domenica 28 febbraio 2016

Message To Bears ‎– Maps (2013)

 
Avevo partecipato spontaneamente al crowfunding per Folding Leaves, dopo la folgorazione per il debutto di Jerome Alexander, ma il risultato non mi aveva entusiasmato: la svolta cantautoriale con iniezioni di un'elettronica discreta non mi sembrava decisamente nelle sue corde, facendo svanire gran parte della magia. Forse l'operato di Kenniff al mastering l'aveva influenzato un po' troppo.
Ascoltando Maps, comprendo che invece si trattava di un episodio di transizione. Si tratta di un rilancio in bello stile; la chitarra resta sullo sfondo in favore di una decisa esposizione di piano e tastiere, beats sintetici, voce e, novità, grande profusione di archi ad opera dell'impeccabile Tim Gill. 
Laddove Folding leaves deludeva, ovvero nelle composizioni sfocate ed in una incertezza generale, Maps ne esce vittorioso con 9 pezzi concisi e delicati: lo spleen gentile di Alexander abbraccia consolatorio e scalda come un focolare in pieno inverno. Memorabili You are a memory, I know you love to fall e Moonlight.
Bentornato.

venerdì 26 febbraio 2016

Lawrence English ‎– Wilderness Of Mirrors (2014)

Australiano, English fa parte di quella corrente di artisti elettronico-ambientali dal piglio più fragoroso e scultoreo, per farla breve epigono di Ben Frost e Tim Hecker, i nomi di punta internazionali del filone, con i quali peraltro ha già collaborato.
Al contrario dei due, però, ha pubblicato una media di 3 dischi all'anno, pertanto risulta difficile dare un giudizio globale di quanto realizzato. Wilderness of mirrors si segnala per un omogeneità quasi impressionante, per il suono compatto ma costantemente increspato dalle ruvidezze, per certi climax che lo rendono quasi rabbioso e schiumante.
Non si tratta di un disco facile neanche per le orecchie abituate a questa materia; ha bisogno di più ascolti per essere assimilato e anche dopo essi non è semplice trovare una messa a fuoco. Non lo definisco un capolavoro perchè i due sopracitati hanno fatto di meglio, ma l'impatto è di quelli che non lasciano indifferenti.

mercoledì 24 febbraio 2016

Pholas Dactylus ‎– Concerto Delle Menti (1973)

Ingiustamente ignorato quando si parla di It-prog e dei suoi nomi principali, Concerto delle menti fu uno degli esempi più brillanti di ricerca ed originalità; a dispetto di un impronta italo-mediterranea che contraddistingueva la maggior parte dei gruppi, il sestetto milanese prediligeva un approccio freddo, razionale per non dire cinico, a causa anche del fatto della voce recitata di Carelli. Punto non di forza, ma di sicura originalità.
L'aspetto più interessante sono le trame sincopate e le tessiture astruse che i PD sfoderavano, in un ininterrotto ed efferato tour de force strumentale, per certi versi il più vicino come attitudine ad Ys del Balletto di Bronzo. In un memoriale abbastanza recente, il poeta/declamatore asserisce che il disco fu registrato in fretta e male, e che dal vivo facevano scintille (aneddoto principe, la scena rubata agli Amon Duul da supporto); sarà anche vero, e di certo fu un problema comune a tanti it-proggers, quello delle cattive registrazioni. Però Concerto delle menti fa un figurone ancora oggi.

lunedì 22 febbraio 2016

Pharmakon ‎– Abandon (2013)

Giovane performer newyorkese di nome Margaret Chardiet, in forza alla Sacred Bones, l'etichetta che ha portato alla visibilità Zola Jesus (e che fra tanti altri ha pubblicato Lost Themes di John Carpenter, uno dei miei preferiti del 2015). Ciò che realizza Pharmakon sembra la versione all'inferno della Danilova, oppure dei Throbbing Gristle con una Diamanda Galas appiattita dalla ferocia e priva di inflessioni teatrali.
Voce filtrata, synth ronzanti, percussioni, clangori ed efferatezze assortite. Non è particolarmente nulla di nuovo ma ciò che colpisce è la personalità che emerge da questi incubi, questi mantra industriali su cui la Chardiet vomita chissà quali fantasmi interiori. Colpito da questo espressionismo, Michael Gira l'ha voluta di supporto ai concerti degli Swans; osservando qualche video delle sue performance, trovo però che sul palco la potenza espressa su Abandon venga dispersa in buona parte. Quindi, meglio abbandonarsi a queste apocalissi dalle casse dello stereo: la Chardiet potrebbe realizzare qualcosa di importante, in futuro.

sabato 20 febbraio 2016

Taku Unami / Takahiro Kawaguchi ‎– Teatro Assente (2011)

Uno per la famigerata onkyo music, che ha diviso ed interrogato a lungo certa critica, con uno dei suoi dischi a quanto pare più rappresentativi degli ultimi anni. In passato mi ero già cimentato senza troppo successo con un disco onkyo, ma questo lavoro a 4 mani è profondamente concreto, concettuale ed è non suonato al 98%.
Ora, il rischio di esserne affascinato ed attratto è forte; a partire dal titolo del disco, curiosamente nella nostra lingua, che già suona enigmatico. Poi i titoli delle tracce, che per la prima metà sembrano raccontare una storia surreale, e per l'altra ricordano quelli lunghi e filosofici di Keiji Haino. L'ascolto di Teatro assente va effettuato in una stanza silenziosa, perchè i suoni sporadici obbligano a mantenere altissima la soglia d'attenzione. I passi sul palco legnoso del teatro in cui è stato registrato sono l'elemento più ricorrente, poi ci sono oggetti che cadono, qualche beep, ticchettii di orologi, canti di volatili, un elicottero nel finale, infine la componente musicale; qualche minuto di una chitarra elettrica furiosa, quasi black metal, che stonano decisamente nel contesto ma aiutano a ricordare che stiamo ascoltando un disco, nel caso in cui ce ne fossimo dimenticati a causa dei lunghissimi silenzi. Poi c'è il pezzo ironicamente intitolato Dub mix, che per me è la cosa migliore, con i suoni echeggianti. La fedeltà delle registrazioni è impeccabile, al punto che sembra di trovarsi proprio sul posto in cui (non) avviene l'evento. Non so se ascolterò ancora dischi onkyo, ma il concetto è davvero intrigante e non sarebbe male assistere ad una performance dal vivo di questo genere; concentrarsi su cose come Teatro assente è molto impegnativo e la vita di tutti i giorni non lo permette.

giovedì 18 febbraio 2016

Seirom ‎– And The Light Swallowed Everything (2014)

Dopo l'esaltante esordio sulla lunga distanza, De Jong è tornato con un'altro splendido disco, più concentrato nella durata e più compatto nel suono, il che lascia intravedere nuove ed imprevedibili soluzioni. Così, And the light swallowed everything rischia di essere diventato il suo disco più accessibile in assoluto.
La parola d'ordine è ancora una volta la luce, che oltre ad ingoiare tutto entra anche nei titoli di alcuni pezzi, e che è l'elemento cardine di questo suono pieno, stratificato ma non saturo, ricco di visioni paradisiache ma mai soffice. Le ritmiche diventano a tratti parti integranti dell'insieme, le vocals sparse elementi cruciali nell'avvicinare questa musica ad una versione hardcore degli Slowdive (la nostra Francesca Marongiu è accreditata in I'm so glad to have been part of you, ma appare un altra cantante non identificata nell'estatica The best you can be e nella solenne Leaving), mentre le parti di violoncello eseguite da Aaron Martin conferiscono i tratti struggenti in maniera magistrale.
Parlare di ammorbidimento per il nostro satanasso preferito sarebbe ingeneroso: chi lo segue da un po', riconoscerà sicuramente il suo Dna e poco male se qualcuno non apprezza. A mio avviso si tratta di un evoluzione necessaria ma spontanea ed in pieno corso d'opera; non mancherà di sorprendermi di nuovo, ne sono convinto.

martedì 16 febbraio 2016

Tom Recchion ‎– I Love My Organ (2004)

Un'altro recupero di archivi nascosti per Recchion, a seguito dei memorabili precedenti; questa volta il materiale risaliva a fine anni '80, ad eccezione della traccia finale, la cupissima It just stood there, registrata l'anno prima con il contributo parlato del critico e musicista concreto David Toop.
Materiale comunque restaurato e remixato per l'occasione, ed ancora una volta grande dimostrazione di estro e fantasia da parte del californiano; collage dadaisti ed atonali, irresistibili numeri di ironia per l'avanguardia (la memorabile Terry Riley in Rome), scuri e rimbombanti singulti industriali, la solita lounge-exotica, l'ambient cosmica e minimale, le imponenti sinfonie allucinogene (Ectoplasm, Forced to waltz forever), le gag surreali fra il circense ed il demenziale.
Difficile trovare altre parole per lodare la sua lungimiranza e la genialità.

domenica 14 febbraio 2016

Land ‎– Night Within (2012)

L'aggancio è facilmente prevedibile; la presenza di David Sylvian nella traccia iniziale, per lo più in spiccata performance melodica, realizza per pochi minuti una fantasia appartenente al passato per non dire dimenticata: come sarebbe stata una collaborazione con i Bark Psychosis di 20 anni fa.
Comunque, anche se non ci fosse stato l'illustrissimo, Night within avrebbe attirato la mia attenzione perchè si tratta di uno splendido album di quel ghost-ambient-rock che si ispira proprio ai divini BP di Hex ed ai Talk Talk di Laughing Stock (il timbro secco delle chitarre, la batteria così pseudo-jazz col ride tintinnante, le trombe educate ma al contempo irregolari), con un'aggiunta di componente noir che lo rende un po' nevrotico e per questo affascinante ai giorni nostri.
Autori dell'operazione due inglesi relativamente sconosciuti ma con le mani ben impastate per uscire su Important ed allestire uno staff di esecutori di cui Sylvian è solo la punta dell'iceberg. Per questo motivo l'operazione sembrerebbe uno one-shot, ma di quelli destinati ad esser ricordati,

venerdì 12 febbraio 2016

Josef K - Entomology (2006)

Dimenticata formazione scozzese che aveva le carte in regola per diventare una delle protagoniste della new-wave ma a causa di episodi jellati finì per dissolversi. Il principale dei quali fornisce loro onore: registrarono il disco d'esordio ma, insoddisfatti per la produzione troppo pulita, rifiutarono di pubblicarlo.
Infatti non erano destinati al grande successo, nonostante l'aspetto melodico fosse rilevante: insieme alle classiche ritmiche spigolose e travolgenti della corrente, la coppia delle chitarre forniva un effluvio torrenziale che a tratti sfociava nell'ipnosi psichedelica (il riferimento Will Sergeant era evidente). Entomology è una raccolta Domino del 2006 (prevalentemente singoli, una Peel Session, arbitrari estratti dall'unico album pubblicato e di quello archiviato) destinata al recupero di questa band che fu di fondamentale influenza per la new-wave della new-wave allora in voga.
Non erano i campioni britannici del genere, ma furono un ottimo originale.

mercoledì 10 febbraio 2016

Black Pus ‎– All My Relations (2013)

Lateralmente alle prodezze compiute coi Lightning Bolt, l'ipercinetico batterista Chippendale è attivo anche con questa sigla solista, la cui attività col passare degli anni è diventata più prolifica del duo. E con All my relations c'è stato persino l'approdo alla Thrill Jockey.
I punti in comune coi LB sono parecchi, la progenitura è indiscutibile: ritmi forsennati e fratturati, effetto lavatrice, follia allo stato brado. La batteria è ovviamente al centro di tutto, ma resta comunque un concreto supporto alla schizofrenia irrefrenabile: come dimostrato dal vivo, Black Pus è una one-man band che vive di corto-circuiti, di bassoni filtrati e sfigurati, di vocoderizzazioni ai limiti del cartone animato, di distorsioni galattiche. 
Ottima alternativa a chi si fosse un po' stancato degli ultimi LB.

lunedì 8 febbraio 2016

2000

TM è monodimensionale ed ossessivo: solo dischi, solo istantanee, solo isole. Ancor di più da quando ho deciso di scrivere soltanto riguardo a titoli che come minimo sono da 7 in pagella. Carbonaro ed ostinato: le visite sono ai minimi storici, ma provengono da tutto il mondo. L'iniziativa delle classifiche per anno fu attrattiva e stimolante, ma in seguito non ho pù avuto idee. Mi chiedo: potrei rendermi visibile alle ricerche di Google? Sarebbe soltanto un gesto vanesio o gratificante? Riaccenderebbe i fuochi incrociati delle autorità addette alla protezione del copyright?


sabato 6 febbraio 2016

Screams From The List 15 - Deep Freeze Mice ‎– My Geraniums Are Bulletproof (1979)

Non sarà stato per la Side A che Stapleton ha inserito i DFM nella list; sicuramente l'ha fatto per la B, interamente occupata da The Octagonal Rabbit Surplus, un indefinibile pastiche di abbozzi, suoni straniti, sferragliate di gong, pianoforti dissonanti, starnazzamenti di fiati e qualche nastro al contrario. Collage che è stato raddoppiato con l'aggiunta di un Surplus nella prima ristampa in cd, effettuata da un etichetta belga nel 1991, e che è persino più interessante dell'originale, per via di atmosfere ancor più allucinanti e stati di caos relativamente controllato. Per non parlare di un finale semi-acustico-letargico che anticipa clamorosamente i Supreme Dicks di Unexamined Life.
Tutto questo comunque per sviare dallo stile ordinario del gruppo di Leicester, un quartetto pop-wave dall'approccio talmente naif che non poteva che attirare simpatie. La side A è composta da una manciata abbondante di canzoncine melodiche ed irresistibili, caratterizzate in primis da un brio baldanzoso e da una dose massiccia di Farfisa, direttamente discendenti dai Sixties, e con un ironia palpabile: esemplare la canzone d'amore dedicata alla Tatcher. 
Memorabile, nonostante l'evidente precarietà e l'approssimazione delle registrazioni (il basso sembra leggermente scordato e un po' fuori sincrono rispetto agli altri strumenti, ma in questo contesto un po' sgangherato tutto è a favore della causa generale....)

giovedì 4 febbraio 2016

Dead Rider ‎– Chills On Glass (2014)

Nuovi fasti per Todd Rittmann, alla terza prova con Dead Rider. Dopo l'entusiasmante debutto, la seconda prova The Raw Dents mi aveva lasciato un attimo perplesso. All'ascolto di Chills on glass, appare tutto più chiaro e coerente: era un capitolo di transizione.
L'apertura del sound ad innesti elettronici-sintetici necessitava di un certo rodaggio, che qui si sublima in un disco che chi amava gli U.S. Maple non potrà fare a meno di adorare, sempre che non intervenga l'integralismo: grooves astratti ed imprendibili, la chitarra di Rittmann defilata a pochi, graffianti riffs (oppure manipolata, non saprei...), maggior spazio ai synth ed alle tastiere della Faught, stesso approccio cubista e divinamente disorientante. Inoltre, la formazione si è fregiata di un acquisto rilevante, il batterista Thymme Jones di Cheer-Accident ed una miriade di altre esperienze avant-rock; sostituto di grande levatura, a fronte del grande predecessore che suonava su Mother of curses.
La prova del nove: al termine, stessa necessità di ripartire per cercare di trovare un filo razionale, per porsi ancora l'interrogativo e adesso cosa faranno?
Proprio come succedeva per i dischi del mai dimenticato acero americano.

martedì 2 febbraio 2016

Father Murphy ‎– Anyway Your Children Will Deny It (2012)

Ormai dotati di un loro pubblico persino negli Stati Uniti, hanno idealmente chiuso un cerchio con il loro capolavoro; l'anno successivo il batterista DeMarin ha lasciato ed il nuovo Croce si è rivelato disco transitorio, non entusiasmante come i precedenti. Ma ci può stare, per carità, e magari lo rivaluteremo.
Anyway... ha condensato alla perfezione tutti i segreti della stregoneria FM che avevamo inevitabilmente amato grazie ai precedenti: la teatralità nero pece, la solennità immane delle litanie (forse l'unico aspetto che li rimanda ad un influenza Swans, ma solo in astratto), le perdizioni psicologiche, il senso di straniamento unito ad un carisma ben determinato. Poco da dire; è un disco concentrato, anche nel minutaggio, che non disperde neanche un grammo di energie, un cinico monitor che visualizza i mali del mondo e li esorcizza, spietato. 
Gloria nazionale.

domenica 31 gennaio 2016

Cleric ‎– Regressions (2010)

E a proposito di delicatezze, i Cleric, autori di uno dei più audaci esperimenti in campo metal degli ultimi anni. Da non confondere con ben due omonimi (un solista techno e addirittura un'altra band americana di death-metal canonico), il quartetto non ha ancora dato un seguito a questo pauroso e lunghissimo tour de force, il che fa pensare: cos'altro potrebbero aggiungere ad uno sforzo così disumano che non hanno già espresso?
Durante gli 80 minuti di Regressions, non si fa in tempo a catalogare qualcosa che subito dopo accade l'imprevisto: black sinfonico alla Gnaw Their Tongues, pathos epico imponente alla Neurosis, stacchi math-core, acrobazie alt-psych alla Mars Volta, girandole costipate alla King Crimson, scorci panoramici di stampo epic-instru, riprese alla Isis; tutto ciò mi ha portato ad elaborare la parola magica: prog!
Il tutto, inevitabilmente, eseguito con una tecnica strumentale terrificante, e come per miracolo senza neanche l'ombra di autoindulgenza o narcisismi.
Quando, ormai stremati, si arriva verso il termine del disco, l'urlo disumano di & introduce la chiusura di The fiberglass cheesecake, che dopo l'ennesima sfuriata all'improvviso sfuma in una tenue e malinconica sonata per solo piano. E' la quiete dopo la tempesta, una trovata semplice ma geniale, che non fa altro che accrescere il valore del disco.

venerdì 29 gennaio 2016

Napalm Death - Scum (1987)

Contro le frustrazioni quotidiane, contro questo mondo che scivola sempre più in un declino apparentemente inarrestabile, contro tutto ciò che ci fa contrariare; l'ascolto di Scum rappresenta ancora oggi dopo 30 anni un gesto di diniego e di rabbia sempre efficace.
La storia andò così: la prima facciata fu incisa dal trio Harris-Bullen-Broadrick. Per la storia, Scorn e Godflesh; appena ventenni, inventavano il grind-core, fenomeno destinato a diventare un baraccone auto-parodistico, ma che ai tempi aveva molto da dire. Nel giro di qualche mese Harris però si ritrovò da solo e rifondò il gruppo con altri 3 personaggi fra cui lo screamer Dorrian, ed ecco la seconda facciata. Più acuminata e chirurgica la prima, più grezza e schiumante la seconda. Difficile asserire quale sia la migliore, nonostante le evidenti differenze; in ogni caso sono 28 vorticosi pezzi, quasi tutti della durata intorno al minuto, di una violenza e di una ferocia inaudita. Roba che ancora oggi, incredibilmente, suona spontanea ed immediata. Da prendere ancora sul serio, insomma.

mercoledì 27 gennaio 2016

Lucky Pierre - Mixtape + Surface Noise EP (2013)

Due uscite a corollario dello splendido The island came true, con la speranza tuttavia di non dover aspettare altri 6 anni perchè Aidan si ritrovi un po' di tempo libero per sprigionare nuove magie targate LP.
Mixtape, titolo programmatico, è una cassetta inclusa nella deluxe edition dell'album che comprende tracce inedite, rarità e qualche episodio già noto, in soluzione di continuità: due lati intitolati Madrugada e Sonambulo. Una specie di bignami del LP-stolen-sound, fra tracce ritmate, atmosfere sognanti, contemplazioni e movimenti orchestrali; è la library del nuovo millennio, che pesca dal passato a piene mani e ne effettua una fotosintesi oserei dire nostalgica, con gli occhi commossi e strabordanti di umanità. Ottima occasione, fra l'altro, per ascoltare anche una buona parte di quel Blank for your own message che costituì il primo reale prodotto di LP, rilasciato soltanto come promo della Chemikal Underground nel 2000.
Surface Noise è un 10", rilasciato sempre da Melodic; una ventina scarsa di minuti di puro sinfonismo di risulta, con il suono granulare del vinile consumato in sottofondo costante. Ovviamente nessuna fonte riguardo alle fonti originali; è quanto di più incompromissorio abbia realizzato Aidan e quanto di più vicino ed assonante a Leyland The Caretaker Kirby. Fantamusica: chissà cosa genererebbe un gemellaggio fra i due.

lunedì 25 gennaio 2016

Wraiths ‎– Plaguebearer (2007)

A giudicare dall'estetica truculenta e dall'iconografia dell'artwork delle loro produzioni, i Wraiths sembrerebbero dei black-metallers o qualcosa di stilisticamente affine. In realtà, questo oscurissimo duo di Edinburgo (nè foto nè nomi) si trova in un'area grigia che non appartiene ai noisers anni 'zero nè ad un eventuale revivalismo industriale. L'originalità di un mostro come Plaguebearer può essere dovuto in effetti anche alla zona di provenienza: a mia memoria la Scozia non è mai stata una terra fertile per i rumoristi.
Dichiarano di non usare computer nè sintetizzatori, bensì soltanto attrezzature di risulta e rigenerate per le occasioni, che si trasformano in veri e propri rituali. E finiscono per fare davvero tanta paura, per diventare degli incubi orrorifici; contesi fra power electronics, percussivismi rimbombanti, voci distorte e feedback galattici, i 5 truci settori di Plaguebearer sono il più sano ed autentico rimedio reattivo all'esposizione di una qualsiasi radio commerciale per una durata superiore ai 30 minuti. Ma anche meno.

sabato 23 gennaio 2016

Morphine ‎– At Your Service (2009)

Operazione ricorrente al decimo anniversario della morte di Mark Sandman, e che con ogni probabilità chiude una volta per tutte la questione sul repertorio nascosto dei Morphine.
Come ogni antologia postuma che si rispetti, At your service compila inediti, versioni alternative e live (che tutt'al più direi registrati in studio, visto che non si sente volare una mosca fra le pause). I primi sono di buona qualità e ad orecchio direi risalenti al periodo 94/95, epoca Yes visto il brio generale; ovvio che non siamo ai livelli del materiale uscito all'epoca, ed in più di un occasione si sente la mancanza di rifiniture, ma ogni fan ne avrà tratto piacere indubbio.
Così come avrà goduto all'ascolto degli pseudo-live, suonati con un gran tiro ed un energia contagiosa. Solo per completisti; eventuali neofiti partano da Good o da Yes.

giovedì 21 gennaio 2016

Yamantaka // Sonic Titan ‎– UZU (2013)

Piacevole riconferma di Y/ST, due anni dopo quel sorprendente debutto che fondeva progressive, stoner e psichedelia con la peculiarità della voce, melodiosa e soave, della frontwoman Ruby Kato.
Il contesto non è cambiato di molto, se non che la percentuale hard segna il passo in favore di una maggior ambizione di magniloquenza, con l'ago decisamente più spostato verso il progressive. Basti ascoltare lo struggimento iniziale di Atalanta, che schiude subito la grande emotività delle loro fasi pastorali. 
Ciò che fa la differenza, alla fine, è ancora una volta l'aspetto compositivo e l'equilibrio quasi miracoloso che il gruppo riesce a mantenere, senza mai scadere nel cattivo gusto o negli eccessi. Merito senza dubbio primario delle due leader e fondatrici (l'altra è la batterista Alaska B), che rendono UZU un album davvero eccellente. Da applausi Saturn's returns, Whalesong e Hall of mirrors.

martedì 19 gennaio 2016

Peril ‎– Multiverse (1994)

Frutto di un lungo soggiorno in Giappone, il progetto Peril faceva capo al leggendario batterista dei Necks Tony Buck, per una formazione equamente fra australiani (lui e il chitarrista Sheridan) e nipponici (il bassista Hideki e Yoshidide alla seconda chitarra e ai nastri). Un trio di dischi rilasciati a metà '90 per loro, di cui Multiverse fu il centrale.
Il progetto era all'insegna della schizofrenia più recondita: prova di eclettismo sorprendente per Buck, autore della quasi totalità del materiale. Le brevi schegge di musica totale esponevano un riferimento evidente ai Naked City di John Zorn. Sulle tracce più omogenee invece si sviluppava un ibrido fra l'industrial-rock allora in voga, il trash-metal (forse una fonte di ispirazione per Bologna Violenta), il funk e il sample-rock alla Vampire Rodents. Avventuroso e privo di qualsiasi filo logico; peccato per la produzione un po' piatta, ma è un dettaglio secondario per un disco a suo modo estremista.

domenica 17 gennaio 2016

Kevin Coyne ‎– Marjory Razorblade (1973)

Un po' di vecchio gradevole folk blues alla britannica ci può stare, per questo autore dimenticato da tutti, che era in possesso di uno stile vocale pressochè unico. Fece parte di una generazione gloriosa di songwriters inglesi (Drake, Martyn, Harper, Van Morrison) ed ebbe anche qualche soddisfazione commerciale, ma per qualche motivo non è stato adeguatamente consegnato ai posteri.
Colpa, forse, di uno stile poco elegante, per non dire sgraziato, e di quella voce squillante e sguaiata che avrà diviso nettamente estimatori e detrattori. Marjory Razorblade fu doppio album, arrangiato in maniera spartana ma con un gusto tipico dell'epoca, equamente diviso fra pezzi interamente acustici e fra gli altri con band di supporto al completo. Resta scolpito nella memoria un pugno di canzoni a dir poco memorabili (Eastbourne Ladies, Old Soldier, Nasty, House on the hill), baldanzose ma anche a tratti toccanti, che avranno un influenza enorme (e dichiarata) su Will Oldham. Il secondo verteva più sul solitario, facendo un po' scendere il risultato finale ma con qualche impennata degna comunque di nota (Chairman's ball, Chicken Wing). Per un paio d'ore disimpegnate e per un immersione in epoche ormai lontane come ere geologiche.

venerdì 15 gennaio 2016

Dälek ‎- Untitled (2010)

Testamento artistico (seppur registrato nel bel mezzo dell'attività, un lustro prima della pubblicazione) di questa illuminata entità che ha saputo elevare di non poco lo stantio status dell'hip-hop fino a portarlo ad una formula quasi indecifrabile.
Strutturata come una suite gigante di 45 minuti, Untitled è un oggetto non identificato, principalmente strumentale, un pastone inquietante che galleggia con poche ritmiche. L'inizio mi ricorda la stasi liquida degli Hawkwind di You should't do that, dopodichè tutto ciò che si aggiunge concorre a seminare panico ed astrazione; riflessi percussivi etnici, vortici lisergici, banjos minimali, clangori industriali, manipolazioni aliene, silenzi siderali, una breve e stentorea fase ritmica. La chiusura è di nuovo cosmica, di pulviscolo nero pece, fino al fade-out finale. Capolavoro.

mercoledì 13 gennaio 2016

Half Japanese - Half Gentlemen/Not Beasts (1980)

Non molto da dire su un immortale capolavoro di art-naif abbrutito. I fratelli Jad e David Fair iniziarono a fare musica a metà anni '70, all'insegna della più gretta ignoranza musicale. Vissero l'era del punk in diretta e riuscirono a debuttare su disco soltanto 5 anni dopo, con un triplo vinile.
Tutto molto assurdo, e tutto molto geniale. Soltanto per una questione geografica non finirono nella Los Angeles Free Music Society, ma sarebbero stati laterali in ogni caso. Con un totale di circa 70 tracce, Half Gentlemen/Not Beasts fu un bestiario che aveva come numi tutelari precedenti ideologici solo il Capitano e qualche cavernicolo spostato degli anni '60, ma sempre col filtro del punk installato. Finirono per influenzare una marea di mostri che sarebbero nati nei 10-15 anni successivi, per non parlare del nippo-noise.
Memorabili i titoli per certi versi sperimentali, ovvero quelli strumentali con titoli onomatopeici o di sole consonanti, totalmente estranei al contesto circostante, in una parola dadaisti. I due estratti live di 20 minuti ciascuno santificavano la realtà a fuoco con una pioggia di sassate senza ritegno.
Contro ogni intellettualismo.

lunedì 11 gennaio 2016

Tartufi ‎– Nests Of Waves And Wire (2009)

Tre anni dopo il piccolo miracolo che li rivelava come alfieri mondiali dell'indie-prog, la coppia Gorman & Angel tornava ed intricava ancor di più la matassa con un meritato approdo alla potenza Southern.
Nests of waves and wire è infatti ancor più elaborato del precedente; laddove i capitoli erano suddivisi in 2 o più fasi, questo contiene 7 pezzi dai 5 ai 13 minuti. Una fioritura coloratissima, che logicamente ha ancora in Doug Martsch una grande fonte di ispirazione soprattutto per l'impostazione vocale, ma che si perde in un labirinto di costruzioni compositive articolate oltre misura, e conosce anche fasi meno spensierate. Necessita di un paio di ascolti almeno per essere apprezzato in tutta la sua genuinità.

sabato 9 gennaio 2016

Xela With Greg Haines & Danny Saul ‎– The 12th Chapel (2007) + Xela ‎– Dunwich Dreams (2011)

Due uscite minori di Twells, ma non per questo meno interessanti, anzi.
La collaborazione in trio con i due conterranei Haines (cellista) e Saul (chitarrista), solisti a me sconosciuti, è un gioiello di drone-folk apocalittico di 23 minuti in stratificazione inesorabile. Basata su un motivo tenue di chitarra acustica, su frequenze disturbate di cello elettrificato, su un loop vocale dello stesso Twells in estasi, la suite cresce fino a diventare un vortice rumoristico impazzito.
Il singoletto Dunwich Dreams, una delle sue ultime pubblicazioni, fu stampato in ben 10 (!) copie e poi a grande richiesta rilasciato successivamente in formato mp3 dall'etichetta stessa, conteneva due pezzi: Cemetary Mane, in stile marziale ed oscuro come In Bocca al lupo, ed il fugace ritorno alle origini di The Marching Dead, atmosferico e glitching come i primi due album. Dedicato al compositore di colonne sonore Fabio Frizzi, a rimarcare la passione italica del rosso.

giovedì 7 gennaio 2016

Screams From The List 14 - Archaïa ‎– Archaïa (1977)

Ennesima clamorosa rivelazione dal benemerito listone. Trattavasi di un oscurissimo trio francese che realizzò soltanto l'omonimo nel 1977 e lo diede alle stampe in forma privata. Soltanto una ventina d'anni dopo la label parigina specializzata Soleil Zeuhl lo resuscitò con l'aggiunta di alcune bonus track.
Troppo difficile da inquadrare, ai tempi. Certo, qualche affinità d'atmosfere con i Magma e col movimento Zeuhl c'era, principalmente dovuto alla marzialità delle voci, ma non era quello il punto. Archaïa era un oggetto misterioso, insinuante e inquietante. Innanzitutto l'assenza della batteria, sopperita soltanto da qualche percussione e qualche piatto. I ritmi dettati da un basso gommoso e carico di flanger alla Barry Adamson (un anno prima che esordisse coi Magazine), tastiere dissociate da ogni melodia ed impegnate in contrappunti dissonanti e frullii atonali, una chitarra psicotica e spaziale alla Helios Creed (nell'anno in cui entrava nei Chrome, dall'altra parte del mondo e senza distribuzione). Ecco il punto: la follia latente nell'Archaïa-sound lo rendeva l'equivalente europeo, nonchè discendente dal progressive, dei Chrome. Impressione confermata dalle due bonus track poste al termine della ristampa, che furono registrate dal vivo nell'anno successivo e segnavano l'ingresso della batteria in formazione. Purtroppo senza seguito.

martedì 5 gennaio 2016

Raphael ‎– Angels Of The Deep (1995)

Compositore new-age statunitense arrivato in pieno ritardo in ogni aspetto: una decina di anni buoni dopo l'esplosione del movimento e al primo disco intorno ai 40 anni. Rilasciò soltanto una manciata di titoli negli anni '90 e poi scomparve.
La sua fu una storia di altri tempi: cresciuto in un convento di suore, formato musicalmente in conservatorio, attivo nella summer of love di San Francisco. Angels of the deep, per piano, synth, arpa, flauto e poco altro è segnato da un livello enorme di misticismo, con dei climax emotivi impressionanti. Un ascolto estremamente rilassante ma non privo di sorprese, grazie alle progressioni armoniche per nulla scontate. E con una chiusura deliziosa per solo piano, un omaggio sincero ad Erik Satie con la malinconica Gnossienne n.3, casualmente la mia preferita del francese.

domenica 3 gennaio 2016

Anathema - Distant Satellites (2014)

Devo essermi perso qualcosa negli ultimi vent'anni perchè mi ricordavo gli inglesi Anathema come un gruppo per cui Claudio Sorge esternava grande apprezzamento durante una delle sue ore Rumore 2 La vendetta a Planet Rock, nel '93. Facevano un doom-metal molto lento con le growls ed erano abbastanza simili ai My Dying Bride.
Dopodichè non ne sentii più parlare. Non succede spesso (mi vengono in mente solo gli Ulver, in questo momento): ti dimentichi di un vecchio gruppo per il quale non andavi neanche matto e te lo ritrovi dopo vent'anni completamente cambiato, nonostante la maggioranza dei componenti siano rimasti gli stessi.
Oggi gli Anathema fanno un emo-rock molto melodico, un po' gotico e dalle grandi ambizioni, un genere pericolosissimo che si espone spesso alla stucchevolezza, al patetico ed al salottiero, soprattutto quando si piazzano degli archi a mo' di contorno. Invece Distant satellites si rivela un lavoro onesto e dagli ottimi contenuti, progressivo nel senso più attuale del termine ed equilibrato negli umori. Non mi resta che indagare su come è avvenuta questa metamorfosi.

venerdì 1 gennaio 2016

William S. Burroughs & Kurt Cobain ‎– The "Priest" They Called Him (1993)

Una decina scarsa di minuti di Burroughs che declama un racconto sopra un delirio torturato di chitarra di Cobain, e nient'altro. Ricordo che ai tempi fu salutato come un sorprendente ed inaspettato esperimento da parte del biondo, che nutriva una spasmodica ammirazione nei confronti dell'anziano scrittore. La sua parte fu una psicologica dimostrazione che lo stato d'animo della giovane rockstar era sempre più perturbato dal successo sterminato dei Nirvana ed insofferente a causa di Nevermind, che si diceva odiasse. Dopo un intro natalizia, parte una raffica di feedback, di fischi e distorsioni agonizzanti che non lasciano scampo ed inquadrano il recitato di Burroughs come un trip andato a male.
Questa era una reazione d'orgoglio, poco da dire. La lunghezza è quella giusta: al termine della traccia occorre aspettare un attimo prima di mettere altra musica, dall'impressione che fa ancora adesso.

mercoledì 30 dicembre 2015

Grim Tower ‎– Anarchic Breezes (2013)

Pregevole collaborazione fra Imaad Wasif e Stephen McBean dei Black Mountain, a me sconosciuto. All'insegna di un folk-rock abbastanza canonico, il progetto si eleva da un facile anonimato grazie al tocco sempre personale di Wasif, autore che seguo e stimo fin dai tempi dei Lowercase, qui in una veste dimessa e melanconica ma con qualche iniezione di robustezza sparsa di fuzz. Detto di lui, McBean invece si segnala per una gran bella voce (curiosamente dal timbro affine a quello di Richard Butler ma non arrochito e con maggior potenza) ed il tandem compositivo funziona alla grande.
Lavoro onesto e sincero; nessuna sorpresa, solo certezze.

lunedì 28 dicembre 2015

Skaters ‎– Pavilionous Miracles Of Circular Facet Dice (2005)

Come diavolo abbiano potuto due menti umane concepire ed elaborare una poltiglia di suono così indecorosa e malata non lo potrei spiegare. Come ha sapientemente scritto Mattioli su Noisers, gli Skaters hanno finito per diventare l'act più estremo della scena americana rumorista che tanta attenzione ricevette una decina d'anni fa dai media. E ciò in forza di qualcosa che non è violento nè aggressivo, ma è di una velenosità e di un marciume indicibile.
E' il gusto dell'orrido, a volte, ad attirarci. Così come spesso si resta imbarazzati dal mainstream, dalla televisione, dalla politica. Non ho ascoltato altri dischi degli Skaters nè so se lo farò, ma questa roba (sostanzialmente un'ora di deliri vocali deformati in un substrato lo-fi spesso come una scarpa di fango) è così perdutamente immonda e insensata che non ho potuto fare a meno di ascoltarlo tutto. Un fermo immagine demente di Eskimo dei Residents manipolato e replicato all'infinito. Resistenza.

sabato 26 dicembre 2015

Arc - The Circle Is Not Round (2005)

Progetto di Aidan Baker insieme a due percussionisti che si potrebbe inquadrare come minore rispetto a Nadja e quello solista in quanto la maggior parte della discografia è stata rilasciata tramite CDr, ma che a livello di tempistica non è da meno. The circle is not round fu il primo a beneficiare di una distribuzione internazionale, uscito su A Silent Place; mi chiedo quale ruolo abbiano i due comprimari in questa sede, visto che di percussioni non mi pare di udire che ce ne siano: si tratta di 4 lunghe suite di ambient-core che seppur suonate (almeno credo) in senso reale finiscono per essere abbastanza vicine al Basinski più saturo, zona Disintegration Loops. La chitarra di Baker è sicuramente la guida regina con dei flussi minimalistici di suono ultra-espanso e manipolato. L'effetto è quello di una infinita ed affascinante ipnosi.

giovedì 24 dicembre 2015

Leyland Kirby & Caretaker ‎– Bonus Tracks 1 (2011) + V/Vm ‎– Sometimes, Good Things Happen (2002)

Una preziosa miscellanea ed un recupero ormai lontano per il mio beniamino. Bonus tracks, rilasciato soltanto in formato digitale per i sottoscrittori della sua History Always Favours The Winners, è piuttosto eterogeneo ma non manca di dispensare perle sopraffine sul versante romantico come il soffio carezzevole della magnifica Medati e l'atmosfera melanconica di Because tonight always comes (si dice sia una cover dei Pet Shop Boys)Le ipnagogie marziali del resto ripristinano lo stile della serie Intrigue and Stuff 1-4. A chiudere si materializza The Caretaker, con 2 outtakes ultra-vintage-granulari del disco dell'anno 2011. Ci sarebbero state dentro alla grande senza snaturare il bilancio.
Sometimes good things happen fu il quarto album a nome V/Vm ed era composto da due cd: stessi titoli e scaletta, stessa copertina ma una di colore blu e l'altra sepia. Il primo è un attacco terroristico in piena regola, un assalto electro-noise assordante ed ottundente. Non è nè industriale nè filo-nippo, ma è solo per stomaci forti.
Molto meglio il seppiato, un assortimento avvincente di astrattismi. Nei pochi tratti ritmati è rintracciabile l'influenza dell'Aphex Twin più scabro e scuro, ma la mano sapiente ed unica del ricciolone nel saper trattare la materia elettronica era già una certezza toccante.

martedì 22 dicembre 2015

Cannibal Movie ‎– Mondo Music (2012)

Duo tarantino appartenente al filone occult-psychedelia, dall'impianto ristrettissimo: organo vintage che più vintage non si può e batteria stra-essenziale. Mondo music, uscito inizialmente solo su cassetta e poi ristampato l'anno successivo in vinile, è un fascinoso trip mistico-allucinatorio che sembrerebbe essere stato registrato nel 1969, diviso in due tranches da 13 minuti l'uno. La prima più aggressiva e ritmata, la seconda decisamente più meditata, quasi zen.  L'organo schiumoso e stra-carico di riverbero snocciola frasi che richiamano spesso le sonorità del medio Oriente; ma più che parlare di lo-fi mi rifarei ad una filosofia ben precisa di negazione del presente che oltre oceano può trovare affinità con tante altre bands. In ogni caso, tanta stima e lavoro che ipnotizza senza compromessi.

domenica 20 dicembre 2015

Kevin Ayers And The Whole World ‎– Shooting At The Moon (1970)

Dopo David Allen ecco un'altra faccia di Canterbury, quella più freak di chi si staccò dai Soft Machine per mandare a quel paese quanto stava prendendo il sopravvento. Ayers non era meno diverso dai Gong per concentrazione di stranezza, anzi, gli sballi vertiginosi alternati alle sue sofisticate ed eleganti pop songs facevano ancora più a botte con ogni ipotesi di classificazione. Era dadaismo all'ennesima potenza, privato di quel senso d'innocenza che ha tanto fatto beato Wyatt; in una parola beffardo.
Ostico persino oggi.

venerdì 18 dicembre 2015

Desertshore & Mark Kozelek - Mark Kozelek & Destershore (2013)

La buona rinascita dell'ultimo Kozelek ha avuto un passo simbolico con questa collaborazione che ha dato grande segno di umiltà da parte dell'uomo, ovvero col gesto di mettersi in discussione all'interno di un gruppo che ha composto le musiche su cui ha cantato.
Ovvio che però lo potesse fare solo con una vecchia conoscenza, con quel Phil Carney che era stato il chitarrista successore di Gordon Mack nei Red House Painters. Desertshore è il suo progetto condiviso col pianista Connolly. Il risultato è un disco tutto sommato brioso e luminoso con una varietà di stili ragguardevole, dalla ballad pianistica al country frizzante, dal neilyounghesimo elettrico alle cavalcate acustiche tipiche di Kozelek solista. Le vere gemme però stanno altrove, nelle nevrosi controllate di Katowice or Cologne e Hey you bastards e soprattutto nelle moviole cristalline di You are not of my blood e Sometimes I can't stop, che riportano dritti dritti alle seconde pagine storiche dei RHP, diciamo altezza 95/96, e che prima o poi dovrò rivalutare.

mercoledì 16 dicembre 2015

Tussle ‎– Telescope Mind (2006)

Quartetto californiano: basso, batteria, percussioni ed elettronica. Mancherebbe una voce e ci troveremmo di fronte ad un aggiornamento dei Liquid Liquid, perchè l'enfasi è posta tutta sul ritmo e l'apporto armonico è fornito soltanto dal basso, funkeggiante e puntuto. Inoltre, in un pezzo partecipano proprio 2 componenti dei newyorkesi; poco più che un cameo simbolico ed iconoclasta.
In realtà i Tussle fanno musica strumentale e la negritudine è quasi inesistente, semmai il focus del tributo è indirizzato ai Can periodo 1975-1978, ovvero quando Czukaj aveva abbandonato il 4 corde per l'elettronica. Non ci sono grossi sconvolgimenti lungo una scaletta piacevole e coinvolgente; è tutto molto curato ed in fondo anche simpatico, ma non memorabile.

lunedì 14 dicembre 2015

Leafcutter John ‎– The Housebound Spirit (2003)

Prima della svolta folk col bellissimo The forest and the sea, peraltro precedente ad una lunghissima pausa, John Burton era un performer prettamente elettronico, audace nel mettere in scena le sue schizofrenie anche tramite un dispositivo che genera suono attraverso la luce.
In questo disco Giovanni Tagliafoglia eccedeva in un po' troppi stili; glitches, astrattismi robotici, quadretti da camera, electro-dub, pseudo-operismi, soltanto un paio di dolenti torch-songs delle sue. A volte l'avanguardia trascende un po' il sentimento e le emozioni, si sa, eppure l'inglese riuscì a canalizzare questo enorme guazzabuglio di stili in qualcosa di avvincente senza far storcere il naso nè a chi la ama nè a chi la odia, a mio parere.

sabato 12 dicembre 2015

Jarboe ‎– Thirteen Masks (1991)

Il primo disco solista della musa di Gira, pronta ad affrancarsi dal marchio Swans e ad essere officiata di gloria personale. Tredici maschere fu un titolo programmatico perchè ogni pezzo (in realtà sono 14, ma perchè A man of hate è proposta in due versioni) vive di luce propria e gli si perdona un po' di dispersione, di eclettismo fuori misura.
La personalità debordante di Jarboe usciva meglio nelle atmosfere più delicate e riflessive; lo spazio riservato ai clangori forti ed ai pezzi ritmati è minoritario. Il suo era un cantautorato carismatico, a tratti levitante, tangente appena appena il gotico. Ben poco a che vedere con gli Swans fino all'epoca, ed ancora meno d'altro.

giovedì 10 dicembre 2015

Teisco ‎– Tuscan Castle And Country Seat (1978)

Castelli e ville toscane in Italia, si chiamava il documentario o la serie in questione. Dietro il (non felicissimo, diciamocelo) monicker delle chitarre giapponesi si celava il polistrumentista Marco Melchiori, altrimenti detto Rimauri, librarysta attivo dalla metà degli anni '70 e omaggiato recentemente di qualche ristampa dalle australiane Dual Planet e Roundtable.
Abbastanza stravaganti, queste ville e questi castelli. Si penserebbe a qualcosa di più bucolico e agreste, per gli incantevoli scorci toscani, invece Melchiori si rivelava un freak intento a destreggiarsi fra caracollanti atmosfere tardo sixties, digressioni chitarristiche di retaggio psichedelico, qualche incursione cosmica con synth fischianti e soprattutto la lunghissima Old Colours, elucubrazione pianistica seriosissima e drammatica nonchè citata come sigla della trasmissione...
La coesione collettiva è pari a zero, al punto si direbbe più una raccolta; però stranisce ed incuriosisce a tal punto che diventa irresistibile.

martedì 8 dicembre 2015

Screams From The List 13 - Hugh Hopper - 1984 (1973)

Il grandissimo e compianto bassista dei Soft Machine al suo debutto solista, appena uscito dal gruppo. Concettualmente è l'equivalente di The end of an ear dell'amico Wyatt, ovvero: alta sperimentazione ed alto tasso di follia per un risultato finale memorabile. Se nel caso del batterista/vocalist si era tradotto in un manuale di dadaismo trasognato come da dna, in 1984 emerge l'ego moderato di Hopper in tutte le sue sfaccettature: si scherza poco (raramente si è visto sorridere nelle foto), lo strumento di riferimento non è più importante degli altri e la follia appare tremendamente lucida, con i pro e i contro del caso.
Certi esperimenti però lasciano il segno ancora oggi: nei 17 minuti di Miniplenty le percussioni liquefatte ed i piatti sventagliati, uniti ai nastri magnetici che manipolano i suoni del basso fino a farlo diventare come un synth, creano un'atmosfera surreale in cui non c'è scampo di orientamento. Nei 14 di Miniluv il tema iniziale marziale si stempera in una gigantesca allucinazione, come se i nastri si squagliassero al sole. Il breve delirio di Minipax II, per starnazzamenti e borbottii di fiati, è forse l'unico spazio per la gag semi-seria (a mio modo di vedere).
A fungere da cuscinetti più o meno normalizzanti, ci sono 4 pezzi brevi che invece ristabiliscono il parallelo coi Soft Machine, ovvero del jazz-rock canterburiano di classe (e di gruppo, visti i nomi dei collaboratori coinvolti) che tanto Hopper ha contribuito a creare, a partire da quella Facelift che stava sul monumentale terzo dei SM.
Memorabile, peccato che i seguiti non siano stati all'altezza ma il tramonto fu globale, non solo suo.

domenica 6 dicembre 2015

Autistic Daughters ‎– Jealousy And Diamond (2004)

Trio austro-neozelandese attivo su Kranky nello scorso decennio, dedito ad un ghost-rock degno di grande attenzione.
Questo fu il primo album e sorprendentemente faceva riprendere nuova vita al suono dei Talk Talk di Laughing Stock e dei Bark Psychosis di Hex, però con un distacco emotivo che li rendeva a loro modo diversi da quel mood tipicamente britannico. 
Quasi ovvio, vista la provenienza non solo geografica: il cantante/chitarrista Roberts, il bassista Dafeldecker ed il batterista Brandlmayer erano di estrazione art-avant e questa loro trasposizione dello slow-core finì per diventare una formula a dir poco originale.
Le sonorità sono pacate ma non gentili, con una chitarra pigra e discreta, la voce praticamente un sussurro, le ritmiche sonnolente; da potenziale sonnifero il disco si trasforma in un cunicolo notturno stracarico di fascino e mistero. Da segnalare la presenza alla produzione ed alla registrazione del connazionale Tricoli.

venerdì 4 dicembre 2015

Watter ‎– This World (2014)

E chi se lo aspettava che Britt Walford (batterista degli Slint) tornasse ad una nuova attività dopo una vita? Ci voleva il sostegno del chitarrista Zak Rails dei Grails e di un misconosciuto tastierista tal Tyler Trotter. E' un piacere vedere certe leggende tornare ad un ruolo più o meno creativo, anche se il suo compito in This world alla fine è di semplice supporto senza tanti scossoni.
Diciamo che gli Watter nascono con delle buone intenzioni, tipo quella di non suonare per nulla louisvilliani e ci riescono senza problemi. L'intento è quello di creare soundscapes e grandi orizzonti post-psichedelici, rigorosamente psichedelici: l'ombra lunga degli stessi Grails (riferimenti vagamente mediorientali, grande enfasi e spazi) si allunga sui momenti migliori, ma nella maggior parte del disco l'influenza maggiore sembra essere quella dei Porcupine Tree degli anni '90, cioè quelli più atmosferici. Il che non sarebbe certo un problema, però al gruppo sembra mancare l'amalgama, le composizioni e gli schemi sono un po' troppo diluiti per intrigare. Detto questo, l'ascolto è gradevole perchè è tutta roba che sostanzialmente piace, ma lo si archivia con la netta sensazione che non lo si riprenderà più.

mercoledì 2 dicembre 2015

Roly Porter ‎– Aftertime (2011)

Proveniente dal giro dubstep col duo Vex'd, l'inglese Porter si è messo in proprio e ha debuttato con questo magnifico assemblaggio di elettroniche moderne.
Un tracciato molto simile a quello che fece Ingram, il cui Consolamentum rivelò un solista insperato che si staccava drasticamente da quanto aveva fatto in precedenza, creando una formula personalissima.
Con Aftertime fuoriesce un flusso appassionato ed eclettico di tanti stili, tutti uniti nella direzione di scenari solenni e ben poco accomodanti: c'è il Ben Frost saturo di elettricità, il Basinski in loop-estasi contemplativa, l'Hecker rovinoso e srotolante, l'Eluvium neo-classico, fino a raggiungere stordimenti quasi industriali. Un amalgama che ha dell'incredibile caratterizza l'intera scaletta, con le atmosfere a rincorrersi, distruggersi e dissolversi. Con gli umori che passano dal glaciale all'accorato in un men che non si dica. Antologico in sè.

lunedì 30 novembre 2015

Tangerine Dream ‎– Stratosfear (1976)

Il famoso spartiacque fra la prima gloriosissima fase e l'inizio del declino, non a caso Baumann fiutò aria di decadenza e subito dopo fece le valigie, lasciando a Froese e Franke l'arduo compito di traghettare il Sogno verso il '77 e tutto ciò che ne derivava.
Innanzitutto, la title-track, con ogni probabilità il brano più bello che i TD abbiano mai composto, dai giri evocativi e con una dinamica mai udita prima da parte loro. Nel finale Froese rispolvera la chitarra elettrica e sfregia l'aria cosmica con fendenti brevi ed incisivi.
Proprio il recupero della 6 corde è forse il tratto più distintivo di Stratosfear, grazie anche alle frasi stentoree di Invisible limits. Completano il quadro l'incubo pastorale di The big sleep... e l'altro capolavoro 3 a.m. at the border, spettacolare contemplazione di chissà quale fenomeno naturale.
Ingiustamente sottovalutato, ma soltanto per gli storici precedenti.

sabato 28 novembre 2015

Nymph - New Millennium Prayer (2013)

Piacevole e schizzata proposta di vintagismo psichedelico da parte di questo collettivo newyorkese che per l'occasione ha incluso un intera band greca; gemellaggio che genera un felice incidente spazio-temporale.
Nei 4 lunghi brani di New Millennium prayer lo spettro sonoro viaggia dai Can ai Quicksilver, con tutto quello che ci può stare nel mezzo, inclusa una simpatica cantante orientale che geme isterica e marziale.
Bravissimo il chitarrista a cesellare vorticosamente sugli alti come il mai dimenticato John Cipollina. I ritmi sono vorticosi nonostante le lunghezze, dal funk al motorik ad un incessante utilizzo dei timpani.
Nulla di veramente eccezionale, ma un ascolto lo merita.

giovedì 26 novembre 2015

Atomsmasher ‎– Atomsmasher (2001)

Durante la sua carriera di sagace sperimentatore delle musiche violente, Plotkin ha avuto una breve fase alla testa di Atomsmasher, trio con un batterista ed un vocalist. Nulla di più differente da quanto inaugurò poco più tardi con i Khanate.
Sembra di trovarsi all'interno di un videogame di quelli sparatutto, dai ritmi impossibili e dalla schizofrenia più incontrollabile. Una sorta di cyber-grind da cartone animato, animato da inarrestabili manipolazioni elettroniche e con un ronzio quasi fisso stile-trapano che rende instabili tutte le frequenze alte.
Davvero difficile da descrivere, Atomsmasher è un esperienza di panico che va vissuta senza soste, per capirne meglio il (non)senso. Come l'ha definita brillantemente PS, questo è un suicidio musicale.

martedì 24 novembre 2015

Flaming Lips ‎– The Terror (2013)

Ovvero il terrore di poter vivere senza amore, come dichiarato da Coyne, che rincarava con siamo persi, sballati, senza speranza, musicalmente parlando. Ed è vero, ma allora che continuino ad esserlo. La seconda giovinezza dei FL, iniziata a mio avviso col bellissimo Embryonic, proseguita con l'ultra ciclopico Strobo Trip, raggiunge un'altra grande tappa con questo desolato, desertico e spaurito The terror.
Non inventeranno nulla, ma la loro impronta è sempre fortissima e stupiscono anche in questa serie. Di sicuro è il loro disco più atmosferico ed oscuro di sempre; perso per strada il batterista, lo hanno rimpiazzato con degli scabri beats meccanici. Le chitarre sono ridotte ad orpello secondario, la protagonista è un elettronica analogica che si adatta alla perfezione a composizioni che di fatto sono puro pop, come nella loro tradizione.
Così la lente audio-sensoriale dei FL riesce a trasmettere perfettamente lo stato d'animo del terrore, ma lo fa con quel suo classico e trasognato modo di fare che li ha resi unici al mondo negli ultimi 30 anni.
Lunga vita.

domenica 22 novembre 2015

Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza ‎– Eroina + Niente (1971)

Quasi nessuna parola in aggiunta a quanto riportato da Vlad per quanto riguarda Niente nè per quanto riguarda la storia generica del Gruppo, col celebrato The feed-back in primo piano.
Entrambi i dischi ivi trattati furono registrati nell'autunno del 1971 e stampati nel 2010/11 dalla gloriosa Cometa Edizioni Musicali. Non è dato di sapere se furono pubblicati all'epoca, quindi l'utilizzo library del materiale è più che un sospetto fondato. Niente è un trattato di fisica astratta; impossibile non notare la somiglianza della batteria di Restuccia con quanto Liebezeit compiva con i Can, ma si tratta di contemporaneità ed è quasi stupefacente. Eroina è un deliquio di sballi rovinosi e tortuosi, degna colonna sonora di menti geniali al servizio della causa descrittiva. Forse qualcuno di loro aveva avuto esperienze con la sostanza e l'aveva filtrata attraverso la messa in disordine musicale?
Avanti, ancora oggi.