lunedì 30 aprile 2018

Hoover – The Lurid Traversal Of Route 7 (1994)


Meteora della Dischord di metà anni ’90, il quartetto degli Hoover fece parte della schiera di quei maturi ragazzi che all’epoca cercarono di spostare l’hardcore ancora un po’ più in là di quanto già avevano fatto i capofila. Pur lasciando il timbro vocale arrochito tipico, il loro suono riprendeva il pionieristico approccio Fugaziano, il senso di urgenza espressiva e l’impeto fragoroso; tuttavia, lo rallentava, lo dilatava in forme sempre ben definite ma inquietanti. La scuola Spiderland iniziava già a mietere potenziali successori come succedeva altrove al contempo, leggi Rodan a Louisville, Engine Kid nella west-coast, e mancava solo un anno al debutto dei June Of ’44.
Che dagli Hoover prelevarono il bassista Fred Erskine ed il suo poderoso 4 corde che su The Lurid Traversal…ha un ruolo da protagonista, riuscendo a non farsi sovrastare dalla coppia di chitarre e grazie al suo suono profondo ed intenso, caso rarissimo in area hardcore. La scaletta verte intelligentemente sull’alternanza piano/forte, veloce/lento, pieno/vuoto, sfiorando a tratti il post-rock e riuscendo a non annoiare nonostante la lunghezza. Quindi un gruppo molto capace e dal potenziale alto, senonchè si sciolsero subito dopo ed ognuno andò per la propria strada. Sarebbe stato interessante un seguito evolutivo, ma dopotutto anche no, chè un bassista diverso da Erskine nei June Of ’44 secondo me non avrebbe funzionato…

sabato 28 aprile 2018

Ghostpoet ‎– Dark Days + Canapés (2017)

Quarto album al seguito dell'acclamato (e non solo da me) Shedding Skin per l'inglese Ghostpoet, un gioiello certamente non dimenticato, cosa non ovvia visto che negli ultimi anni è sempre più faticoso trovare qualcuno che senza fare rivoluzioni riesca a trovare una propria voce che si distingue. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio; il magico livello di quel disco non viene eguagliato da Dark Days + Canapes, che grossomodo si muove sulle stesse coordinate produttive (suono di gruppo di base, poca e marginale elettronica, strutture compositive definite anche se spesso circolari) ma vira su un mood cupo, introverso e molto meno sanguigno; l'indie-guy abbassa notevolmente il dosaggio di chitarre elettriche e stempera i ritmi in favore di ambientazioni notturne, per non dire raffinate (abbondano piano ed archi, ed affiora spesso una vena soul). Non che manchino le tracce esaltanti: Trouble + Me, Dopamine If I Do, Blind As A Bat, Live-Leave, Immigrant Boogie fanno centro facilmente, ma sembra che Ejimiwe abbia accantonato lo spumeggiante (e personale) stile del precedente in favore di un disco ripiegato su sè stesso, quasi ad esprimere un disagio, un abbandono esistenziale. 
La sensazione finale, a dispetto di questi sentori, è tutt'altro che un amaro in bocca: il carisma, la classe e la maestria del Poeta restano indiscutibili. Magari in prospettiva ricorderemo Dark Days come un disco di transizione, che documentava, per l'appunto, un periodo un po' buio.

giovedì 26 aprile 2018

Farlocco ‎– Tecnologia (1974)

Nello splendido Superonda, Valerio Mattioli giustamente dedica un lungo capitolo alla Library e spiega un retroscena alquanto curioso su questa ormai storica saga italica: ai tempi la Rai pagava un compenso per ogni passaggio in onda, e le decisioni sui materiali da accoppiare alle immagini spettava ad alcuni direttori artistici che in gran parte erano i compositori stessi; aggirando la regola del conflitto d'interesse per il quale un direttore non poteva assegnare musiche da egli stesso composte, si era generato così un circolo vizioso a base di scambi di favore fra questi musicisti che quasi sempre erano regolarmente assunti dall'emittente nazionale. Una questione tipicamente italica, mi verrebbe da dire, ma in fondo resta soltanto un retroscena e non va ad inficiare un testamento di portata che forse solo oggi, in termini di riscoperta, possiamo quantificare.
Il motivo per cui invece a volte i compositori si celavano dietro uno pseudonimo, invece, era legato a motivi contrattuali. Il nickname Farlocco è alquanto esilarante, ed era appannaggio di Stefano Torossi, un prolifico autore di colonne sonore diciamo sul versante più leggero del settore. Tecnologia invece faceva sul serio, allo stesso modo in cui lo faceva Giorgio Zanagoria Carnini oppure Amedeo Di Jarrell Tommasi. Pare infatti che fosse quest'ultimo l'esecutore materiale del disco, un allucinata sequenza di ritmi ossessivi ipercinetici (proto-techno, e cos'altro?), vortici inarrestabili, sbuffi meccanici, loop sintetici, ben pochi passaggi musicali in cui brillano le incursioni di mellotron, uno strumento piuttosto inedito per il settore. C'è poco da fare, abbiamo scovato un'altro capolavoro (ristampato una prima volta in Inghilterra nel 2008 e in Italia nel 2016); e continuiamo a scavare allegramente in questa miniera.

RIP Giancarlo Susanna

Non me lo immaginavo proprio, con quella faccia che oggi ho visto per la prima volta.
Questa è (credo) l'unica foto che si trova in giro di GS, appena venuto a mancare. Era stato uno dei protagonisti di Stereonotte durante i miei anni formativi, nella prima metà dei '90. Dico la verità, non era il mio preferito e non ero un ascoltatore assiduo delle sue puntate. Capitava che qualche sera mi attardassi a studiare e lui era nel primo turno, quello che iniziava a mezzanotte e si concludeva all'1.30. Aveva dei gusti abbastanza classici, trasmetteva cose gradevoli ma che non mi facevano impazzire. Tutte le sere registravo Planet Rock e se c'era qualcosa da salvare poi facevo la copia da una cassetta all'altra. Giancarlo Susanna non lo registravo neanche, ma a differenza degli altri che ruotavano, non potevo fare a meno di ascoltarlo fino alla fine.
Aveva uno stile unico, tutto suo. Era perfetto, compostissimo, imperturbabile, parlava con flemma, quasi soporifero, però quello che diceva era sempre interessante. Per questo motivo tutti lo ricorderanno così: un signore fra le penne rock italiane, non soltanto uno della vecchia guardia. 
RIP

martedì 24 aprile 2018

Yellow Swans ‎– At All Ends (2007)

A metà fra il brutale rumorismo degli esordi e le soluzioni più meditate della fine, Swanson e Saloman hanno dato vita al loro capolavoro, in forza di un omogeneità globale e di un imponenza colossale. Le eruzioni laviche della chitarra e i ronzii dell'elettronica; null'altro nelle 5 tracce di At all ends, che svetta come uno dei migliori lavori drone-noise che abbia mai ascoltato.
L'iniziale title-track sfoggia una linea di chitarra epica (e vagamente settantiana) che squarcia il rumore industriale sottostante. Ma è soltanto un preludio abbastanza deviante, perchè da Stretch the sands l'ambientazione si fa fosca, torva, allucinogena; questo è il noise del deserto, delle grandi ambientazioni (con qualche assonanza con i Barn Owl di Ancestral Star) ed anche delle contemplazioni, pur ruvidissime. Eccezionali le ultime due tracce, Mass Mirage, con la chitarra a disegnare orizzonti sterminati, e Endlessly Making... che passa da una specie di atmosfera desolatamente western ad esplosioni da far bruciare gli amplificatori. Un grande Saloman, chitarrista estatico e potente nelle sue scansioni ad effetto. Da manuale.

domenica 22 aprile 2018

Flour ‎– Luv 713 (1990)

Oscuro ed ormai dimenticato personaggio della gloriosa scuderia Touch & Go, Pete Conway in realtà ha un merito storico fondamentale: diede la folgorante idea a Steve Albini e Todd Trainer di fondare gli Shellac. Era stato bassista dei Rifle Sport insieme al grande batterista e poi si era messo in proprio col progetto Flour; per promuovere il suo terzo disco andò in tour con quei due, che già si conoscevano, e si rivelò una convivenza che fece scoccare la scintilla istituzionale.
L'influenza dell'occhialuto epoca-Big Black era evidente per Conway, vista la fragorosità incendiaria delle chitarre e la presenza di una incessante drum-machine; di quel suono però forniva una versione light, con una buona dose di melodie quasi pop, qualche componente gotica ed un pizzico di industrial-metal in stile Ministry. Un buon ibrido, che risente di una produzione un po' piatta ma resta molto molto interessante in chiave retrospettiva. Dopo un quarto disco nel 1994, Conway si ritirò dalle scene e di lui si è sentito parlare soltanto da parte di Albini, in un intervista in cui ne decanta le doti di cuoco.

venerdì 20 aprile 2018

Sun Araw ‎– "The Saddle Of The Increate" (2017)

Piaccia o non piaccia, la musica di Cameron Stallones può fregiarsi di un'originalità che ha ben pochi eguali contemporanei. Ed oltretutto il suo personale percorso ha tratteggi quantomeno intriganti: una decina d'anni fa, la partenza a base di psichedelia drogata, poi la virata ai tropici ed infine la ventata di surrealismo. Con questo ultimo, il californiano tenta persino di rilanciare sul piano hauntologico, con sonorità sempre più solari ma sempre più deformate, l'elettronica che a volte prende il sopravvento sulla sua chitarra, ma è un elettronica gigiona ed ilare; un doppio vinile che non stanca, le composizioni sempre strutturate in forma libera, la voce sempre a metà fra lo stupito e lo scazzato. E nel finale persino un paio di pezzi pop che non saprei se essere preoccupato o sghignazzare per l'evidente (presunta?) ironia con cui Stallones deve averli confezionati.
Insomma, uno spasso come sempre.

mercoledì 18 aprile 2018

Nihilist Spasm Band ‎– Vol. 2 (1979)

Il ballottaggio è plausibile; sulla NWW List sarebbe potuto esser stato questo, il prescelto, in quanto uscito nel 1979, ma indubbiamente il fascino di No Record resta insuperato e troppo coraggioso per essere sfidato. Tant'è che Vol. 2, replica a ben 11 anni di distanza, resta un oggetto misterioso ma in sostanza inferiore a quello storico debutto; quello che sembra mancare di più è il ringhio isterico di Exeley, qui confinato in pochi minuti, ma dopo 3/4 ascolti ciò che emerge inesorabile è la furia cieca che emerge soprattutto nei 17 minuti di Dum-de-dum, un campionario devastante di deragliamenti dissonanti, talmente sconclusionato da diventare quasi comico.
Un'ascolto quasi purificante, ideale per scaricare un po' di stress.

lunedì 16 aprile 2018

Idles ‎– Brutalism (2017)

Anche se forse fra qualche mese/anno non me ne ricorderò più, oggi ascoltare Brutalism dà una bella scossa di adrenalina. Facciamo un parallelo: se a qualcuno gli Sleaford Mods non piacciono perchè non suonano e sembrano artefatti per questo, gli Idles possono essere una soluzione. Perchè sostanzialmente si tratta della stessa cosa: la canzone di protesta, grezza e furiosa, energica e rozza. Soltanto che il quintetto di Bristol suona, chitarre, basso, batteria ed un cantante sguaiato dall'accento cockney e con diverse birre in corpo. E quindi per questo è molto più epidermico e diretto, anche se di fatto fa un genere vecchio e scontato: un punk martellante, al vetriolo, con qualche deviazione/rallentamento wave giusto in un paio di pezzi ed una coda diversissima quanto illuminata (Slow Savage, quattro note di piano spettrali mentre il cantante pensa che si tratti di un pezzo "normale"; direi geniale). Un disco sparato ai 100 all'ora che ha il merito di rivelare un talento notevole per un genere così abusato e inaridito; certi anthem sono davvero irresistibili e su 13 pezzi non ce n'è uno da buttare via. Bravissimi.

sabato 14 aprile 2018

Teardrop Explodes ‎– Peel Sessions Plus (2007)

Il lato più spartano e meno artefatto dei Teardrop in una provvidenziale antologia delle Peel e Skinner Sessions; dei più illustri complessi della new-wave, probabilmente sono stati gli ultimi ad essere oggetto di assemblaggio, e meglio tardi che mai. Come sempre in questi casi, si ha una prospettiva mai meno che interessante sulle renditions; con Balfe relegato a mero comprimario, il melodismo di Cope stravince a mani basse ed in queste 16 tracce registrate fra il 79 e l'82 si materializza sempre più lo spirito dei Doors ravvivato dall'aria frizzante del dopo-punk, per uno degli ibridi più brillanti che la new-wave abbia generato. Da accoppiare all'altrettanto brillante Zoology.

giovedì 12 aprile 2018

Kukan Gendai - Live@UrBANGUILD_20110923 (2011)

Con il ricordo ancora bello vivido del concerto che tennero un anno e mezzo fa dalle mie parti, l'ascolto di un bootleg dei Kukan Gendai, seppur di qualità sonora non eccelsa, rievoca nitidamente le tre sagome nipponiche, le loro movenze meccaniche e scandite e le loro intese infallibili.
Elaborato senza pause, questo live di mezz'ora mette in campo di fatto il materiale del secondo album, quello che ce li ha fatti conoscere (ma anche l'unico trovabile, direi), con un'anno di anticipo e quindi lascia sbigottiti ed interrogativi. Ben poco altro da aggiungere a quanto scrissi sul live dell'Area Sismica, pertanto, se non che mi è venuto in mente il buon vecchio Capitano, a differenza di allora. Ma tutto torna sempre, alla fine.

martedì 10 aprile 2018

Bitch Magnet ‎– Ben Hur (1990)

Viene generalmente considerato inferiore ad Umber, ma a mio avviso si tratta di dettagli come il pelo nell'uovo. Il capitolo finale dei BM resta un caposaldo del math-rock applicato alla forma canzone, un modello che prelevava le efferatezze dei Big Black e le ruvide melodie degli Squirrel Bait, le mixava e le proiettava in avanti, influenzando svariati acts successivi come Don Caballero (ovviamente Delatorre non era un batterista tentacolare come Damon Che, ma le strutture ritmiche dopotutto erano quelle), arrivando fino ad oggi con la legione dei post-metallari-rockettari che hanno infestato il mercato. Era un suono articolato, complesso e compresso che viveva di sincopi e singulti, desolate stasi slintiane, up-tempo serrati ai limiti del funk-core, deflagrazioni compattissime. Su tutti, l'iniziale Dragoon, un mastodonte di 10 minuti, e la finale Crescent, un'evidente anticipo dei Seam di Sooyoung Park e del loro atmosferico indie-rock che non raccoglierà l'eredità dei BM, ma aprirà nuovi e brillanti orizzonti.

domenica 8 aprile 2018

Supersilent ‎– 8 (2007)

Tutti i dischi dei Supersilent mi fanno lo stesso effetto: al primo ascolto, noia, interrogativi, dubbi e supposizioni. Al terzo/quarto qualcosa inizia a restare in mente, al quinto le cose si stabilizzano e i momenti topici restano. Su 8 ce ne sono almeno 3/4: la tempestosa eruzione vulcanica di 1, la magnifica letargia con chitarra brulicante di 5, l'acid-noise di 7, lo stranissimo quadro astratto di 4. Sul resto, le solite divagazioni con scampoli di jazz strafatto, elettronica zoppicante, silenzi misteriosi e deflagrazioni improvvise. Prendere o lasciare è il loro motto.

venerdì 6 aprile 2018

Echo & The Bunnymen ‎– Ocean Rain (1984)

Rivalutazione personale di un disco che ho sempre sommariamente snobbato, sarà l'invecchiamento oppure una fase in cui mi riscopro più melodista e fatico a digerire certe pesantezze. Certo che i primissimi restano capisaldi di un suono ruvido ed elegante al tempo stesso, ma Ocean Rain mandava in orbita anche commerciale una band giunta a maturazione e completamente contro l'andamento generale delle produzioni correnti. La fascinazione verso certi mostri sacri di un passato ancora non vetusto (riferimenti principali, i Doors più morbidi e lo Scott Walker della quadrilogia) portava i Bunnymen a confezionare un disco barocco e pregno di sinfonismo, con la vena psichedelica annacquatasi, i residui gotici andati perduti per sempre, una maggior cura per la composizione, l'istrionismo di McCulloch sempre più in vista. Particolarità rara dei dischi di successo, i pezzi più famosi sono anche i migliori, con la meraviglia di The Killing Moon a splendere sempre, le gemme My Kingdom e Ocean Rain a rilasciare emozioni ascolto dopo ascolto.

mercoledì 4 aprile 2018

Matt Christensen ‎- Honeymoons (2016)

Splendida scoperta, di questo cantautore chicagoano attivo da una quindicina d'anni nella band Zelienople, di cui però non ho alcuna conoscenza. Honeymoons è sostanzialmente un ennesimo raccoglitore dell'eredità degli ultimi Talk Talk e dei Bark Psychosis di Hex, ma con un ottica molto povera di romanticismo, algida ed ancor più rarefatta, ma non certo per questo fredda. Uno slacker elegante e raffinato, che con abilità conferisce un tocco europeista al suo dna americano (non a caso il disco esce per un'etichetta norvegese). Sei lunghi brani che si dipanano molto lentamente, poco meno che essenziali; al netto di qualche tastiera e qualche scarnissimo beat sintetico, la protagonista è la sua elettrica, pulitissima, squillante, riverberata, rilassata; Christensen è uno slow-hand illuminato che conduce le sue composizioni senza bussola, lasciandole andare alla deriva, sussurrando con discrezione liriche sparse, facendo galleggiare l'ascoltatore in un limbo irresistibile, da consumare avidamente, a ripetizione.

lunedì 2 aprile 2018

Scream From The List 69 - Paolo Tofani ‎– Indicazioni (1977)

Chitarrista degli Area, un ribelle fra i ribelli, il primo ad uscire dal quintetto storico, Tofani potè dare ancor più la stura alle sue velleità sperimentali partecipando alla serie DIVerso della Cramps, collana uscita fra il 75 ed il 79, sorta di fratello minore dell'altra Nova Musicha perchè meno ricordato o perchè più privo di nomi celebri a livello internazionale (vi figurarono anche i compagni Stratos e Fariselli). In Indicazioni il fiorentino faceva filtrare la sua Gibson attraverso un synth ed aveva, in caso di bisogno, l'opportunità di piazzare sotto i riflettori la sua tecnica che forse negli Area restava un po' all'ombra degli altri. E perchè no, anche il suo eclettismo e la sua inventiva: singulti atonali, febbrili sequenze di quello che sembrerebbe un tapping, sgocciolii desolati, una pausa suadente per stemperare il folle clima generale, un recitato femminile dall'erre moscia ad opera di tal Antonella Fattori, circuiti elettronici impazziti, ed un finale deviato verso un blues acustico psicopatico. Disco difficile, di una personalità fortissima: vien da pensare che se Tofani fosse nato a Londra anzichè a Firenze, sarebbe diventato una star al livello di Fripp.

sabato 31 marzo 2018

Shellac - Singles 1993-2000

Corollario di vinili 7'' che hanno contraddistinto la prima fase, più creativa ed esplosiva, degli Shellac of North America. E che hanno confermato la loro tendenza ad essere altalenanti, ad alternare cose mostruose ad altre scazzate e fuori fase, che vista così potrebbe anche essere letta come simpatica propensione a non prendersi troppo sul serio: io no, al primo ascolto di At Action Park li presi sul serio così tanto che da allora non ho mai smesso di incazzarmi per tutti i seguiti, al confronto di cui erano come minimo deludenti.
The bird is the most popular finger 7'', il primo della lista, titolo ironico in onore dei Six Finger Satellite di cui Albini aveva appena prodotto The pigeon is the most popular bird; poco più di un demo strumentale di Admiral e Pull the cup in chiave lo-fi; come premessa poteva anche essere interessante, ma col senno di poi è praticamente inutile.
Con The Rude Gesture (A Pictorial History), si inizia a fare sul serio ed il trio comincia a schiacciare sassi senza pietà, con The guy who invented fire e Rambler Song. The billiard player song indugia su lunghe pause quasi slintiane, mostrando anche il lato più frastagliato dello Shellac-sound.
Uranus, esplode la bomba sul pianeta. Doris e Wingwalker aggiungono, alla già oliata macchina da paura, un senso drammaturgico inimmaginabile e forse mai raggiunto da nessuno prima di loro.
Nel 1995, Billiardspielerlied per una indie-label tedesca, e siamo già al cazzeggio. Su un lato una versione live allungata ma tutto sommato non prescindibile di Billiard Player, sull'altro 1 minuto di chiacchiere fra Albini ed il pubblico di Amsterdam per denunciare il furto del giaccone verde di un loro amico.
La carrellata si chiude con due split, che fanno pensare quanto sia importante l'amicizia per Albini, molto prima che le pretese artistiche. Altrimenti non si spiegherebbe per quale motivo gli onorevoli Shellac dovessero condividere un pezzetto di vinile con due bands così mediocri come i Caesar nel 2000 (indie-emo-pop quasi imbarazzante) e i Mule nel 1997 (una parodia moscia moscia dei Jesus Lizard); forse per questo però si spiega perchè sui loro lati i tre non è che si sforzino di fare grandi cose: una Agostino un po' spenta e poco convinta ed una versione "soft" di Rambler Song, curiosa ma non certo imperdibile.

giovedì 29 marzo 2018

Adam Pacione ‎– Sisyphus (2005)

Impossibile non tornare ad una delle memorie più nitide della mia pre-adolescenza, leggendo per la prima volta il nome di questo ambientalista texano: il ricordo va al calciatore Marco, che una sera di primavera del 1986 divenne il bersaglio di una serie di improperi scagliati da mio padre come mai mi era capitato di ascoltare da parte sua, persona molto tranquilla e pacifica ma juventino sfegatato. Di sicuro milioni di altri gobbi quella sera lanciarono strali nei confronti del povero giovane attaccante che si impappinava davanti alla porta, e che si vide una promettente carriera stroncata sul nascere.
Adam invece è un compositore elettronico abbastanza canonico che ha rilasciato pochissimi album, e tutti nel decennio zero. Sisyphus è un lungo viaggio che sul nascere non sembra un granchè innovativo, ma è fatto dannatamente bene. Una filigrana ambient grossa, carica di bassi e di pulviscolo statico, un po' primo Ben Frost, un po' Basinski, un po' Labradford, un po' Stars of The Lid. Un'ora e un quarto di sano artigianato cosmico, non all'altezza dei maestri ma ricca di sensazioni pregnanti, grazie ad un mestierato poco discutibile.

martedì 27 marzo 2018

Franco Battiato - Battiato Pollution Happening (Live 1973)

Qualche parola su un importante reperto archeologico rilasciato dai ragazzi della Stratosfera, con corredo (a ragione) altamente emotivo per l'aver disotterrato un documento che alimenta, insieme ad un sano entusiasmo, il rimpianto per la scarsa qualità sonora. Un vero peccato, ma quando capitano questi casi il vero amante che non va per il sottile può anche pensare "beh, meglio che non averlo mai neanche sentito, no?".
Che i live di Battiato epoca Pollution fossero qualcosa di veramente anticonformista e che causassero reazioni molto forti, non era certo un mistero; lo stesso ne racconta, dalle pagine di Superonda, con toni trasognati, forse un po' pudici ma che non rinnegano di certo l'esperienza.
Un sano orgoglio invece è quello che il Maestro siculo dovrebbe sbandierare, perchè una volta fatto l'orecchio lo-fi a questo concerto del maggio '73 a Padova, si scopre un set da mozzare il fiato, che verteva principalmente su Pollution in forma continuativa, senza alcuna pausa, che passava da cavalcate grintosissime a deliri ed esplosioni di synth e VCS3, da far sembrare edulcorato il disco originale, con un quartetto di supporto a dir poco indemoniato (fra cui un giovanissimo Cacciapaglia alle tastiere, ma anche un bravissimo e misconosciuto Della Stella alla chitarra elettrica). Il rimpianto quindi resta, per chissà quale motivo di quel tour non sia mai uscita una registrazione dignitosa; forse Battiato pensava più che altro al lato artistico ed alle provocazioni di scena, il suo temporaneo mentore Sassi pensava troppo alle pubblicità, e a nessuno dei due venne in mente l'idea banale di registrare. Mi piace pensare che sia andata così.

domenica 25 marzo 2018

US Maple ‎- Acre Thrills (2001)

Al 4° album, per gli US Maple iniziò a farsi veramente dura, riproporre sè stessi dopo le mirabolanti imprese di Sang phat editor e Talker. Una proposta così borderline da rischiare di diventare lama a doppio taglio, di diventare auto-parodia, ed invece. Nel lotto, a parte un paio di pezzi più accessibili della media, i quattro riuscivano ad ingarbugliare ancor di più la matassa, in primis dal punto di vista delle ritmiche, mai così spezzettate. Di certo con Acre Thrills non guadagnarono nuovi fans, tant'è che la loro parabola era verso fine corsa. Destino amaro dei grandi, quello di restare incompresi al grande pubblico e di far storcere il naso alla critica.

venerdì 23 marzo 2018

Tindersticks ‎– Tindersticks II (1995)

Poche proposte furono così fuori moda ai tempi come quella dei Tindersticks, che dopo un disco d'esordio che aveva piacevolmente spiazzato un po' tutti, decisero di ripetersi senza remore. Ovviamente li snobbai del tutto nonostante il grande successo di critica; non era il periodo giusto per farsi avvolgere dalle loro solenni ballad noir, che su questo secondo rilanciavano l'afflato orchestrale. Ero ancora troppo preso dalle chitarre, c'era poco da fare...
Non è mai troppo tardi per ripescarli e lasciarsi scorrere addosso l'eleganza di Staples, ai tempi novella fusione di Nick Cave e Scott Walker senza aver di loro nè la voce nè la perdizione, ma dotato di un bagaglio romantico intenso e posato, così british ed europeo al tempo stesso.

mercoledì 21 marzo 2018

Airportman ‎– Letters (2008)

Chiamarsi come il primo pezzo di Up! dei Rem, forse una delle tracce meno digeribili per i fans più puri del quartetto-poi-trio di Athens, sempre che fosse questa l'origine dell'ispirazione, è stata una stranezza che non mi ha mai indotto all'ascolto di questo prolifico (10 dischi in 10 anni) gruppo cuneense; che poi sapessi che tutto era fuorchè un clone della banda di Stipe, non importava.
Oggi, ascoltandoli per la prima volta, mi rendo conto che non è stato giusto, perchè almeno Letters è un disco che, seppur abbastanza monocromatico, riluce di un eleganza formale e rustica al tempo stesso, intriso di una malinconia cinematica che a tratti ha del sublime. L'ispirazione può esser derivata dalle tristi nenie dei Black Heart Procession, o dalle tessiture agresti dei Drunk, o dalle rarefazioni di Mark Hollis; composta da 9 tracce senza titolo, è un'unica grande meditazione dal sapore rurale (evidente tratto dna piemontese, mi ha anche ricordato i Madrigali Magri, nonostante le evidenti differenze), priva di qualsiasi ritmica, con un cuore grande così.

lunedì 19 marzo 2018

Minutemen ‎– The Punch Line (1981)

Esagerati fin dal primo album. Sorridenti, sornioni, sensibili e terribilmente coesi. Con un senso dell'etica difficilmente descrivibile se non nell'ampio capitolo alla loro storia dedicato nel bellissimo Our band could be your life. Una band che poteva nascere soltanto negli USA reaganiani, come contrasto all'atmosfera opprimente e violenta di quegli anni.
The punch line fu il primo disco dei Minutemen, contiene 18 pezzi e dura 15 minuti ed è una carrellata genialoide di micro-pezzi sincopati, per nulla acerbi per un esordio. Certo, non è epocale come Double nickels on the dime, ma la pasta era già quella. Serve altro?

sabato 17 marzo 2018

Aidan Baker ‎– Dog Fox Gone To Ground (2006)

Altra scoperta durante letture estive di Blow Up di 10 e più anni fa che non avevo neanche comprato all'epoca; ho trovato sorprendente come già allora Baker potesse ricevere un'8/10 dato che già allora era spaventosamente incontinente, ma questo Cd-r per l'italiana Afe in effetti si rivela un ottima suite in 5 parti in cui il canadese suona soltanto chitarra acustica, sia al naturale che passata attraverso effetti (passi per i drones, ma come fa ad ottenere il feedback, vien da chiedersi?). La sensibilità più estatica e delicata di Baker trova un eccellente veicolo espressivo, strutturalmente improntato sul minimalismo; i 5 temi scorrono placidamente, reiterati con dolce ossessività e senza alcuna fretta, generando un paesaggio astratto ma al contempo ricco di fascino. La ricerca del suono dell'anima, direttamente dalle corde di nylon.

giovedì 15 marzo 2018

Swans ‎– White Light From The Mouth Of Infinity (1991)

Già con Children Of God sembrava impossibile che fosse lo stesso protagonista che aveva iniziato la saga Swans su coordinate che più bieche non si poteva. La progressione di Michael Gira verso un suono ancor più orchestrato e mellifluo trovò così la sua foce naturale in White Light From The Mouth Of Infinity, disco storico anche perchè fu il primo numero in catalogo della sua Young God.
Questa ossessione per un Dio così ricorrente fece intuire che sì, l'ex indemoniato aveva visto la luce, ma era una luce tutta sua. Le armonie così solenni, gli arrangiamenti cristallini sostenuti dal suo baritono impassibile, la sua ispirazione cosmica in pezzi dalle strutture semplicissime e circolari, rendono a tutti gli effetti il disco il parto di un songwriter, al punto di confinare Jarboe in un paio di episodi. Nonchè uno dei suoi capolavori gotici.

martedì 13 marzo 2018

Laddio Bolocko ‎– Strange Warmings Of Laddio Bolocko (1997)

Potentissimo, delirante e contorto avant-math-noise da parte di un quartetto newyorkese dalla vita breve ma con ramificazioni ben cementate nel giro cittadino di questo tipo di avanguardie soniche senza controllo. Forti di un bagaglio tecnico notevole, svilupparono le lungimiranze dei King Crimson di Red e dei This Heat di Deceit contaminandole con un approccio quasi jazz, sia per la presenza di un sax molto free che per l'attitudine alla jam, per approdare ad uno stato di noise-trance quasi ipnotica nel suo dipanarsi senza bussola. Questo fu il loro primo album e sarebbe stato quasi un masterpiece se non fosse stato inquinato dalla traccia finale, che si prolunga inutilmente per 34 minuti, decisamente un po' troppo anche se preso in ottica minimalistica.

domenica 11 marzo 2018

Lee Rockey ‎– Music (2007)

Prezioso recupero da parte di una delle etichette weird americane più rappresentative degli ultimi dieci anni, la De Stijil, che ho intercettato nella sezione Rewind di un Blow Up di diec'anni fa letto per puro completismo la scorsa estate, con un rarissimo 8/9 di Federico Savini.
Un disco che più NWWlistiano non si potrebbe, una vera e propria out-take se non fosse che questi nastri furono registrati fra la la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70 ma restarono sepolti per una quarantina d'anni, per essere pubblicati solo dopo la morte di Rockey. Americano, in vita fu essenzialmente un batterista di jazz da big band ma che dopo i 40 anni si diede a questa forma di sperimentazione solista (chiamare il disco Music forse non è stata un'idea molto illuminante, a meno che non ci sia un'intenzione puramente ironica) dell'assurdo, con un coacervo impossibile da districare per nastri, violino, violoncello ed oscillatori. Un bubbone di mezz'ora abbondante che tramortisce, lascia sbigottiti e fa quadrare il cerchio del motivo per cui, a partire dagli anni '80 divenne un collaboratore abituale degli Smegma, che lo scoprirono in queste sue coraggiosissime e carbonare escursioni. Ma Rockey, rispetto ai californiani, era davvero superiore di diverse spanne ed in questa mezz'ora riesce a sconcertare sul serio e far sembrare dei pivelli tantissimi altri sperimentatori ben più conosciuti.

venerdì 9 marzo 2018

Parquet Courts ‎– Human Performance (2016)

Lou Reed, Sonic Youth, Feelies, Wire, Fall, Liars, U.S. Maple, Trumans Water, Velvet Underground, Galaxie 500, Bedhead, Devo, Swell Maps, ed altri che adesso non mi vengono in mente. Ascoltando Human Performance questi sono i nomi più o meno storici che vengono in mente, e basterebbe per liquidare i PC come dei semplici citazionisti senza tanta personalità, cosa che peraltro verrebbe istintiva dopo averne letto alcune recensioni. Diciamo che l'unico motivo per cui li ho ascoltati è dovuto al fatto che qualche mese fa Mark Kozelek ha fatto il suo milleunesimo disco col bassista Yeaton, quindi la curiosità è regina. Ed è una buona rivincita dell'indie-wave-pop americano e di alcune sue deviazioni, di un suono passatista ma che con una produzione ben rifinita (Rough Trade) può ancora far divertire. Le filastrocche rotolanti sono contagiose, le variazioni giuste e ben piazzate, il complesso più che godibile.

mercoledì 7 marzo 2018

Peter Hammill & The K Group ‎– Live At Rockpalast - Hamburg 1981 (2016)

Per me, hammilliano di ferro puro, la breve fase del K Group non è mai diventata una passione e forse lo stesso è successo per altri. Il rilascio di questo dvd pertanto si rivela occasione di revisione; trattasi, nel suo formato audio, del condono di un bootleg italiano diffuso 25 anni fa e mai regolarizzato, forse perchè i diritti erano detenuti dai tedeschi che filmarono l'evento, i quali evidentemente non si interessarono mai a trasformarlo in supporto commerciabile. Pertanto si tratta di un prodotto non controllato da PH, in merito al quale nella sua newsletter ha definito il K Group un gruppo divertente ma con momenti molto seri. Non si spiegherebbe altrimenti il suo abbigliamento durante la serata in oggetto, consistente in un'improbabile camice azzurro da ospedalizzato ed una fascia bianca fra i capelli...per tacere del cappellino parziale con visiera trasparente di Evans.
La revisione, comunque, è passata. Dicevo che non ho mai amato molto il K Group per il suo suono ispido che lasciava ben poco spazio alla teatralità ed alle acrobazie tipiche di PH, sia precedenti che successive del suo repertorio, in quegli anni molto asciutto e sfuggente al passato sia solista che VDGG. Probabilmente funziona perchè negli ultimi tempi non ho ascoltato il mio beniamino e riprenderlo con questo show mi permette di esaminarlo con criterio lucido; Evans e Potter non hanno bisogno di elogi aggiuntivi, Ellis dopotutto era un'ottimo gregario anche se dal suono monodimensionale. E la performance di PH, in una parola, stratosferica vocalmente e senza sbavature strumentali. Un opportuno ripescaggio.

lunedì 5 marzo 2018

Algiers – The Underside Of Power (2017)

Neanche due anni dopo il sorprendente esordio, gli Algiers tornano più pompati che mai dalla Matador, forti di un nuovo acquisto alla batteria, l'ex-Bloc Party Tong, che detto così a bruciapelo potrebbe sembrare fonte di pericolo, ed invece si limita (o viene limitato?) a fare il gregario.
Perchè, svanito l'effetto sorpresa di Algiers le nebbie si diradano e viene fuori il valore effettivo di una proposta che resta davvero valida ed originale. Quell'elettro-gospel decadente di ghiaccio bollente che aveva catturato la nostra attenzione è rimasto sostanzialmente sè stesso, con qualche variante e qualche punto in più a favore della musicalità/negritudine in senso stretto (la title-track ci suggerisce che il futuro potrebbe pendere da quella parte, e la prospettiva non sembrerebbe davvero male!), senza nulla togliere alla teatralità apocalittica che regna alla base dell'Algiers-concept. Quindi, un altro bel colpo che non supera il debutto, ma fare di meglio sarebbe stato quasi impossibile, restando nella stessa area.

sabato 3 marzo 2018

Scream From The List 68 - Cabaret Voltaire ‎– Three Mantras (1980)

Un'altra scelta bizzarra della Audion Guide, quella di indicare questo episodio laterale dei CV anzichè il primo e ben più rappresentativo degli esordi Mix Up. Laterale in quanto programmaticamente fuori se non frutto di provocazione bella e buona, non inserito nell'elenco degli album ufficiali: visti i 40 minuti di durata, difficile definirlo un EP. I Mantra inseriti non sono certo 3 bensì solo due, uno Western e l'altro Eastern, e sono lunghissime digressioni minimali; la Eastern è quella chiaramente orientale, con samples di musiche arabe ed indiane, canti di muezzin, percussioni, scampanellii e fiati tipici, ma con un loop vocale androide inarrestabile (ad occhio e croce dice build the wheel) ed un ronzio elettronico a rendere più ossessivo e straniante l'effetto complessivo.
Più musicalmente interessante la Western, una tirata acidissima su ritmo incalzante, con chitarre muriatiche, nastri impazziti, synth beffardi e voce declamante, senza dubbio più figlia di quella new-wave degenere che i CV hanno contribuito a forgiare con quel capolavoro che fu il debutto.

giovedì 1 marzo 2018

Sufjan Stevens ‎– Carrie & Lowell (2015)

Delizioso folk-pop da cameretta per un autore che, in tutta sincerità, ho sempre bellamente ignorato fin dai primi anni zero. La colpa è (quasi) tutta da imputare alle recensioni pedanti di certe firme pesanti di Blow Up alle quali ormai non faccio neanche più caso, salvo nomi già conosciuti con cui ci si può trovare anche d'accordo; certi toni trionfalistici non fanno per uno come me, se poi si parla di indie-pop ed aree affini, l'allergia è quasi automatica.
Però ad uno così osannato, prima o poi, una chance bisogna concederla e Carrie & Lowell, sorta di concept dedicato alla madre defunta, è davvero un gran bel disco, di quelli monolitici che colpiscono il segno con la loro omogeneità e focalizzazione. Un disco low-tech, con pochi overdub ed i toni alti al minimo, che vive in una dimensione ovattata e sognante. Voce e chitarra oppure voce e tastiere, per un confessionale a cielo aperto diviso in 11 squisite vignette melodicamente disarmanti, su cui Stevens canta delicatissimo, con zero estensione e poca più emotività.
Su queste 11, almeno 4-5 sono di quella stoffa pregiata che solo i più dotati cantautori possiedono e si scolpiscono nell'immediato in testa. Ed allora tocca tornare indietro nella discografia, credo...

martedì 27 febbraio 2018

Nick Drake ‎– Bryter Layter (1970)

Ricordo distintamente la prima volta che sentii Nick Drake; era l'estate del 1994, periodo mondiali americani, e dalle frequenze gloriose di Rai Stereonotte, Max Prestia dedicò all'inglese uno speciale di una mezz'oretta.
Non ho mai perso la testa veramente per i tre dischi di Drake come invece è successo a molti altri, devo essere sincero; oggi ho riascoltato Bryter Later dopo credo 15 anni, e l'ho trovato fresco ed elegante, immutato nel tempo, genuino. Al di là della portata artistica dell'autore, ciò che mi segna di più resta la storia di questo ragazzo inglese benestante classe '48 che trovò nella musica la sua gioia di vivere ma anche la sua disperazione e, indirettamente o no, la sua morte, volontaria o no che fosse. Nelle sue canzoni resta sempre quest'aria mista di leggerezza e melanconia che lascia un retrogusto strano: destino dei grandi, dei nominati al sacrificio. Come nel caso delle giovani morti di quegli anni, restano interrogativi ed il patrimonio, specialmente nei casi più stringati, assume valore incalcolabile. Con la sua amara spensieratezza, Bryter Later è a mio avviso il suo migliore.

domenica 25 febbraio 2018

Roly Porter ‎– Third Law (2016)

Nuove emissioni sulfuree di ambient-core da parte dell'inglese Porter, con questo terzo tornato ai livelli temibili del brillantissimo esordio. Rispetto ad allora, la sua elettronica si è fatta più apocalittica e rovinosa, con visioni brutali in abbondanza e la perdita di quell'oncia di innocenza che caratterizzava certi tratti. Vengono a mancare quindi slanci melodici in favore di un'ottica schizofrenica, con stop and go da cardiopalma e frequenze nevrotiche fino al collasso; Porter si è incattivito? La terza legge è forse quella che non perdona? Fatto sta, siamo di fronte al presente dell'elettronica che non fa compromessi, che è libera da vincoli, che interpreta il malore verso cui va il pianeta. Almeno è così che la interpreto io, e credo che Porter stesso snocciolerebbe un sorrisetto di approvazione.

venerdì 23 febbraio 2018

Egisto Macchi ‎– Pittura Contemporanea / Pittura Moderna N.1 & 2 (1975)

Continua imperterrita l'opera della Cinedelic, che nel giro di appena due anni si è resa protagonista di ben 8 fra ristampe e recuperi dalla polvere di materiale del benemerito maestro Macchi. Imponente in questo caso l'operazione dedicata alla pittura, con ben 3 vinili di sonorizzazioni registrate nel 1975, di cui soltanto Contemporanea aveva visto la messa su disco all'epoca.
Se di Macchi abbiamo potuto apprezzare maggiormente le opere più visionarie, avanguardistiche ed incompromissorie, non dobbiamo dimenticarci che anche in ambito neoclassico ha avuto la sua voce in capitolo e questa trilogia giganteggia come esempio, e non abbiamo scandagliato neanche la metà della sua discografia. E' una miniera di partiture surrealistiche, melanconiche, disincantate, meditabonde, e come capita alla migliore library, immaginiamoci di entrare in una infinita galleria d'arte dove possiamo gustarci tutto il meglio delle correnti, senza fiato ma senza fretta. 
Gemme di altre epoche.

mercoledì 21 febbraio 2018

Picastro ‎– Whore Luck (2007)

Band canadese in attività dai primi anni Zero, dedita ad un post-slow-folk anemico, debosciato e fragile come il timbro vocale della leader, Liz Hysen. Un suono non particolarmente originale, che trae spunto da esperienze ben precedenti col violoncello in evidenza, ma che guadagna valore per le composizioni meditabonde ed abbandonate ad un esistenzialismo che si taglia col coltello. Sicuramente predisposto per un ascolto autunnale, Whore Luck vive i suoi momenti migliori quando certe digressioni vagamente slintiane prendono il sopravvento, creando una tensione sottopelle che bilancia alla perfezione le derive più slacker del corpo del disco. Un complesso che non sarà eccezionale, ma riesce a lasciare un segno tangibile.

lunedì 19 febbraio 2018

Sound – Shock Of Daylight & Heads And Hearts (1984-1985)

Piccolo legame affettivo; acquistai questo cd, che fu il primo numero di catalogo dell'inglese Renascent nel 1996, dal mio amico Pig che con strategia da buon commerciante fece leva sul fatto che: 1) non avevo mai sentito parlare dei Sound, e io pischello ne dovevo ancora mangiare tanti, dei panini new-wave, per diventare un intenditore; 2) era un carinissimo cartonato dalla grafica elegante; 3) i due titoli ivi contenuti, il mini Shock Of Daylight del 1984 e l'Lp Heads And Hearts del 1985 comparivano su compact disc per la prima volta. Ovviamente, optai per l'acquisto dopo un ascolto accurato e lo portai a casa dove è rimasto per oltre vent'anni fino a quando, poco tempo fa, l'ho rivenduto su Discogs all'equivalente del doppio in Euro di quanto lo pagai, perchè nel frattempo è diventato una piccola rarità. Fine della storiella.
Per quanto riguarda i contenuti, qui i Sound sono all'indomani della scelta autolesionistica di rifiutare offerte major e restare indipendenti; con quel caratteraccio che Borland si ritrovava, difficilmente avrebbe fatto i soldi, ma nonostante questo i due vinili si intestardivano sul wave-pop atmosferico di formula coniato, potenzialmente di successo come più o meno tutto ciò che fecero. Il mini è di qualità superiore, con due pezzi clamorosi come Longest Days e Dreams than plans, il LP è sotto quella media e fa centro con Total Recall e World as it is. La ristampa era di dovere, il meglio i Sound forse l'avevano già dato ma restavano una band di razza anche verso la fine.

sabato 17 febbraio 2018

Origami Arktika ‎– Trollebotn (2007)

La tradizione folk norvegese attualizzata tramite un ensemble aperto, legato ad un collettivo multi-artistico. Un mondo distantissimo, ma ricco di fascino, perfettamente inquadrato da un'interessante intervista al vocalist degli OA, il quale analizza con lucida freddezza scenari socio-politici della propria patria. Trollebotn riprende quelli che da noi si chiamerebbero stornelli o filastrocche popolari e le trasla in ipnotici mantra permeati da un freddo che pare quasi percepibile all'ascolto. E' alquanto percepibile una relazione più che remota con l'area psichedelic-folk, mentre un basso profondo regala persino sensazioni pseudo-dub nelle tracce più ritmate. Al primo ascolto potrebbe tediare, vista anche la voce perfettamente stonata, ma già al secondo, una volta che ci siamo messi addosso un bel giaccone di renna, non possiamo fare altro che abbandonarci davanti al fuoco e alle visioni quasi mistiche di questi suoni.

giovedì 15 febbraio 2018

Caravan ‎– In The Land Of Grey And Pink (1971)

Difficile dare l'etichetta prog-rock a quello che è uno dei manifesti principali della Canterbury bene, e che devo dire la verità, ho snobbato per tantissimi anni, salvo poi rivalutarlo oggi. Ne capisco il motivo: pur condividendone le radici, la musica dei Caravan è diversissima dai miei paladini Soft Machine; solare, sbarazzina, romantica. In una parola, è pop travestito da un abito sofisticato, per questo è improprio affermare che il quartetto faceva prog: l'esempio più lampante è Love to love you, di un melodismo smaccato seppur mosso da un tempo dispari. I Caravan suonavano asciutti ed essenziali seppur la tecnica non mancasse loro. Ma tuffandosi a pesce nei 22 minuti di Nine Feet Underground, ci si può dolcemente abbandonare in un mondo fatato, che sorprendentemente suona ancora fresco e con la sua trama raffinatissima può corrompere anche gli animi che del progressive amano i lati più oscuri e contorti.

martedì 13 febbraio 2018

White Birch ‎– Star Is Just A Sun (2002)

Non capisco davvero come sia riuscito a sfuggirmi questo stupefacente disco al tempo, evidentemente le segnalazioni non si sprecarono oppure era un periodo in cui avevo momentaneamente mollato con questo tipo di sonorità. White Birch, un nome un po' ingombrante per una band peraltro formatasi appena due anni dopo l'imponente capolavoro dei Codeine; un trio norvegese che, partito da un substrato art-indie-noise, con Star is just a sun implose come uno degli eredi più credibili non certo dei re dello slow-core (con cui condividevano di fatto soltanto il numero di bpm), ma io direi più degli ultimi Talk Talk e dei Bark Psychosis di Hex, ma con un suono ancor più rarefatto, con una voce fragile e tremolante ed arrangiamenti misurati, quasi sempre guidati da un pianoforte serafico. Alle evanescenze, alle indulgenze, al rumore dell'anima, i WB hanno aggiunto una dose massiccia di incontaminata melanconia scandinava (paragonabile a quella sprigionata dai finlandesi Tenhi); un disco ammaliante, non dico commovente ma in grado di sciogliere anche i ghiacci più irriducibili. Non a caso, ristampato ad appena 13 anni di distanza dalla stessa etichetta, l'inossidabile Glitterhouse. Non capita a tanti.

domenica 11 febbraio 2018

Achim Reichel - AR3 (1972)

Nello stesso anno del suo capolavoro con i Machines, Reiche licenziava un'altro disco a nome AR3, inevitabilmente in tono minore viste le differenze strutturali: label minore anzichè la Polydor, un tal Kuckuck in cabina ingegneristica al posto di Conny Plank, una strumentazione ridotta praticamente a power trio, seppur con un paio di musicisti in comune. Nonostante certe premesse scoraggianti ed uno status pressochè di jam lasciate fluire in libertà, l'ispirazione è ancora altissima: mancano gli slanci mistici che elevavano Echo a pietra miliare, al cui posto regna una compattezza ed una spinta ritmica grintosa. Un disco nervoso contraddistinto da strumming chitarristici incendiari, AR3, depurato da qualsiasi orpello; gran bel sentire, ovvio.

venerdì 9 febbraio 2018

Jesu / Sun Kil Moon ‎– Jesu / Sun Kil Moon (2016)

Se qualcuno avesse immaginato la joint-venture una ventina d'anni fa, l'ipotetico interlocutore gli avrebbe risposto: Ma sei matto, ma cosa vai a pensare, ma cos'avrebbero da spartire, lontani anni luce...Ed invece, a metà anni '10, eccoli qui a fare un disco insieme che ho accolto con grande curiosità e traendone altrettanto piacere. Non è che faccia la rivoluzione, sia ben chiaro: si mettono in campo i trademark, considerando che come scrissi per Ascension la musica di Broadrick negli ultimi anni si è curiosamente avvicinata a quella del suo più recente boss discografico. Ed il risultato, in fondo in fondo, era quasi pronosticabile: lente ed ispide canzoni dream-metal-gaze in classico Jesu su cui Kozelek srotola il suo autobiografico, dilagante sproloquio con sempre più stranezze assortite (come co-accreditare il defunto Chris Squire o un paio di fans), a conferma del fatto che a 50 anni è sempre più difficile trovare spunti lirici. Ma a me conta il risultato musicale, qui c'è e si misura anche nelle varianti come l'elegante e delicata Exodus, frutto di un incursione di Connolly dei Desertshore, o nel cantautorato ambient finale di Beautiful You, un quarto d'ora di pace interiore. Magari nel complesso un dieci minuti in meno ci sarebbero stati bene, ma la sostanza è che questo superduo ha fatto centro.

mercoledì 7 febbraio 2018

Peter Zummo ‎– Zummo With An X (1985)

Spesso ricordato per le assidue collaborazioni ai dischi di Arthur Russell, Zummo è un trombonista statunistense attivo da sempre in diverse aree art che pervenne al debutto solista a quasi 40 anni, con questo gioiello di minimalismo. Diciamocelo, il suono del trombone è buffo e divertente, no? Bene, con Zummo with an X lo diventa ancor di più, ma trasportato in un'area grigia e surreale.
L'ho scoperto grazie alla recensione entusiastica di Mattioli riguardo alla ristampa in cd del 2006. E' diviso in 3 tronconi: Instruments, registrato nel 1981 per quartetto con tromba, marimba e cello (ovviamente Russell); sette brevi vignette irresistitibili di minimalismo e disincanto. Song IV, del 1985 con tabla e cello amplificato, una stratosferica jam di 20 minuti. Lateral Pass, del 1985, colonna sonora per un balletto, rilanciava l'assetto con l'aggiunta di percussioni ed accordion, per un approccio più ricco ma sempre fatto di tocchi rarefatti e ben misurati; appropriatissima, per la ristampa, l'inclusione della ripresa abbreviata di 5 minuti della Song IV.
Sarà facile approfondire la discografia di Zummo, perchè sono solo 4 dischi in 30 anni; non avrà sprecato una nota che fosse una.

lunedì 5 febbraio 2018

If These Trees Could Talk ‎– The Bones Of A Dying World (2016)

Approdato sorprendentemente alla Metal Blade, il quintetto ohioano sforna il suo terzo disco con il passo lento di chi vuole fare le cose con cura, senza fretta, a 4 anni dal precedente Red Forest.
Novità? Meno di zero. Il solito epic-instru, compattissimo, muscolare ed evocativo; si potrebbe notare qualche macigno chitarristico in più (per compiacere la nuova casa?), ma di progredire verso qualcosa di inedito non se ne parla neanche; è la solita mistura di Explosions, Astronaut ed affini. 
Giuro che mai avrei immaginato di poter esclamare ancora la frase Chissenefrega se il genere ha già espresso tutto il suonabile, noi ne vogliamo ancora, eppure è ancora così. Per un genere come l'epic-instru che, a meno di 15 anni di vita sembra invecchiato come Matusalemme, è un iniezione di benessere, al di là dei compartimenti stagni. Il disco è rigoroso, espanso e coinvolgente, punto e basta.

sabato 3 febbraio 2018

Giusto Pio ‎– Motore Immobile (1979)

A 50 anni superati, con un impiego sicuro di violinista classico assunto all'orchestra Rai, il veneto Giusto Pio si rimise in discussione ed iniziò a collaborare con Battiato, dapprima al tramonto della sua prima fase sperimentale e poi addirittura come co-compositore nei primi album della sua fase pop. Al contempo, inoltre, pubblicò Motore Immobile per la Cramps, con cui dava la stura alle sue velleità minimalistiche. Costituito da 2 pezzi di un quarto d'ora, il disco è una meditazione pacifica giocata su bordoni immobili di organo, sottili increspature di violino, mormorii estatici (a cura di Battiato sotto falso nome), caleidoscopi di arpa, il cui ascolto fu consigliato a volume basso. Non fu forse un capitolo così avanguardistico, visto l'anno di uscita, ma le ristampe che si sono succedute nell'ultimo ventennio (di cui l'ultima l'anno scorso, in 500 vinili) confermano che in ambito italiano fu un episodio anomalo e curioso, che si lascia ascoltare tutt'ora con piacere.

giovedì 1 febbraio 2018

Scream From The List 67 - John Cage With David Tudor ‎– Variations IV (1966)

Alquanto improbabile scrivere qualcosa su quello che più che un musicista o compositore d'avanguardia è stato un filosofo applicato al suono, alle sue possibilità ed alle sue derive. Fiumi di pagine sono stati spesi a riguardo di questo personaggio totalmente inclassificabile, figuriamoci se io con la mia limitata cultura posso aggiungere altro. Almeno un ascolto lo meritava, Gianni Gabbia; questo collage dell'assurdo ha senz'altro rappresentato un influenza per NWW, e pazienza se il concetto supera ampiamente il risultato sonoro, sostanzialmente un pastone lo-fi per giradischi, frequenze radio e rumori di varia natura che ha un suo indubitabile fascino.

martedì 30 gennaio 2018

Roger Eno ‎– Voices (1985)

Sublime, incantevole piano music nel debutto di Eno jr. Una carriera, la sua, votata in maggior parte a collaborazioni con nomi più o meno illustri. Due anni prima il fratellone Brian lo aveva chiamato a partecipare ad Apollo, per introdurlo alla discografia: evento che non si ripeterà più. Mi interrogherei piuttosto su come non si sia mai materializzata una joint venture col grande Harold Budd, che almeno su Voices sembra essere il nume tutelare principale (si è fatto anche il nome di Satie, ma a mio avviso solo per le strutture compositive più che per le atmosfere). Il pianismo placido di Eno, proveniente direttamente dall'anima, si dipana meravigliosamente attraverso 11 tracce fra l'introspettivo, il melanconico ed il paradisiaco, eseguito su un elettrico sintetizzato coi riverberi incorporati; non mi verrebbe da dire che su un acustico sarebbe venuto meglio, perchè non lo credo, in fondo. Quando c'è un cuore così, il mezzo espressivo è solo un dettaglio.

domenica 28 gennaio 2018

Gnac ‎– The Arrival Of The Fog (2007)

Deliziosa musica cinematica ad opera dell'inglese Mark Tranmer, con un progetto dal nome rilevato direttamente da un libro di Italo Calvino. Strumentali delicati, autunnali, melanconici ed eterei che hanno l'unico limite di essere eseguiti in gran parte al computer o con strumenti sintetici: per composizioni così umilmente umane sarebbero stati molto più calzanti degli arrangiamenti acustici, con un quartetto d'archi magari; ne sarebbe uscita una fantastica soundtrack da camera. Evidentemente Tranmer non ha avuto i mezzi necessari oppure se n'è semplicemente fregato, chi può dirlo. Ci teniamo The arrival of the fog così com'è, con questi quadretti impressionistici dalle strutture circolari che possono ricordare più di una volta le partiture più leggere di Morricone. Un calo nel finale non impedisce comunque di innamorarsi di squisitezze come Nautical Episodes, Vetchinksy Backdrop, Vertical Features, Horizontal Happiness.