni '50, avesse studiato il sax e fosse cresciuto col mito del soul e del funk sarebbe stato James White/Chance. Off white sposa le sue influenze con i suoni secchi e spigolosi della wave, con una formazione quadrata ma abilissima nel supportare le lucide follie del leader, in particolare col chitarrista Harris, un terrorista visionario. Altro che fuffa funk degli anni '00 e new wave della new wave della new wave. Tutto a pezzi, al cospetto di questa roba.

sabato 25 novembre 2017

GobbleHoof ‎– FreezerBurn (1992)

I Supreme Dicks non erano gli unici cuginetti sfigati dei Dinosaur Jr.; nella famiglia c'era pure questo quintetto a schieramento tipicamente hard-rock anni '80 (vocalist solista, coppia di chitarre) che non aveva di sicuro il talento di Dan & Co., ma se non altro aveva un potenziale commerciale enorme al tempo in cui pubblicò gli unici due dischi. La parentela con J Mascis era dovuta al fatto che il lungocrinito aveva suonato la batteria sul primo, omonimo dell'89. Freezerburn chiuse una breve carriera contraddistinta da tiepidi accoglimenti da parte di pubblico e critica, ma in realtà meritava di più. L'attitudine era quella dei Soundgarden, un crossover hard(rock)core tendente all'epico, ma anzichè schierare Robert Plant davanti ai Black Sabbath, i Gobblehoof ci mettevano un Nick Cave disturbato mentale con l'attenuante di essere stonato, tal Charlie Nakajiima. Fu esssenzialmente l'approccio psicotico del cantante a scombinare i piani dei grungers modaioli; strumentalmente il gruppo, produzione piatta a parte, sapeva anch'esso macinare schemi più o meno predefiniti con abbastanza personalità da non essere retrocessi fra gli stroncati dell'epoca. Il dimenticatoio, poi, è un'altra cosa.

giovedì 23 novembre 2017

Pissed Jeans ‎– Why Love Now (2017)

Ho pochi dubbi al riguardo che molto improbabilmente i PJ riusciranno a bissare i risultati dei primi due album, però sentirli tornare in buona forma oggi mi fa un enorme piacere perchè li avevo dati per persi. La Sub Pop continua ad investire su di loro, e per Why Love Now hanno scelto come produttrice Lydia Lunch (!); non ci si aspetti rivoluzioni copernicane, ma il risultato è un disco cazzuto, nerboruto e schioccante che si guarda sempre alle spalle verso l'eredità storica del noise-hardcore americano con rispetto e gratitudine.
Alla fine però ciò che resta più impresso sono un paio di tracce che invece potrebbero aprire un (piccolo, ma pur sempre) varco nello spettro dei PJ: The Bar Is Low e Love Without Emotion stabiliscono un parallelo con i Killing Joke più furiosi (ho sempre udito una somiglianza fra il cantante Korvette e Jaz Coleman, con le dovute differenze, ma qui è anche una questione di chitarre e ritmica) ed a mio parere si stagliano come le migliori del lotto. Staremo a vedere...

martedì 21 novembre 2017

Flavio Giurato ‎– Il Tuffatore (1982)

Artista romano che, dopo una lunghissima assenza dalla musica incisa, ha ottenuto una notevole visibilità nel 2015 quando si è aggiudicato un disco del mese su Blow Up con La scomparsa di Majorana, un buon album acustico con testi molto belli ma a mio avviso rappresentativo solo della fase anziana di Giurato, che a cavallo degli anni '80 invece si distinse come cantautore non allineato e detentore di una poetica tutta sua, sia per le musiche che per le liriche.
Di questo primo periodo, il migliore è senza alcun dubbio Il Tuffatore, un sublime assortimento di musica d'autore, un mix di eleganza e classicismo che raggiunge risultati superbi in Orbetello, Valterchiari e Marcia Nuziale. La dote maggiore di Giurato era un equilibrio che aveva del miracoloso: i testi, realisti del quotidiano e quasi mai surreali, originali per quanto non ermetici, ricorrenti all'ironia in distinti e marcati momenti; anni dopo, verrà tributato addirittura da un manipolo di scrittori che hanno scritto racconti ispirati al suo repertorio.
Quanto alle musiche, è supremo il bilanciamento fra dimessi momenti acustici e strappi ritmati, orchestrati da abili turnisti che interpretano alla perfezione il dna dell'autore (fra cui il sassofonista Collins, turnista di rilevanza mondiale ed ex-King Crimson). Pochi e misurati virtuosismi, focus estremo sulle composizioni ed alle sue storie disincantate. Non replicabile in nessun modo.

domenica 19 novembre 2017

Wives – Erect The Youth Problem (2004)

Prima di varare i No Age, Randall e Spunt erano in questo power-trio col batterista Villalobos (futuro Drunkdriver). Per loro, una manciata di split e quest'unico album; ho apprezzato molto i primi dischi del duo, ma oggi, scoprendo Erect the youth problem, col senno di poi difficilmente mi tornerà la voglia di riascoltare Nouns, figuriamoci i successivi.
Questo perchè è stato un peccato mortale che i Wives abbiano finito la loro corsa dopo così poco, dopo un disco così fulminante, fragoroso ed elastico. Formato da 14 tracce tutte piuttosto brevi, Erect trae la sua ispirazione diretta dall'antico hardcore evoluto di Black Flag ed affini di casa SST e lo trasporta nell'epoca del post-noise-rock, con un energia indomabile e soluzioni ritmiche quasi math, trascinato dalla performance superlativa di Villalobos. 
Satanassi.

venerdì 17 novembre 2017

Aburadako - 1985 (Tree or wood)

Dopo i grezzi furori punk degli esordi, il primo album vero e proprio del Polipo Untuoso, un capolavoro di art-hardcore contorto ed articolato, in grado di elevare quello classico dei Dead Kennedys ad una forma superiore, complice anche la notevole tecnica strumentale (in formazione c'era il batterista Tetsuya, che qualche anno dopo travalicherà i confini alla testa dei Ruins). Un martellamento schizofrenico, ma ricco di break intelligenti e trovate variegate; da segnalare anche la produzione, infinitamente migliore della media di quegli anni, in un certo senso persino lungimirante; ad ascoltarlo a scatola chiusa si direbbe un disco dei primi anni '90. Hasegawa rules!

mercoledì 15 novembre 2017

Mako Sica ‎– Essence (2012)

Destinati ai sotterranei più bui vita natural durante, i Mako Sica persistono nella loro formula, persi in un cunicolo impro senza speranza. Vinili in edizione da 100/200 copie e audio-cassette sono il  mezzo per diffondere l'attività live, sporadica ma costante negli anni. Dopo lo splendido Dual Horizon, questo Essence persevera anche il formato, 3 lunghissime tracce strutturate in un flusso continuo, un po' più sbilanciato sulla psichedelia (in certi tratti si materializza persino il fantasma dei Floyd di Ummagumma, complice anche l'estatico fonetismo di Fuscaldo), ma con alcune interessanti parti di tromba di Drazek a diversificare le ambientazioni espanse, sinistre, labirintiche. Only for fans, vista la formula che ha limiti strutturali evidenti. Da segnalare che nel '15 il batterista Kendrick non fa più parte del progetto, ed è stato rimpiazzato. Confido in novità.

lunedì 13 novembre 2017

Enzo Carella ‎– Vocazione (1977)

E' venuto a mancare il Febbraio scorso, il buon Carella. E' stata un'anomalia del pop italiano, un'outsider che non ha ricevuto giustizia dal mercato, uno di quelli che all'alba degli anni '80 si è eclissato e non ha partecipato alla festa. Per il quarantennale del suo debutto Vocazione ha lasciato questo mondo difficile, ma non fu solo il suo primo passo: fu il primo disco in cui il sommo Pasquale Panella, fino ad allora dedito al teatro, mise giù liriche.
Un sodalizio che si sarebbe mantenuto indissolubile fino all'ultimo, vista l'ammirazione sconfinata del Poeta nei confronti di Carella, da lui definito un personaggio contro i meccanismi del mercato e quindi più meritevole del suo contributo.
A livello musicale Vocazione era pop, sostanzialmente easy listening, ricco di quella qualità che negli anni '70 in Italia scorreva a fiumi, ma col surplus delle liriche che rappresentavano una novità assoluta; Panella sfoderava già le sue metafore alimentari ed i suoi giochi di parole, ma anche un erotismo ormonale che difficilmente avrebbe ripetuto in futuro, complice forse anche la giovane età all'epoca.  Carella portava una ventata di freschezza anche dal punto di vista musicale, con un suono sanguigno, ammiccante spesso al funk con un bel bassone in primo piano, ma con parti chitarristiche interessanti (a cura dello stesso) e vario quanto basta per essere divertente e naif. 
Memorabili Malamore e Il Sud è un'infanzia sudata.

sabato 11 novembre 2017

Mark Eitzel ‎– Hey Mr Ferryman (2017)

E' una grande soddisfazione per noi Eitzeliani duri e puri vederlo uscire di nuovo da solista su una grossa indie, dopo 15 anni di piccole tirature e semi-autoproduzioni. Certo, non avrebbe fatto differenza per chi continua ad amarlo senza riserve nella sua infinita umiltà e poetica, ma Hey Mr. Ferryman e la sua veste arricchita fa tornare in mente la maledetta riflessione chissà che qualcuno non se ne accorga, meglio tardi che mai.
Se succederà, bene. Se come al solito il mondo continuerà a girare le spalle al best singer you've never heard of, sarà soltanto un'altro capitolo di gloria, con la produzione sontuosa ma oculata di Bernard Butler, che infonde una profonda vena sinfonica alle 13 tracce; cascate di archi, contro-cori a profusione, assoli brucianti di elettrica, e quant'altro. Produzione che ha esaltato il nostro al punto di voler includere due estratti riveduti dal carbonaro Glory (Last ten  years e The Road), che in verità non sono i migliori del lotto ma rispettiamo la scelta di volerli mettere in evidenza.
Poco da dire, Hey Mr Ferryman è commovente, strappacuori ed ultra-lirico come lo vogliamo noi. All'avvicinarsi dei 60 anni Mark è sempre lui, come cita una delle migliori In my role as professional singer, auto-ironico, autocritico e con nessuna prospettiva se non quella di continuare a fare ciò che gli riesce meglio: emozionarci senza limiti.

giovedì 9 novembre 2017

Harmonia ‎– Deluxe (1975)

Secondo ed ultimo album di quest'entità provvisoria, che però ha lasciato un gran bel testamento. Strane storie kraute: ad inizio 1975 Michael Rother si trova, suo malgrado, impegnato ad esaurire gli obblighi contrattuali dei Neu!, andando a registrare Neu! 75 con un Klaus Dinger profondamente cambiato nei due anni precedenti. Con grande onestà, il chitarrista ha raccontato che, se non ci fosse stata questa scadenza, forse quel capolavoro non avrebbe MAI visto la luce, dato che l'ormai ex-compare aveva il fortissimo desiderio e la determinazione di scalare posizioni e diventare frontman, con la testa forse proiettato già ai La Dusseldorf. Difficile avere a che fare con lui...
Cerchiamo di immaginare cosa sarebbe successo senza la pietra miliare dei Neu!. Non oso pensarci. Rother ne parla come di un disco diviso in due, sua la facciata A e di Dinger la dinamitarda B. Chiusi i battenti di quella esperienza epocale, se ne torna da Mobius e Rodelius determinato a convincerli di fare un disco più legato alle melodie ed alla forma canzone. Il debutto era in effetti sembrata più una questione dei due Cluster con Rother accodato, Deluxe sposta leggermente l'asse e vede un maggior equilibrio, quantomeno nella side A; venne invitato il batterista dei Guru Guru, seppur in larga parte in veste contenuta a fare tappeti percussivi puramente funzionali. Ci sono persino delle brevi parti cantate. E' tutto molto giocoso, aereo ed atmosferico; come il precedente, non verrà mai ricordato come un caposaldo germanico, ma neanche sminuito. Basta una bomba lanciata alla posizione numero 3 per concretizzare un punto di riferimento: Monza (Rauf und Runter), una specie di risposta al Dinger di Hero e After Eight, come a dire: hey fratello, hai creato della bella roba, ma se voglio la posso fare anche io, e come chitarrista ti straccio sempre...

martedì 7 novembre 2017

Maquiladora ‎– Ritual Of Hearts (2002)

Terzo album del trio californiano, il loro primo vero capolavoro di alt-psych-country fantasmatico. Pochi, pochissimi come loro hanno saputo re-interpretare le radici americane con una visione così aperta ed illuminata, richiamando nomi illustri senza copiarne l'essenza. Un percorso che, con tempi dilatati contrassegnati dall'abbandono ad altri progetti, li ha portati all'essenziale Wirikuta, condensato sempre più sublime della loro arte.
Velvet Underground, Galaxie 500, Black Heart Procession, Rex sono le prime sensazioni che si colgono all'ascolto, ed un po' ovunque aleggia il sacro spirito lisergico che ammanta le loro pigre, dolenti ed indolenti composizioni. E da rimarcare c'è anche la produzione, che sa essere pulita nei momenti più nitidi ed espansa quando occorre. 
Il cuore ed i suoi rituali.

domenica 5 novembre 2017

Gino D'Eliso ‎– Il Mare (1976)

Dimenticato cantautore facente parte di quella generazione che, se avesse voluto, avrebbe fatto una carrettata di soldi vendendosi al sistema degli anni '80. Lui invece si ritirò dalle scene, dopo una breve carriera contrassegnata dalla mutevolezza. Appena un anno dopo il debutto, il friulano aveva cambiato etichetta, look e totalmente musica, diventando uno dei discepoli del rock-wave di stampo bowie-mitteleuropeo, anticipando di un anno il conterraneo Fausto Rossi.
Una metamorfosi che ha quasi del clamoroso, considerando lo stampo di Il Mare, un disco di cantautorato prog-mediterraneo di ottima fattura. Lo definirei una specie di cuginetto minore del kolossal Anima Latina; uscito per la Numero Uno, fu prodotto da Claudio Pascoli (che stando a quanto raccontano i libri, ne era stato un fondamentale artefice nella costruzione degli arrangiamenti, e non solo fiatistici!) che evidentemente folgorato da quell'esperienza trasferì una parte del suo bagaglio in studio: i suoi delicati svolazzi di flauto e sax; le parti di moog e synth atmosferici, da lui stesso eseguite, così importanti nelle fasi pastorali; la cura attentisisma sulla ritmica, col bassista Donnarumma, possessore di uno stile affine al grande Bob Callero, in evidenza; il largo spazio riservato alle sezioni strumentali, nonostante la relativa semplicità delle strutture.
Il materiale, ovviamente, è scevro delle avanguardie, delle commistioni etniche e delle trovate immortali di Anima Latina, ma dopo 40 anni può funzionare come ottimo palliativo per i tossici di esso (come me) che si chiedono ancora se in quegli anni sia mai stato prodotto qualcosa  che si possa anche solo lontanamente avvicinare. La voce esile di Gino potrà piacere o non piacere, ma almeno una metà della scaletta è incantevole: Il Mare, Non è solo musica, Carso (nonostante un bridge rubato di peso a In the court of Crimson King..) e L'orologio testimoniano un cantautore emotivo ed elegante, che forse fu abbandonato a sè stesso dall'industria e per questo non esitò a cambiare subito pelle.

venerdì 3 novembre 2017

Sun Kil Moon ‎– Universal Themes (2015)

Dopo anni di alti e bassi, di scelte discografiche incomprensibili, avevo quasi smesso di seguire il percorso del mio grande eroe Mark. Con Benji, da tutti indicato come il disco della sua rinascita, è arrivato anche un gran clamore mediatico. Proprio lui, che invece sembra un marziano dei social media, così attaccato alle sue radici, così avulso dalle tematiche sociali e dall'attualità (memorabile l'epilogo della scheda di PS, che descrive con enorme maestria questo concetto), è salito in cattedra più per le sue invettive crude e volgari contro bands, giornalisti e pubblico chiassoso che per i dischi. Non posso fare a meno di pensare che non c'è nulla di calcolato; non può che essere sè stesso, calando nelle torrenziali liriche le sue inquietudini di mezza età e giustificandosi con un onestà disarmante dicendo ho finito le metafore per i testi.
Musicalmente, con i suoi ultimi 3 dischi, affiora persino un certo sforzo di variare le atmosfere. Benji è effettivamente molto bello ed ispirato ma ancora troppo acustico per spiccare. L'ultimo, Common as light, è troppo straniante e ridicolmente lungo per farsi amare (forse lo capiremo fra anni?). Il mio preferito è Universal Themes, che guardacaso è stato accolto con freddezza da tutta la critica. Ci sono i capolavori che periodicamente aggiungono tasselli ad un'antologia grassissima (Birds of films, Garden of lavender), un paio di inattese, grintose e acide sfuriate (Ali/Spinks 2, With a sort of grace..., ad un passo dallo stoner!), il resto sono ballads composite che cambiano atmosfera repentinamente (The Possum, Little Rascals, Cry me a river...,This is my first day...) al punto che, se non sembrasse una bestemmia, lo definirei il suo disco progressive per varietà di umori e arrangiamenti. 
Ormai Markone ci ha abituato: il lunario si deve sbarcare e pazienza se ogni anno esce con qualcosa, a noi fedeli spetta la caccia ai tesori.

mercoledì 1 novembre 2017

Motörhead ‎– No Sleep 'til Hammersmith (1981)

Fa più o meno lo stesso effetto di If you want blood... degli AC/DC: quando passa, polverizza tutta la produzione in studio e fa piazza pulita. Letteralmente, non la vorrai più sentire; roba buona, per carità, sempre puro trademark, ma dopo un'esperienza così definitiva, che sigilla un suono umano-non-umano, c'è da odiare qualsiasi produttore al mondo.
Poco altro da dire; pubblicato contro la volontà stessa del gruppo, questo live che ha l'aria di non esser stato ritoccato (al contrario del sopracitato, verso il quale nutro ancora dei sospetti...) non è solo un best-of dei primi 4 albums, ma anche un concentrato di violenza e divertimento senza pari. E mi stupisce, dopo tanti anni, lo scoprire che è roba che non invecchia.

lunedì 30 ottobre 2017

Julia Kent ‎– Character (2013)

Violoncellista canadese formatasi al conservatorio e, dopo aver accantonato l'idea di una carriera nell'ambito classico (per troppa competitività), da oltre vent'anni si è creata un ruolo di session-woman prestigiosa nell'ambito cosiddetto alternativo. Nel suo c.v. la presenza più illustre è quella al seguito di Antony, ma spiccano anche performances nel giro Swans e nei Larsen. Da una decina d'anni si è messa anche in solitaria, e Character è un'assortimento di ottimi affreschi che vanno ad aggiungersi alla già ben nutrita schiera dei post-cameristici, ma sa elevarsi con una voce propria. Musica struggente, irrimediabilmente malinconica, con pochissimi orpelli, molto cinematica ed evocativa; la Kent è anche autrice di razza e Character fa vibrare le corde interiori dell'animo, con grazia solenne. Penso che i Godspeed You Black Emperor farebbero carte false per averla con loro.

sabato 28 ottobre 2017

Scream From The List 64 - Poison Girls ‎– Hex (1979)

Nel panorama post-punk inglese potevano anche accadere delle congiunzioni così particolari: una ultraquarantenne madre di famiglia che, in risposta ai figli accasatisi presso punk band giovanili, ne fondava una sua; al di là delle curiosa genesi la notizia in sè però è che la proposta Poison Girls non era punk canonico, tant'è che si gemellarono coi Crass, gli astri indiscutibili dell'anarchia UK.
Quello di Hex è un art-punk beffardo, con tante sfaccettature e con ben più dei 3 frenetici accordi; la voce grassa e delirante di Vi Subversa (tutt'altro che una mamma affettuosa, e sorprendentemente affine a quanto inizierà a fare Jello Biafra un'anno dopo!), le stilettate delle chitarre, la ritmica coesa, le combinazioni dissonanti, tutto contribuiva a creare un clima paranoico, psicotico e quasi cabarettistico, fra i Crass stessi e gli Alternative Tv più aggressivi. Da manuale.
Da notare che il disco uscì sulla leggendaria Small Wonder.

giovedì 26 ottobre 2017

Jade Warrior ‎– Floating World (1974)

Difficile da ammettere, ma una proposta come quella dei Jade Warrior, che per la fertile epoca era ambiziosa ed avventurosa, ha finito per diventare quasi più anacronistica dell'hard-rock e del jazz-rock coevi, essendo quindi condannata all'oblio eterno. E perchè mai? Perchè col tempo sono diventati fra i padri putativi assoluti della new-age, loro malgrado.
Floating World invece è, come la maggior parte dei loro dischi, un coacervo multicolore di stili, un florilegio eclettico. Si provi ad ascoltare il massiccio hard-etnico di Red Lotus, o il jazz flautato di Mountain of fruits and flowers, momenti di distrazione da un quadro pastorale che trasudava a pieno regime quella spontaneità ed ingenuità che, come ha abilmente scritto PS, avrebbe difettato agli astuti prosecutori.

martedì 24 ottobre 2017

Sleaford Mods ‎– Key Markets (2015)

Il successore del fortunato e rompighiaccio Divide And Exit, e che sostanzialmente non fa altro che ripetere lo stesso canovaccio con una dozzina di pezzi minimali, stentorei ed a loro modo, ossessivi. Anche questo è essere punk: chi si sarebbe aspettato un cambiamento o una spinta verso un'eventuale evoluzione dovrà restare deluso, perchè Williamson e Fearn in fondo non sanno o non vogliono fare altro che questo; è vero che quest'ultimo avrebbe anche potuto cercare qualche soluzione per sviare, ma in fondo se ne è fregato, no? Anzi: English Tapas, uscito all'inizio dell'anno, si è rivelato addirittura più scarno.
Tocca analizzare i dettagli; la formula SM continua a dare dipendenza, e Key Markets è forse il loro disco meno per modo di dire agitato, più cantato, meno abrasivo, più musicale. I capolavori del lotto sono; Tarantula Deadly Cargo, un giro irresistibile dei loro con quella chitarrina che fa quasi scalpore. Il funk scarnificato Silly Me, il post-punk ultra-midollare di Face to Faces, la gag ipercinetica Giddy on the ciggies.  
Poco da fare, la truffa continua.

domenica 22 ottobre 2017

Egg – The Polite Force (1970)

Successivo all'esordio dello stesso anno, nonchè ultimo perchè il terzo del 1974 fu di fatto una reunion per completare dei lavori rimasti in sospeso, The polite force è uno dei dischi più avventurosi di tutta la parabola canterburyana. L'eleganza di questo magnifico trio si materializza in tutto il suo carisma nell'iniziale, splendida A visit to Newport Hospital, ma a partire dalla jazzata e nevrotica Contrasong si può dire che gli Egg iniziarono a fare sul serio; Boilk chiudeva la prima facciata con un collage avanguardistico per nastri rallentati e velocizzati, concretismi, dadaismi inconsulti e rumorismi allucinati. E poi il piatto forte sulla seconda facciata, la strumentale Long Piece, una suite monumentale che alterna slanci melodici di grande respiro a fasi serratissime, la quintessenza del prog applicato alla scuola di Canterbury. Molto, molto meglio di Caravan e compagnia bella del decennio appena iniziato.

venerdì 20 ottobre 2017

Flaming Lips ‎– Oczy Mlody (2017)

Altro colpo dei Lips, mi sembra quasi incredibile; a dispetto delle più o meno generali storte di naso, trovo Oczy Mlody un disco perfettamente compatto e con un suo focus generale, fattore che ha reso grandi i due principali precedessori, mediando fra i coloriti arcobaleni di Embryonic e le plumbee atmosfere di The Terror, che fra tutti resta il mio preferito.
Siamo comunque poco sotto. Come quest'ultimo, spazio massiccio all'elettronica ed ai bassi saturi, ritmi sintetici ed in ogni caso non molto rilevanti. Ciò che torna in superficie è la vena pop, con una serie di motivetti intonati dalla voce fragile e ricca di struggimento di Coyne; ma le strutture sono tutt'altro che scontate, ed i cambi di ambientazione sono molto frequenti.
Mi domando, fra tanti anni, come verranno ricordati i Lips: ne parleremo ancora come di un folle, grande gruppo che si è saputo reinventare per oltre 30 anni?

mercoledì 18 ottobre 2017

Cows ‎– Orphan's Tragedy (1994)

A mio parere i dischi migliori dei Cows sono stati quelli della maturità, a partire da Sexy Pee Story fino alla fine: è vero che la forza bruta ed eversiva del quartetto perse parte del suo impatto scabroso, ma le doti tecniche (superiori alla media del noise-rock coevo, diciamo una spanna sotto i Jesus Lizard) meritavano di essere valorizzate da una produzione migliore, senza per questo perdere la sua potenza e la sua angolarità. Per cui, vista anche la varietà di ritmi e dei pezzi in generale, prediligo anche Orphan's tragedy ai primi, scalcagnati, scalcinati, violentissimi dischi: in una parabola simile ai Cop Shoot Cop, i Cows furono in grado di evolversi in maniera naturale, continuando a predicare un verbo velenoso e personale nel glorioso underground americano dei '90.

lunedì 16 ottobre 2017

Van Pelt ‎– Tramonto (Live In Ferrara 12.08.2014)

Il disappunto si dipinse sul mio volto nel momento in cui venni a sapere che i riuniti Van Pelt si sarebbero esibiti in pieno Ferragosto del 14 nientemeno che all'Hanabi. Ma diamine, non potevano scegliere un periodo più consono? In quei giorni, avevamo già programmato da mesi e ci saremmo trovati da qualche parte fra Iasi, Brasov e la Moldova. Era uno speeding train e chissà se ripasserà nuovamente.
Due giorni prima di quell'evento, il quartetto fece un rodaggio privato a Ferrara, registrandolo. Non so come sia andata all'Hanabi, ma sono sicuro che se ci fossi andato mi sarei commosso, come minimo. A distanza di 17/18 anni, le meraviglie dei sultani non conoscono il significato della parola invecchiare, conservano tutta la loro freschezza e l'emozione. Era giusto riunirsi; per quale motivo farlo in Italia, al di là delle amicizie, resta un mistero. Ma anche un piccolo vanto.
Maryansky, O'Brian e Greeene mostrano barbe e capelli imbiancati e pance importanti. Chris Leo invece è rimasto quasi miracolosamente il giovincello di allora; quando deve salire di tono, la sua voce fa un bel cric, ma è segno dell'umanità tangibile, del sentimento, del trasporto emotivo. Non è un difetto, anche perchè la formazione suona divina ed impeccabile. Nessuna modifica alle strutture, qualche rifinitura chitarristica in meno (salta all'orecchio su Nanzen kills a cat), persino i pezzi di Stealing suonano più pieni e a fuoco.
Gloria ai sultani che ci riportano alla giovinezza ed alla spensieratezza.

sabato 14 ottobre 2017

Bomis Prendin ‎– Phantom Limb (1980)


Originalmente autoprodotto nell’aulico formato di flexi disc, si tratta del secondo atto della geniale formazione di Washington; ho letto da qualche parte che pare sia stato proprio questo ad aver spinto i NWW ad inserirli nella list, anziché quell’oggetto volante non identificato che fu il debutto. Poco importa, la materia grezza è altrettanto scottante: composto da 13 tracce molto brevi (al massimo 2 minuti e mezzo), Phantom Limb è non meno eversivo col suo industrial-space-noise-pop, che passa da cantilene demenziali in salsa radioattiva (che faranno scuola agli Ubzub) a sinfonie per oscillatori impazziti,  da balletti meccanici marziali ad allucinazioni psicotropo-fantascentifiche come se nulla fosse, con pressochè tutto quello che ci può stare nel mezzo. Da manuale del sacro e genuino fuoco della follia.

giovedì 12 ottobre 2017

Claudio Rocchetti ‎– Memoria Istruttiva (2016)

Quando ascolto i 3/4hadbeeneliminated, mi è difficile stabilire cosa fa Rocchetti e cosa fa Tricoli; i due manipolatori elettronici in tandem creano uno scompiglio mai fine a se stesso, sia che solchino i mari dell'ambient-elettro-acustica che i bassifondi del rumore bianco.
Ma, a differenza della prova solista del collega Miseri Lares, che non mi ha convinto per niente, Memoria Istruttiva mi appare come un disco compiuto, ben focalizzato, coeso: Rocchetti è anche polistrumentista ed in mezzo a questi percorsi nebbiosi utilizza chitarra e contrabbasso a fare da punti di riferimento, da bussole per una fosca esplorazione dell'ignoto. Hauntologia di spessore.

martedì 10 ottobre 2017

Rustic Hinge ‎– Replicas (1988)

Reperto del 1970 disotterrato dalla Reckless Records, un negozio di dischi usati di Soho, Londra, e che è un'autentica primizia per chi ama le cose più irregolari della scena underground inglese di quegli anni. Si trattava di un trio composto dal bassista Pavli degli High Tide, dal chitarrista Funnel e dal batterista Theaker; tutti personaggi con un bel pedigree. Gli ultimi due, anni dopo, faranno parte del gruppo di Tony Hill durante il periodo buio, e provenivano entrambi dal Crazy World of Arthur Brown.
Fin dal titolo della raccolta, si intuisce una certa deferenza strumentale nei contronti di Captain Beefheart, epurata però da qualsiasi voce. La registrazione è quella che è, trattandosi dopotutto di demos di quegli anni; con una preparazione e produzione adeguate si sarebbe potuto trattare di un piccolo capolavoro, ma stiamo parlando di soggetti dalla sanità mentale discutibile (qui c'è una bio che rende bene l'idea) per cui non stupisce che non se li filò nessuno. E pensare che le idee non mancavano di certo, al di là della prima parte dominata dalle acrobazie beefheartiane, fra citazioni di Bartok, sprazzi di musica balcanica, deliri avanguardistici e percussivismi etnici; ciò che resta maggiormente impresso sono i proto-noise-jazz-math-rock di Kinesis e Mastodon.

domenica 8 ottobre 2017

Desertshore ‎– Drawing Of Threes (2011)

Prima di reclamare il suo nome di fianco a Desertshore, Kozelek aveva già messo il suo pesante piedone nel progetto di Carney & Connolly, in occasione di questo secondo. Sarei curioso di sapere chi ha fatto il primo passo, ma solo per il puro sfizio di conoscenza; poco da dire, ne hanno guadagnato entrambi. Col pur gradevole primo, C&C sembravano destinati a restare in una nicchia di tappezzeria folk elegante ma sterile. Del declino inarrestabile e pluriennale di Mark-One ho già scritto fino allo sfinimento. Su Drawing of threes mette voce e testi nel 70% del lotto, e lievi brividi di sapore RHP ci scorrono lungo la schiena; sono sensazioni più inerenti alla seconda vita degli imbianchini, quella di Songs for a blue guitar e Old Ramon per intenderci, ma con spiccate eleganza e compostezza. Sarà merito anche di Connolly, che sembra quasi silente tanto è funzionale ma nel complesso strumentale è pressochè l'uomo in più. La scala di valori vede due perle da salvare e custodire nel miglior canzoniere kozelekiano e dintorni: la divina, delicatissima Turtle Pond e la complessa, articolata Mölle. A seguire l'elegia affranta di Vernon Forrest, le suadenti trame chitarristiche di Randy Quaid, il loop crazyhorsiano di Diana, lo strumentale Matchlight Arcana che chiude con una vena solare quasi inaspettata. Non un capolavoro, ma indispensabile per i fans del Nostro.

venerdì 6 ottobre 2017

Clash - The Clash (1977)

In occasione del quarantennale del loro debutto, ascolto un disco dei Clash per la prima volta nella mia vita. Per capire il motivo di questa omissione, devo compiere una serie di riflessioni personali; in giovane età non fui attirato in modo particolare dal punk classico anglosassone, a meno che non si parlasse dei primi Wire. E poi per me sostanzialmente il nome Clash significava quei 2-3 pezzi famosi in heavy rotation che di solito i dj mettevano nei locali alternativi poco dopo la fine dei concerti (sempre appaiati a Psycho Killer, Aca Toro, Sheena is a punk rocker ed altri) che mi facevano scendere la catena spirituale o comunque sgonfiavano di netto la tensione positiva accumulata; vedere la gente pogare su pezzi così poco significanti mi dava l'immediato desiderio di tornare a casa. Per questo, li ho sempre snobbati a piè pari.
Detto ciò, oggi non disdegno di certo questo disco di impatto storico; d'altra parte è sempre stato notorio che i Clash fossero band con una dote artistica importante ed andarono oltre il punk con brillantezza. La prima metà della scaletta è infuocata, divertente ed in fondo in fondo fatta di motivi pop declinati con tiro oculato e foga trascinante. Peccato che la seconda veda un declino della qualità piuttosto netto. Al netto di tutto, pezzi come Complete Control, White Riot, White Man in Hammersmith Palais e I Fought The Law restano memorabili. Oops: quest'ultimo era uno dei famosi tormentoni post-concerto. Effetto nostalgia?

mercoledì 4 ottobre 2017

Locrian ‎– Infinite Dissolution (2015)

Una presenza più fisica, quella dei Locrian attuali. E' chiaro che rispetto ai devastanti esordi siamo di fronte a musiche meno avanguardistiche, il drone-metal che li ha fatti conoscere ha subito un processo di autocombustione e l'acquisto in pianta stabile del batterista Hess ha contribuito in maniera decisa ad un cambio di marcia drastico. Dopo il disco progressive, ecco quello epic-instru; Infinite dissolution gioca le sue carte sugli orizzonti ampissimi, sulle distese panoramiche, sulle alternanze pesantezza/solennità. Nonostante una falsa partenza black-metal, l'opener Arc of extinction, il percorso si snoda in maniera avvincente, fra Explosions In The Sky e Sunn O))), con la voce isterica che di tanto in tanto fa capolino, qualche azzeccatissima divagazione a stemperare la tensione (la sonata per mellotron ed usignoli di KXL II), e la potenza espressiva resa al massimo da una produzione perfetta. I detrattori li spingeranno ancor più giù dalla torre, ma io continuo a pormi la classica domanda: cosa mai avrebbero dovuto fare? Ripetersi all'infinito?

lunedì 2 ottobre 2017

Sand – Desert Navigation (2011-1974)

Reietti com'erano, i Sand non riuscirono ad andare oltre la pubblicazione di Golem ed hanno dovuto aspettare quasi 40 anni per vedere uscire le registrazioni che accumularono prima e dopo quel gioiello. Sono ben 4 i cd rilasciati dalla francese Rotorelief, che si è occupata di questa meritoria opera di riesumazione dall'oblio di materiali che, seppur inevitabilmente discontinui e disomogenei, danno una conferma della portata che ebbe il trio sassone sulle musiche future. Metà della scaletta è contemporanea alla realizzazione di Golem; Vulture I e II, doppio affronto di elettronica sulfurea e disturbante, forse la cosa più vicina a quel proto-industrial con cui vengono taggati spesso. La lunga cantilena di Desert Storm poggia su basi mediorientali. Due tracce sono del 1975; la splendida ballad acustica Burning House e la nevrotica Touch The Tyrants, che curiosamente mi ha ricordato i Cosmic Jokers. Appare un po' fuori contesto Tendrara (1982), unico ripescaggio di tutte le ristampe successivo al 1976. Siamo dalle parti di un electro-gothic con gelida voce femminile; l'effetto è molto valido, anche se era evidente che per i Sand il tempo era scaduto. La media finale è sempre buona, anche se resta il dubbio che una migliore compilazione di tutti i lotti avrebbe giovato alla resa finale.

sabato 30 settembre 2017

Knife - Shaking The Habitual (2013)

Ho sempre pensato che i fratelli svedesi Dreijer fossero la trasposizione elettronica in assurdo dei Dead Can Dance degli anni Zero, pur senza avere un granchè in comune nello squisito aspetto musicale. Shaking The habitual è stato il loro (inaspettatamente, visto lo status ormai raggiunto dopo 15 anni di attività) canto del cigno, ed ha suggellato in qualche modo il percorso di ricerca su un'elettronica art-pop votata all'eclettismo ed al trasformismo. Un disco lunghissimo, teso ed ossessivo, che privilegia i ritmi e le mutazioni camaleontiche, le ricerche vocali, con qualche pausa meditativa ed un po' di goticismo spiritato (a riallacciarsi con i DCD, guarda un po'). Occorrono diversi ascolti per prendere familiarità, ma una volta ottenuta resta uno splendido commiato; massima stima per aver staccato la spina all'apice, un gesto mai scontato.

giovedì 28 settembre 2017

Scream From The List 63 - Tomorrow's Gift ‎– Goodbye Future (1973)

Uno dei casi in cui c'è incertezza sul disco da scegliere. Audion cita Goodbye Future, secondo ed ultimo album dei tedeschi, ma pare che Stapleton non lo conoscesse all'epoca della compilazione. Il debutto, risalente a tre anni prima, era stato realizzato da un sestetto con tanto di vocalist femminile, ed era già abbastanza peculiare per l'epoca. Con la line-up dimezzata e parzialmente rimescolata (cambio di batterista, invariati bassista e tastierista), i TG virarono su uno psych-prog strumentale ancora più bizzarro e personale, con punte di eccellenza, che definire jazz-rock è azione piuttosto superficiale. In Goodbye Future convivono diverse tendenze; elucubrazioni alla Soft Machine più cupi (l'organo distorto alla Ratledge è l'elemento di raccordo), escursioni vagamente pinkfloydiane nel senso più avventuroso del termine, numerelli di puro progressive tornitruante, il tutto condito da quel senso di teutonica imponenza e solennità che è puro dna di cui sono intrisi i figli della seconda guerra mondiale. Per questo competente eclettismo e scategorizzazione ovviamente sono finiti nel dimenticatoio, all'ombra poi dei giganti connazionali. Ma ciò non toglie che si tratti di un ottimo disco.

martedì 26 settembre 2017

King Crimson ‎– USA (1975)

L'epitaffio del Re Cremisi prima fase, registrato a New York nel giugno del 1974 e fatto uscire a scioglimento già bell'annunciato. Non era difficilissimo surclassare il suo predecessore, il controverso Earthbound di 3 anni prima; fattosta che si trattava in sostanza di due gruppi differenti. Com'è noto, la fase '73-74 fu non soltanto la migliore tecnicamente, ma anche la più innovativa ed ambiziosa; che poi nell'immaginario collettivo non resti particolarmente scolpita, forse deriva dal fatto che si tratta di materiale ostico, con ben poche concessioni alle melodie e ad inni come quelli della prima ora.
Per quanto riguarda USA, è semplicemente uno spettacolo; si dice che non sia perfetto, ma perchè pretendere la perfezione? Di fianco a Fripp, i mostruosi Bruford e Wetton (quasi incredibile per come riesce a cantare e contemporaneamente suonare il basso con quella perizia) rubano quasi la scena con una presenza immensa. Cross si ricava la sua posizioncina con ardore, scalando a fatica quella montagna che fu trovare spazio in mezzo a cotanti assi. Il materiale è tratto dal trittico di questa line-up, con la ciliegina dell'evergreen 21st century schizoid man, in una versione fantasmagorica, con Fripp che fa la parte del sax.

domenica 24 settembre 2017

Ubzub ‎– Triple Alien Threat (1998)

Secondo ed ultimo disco degli Ubzub, seconda ed ultima mattanza di free-acid-freak-out senza ritegno e senza vie d'uscita. Rispetto al monumentale debutto sulla lunga distanza, l'eruzione si fa meno Chrome, più Residents e Throbbing Gristle, ma il formato non cambia: una moltitudine di tracce che brancolano su un teatrino demenziale dell'assurdo. Ma come brillantemente scriveva SIB in occasione della già citata intervista nel 2008 a Rob Williams, al di sotto di queste gag corrosive si nascondeva un'animo pop, nella stessa accezione residentsiana, se vogliamo: sostanzialmente gli Ubzub scrivevano pezzi compiuti, che finivano però in un tritacarne atomico che distorceva e mandava al macero tutte le eventuali melodie concepite ed i loro accessori. Quel che è certo è che lo humour corrosivo la faceva da padrone. Geni spostati.

venerdì 22 settembre 2017

Fabio Celi E Gli Infermieri ‎– Follia (1973)

Il dubbio legato alla reale data di registrazione determina quasi l'ago della bilancia; anche se viene sbandierato ai 4 venti che venne prodotto nel 1969, analisi più approfonditamente tecniche hanno supposto che sia più realistico ipotizzare il 1972. In quel periodo, si sa, un'anno o due facevano una differenza abissale, anche in Italia. Sia come sia, Fabio Celi & Gli Infermieri erano un quintetto napoletano che realizzò questo Follia tramite una piccola produzione locale e vanno annoverati come una felice anomalia dell'It-Prog, in quanto erano slegati dalle correnti dominanti; una specie di hard-beat caratterizzato dall'accoppiata piano+organo, la chitarra tagliente, le ritmiche serrate e la voce declamante che si amalgamavano alla perfezione nonostante una produzione davvero misera. Una metà della scaletta è pressochè memorabile, grazie alle irresistibili Follia, Il Capestro, L'artista sadico; gli unici paragoni possibili a livello concettuale sono il Banco del primo ed i Metamorfosi di E Fu il sesto giorno, ragion su cui si fonda la considerazione iniziale. Di sicuro arrivarono prima del Biglietto Per L'Inferno, che approfondirono queste coordinate con successo sull'esordio del 1974. Nota speciale per le liriche, che vertevano su denunce sociali nude e crude al punto di guadagnare la censura di Mamma Rai.
La ristampa Mellow del 1996 aggiunse un singolo del 1971, nettamente inferiore come qualità nonostante una registrazione più professionale.

mercoledì 20 settembre 2017

New Year ‎– The End Is Near (2004)

Ricordo distintamente, quando vidi in negozio (dal Pig, ovvio) The End Is Near, le mie sensazioni: solita cover laconica, inespressiva e vacua, ed al primo ascolto figurarsi se i fratelli Kadane osassero mescolare le carte in tavola. Neanche Chris Brokaw, se avesse voluto, ce l'avrebbe fatta a convincerli. Ma chi l'avrebbe voluto, in fondo? 
Comunque, fra la diavoleria di chiacchiere, il disco passava e neanche ce ne accorgevamo. Tutto qui, pensai. Sono i soliti, indefessi Kadane Bros, ciò che il loro pubblico vuole e che i detrattori detestano (ma esistono, poi?). Le due usuali manciate di pezzi alla loro maniera, alcuni memorabili ed altri ordinari, scanditi dalla pigrizia e dai toni autunnali, con qualche impennata di energia, sempre con parsimonia. Ed un finale a sorpresa, l'ultimo minuto di Stranger to kindness in cui violino e glockenspiel fanno alzare la testa e pensare, ah, che gran gusto e che bel modo di chiudere il disco. La fine è vicina, il cd poi decisi di comprarlo ed ora l'ho venduto per pochi euro ma chissenefrega, gli anni passano e i Kadane Bros restano sempre amici fidati.

lunedì 18 settembre 2017

Ghost ‎– Lama Rabi Rabi (1996)

Il capolavoro riconosciuto dei Ghost, almeno per quanto riguarda la loro prima fase. Una sublimazione di folk, psichedelia, esotismi di svariate provenienze, di un eleganza formale e di un ispirazione che hanno del sovrannaturale. Un disco sfaccettatissimo, ma attenzione, tutt'altro che una semplice fiera dello strumento etnico; le ballad più canonicamente acustiche brillano di una luce abbagliante (Into the alley, Agate Scape, Summer's ashen fable), a dimostrazione che la band di Masaki Batoh sapeva far vibrare forte certe corde dell'anima. Musiche che non si limitavano a guardare il passato, ma che facevano da filtro per una spiritualità priva di ogni confine, men che meno quello giapponese.

sabato 16 settembre 2017

OOIOO ‎– Feather Float (1999)

Il side-project easy-listening dei Boredoms, impersonificato dalla batterista Yoshimi P-We e dalle sue collaboratrici, più o meno stabili nella storia ormai ventennale. Easy-listening in confronto alla band madre, ovviamente; la sensibilità femminile virata all'esotismo è la chiave di volta per questo psych-rock nerboruto e propulsivo, giocoso e trascinante. Le armonie vocali, allungate e declinate in cori di tutte le maniere, sono dolci e sognanti; la macchina ritmica indugia spesso su un motorik di chiara derivazione tedesca. Ma c'è spazio anche per cantilene spaurite, dall'afflato quasi ritualistico, e per squisite gag a base di strumenti giocattolo. I Goat hanno prelevato parecchio da questo stile, se non altro a livello di concetto. Molto gradevole.

giovedì 14 settembre 2017

Felt ‎– The Strange Idols Pattern And Other Short Stories (1984)

Fece il paio con lo splendido Splendour of fear, uscito nel Febbraio dello stesso anno, a consacrare l'entrata nell'olimpo dell'indie-pop cristallino, dopo l'esordio sulla lunga distanza di un paio d'anni prima, già indicativo ma ancora un pochettino acerbo. The strange idols, rispetto al precedente, fu meno autunnale ed atmosferico, più baldanzoso e frizzante, più wave se vogliamo. Ma il concetto di fondo non cambiava; 9 grandi, grandi canzoni di presa immediata, con gli stessi ingredienti ma con la forza trainante della sezione ritmica in evidenza, ed il basso di Lloyd che sgusciava ovunque. 
Almeno 3 sono da best of assoluto: Vasco Da Gama, Whirlpool vision of shame, Sunlight bathed the golden glow. Lawrence sognava ancora il successo, Deebank arabescava a modo suo, il binomio compositivo faceva faville. Sarebbe durata ancora poco, purtroppo.

martedì 12 settembre 2017

Cazzurillo ‎– Greetings From Grinchland (2016)

Su Blow Up SIB gli ha appioppato un bell'8/10 con tanto di spazio su cornice rossa, ma al suo interno, più che disquisire sul contenuto, ha divagato con uno strano pistolotto a sfondo musical-sociologico. Questo può essere un indizio concreto di come sia difficile descrivere l'essenza della musica di questa ragazza di cui non si sa il vero nome, ma si sa che è milanese, ha realizzato solo 3 pubblicazioni in 9 anni, si esibisce vestita e mascherata in modi bizzarri, e viene (auto?) definita one girl mess. Uno spirito libero, insomma, che nella propria espressione pura e semplice riesce a trovare la sua nicchia di originalità; in tempi come questi, un mezzo miracolo.
Greetings From Grinchland mette in mostra un pop acido che mescola con disinvoltura melodie cristalline (la voce sempre modulata, estremamente femminea) con suoni sporchi, fangosi, incursioni psichedeliche sopraffine, qualche spruzzata di elettronica povera e di hauntologia.
A far chiarezza in un complesso che potrebbe essere un po' nebbioso ci pensano i pezzi, davvero apprezzabili ed in qualche caso clamorosi: l'intensa emotività di Posers, l'ossessività sulfurea di Playcity, il treno lanciato a gran velocità di Bunny's bed. Non so perchè, ma mi è parso di scorgere un'affinità con Samuel Katarro, magari solo a livello ideologico o di sensazioni generate dall'ascolto. In ogni caso, una piccola rivelazione a sè stante, per il talento genuino e perchè staccata da qualsiasi tendenza e/o scena corrente.