mercoledì 30 aprile 2014

Wire - Red Barked Tree (2011)

Dopo il furore agonistico della reunion, i Wire sono diventati dei distinti signori di mezza età che continuano a divertirsi e godersi lo status symbol raggiunto con tutti i benefici annessi.
Hanno perso Gilbert dimissionario nel 2004 e di conseguenza privi dell'elemento più visionario del quartetto storico, si sono adagiati sulla loro formula classica dal 1988 in avanti (per favore non si facciano paragoni con epoche remote), privandosi del tutto delle parti elettroniche. Red Barked Tree è in tutto e per tutto un album chitarristico, con Newman in netto dominio e Lewis un po' rinunciatario. Ciò che piace è il tiro ritmico che il trio sfoggia in più di un numero; poi che i giovani che li imita(va)no suona(va)no molto più ingessati con 30 anni in meno sul groppone, quello è un altro discorso.
A vederli vestiti con quelle giacche, si intuisce persino il percorso artistico degli Wire di oggi: conservazione, tributi, stima della stampa e poco altro. L'arte e il fulmine creativo ormai sono dei lontani ricordi, e neanche le canzoni sanno imprimere.

martedì 29 aprile 2014

Wire - A Bell Is a Cup...Until It Is Struck (1988)

Ho un brutto ricordo riguardo ai Wire dei tardi anni '80: uno dei primi cd che acquistai in assoluto, allettato dal prezzo stracciato, fu Manscape che è universalmente riconosciuto come il più brutto che abbiano mai fatto. Non la pensai diversamente dal resto del mondo ed inorridito accantonai l'istituzione fino a quando scoprii, tempo dopo, i primi lavori.
Analizzando A bell is a cup, vien da pensare che dopotutto i Wire di quegli anni non erano poi così male, almeno dal punto di vista melodico. Perchè è quello che emerge brillantemente, a dispetto di una produzione tipicamente ottantiana, levigata e patinata; senza eccedere nè con l'elettronica nè con le ruffianerie Newman & co. componevano in collettivo e rinunciavano alla sperimentazione, con ottimi risultati; il pezzo di apertura, Silk skin paws, è uno dei più belli in assoluto mai realizzati, forte di una melodia ariosa col sentore drammatico che ha scandito i loro momenti migliori. Brillano parecchio anche Free falling divisions, It's a boy, Follow the locusts e persino il singolone accattivante Kidney bingos. Nel finale l'asso nella manica della situazione, con la stranita A public place che getta un ponte diretto con 154.
Eccellenti anche le bonus tracks dell'edizione in cd: la gelida danza di Pieta, il live sulfureo di Over theirs e quello martellante di Drill, il manifesto della loro (presunta) rinascita.

lunedì 28 aprile 2014

Wire - Chairs Missing (1978)

Con questo completo la trilogia più fulminante della new-wave, la saga Wire iniziata con Pink Flag e conclusasi con 154. Detto che replicare il miglior disco art-punk di tutti i tempi sarebbe stato impossibile e procedendo a passi veloci verso l'art-dark definitivo, Chairs missing è un disco sfuggente, difficile da inquadrare perchè racchiude e condensa tutta la schizofrenia creativa del periodo in una scaletta mozzafiato. Io tendo a ricordare maggiormente le dolcissime ipnosi di Marooned e Used to, l'avanguardia di Former airline, le stranianti perle melodiche di French film blurred, A question of degree e Outdoor miner. Gli anthem punkeggianti non erano all'altezza di Pink Flag, ma fungevano più da intermezzi coesivi di un disco che si rivelava potente e fragile al tempo stesso, con una memorabile produzione, già in odore di new-wave della più innovativa.
La storia ha già emanato tutto, nient'altro da dire.

domenica 27 aprile 2014

White Out - Red Shift (1997)

Per essere un entità impro-avant-garde dei giorni nostri, i White Out sono stati anche abbastanza onesti: in 15 anni di carriera appena 5 albums sfornati, il sostegno costante di Thurston Moore e collaboratori illustri come Jim O'Rourke.
Detto che spesso essere dei protetti dai famosi non comporta automaticamente di avere di fronte dei fenomeni, i newyorkesi sono un duo: il batterista Surgal, perennemente in libertà free-jazz e la polistrumentista Cubertson, che suona l'elettronica, il flauto e fa anche qualche vocalizzo echeggiante. Questo fu il loro primo album e con loro c'era anche un No Neck Blues Band, tanto per restare in area freak-garde. Perchè in questo ambiente siamo, anche se l'humus sembra essere un po' più colto. Un ascolto difficile, con pochi momenti realmente musicali e la parvenza di essere in un limbo astratto che si ricicla continuamente. Molto, molto originale.

sabato 26 aprile 2014

White Hills - H-p1 (2011)

Li vidi ancor prima di ascoltarli, 4 anni fa, di supporto ai Pontiak al Bronson e li trovai noiosi e scontati. La croce sopra era scontata per non dire una sicurezza, se non che qualche mese fa SIB ne ha descritto le gesta con toni a dir poco entusiastici in un intero (!) servizio dedicato.
Così ho dato loro un altra chance, ed ecco qui il loro disco da 9 in pagella e quant'è bello il mondo della musica che ti stupisce sempre per come ogni testa, anche quella più navigata ed esperta, ragioni a modo proprio ed inaspettato.
Il disco inizia molto bene con l'uragano psycho-stoner The condition of nothing, seguito da Movement con uno strano incedere krauto-industriale di chitarrismi percussivi e dagli 11 minuti di No other way, un lento caleidoscopio molto evocativo per quanto robusto. A partire dal motorik interminabile di Paradise iniziano i problemi, ed anche grossi purtroppo: il citazionismo fuori tempo massimo di Hawkwind e Monster Magnet, le inconcludenti fasi lunari ed elettroniche, le tempeste magnetiche innocue per la loro scontatezza, fino ai 17 minuti della title-track che toglie ogni filo di speranza (e di vita) con i suoi tamarrissimi assoli di chitarra, me li fa bocciare per una seconda (e definitiva, direi) volta. Vade retro.

venerdì 25 aprile 2014

Weidorje - Weidorje (1978)

Bernard Paganotti era stato il bassista chiamato da Vander al gravosissimo incarico di sostituire Jannik Top durante il primo, breve iato. Fece in tempo ad apparire nel live del 1975, a comporre e registrare Weidorje su Udu Wudu e poi fu prontamente sbattuto fuori per reimbarcare sulla setta il poderoso predecessore. Il risultato di tutto questo casino fu che Paganotti prese con sè un altro ex-Magma, il tastierista Gauthier e mise su il suo gruppo nominato come il pezzo sopracitato.
L'unico disco rilasciato fu questo omonimo del '78 e mi è stato introdotto da un illuminante post dell'amico Vlad, del quale non so fare altro che sottoscrivere le opinioni. Il settetto, che comprendeva coppia di fiati e coppia di tastiere, non aveva proprio nulla da invidiare ai Magma di due anni prima, al punto che sembrava quasi una sfida. I due transfughi operavano un rilancio sul fantascientifico jazz-fusion della band madre, concentrandosi sugli schemi da capogiro di uno standard epocale come De Futura, meno teatrali e più terreni. Paganotti svettava col suo fuzz sopra ogni cosa ma la firma sul materiale era in maggioranza di Gauthier, e le due bonus tracks (presumibilmente registrate dal vivo) presenti sulla ristampa Musea di 15 anni dopo erano in dote all'altro tastierista e al chitarrista, tutti quanti bravissimi. Potrei quasi asserire che influenzarono di più loro i Guapo piuttosto che i Magma, con le relative considerazioni. Paurosi.

giovedì 24 aprile 2014

Web - I spider (1970)

Spettacolare esemplare di british-jazz-prog ad opera di questo sestetto inglese dalla vita breve e dalle gestazioni travagliate.
L'influenza dei Colosseum è palpabile per larghi tratti, grazie alle splendide partiture di tastiere e dei fiati che rendono speciale; insomma, per chi non si è accontentato dei 4 album pubblicati da Hiseman & co. in quegli anni I spider è certamente una piacevolissima integrazione. A questo si aggiungono eleganti e raffinati passaggi in stile canterburyano, qualche svisata jazz con poche sofisticazioni e qualche hard-impennata fiammante. Concerto for bedsprings e soprattutto l'incantevole melodia della title-track sono le tracce più brillanti.
A seguito dello scioglimento, il cantante / tastierista Lawson confluì nel gruppo dell'ex Colosseum Greenslade, ma la magia non si ripetè.

mercoledì 23 aprile 2014

We Vs. Death - A Black House, A Coloured Home (2009)

Anzichè restare ancorati agli stilemi dell'epic-instru sul brillante disco d'esordio, gli olandesi hanno preferito introdurre il canto, ordinare ancor di più le strutture e svoltare verso un post-slow-core che sa tanto di anni '90.
Detto che la voce non è certo entusiasmante e quando va bene sembra una versione fredda e meno espressiva di Jason Molina, le capacità di songwriting restano di medio-alta qualità e regalano belle tessiture come The sun, Black Map e Golden medals. Nel complesso i WVD così facendo sono diventati un incrocio fra Van Pelt e i Rodan meno agitati, pur non avendo il talento di nessuno dei due. Insomma, un passo indietro; d'accordo il cambio, ma erano meglio prima.

martedì 22 aprile 2014

Walls - Coracle (2011)

Una versione androide dei Can di metà anni '70, questo è ciò che sembra Coracle alle mie orecchie. Le geometrie squadrate ed insistenti, l'elettronica mista analogico/digitale, le trasognate atmosfere mediate dal rigore teutonico, tutto concorre a darmi questa impressione dei Walls (uno è italiano).
In sostanza, intrigante ed abbastanza coinvolgente. Forse manca una zampata che si faccia ricordare, che rende il tutto un po' evanescente quando si arriva alla fine del disco; ma non è detto che i Walls la cercassero necessariamente. 

lunedì 21 aprile 2014

Wall Of Voodoo - Dance of death (Live in Toronto 1983)

Dalla famigerata Beech Marten, un altro di quei bootleg tirati fuori in chissà qual modo nei primi '90 che comprai a poche lire da Nannucci per posta. Inquadrati in un momento di svolta, poco prima dell'ammutinamento di Ridgway, Nanini e Noland, i WOV in questo concerto apparivano in formissima e suonavano molto più freschi e coinvolgenti rispetto alle prove in studio.
A 20 anni dalla prima volta che lo ascoltai, ancora oggi mi chiedo: ma dov'è il basso? O ci fu un problema a livello di registrazione nel soundboard oppure Gray suonava solo il synth in coppia con Noland. Al di là di questo, dopo averci fatto l'orecchio con lo sprint iniziale di Call Box, è una mancanza da poco perchè la vera anima dei WOV esce alla grande, priva di qualsiasi filtro produttivo e con le sue migliori qualità; la voce di Ridgway, la chitarra squillante di Moreland (ex-metallaro in cerca di qualcosa di diverso) e le architetture, semplici ma curatissime, per non sottovalutare l'apporto di Noland, che oltre a suonare il synth faceva i controcanti e la tromba, e il percussivismo atipico di Nanini, libero da vincoli grazie alla drum-machine.
Quindi, wave-western-elettronico reso con vigoria e passione; ci sono le migliori creazioni come Lost Weekend, Call of the west, Interstate is, Long Arm, Ring of fire nonchè la celeberrima Mexican Radio. E' la cosa che preferisco di tutto il loro repertorio.

domenica 20 aprile 2014

Walking Mountain - Walking Mountain (2012)

Veterano dell'elettronica, fregiato anche di titolo sulla Thrill Jockey, Sailer è un altoatesino conosciuto per anni con lo pseudonimo di Wang Inc. ed ora rinominatosi Walking Mountains.
Il cambio di nome sembra essere motivato da un drastico cambiamento di stile, in quanto Sailer si butta a capofitto su un elettro-rock-cross-over influenzato dalle musiche più alte degli anni '70. Mix intrigante sulla carta, in linea di massima qualcosa che ricordi le commistioni di Steve Hillage negli anni '90, così Sailer si trasforma in una one-man-band che macina origini e suoni disparati, per ritmi digitali ma improntati ad immagine e somiglianza degli equivalenti umani.
Il problema sta nell'eterogeneità del materiale, che è dispersivo fino alla morte; al termine non c'è un pezzo che si ricordi (forse solo Orange sky, ma perchè è l'unica cantata), e sembra più uno showcase delle possibilità dell'uomo di fare musica. Autoindulgente e sfocato.

sabato 19 aprile 2014

Scott Walker - Scott 4 (1969)

Non sono un fan dello shocking-Walker degli ultimi 20-30 anni, e non sono un particolare estimatore del pop sinfonico anglosassone di fine anni '60, a meno che non si intenda ascrivibile al genere Forever Changes dei Love. Ma di fronte ad un gioiello assoluto come Scott 4 non mi resta altro che togliere il cappello e godere l'ascolto con tutta la deferenza necessaria.
Si sa, la carriera di Walker è stata un ottovolante fra grandi successi e grandi delusioni, lampi e silenzi; ci fu un un momento, nel 1969, in cui il cantautore fu toccato da una grazia compositiva che ebbe del divino, così Scott 4 fu il primo disco in cui di covers non ce n'era neanche l'ombra. Toltosi da addosso l'ombra di Brel, Walker griffava 10 brevi pezzi di croonering sinfonico semplice ma profondamente emotivo, con una produzione perfetta. Oggi non riesco a smettere di ascoltare On Your own again, The old man's back again, Duchess, soprattutto Rhymes of goodbye (apoteosi trionfale al temine, uno  dei pezzi della vita) in primis, ma è tutto il complesso a brillare per la sintesi e la maestria con cui Walker sposava pop, folk e country e santificava il tutto con la sua grande voce.
Sarò anche un sentimentale, ma per me non c'è proprio confronto con Bish bosh.

venerdì 18 aprile 2014

V/Vm - White Death (2006)

E' stato il primo pseudonimo a rappresentare Kirby, quello che gli ha procurato più visibilità visto l'approccio elettro-noise dissacrante ed oltraggioso nel manipolare materiale altrui. Eppure ad un certo punto, mentre The Caretaker iniziava a prendere la mano, anche V/Vm ha cambiato pelle ed ha messo in mostra un autore di grande talento ormai capace di regalare (in tutti i sensi, vista la mole di files uploadati gratis dallo stesso) emozioni a volontà. Ora il progetto è fermo dal 2007 e forse non aveva più senso continuare ad utilizzarne il nome, visti gli sviluppi. White Death è un concept dedicato al naufragio nei ghiacci marini di tale Valerian Albonov ed è semplicemente stupendo, stupisce per la capacità collagistica tale che sembra veramente suonato da cima a fondo, ammalia per la profondità dei temi conduttori, avvolge la stanza e la permea di atmosfere multiformi. Apre Valerian Albonov con una ragnatela di sinfonismi drammatici: The Saint Anna, la barca coinvolta che si fa strada nelle nebbie più impenetrabili, fatte di goticismi spettrali. The Death of Nilsen è un fumo caretekeriano che risale dalle acque gelide, Northbrook Island un barocchismo incantato, Sedov's camp un cicaleccio commovente, Snowblindness un muro sinfonico di imponenza cinematografica.
Il meglio sta alla fine; White Death con i suoi 9 minuti di dolenza pastorale è fra le 4-5 cose più belle che Kirby abbia mai fatto, e la coda di Homecoming regala brividi a profusione. Date queste partiture ad un orchestra vera, al posto dei soliti tromboni; cosa ne uscirebbe?

giovedì 17 aprile 2014

VV.AA. - Criminale Vol. 1 - Paura (2013)

La Penny Records è un etichetta contemporanea italiana che da appena 2 anni propone ripescaggi dei '60 e dei '70 soprattutto dedicati alle colonne sonore ed alla library, come nel caso di Criminale vol. 1 Paura che ha il merito di introdurre l'appassionato a nomi fino ad adesso sconosciuti. A fianco di mostri sacri come Tommasi, Alessandroni, Casa, Sorgini e Iacoucci, è piuttosto curioso sapere che (al netto di info fondanti in merito) i fratelli Bracardi componevano soundtracks per film dell'orrore, con titoli come La morte rossa I bevitori di sangue (ossessiva pulsione per organo trivellante e batteria). Notevolissimi anche i contributi di Peymont (Tensione beta per drone di synth e mazzate di basso fuzz), Sandro Brugnolini, Lamartine e Joel V.D.B. 
Volendo fare un po' i pignoli, si potrebbe anche dire che la scaletta è un po' eterogenea, ma la lungimiranza del contenuto passa sopra qualsiasi cosa e la Paura è davvero la sensazione predominante.

mercoledì 16 aprile 2014

VV.AA. - Spirit of Talk Talk (2012)

La storia a volte fa giustizia e seppur rilasciato da una indie-label, questo tributo pone luce sulla storia dei TT ed annovera anche musicisti di grande popolarità come componenti di Depeche Mode e Arcade Fire. 
Una luce che non va mai spenta, chiaro.
Ma a volte i dischi tributo sono delle ghigliottine senza pietà, e questo è il caso di Spirit. Quasi nessuno ha avuto il coraggio di prendere un pezzo e provare a reinventarselo, a buttarci un po' di fantasia e metterlo in gioco; e nessuno dei 30 coinvolti ha saputo ricreare il feeling di Mark Hollis in nessun modo, nè nelle tracce elettro-pop nè nel tardo repertorio. Sarà anche perchè è un impresa umanamente impossibile, ma non importa; questo è un tributo che va ascoltato così per curiosità, ma vorrei sapere a quanti fan dei TT è piaciuto realmente. Sono pochi quelli che si salvano, per prudenza: Do Make Say Think, Matthias Vogt, The Last Dinosaur, Zelienople, ma solo perchè hanno avuto la giusta reverenza nei confronti dell'originale e hanno badato a non fare passi falsi.
Hollis, torna a far qualcosa se puoi.

martedì 15 aprile 2014

VV.AA. - Strade Trasparenti (2011)

Colonna sonora dell'omonimo film-documentario realizzato dal brasiliano Contento nel 2008, e meritoriamente messa in digitale dall'etichetta Staubgold tre anni dopo; sì, meglio tardi che mai.
La pellicola tratta la visione di scenari brasiliani visti dal vetro di un bus che viaggia, ed i contenuti musicali esclusivi sono di primissimo ordine. Aprono i Necks con Transparent Road, mezz'oretta della loro cult-impro a crescita graduale con l'aggiunta di una chitarra elettrica (non c'è modo di sapere chi l'abbia suonata, mi pare) a punteggiare sapientemente; diciamo grosso modo fra Acquatic e Townsville, giusto per dare un riferimento discografico. Ogni altro commento è ormai superfluo.
David Grubbs confeziona un soliloquio chitarristico di 10 minuti, un po' apatico, con qualche passaggio ben riuscito ma nel complesso non troppo entusiasmante. Abbastanza funzionali alla pellicola i contributi di Mira Calix (percussioni e xilofono) e Mute Socialite (fra Calexico e blues-rock). Chiudono il discorso i grandi O-Type con Shadowgram, labirintica suite di 23 minuti: assimilato il concetto, hanno brasilianizzato il loro sound con ritmi caracollanti, flautini, percussioni di ogni tipo mandati a cozzare contro la 6 corde di Anderson, riflessiva e dissonante come da attese sempre mantenute. Da capogiro.

lunedì 14 aprile 2014

VV.AA. - Perfect as cats - A Tribute to the Cure (2008)

Tributo a scopi benefici, dagli introiti destinati alle organizzazioni di carità impegnate in Sudan, ad opera di una etichetta californiana specializzata in electro-pop di nuova generazione. Il rooster di competenza viene pescato a mani basse, e non essendo un intenditore alla prima lettura della scaletta mi sono chiesto "ma chi sono questi?" Mi sembra chiaro che i nomi più noti siano Dandy Warhols e Jesu, ma a parte questo la curiosità è tanta e i cd sono due, pertanto ho ascoltato il tributo più volte e sorprendentemente mi è sembrato di buona qualità generale. Chiaro che ci sono alti e bassi, ci sono i più creativi e personali da un lato ed i calligrafici dall'altro, ma in generale la media è soddisfacente, tutti i 35 pezzi si lasciano ascoltare ed in pratica non c'è nessuno che perde la faccia o diventa scandaloso o rovina la fonte (forse soltanto una Disintegration che, ridotta a piano e voce da Lewis & Clarke. perde quasi tutto il suo valore. Ma ci può stare)
Sarà anche che chi ne esce vincitore alla fine è sempre Ciccio Smith; la sua immensa qualità compositiva, sia dark che pop, esce ulteriormente rafforzata in mano ad esecuzioni di disparati arrangiamenti, con una nettissima maggioranza di voci femminili (!).
Detto che i due nomi sopracitati mantengono grosso modo le attese (i DW ipnotizzano Primary con un buon arrangiamento drug-club-oriented, Broadrick si trova a perfetto agio nel jesuizzare The funeral party), da nominare ci sono senz'altro 5-6 nomi che spiccano nel mucchio. La palma del migliore spetta sicuramente al trio newyorkese Gangi, che riesce nell'impresa di dare un valore aggiunto allo splendore di Fire in Cairo con un incantevole versione elettro-acustica, all'apparenza semplice ma fitta di micro-variazioni rispetto all'originale.
Lodevolissimi; Bat For Lashes che trasforma A Forest in una magica filastrocca folk-tronica, Aquaserge che stravolge il ritmo di 10.15 Saturday night, la contemplazione gotica di All cats are grey viene dilatata ed espansa dalla polifonica rendition di Devastations. Army Navy rallentano il passo di Jumping someone else's train, Corridor esaltano l'acidità di The Kiss.
In sostanza che dire? Bravi, più o meno tutti.

domenica 13 aprile 2014

VV.AA. - The last days of Planet Rock (1996)

Uno dei tanti motivi per cui PR diventò un mito, una leggenda, un istituzione fu questo gesto assolutamente ribelle, per non dire punk, uno sberleffo metaforico ai piani alti. Durante gli ultimi giorni della programmazione, a fine 1996, i conduttori di turno erano i grandissimi Rupert (dissacrante, gigioneggiante, casinista) e Mixo (illuminista, enciclopedico e raffinato, il mio preferito in assoluto) ai quali toccò dare il triste annuncio (con un brevissimo preannuncio, peraltro) che il programma era ormai tagliato fuori dai palinsesti Rai futuri, per motivi sconosciuti. Era già la seconda volta in cui il Pianeta veniva spento, dopo la breve interruzione a fine '94: in quel caso la valanga di proteste dei fans aveva compiuto il miracolo di operare la rinascita dopo poco tempo, ma  questa volta non c'era proprio nulla da fare. I piani alti avevano definitivamente ucciso un'immenso flusso culturale.
Ebbene, in quegli ultimi giorni R&M si fecero beffe dei canoni commerciali della radio e diedero alle onde proprio quello che pareva loro, incuranti di ogni direttiva potesse arrivare dagli uffici marketing. Non che non avessero mai ricevuto indicazioni in precedenza, per carità, ma trasmettere cose come Third reich'n'roll dei Residents o Sequenze e frequenze di Battiato sarebbe stato un gesto arduo persino per il turno più coraggioso e meno ascoltato di Stereonotte.
Questa mia piccola selezione comprende, oltre ai due sopracitati, Henry Cow, Grand Funk Railroad, Lizard dei King Crimson e Jefferson Airplane, nonchè i commenti didascalici dei due fenomeni. Comune denominatore di questi, trattavasi di pezzi oltre i 10 minuti di durata. Così con questo ultimo lucente colpo di coda Planet Rock mi impartiva l'ultima, preziosissima lezione di storia della musica e mi lasciava con l'amaro in bocca per la fine di una storia irripetibile, ma anche con la consapevolezza che davanti a me avevo un altro gigantesco pianeta di musica tutto da esplorare, per tutta la vita.

sabato 12 aprile 2014

VV.AA. - Sides 1-4 (Skin Graft AC-DC Tribute) (1995)

Quando lessi per la prima volta Steve Albini riferire che gli AC/DC erano una delle sue più grandi influenze, pensavo che scherzasse. Invece faceva sul serio, ed insieme a 3 band del glorioso rooster Skin Graft nel 1995 partecipò a questo mini-tributo alla tamarra istituzione australiana.
Non ho nulla contro gli AC/DC, anzi, ritengo If you want blood un ottimo live, ma credo che tutti i loro album in studio siano delle sparate a salve, prodotti in maniera vergognosa per svilirne la potenza. Da qui ad essere una band da tributare ce ne corre, per cui la faccenda mi lasciò un po' contrariato.
Comunque: gli Shellac sforbiciavano Jailbreak nelle estremità generando un po' di interesse, ma la fase canonica è debole ed appannata. Gli U.S. Maple si normalizzavano alle prese con Sin City, con un po' di controtempi ma dando l'impressione di fare il compitino senza troppa convinzione.
Più interessanti gli altri due. Il supergruppo Brise Glace, nei credits si scrive limitato soltanto alla presenza di Jim O'Rourke, confeziona il minicollage Angus dei aus licht in tre parti: apertura cosmica, boogie rutilante e loop di riff di Young in delay. Straniante.
Il vero centro dell'operazione però era messo a segno dai Big'N, meteora del tempo incentrata su un noise-blues sanguinario in scia Laughing Hyenas ed affini. Nelle loro mani TNT diventava una bomba molotov, pur senza tanti stravolgimenti: potentissimi.

venerdì 11 aprile 2014

VV.AA. - The Definitive Ambient Collection (1993)

153 Album dal 1993 al 2012, senza contare gli EP, i mixes e le finte antologie come questa, che celata dietro l'alquanto presuntuoso titolo di Definitive nasconde in realtà un album di Pete Namlook registrato sotto diversi pseudonimi tramite collaborazioni più o meno solitarie.
Namlook fu un musicista elettronico tedesco che incise cotanta roba in quell'arco di tempo, cioè da quando fondò la propria etichetta Fax (nessun'altro al mondo gli avrebbe permesso tale volume, probabilmente) fino a quand'è passato a miglior vita. Sull'eredità dei genitori putativi degli anni '70, con la maggiore disponibilità di tecnologia ed un amore smodato per le musiche etniche asiatiche Namlook ha basato questa orda barbarica di releases ma se c'è qualcuno che li ha ascoltati tutti per favore si faccia sentire e dica la propria, perchè c'è il serio rischio di giudicare un artista senza averne il diritto. In ogni caso, TDAC è una dignitosa rappresentazione della ambient degli anni '90 nei suoi aspetti buoni e deleteri: suoni suggestivi, sentore spaziale, ma anche una certa carenza di idee, stucchevolezze e facili perdite di gusto negli assemblaggi. Fra le cose positive senz'altro va annoverata Je suis triste et seule ici, splendido trip medio-orientale a nome Air che andrebbe riportata nelle collezioni, quelle proprio definitive.

giovedì 10 aprile 2014

VV.AA. - Biologia Marina (1973)

Compilazione a 3 fra i soliti noti: Alessandroni, Tommasi ed il violinista / compositore di colonne sonore Franco Tamponi, nome decisamente meno ricorrente quando si parla di library. Ma non da meno degli altri due, quantomeno in Biologia Marina che lo vede alle prese con un poker di pezzi al piano elettrico. E quale aggettivo viene spesso associato al Fender Rhodes? Liquido, no?
Per chissà quale motivo (vezzo personale o scappatoia contrattuale?) gli altri due maestri comparivano sia a proprio nome che a pseudonimo. Alessandroni si ribattezza Braen e genera il mostro Octopus per arpa, barriti di trombone e celesta (potrei sbagliare tutti gli strumenti, eh), nonchè la spettrale Vita Abissale per allucinazioni d'organo e vibrafono percussivo.
Tommasi invece sceglie il nome Atmo e se ne sta più rilassato fra Bollicine, Correnti Sottomarine e Acque Tranquille, anche lui col Rhodes. E la domanda che ne consegue è: ma fra di loro si parlarono, si misero d'accordo o fecero tutto a scatola chiusa?

mercoledì 9 aprile 2014

Votiva Lux - Visioni (1994)

Scavando fra i demo che comprai fra il 93 e il 95, mi sono stupito di non aver mai scritto dei Votiva Lux, di cui poi non mi piacque per nulla Solaris, il loro disco maggiore uscito nel 2002. Seppur ugualmente derivativo di certi modelli anglosassoni, al contrario il loro demo del 1994 mi conquistò subito e riascoltarlo dopo tanti anni genera un sottile ed ingenuo piacere.
Votati alla dark-wave più secca (i Joy Division vengono indirettamente citati con la dedica a Ian Curtis in Punto Zero, anche se direi che la fonte d'ispirazione maggiore siano i Diaframma) i bolognesi sapevano scrivere anche più che buoni pezzi come Il Treno, Elevazione e la bellissima Città senza sole, in modo che alcune inevitabili ingenuità giovanili ed un cantante non eccelso passassero in secondo piano. 
Insomma, erano meglio devoti al goth che al post.

martedì 8 aprile 2014

Steve Von Till - As The Crow Flies (2000)

Ho sempre diffidato di questo genere di cantautori, prestati all'intimismo ed all'acustica dopo una vita passata nelle musiche estreme, e forse Von Till è uno degli esponenti più popolari della nicchia. A prescindere dai Neurosis, mi apparve, fin da quando questo disco uscì, che la catarsi con la quale si voleva liberare da chissà quali demoni fosse un po' forzata. Avrò pensato male ma a 14 anni di distanza il mio parere non è cambiato di una virgola, anzi; in quegli anni il rinascimento acustico era in un bel periodo come considerazione della stampa e come successo indipendente, quindi....penserò di nuovo male ma questo disco resta noioso, monotono e privo di lampi di qualsiasi tipologia. D'altra parte, uno che proviene dall'hardcore e poi ha contribuito a rifondare il metal moderno non può reinventarsi cantautore acustico e fare il miracolo; troppo distanti i mondi, troppo monotona la voce, troppo vuote le composizioni.

lunedì 7 aprile 2014

Mark Kozelek - Live in Bronson sabato 05-04

E' sempre un po' il compimento di un piccolo sogno, trovarsi di fronte ad uno dei propri miti. A vent'anni da quando comprai ed ascoltai Bridge, riesco a veder suonare il caro vecchio Mark, sabato sera al Bronson.
Come pre-annunciato dallo staff, un live in solitaria della durata di due ore. Saluto con piacere il ritorno ad una forma compositiva stellare per il nostro, iniziata 4 anni fa con Admiral fell promises; il nuovissimo Benji è zeppo di belle songs, ricche di pathos come soltanto lui può catturarle in aria, riversarle sulla chitarra acustica (davvero notevole il suo fingepicking) e contornarle di quella voce, quella voce, quella voce.....Diretta verso il mezzo secondo di età quella voce è matura, forse lievemente arrochita, e così stagionata suona quasi meglio di 20 anni fa.
Ovviamente non ricordo neanche un titolo, riconosco qualcuna delle più belle, ma....neanche una vecchia nella scaletta, questo il mio unico rimpianto. Mark sembra aver cancellato il passato RHP, unica pecca di un concerto che lo ha visto come sua abitudine scherzare col pubblico, chiedere il dialogo e snocciolare battute ridanciane. Ma nel complesso sono state due ore incantevoli, caro vecchio Mark.

domenica 6 aprile 2014

Von Lmo - Cosmic Interception (1994)

Personaggio oscuro e contornato da un alone di mistero che discograficamente realizzò 3 prodotti in 15 anni prima di scomparire, Von Lmo avrebbe avuto la potenzialità per diventare un mito ma si perse nei meandri della vita e dei suoi effetti collaterali.
Di fatto Cosmic Interception riprendeva gran parte dei pezzi presenti in Future Language, il precedente datato addirittura 1981 con l'aggiunta di 2-3 inediti. Musicalmente era un bizzarro miscuglio di rock'n'roll (quasi hardcore) pestato fino all'ossessione più totale e new-wave acida e futuristica, suonato con grossa cattiveria  agonistica ed una determinazione indomabile. La prima componente è letteralmente trascinante: i pezzi sono per 2-max 3 accordi ripetuti all'infinito (ma Radio World ne ha soltanto 1!), eseguiti quasi sempre ad una velocità supersonica ed una ritmica serratissima, con pochissimi assoli ed il prezioso contributo di un sax che non fa sfracelli ma aiuta a colorire un suono altrimenti troppo monolitico. 
Quelli che potrebbero essere i pezzi del 1994 sono invece segnati da una grossa influenza dei Chrome epoca 1981/1982, seppur la personalità di Von Lmo fosse così rilevante da non poter parlare di imitazione. Comunque, esaltante ed unico.

sabato 5 aprile 2014

Volume - Stampone (1995)

No, non fu un gruppo italiano. Volume fu una joint-venture durata tre sere elusive (come da note interne) fra Azalia Snail, Dan Oxenberg dei Supreme Dicks, i fratelli Branstetter dei Trumans Water ed altri due elementi a me sconosciuti. Ed il risultato di questa estemporanea unione di matti fu quasi esattamente ciò che ci si poteva immaginare: un informe groviglio di rovi free-form freak-out, uno sballo svaccato con le singole componenti peraltro ben distinguibili: la chitarra sommessa e (volutamente?) scordata di Oxenberg, gli effetti psichedelici della Snail e il caos disconnesso dei fratelli. Tutto rigorosamente improvvisato, direi: il risultato finale è qualcosa che dire ostico è poco; le vaghe venature melodiche sono appannaggio esclusivo di Oxenberg o di una tromba che scorrazza a tratti, mentre gli altri pensano più che altro a creare rompicapi senza alcun tipo di freno. Per completisti dei progetti coinvolti, oppure per amanti del primo Red Krayola.

venerdì 4 aprile 2014

Volcano! - Paperwork (2008)

Geniale rilancio di ciò che era stato un debutto promettente: all'insegna del o la va o la spacca, i chicagoani Volcano! hanno centrato in pieno le loro intenzioni e i desideri di chi ne aveva apprezzato l'intrinseco valore, seppur con qualche riserva.
Paperwork è coeso ed ampio quanto basta per renderli protagonisti di un non-genere, quest'emo-art-avant-rock che rigoglioso trasuda vivacità e sana bizzarria da tutte le tracce. Rispetto a Beautiful leisure le fondamenta non sono molto diverse, ma il trio ha guadagnato in visione, compattezza e soprattutto composizione. Ad esempio, Africa just wants to have fun inizia come una jam abbozzata dei Talk Talk di Laughing Stock e poi esplode in un chorus math-pop che si attacca al cervello in prima istanza. Non è solo la componente melodica ad uscirne rafforzata, da questo miglioramento: due capolavori come Tension loop e Palimpsests fanno faville fra scoppi emotivi e visioni progressive, battendo i Radiohead in trasferta nonostante le personalità dei musicisti coinvolti siano profondamente diverse. 
In ultima analisi, hanno anche lasciato perdere scherzi di cattivo gusto e/o sprofondamenti nel kitsch. Per cui, discone.

giovedì 3 aprile 2014

Volcano The Bear - Five Hundred Boy Piano (2001)

Troppi, troppi dischi hanno rilasciato i VTB per potersi fregiare di un identità ben marcata. Si potrebbe dire la stessa cosa del loro patrocinante Stapleton, ovvio, ma i contesti storici sono ben diversi. A parte questa recriminazione, Five Hundred boy piano è un ottimo melting pot di sperimentazioni brade: i vocalismi spiritati di The tallest people in the world, i dadaismi allucinati della title-track, le arie residentsiane di I am the mould, le psicosi folkeggianti di Seeker contribuiscono all'ennesima elevazione di astrusità con cui il combo inglese ha saputo destreggiarsi negli anni: certamente le progeniture (anzi gli antenati, direi) sono di chiara fonte, ma vale la stessa regola per tutti i generi: ciò che conta è lo stile e VTB l'ha sempre avuto, chiaro e forte.

mercoledì 2 aprile 2014

Voivod - Nothingface (1989)

Mi sono sempre detto, ogni tanto: devo rivalutare i Voivod di mezza stagione, perchè il loro suono è invecchiato molto meglio di tanti altri coetanei, inclusi quelli che si protraevano (o quantomeno cercavano) oltre il metal classico.
Probabilmente Nothingface non sarà ritenuto da tutti il loro miglior disco, ma fu esemplificativo della loro piccola impresa creativa: della radice metal restavano soltanto qualche assolo veloce, i ritmi erano sconnessi e sincopati come da remoto retaggio progressive. La voce naturale, non eccezionale ma sempre modulata a tono, le composizioni ben definite ed articolate. Le tracce migliori: la title-track, Sub-Effect e la splendida Into my hypercube, il mio pezzo preferito di tutto il repertorio.
Ma il bello dei Voivod stava nel fatto che riuscirono a controllare l'ambizione di creare questo metal futuristico restando umili, senza mai sorpassare i propri limiti tecnici nè strafare.

martedì 1 aprile 2014

Voice Of Eye - Mariner Sonique (1992)

Prima della svolta mistica di Vespers, i VOE realizzavano un ambient cupa ed abissale, quasi stordente. Questo loro debutto ufficiale è un gorgo con ben pochi squarci di luce, in parte debitore di alcuni compositori del decennio precedente: Roach per i percussivismi sintetici, e mi verrebbe da dire anche Nocturnal Emissions per la componente ritualistica che trasuda dalle ambientazioni nonchè per i residuati industriali.
Su tutto aleggia una cappa dark di grande spessore: Mariner Sonique pecca un po' di disomogeneità, ma d'altra parte vista la lunghezza (e il fatto di essere al debutto) non era facile dare sfogo alle ambizioni del duo. Va pertanto inquadrato come precursore delle meraviglie a cui hanno saputo dare luce negli anni successivi.

lunedì 31 marzo 2014

Vocokesh - Smile And Point At The Mountain (1995)

Lo psych-master americano Franecki, dopo aver abbandonato la navicella F / i, varò il progetto Vocokesh continuando la sua missione lisergica. In fondo i presupposti erano gli stessi, ma le esagerazioni soltanto un po' mediate dal fatto che l'esuberanza giovanile dei F/i era passata ed il chitarrista cercava nuove vie.
In tal senso Smile ci riusciva; 8 tracce tutte senza titolo, col consiglio di ascoltare il cd in modalità shuffle ben evidenziato nelle note interne, di cui 2 che oltrepassano il quarto d'ora di durata (5 una evoluzione indianeggiante di Ummagumma, 3 uno stordimento che li fa sembrare come dei Dead C liquefatti), che passano fra distorsioni galattiche, fasi ambient, metronomie tedesche ed elettronica analogica compiendo l'impresa di non stancare praticamente mai nonostante la lunghezza.
In fondo si tratta solo di sorridere e scrutare la montagna sacra della psichedelia. Bellissimo.

domenica 30 marzo 2014

Vladislav Delay - Anima (2001)

Un'ora e 2 minuti di flusso unico, ininterrotto, basato su 3 accordi di tastiera, attorno a cui gira un mondo intero di glitches, bleeps, percussioni smorzate e digitalismi assortiti.
Non sono mai stato un grande fan di queste sonorità, devo essere sincero; dev'essere per questo se fatico a cogliere il lirismo e l'intensità emotiva del disco. E non è certo per la ripetitività di quest'ora, altrimenti non sarei grande fan di Basinski, ad esempio, per non fare tanti altri nomi. Sarà perchè il vero godimento di Anima forse sta nel cogliere le progressioni o i giochi ad incastro degli effetti elettronici. Boh, io non l'ho capito.

sabato 29 marzo 2014

Vidna Obmana - The Spiritual Bonding (1994)

Il belga Serries è un'elemento importante della scuola europea post-industriale, in quanto ambient-master dalla carriera ormai trentennale, anche se negli ultimi 10 anni ha cambiato nome al progetto. L'intestazione Vidna Obmana in questo capitolo sembra un po' stretta; il materiale era farina del suo sacco ma Steve Roach posa la sua lunga mano sul lavoro occupandosi della produzione e del missaggio, in modo che le sonorità siano praticamente uguali ai suoi lavori degli anni precedenti.
Ma non voglio togliere meriti a Serries; tutt'alpiù si potrebbe definire The spiritual bonding una valida alternativa dark alla new-age del californiano, di cui mutua i tintinii percussivi ed il freddo retrogusto world dei timbri. In sostanza però, sempre di dark ambient si tratta che sosta in un guado; siamo sì in una grotta ma a poca distanza c'è l'uscita ed il suono di un flauto arriva trasportato dal vento. Un bel viaggio, ma in categoria i campioni erano altri.

venerdì 28 marzo 2014

Vibracathedral Orchestra - Dabbling With Gravity And Who You Are (2002)

Collettivo inglese dedito ad un orgiastico free-form-raga che discende dai minimalisti degli anni '60 e dalla psichedelia più antica.
Il loro è un baccanale di una testardaggine infinita che fa pensare ad un trip furioso per le strade di Bombay o durante una rissa al mercato sulle rive del Gange. Sulle prime il fascino è indiscutibile, ma l'aspetto mistico viene lasciato in un angolino e l'orchestra si fa prendere la mano, così diventa una gara a chi si vuol far sentire di più tra gli strumenti.
Insomma, il concetto stravince sull'organizzazione e ciò non è sinonimo di funzionamento generale. Il disco è abbastanza pesantuccio, nel complesso.

giovedì 27 marzo 2014

Verve - A Storm in heaven (1993)

Dopo i primi, promettenti singoli, i Verve presero piena confidenza dei loro mezzi e sfornarono un ambizioso disco di debutto, che non possedeva ancora il piglio pop che li avrebbe resi famosi al mondo nel giro di pochi anni, ma che evidenziava un gusto psichedelico refrattario al revival bello e buono.
Merito anche del songwriting e di Ashcroft, uscito un po' dai fumi lisergici e più presente nell'economia del risultato finale. Il periodo storico era di quelli di transizione estetica: grunge e shoegaze erano al massimo della fama mondiale, poco prima del declino artistico. Il brit-pop era in stato embrionale ed i Verve se ne stavano in una bolla tutta loro; il chitarrista McCabe, funzionale e molto espressivo, faceva ondeggiare il suono con i riverbero a palla e poche distorsioni, il tutto esclusivamente al servizio della canzone. Giusto qualche vago ricordo degli Echo & The Bunnymen in qua e in là.
Slide Away, Already there, Beautiful mind, Virtual World sono le migliori. Io li ricordo per questo, non per Bittersweet symphony.

mercoledì 26 marzo 2014

Vaz - The Lie That Matches The Furniture (2005)

I modi brutali dei mitici Hammerhead sono stati perpetrati dai Vaz, che da quel trio ereditava sezione ritmica e dinamiche. Così Erickson (basso e chitarra) e Mooridian (batteria), migrando da una costa all'altra degli Stati Uniti hanno cercato di modernizzarsi: non più voce spella-cordevocali ma canto modulato freddo e distaccato, non più muraglie impenetrabili di rumore bianco ma aperture a soluzioni di un ventaglio più ampio. Questo è stato il loro terzo album, con un chitarrista aggiunto in formazione: la novità saliente è l'utilizzo di 5-6 brevi intermezzi strumentali che stridono nettamente con il blocco dei pezzi diciamo normali: ci sono intermezzi stranianti per organo, vibrafono, droni raggelanti, synth ed una gag finale. E sono importanti nell'economia del disco, che in sostanza è un aggiornamento del noise-rock ai giorni nostri con una dose massiccia di drammaturgia emotiva (se non apocalittica) ed un drumming trascinante che si porta via tutto come un treno. Pezzo di punta l'iniziale The past is past, con inaspettata folata di mellotron nel finale, a lottare con il chitarrone.

martedì 25 marzo 2014

Vas Deferens Organization - Zyzzybaloubah (1997)

Per quest'occasione la VDO includeva come ospiti, accreditati come membri della confraternita e non co-titolari del progetto, il tastierista Doug Ferguson ed il chitarrista Jim Edgerton, protagonisti della scena freak texana. La loro impronta finisce per rendere Zyzzybaloubah il disco più acido della discografia, con marcature strette sullo space-rock e sui corrieri cosmici tedeschi degli anni '70.
Ferguson dilaga a destra a manca con ogni sorta di synth e moog facendo più casino possibile, Edgerton viene utilizzato con parsimonia ma denota una tecnica di derivazione hendrixiana che rende l'operazione molto vintagistica. Ma è sempre l'assemblaggio che rappresenta il valore aggiunto, in casa VDO, e non mancano mai le sorprese: basti citare Futura Perspective, un imponente monolite di 14 minuti con basso possente che ricorda, fin dal titolo, la De Futura dei Magma.

domenica 23 marzo 2014

The Necks Live In Melting Box, Rimini, sabato 22-03

(la location di giorno)
(la location in notturna)
(prima del live)
Nell'avveniristica situazione del Melting Box, situato alla periferia di Rimini, ieri sera si è tenuto un piccolo grande avvenimento culturale. Grazie all'operato del simpatico Matteo, gestore di un bar riminese e curiosa controfigura di Frank Zappa, il trio australiano fuoriclasse dei Necks ha tenuto un concerto per pochi intimi (saremo stati neanche una quarantina), seduti sul pavimento a pochi centimetri dagli stessi. Osservare i maestri in azione e subirne l'impro-opera in una situazione così diretta (quasi intima, direi) per me è stata un esperienza di enorme intensità.
Prima di tutto, la location. Una specie di hangar in lamiera grecata esterna con la parete che dà sul giardino inclinata di 45° verso l'esterno, di proprietà di uno studio di architettura. Luogo che non sembra proprio avvezzo ad ospitare concerti, da qui la quasi necessità di sedersi sul duro pavimento, ma dal fascino indiscutibile.
Intorno alle 22.30 F.M. Palumbo dei Larsen, il loro agente nazionale, annuncia l'inizio del live, diviso in due tronconi di un ora separati da una breve pausa. I tre, con fare rilassato e sornione, prendono posizione.
Le dinamiche interne sembrano elementari quanto misteriose. Tutto parte da una frase di pochissime note di Swanton al contrabbasso, dopo un paio di minuti Abrahams inizia a sgocciolare qualche nota al piano, con parsimonia. L'ultimo ad entrare è Buck, che secondo me è stato l'elemento più interessante da osservare: il suo stile alla batteria è unico ed inclassificabile.
Come un motore che necessita di scaldarsi a dovere, l'alchimia dei Necks ha bisogno di carburare con pazienza ed estrema concentrazione. In tal senso, la seconda ora è stata letteralmente fenomenale.
Nel momento a mio avviso più memorabile della performance, visibile nel 4° video fra i sottostanti, Abrahams stava compiendo giochi di prestigio sulle note più alte della tastiera con una gragnuola di note impenetrabili, prima di entrare nel tunnel minimalistico con l'uso massiccio del pedale destro. Swanton distillava note profonde prima di estrarre l'archetto e creare un muro di suono dronico che riempiva tutto l'hangar. Buck posizionava un piattino sul tom alto, prendeva in mano una di quelle racchettine con le palline all'estremità di laccetti e la faceva ruotare fra il rullante e il tom stesso, generando colpi random delle palline che battevano sul piattino o sul rullante o sulla pelle del tom o sui ferri di circonferenza. Prima di prendere le bacchette e farle battere come ali di calabrone sul ride per svariati minuti.
Questi sono solo esempi dell'immensa maestria degli australiani, capaci di ipnotizzarci per due ore senza che ce ne accorgessimo. So che dovrebbero tornare nel prossimo autunno, anche se non ci sono date prenotate al momento; spero di rivederli ardentemente.

Vas Deferens Organization & Christopher - Miasmata (1996)

Altro lavoro mirabile a mio avviso, anche se normalmente viene citato come episodio minore. Tal Christopher Moock, collaboratore in due circostanze della VDO, in Miasmata era il principale responsabile delle musiche che venivano drasticamente rielaborate dai due matti.
Tre tracce rigorosamente senza titolo, tre schiaffi in faccia a tutta la scena psych-weird-impro degli anni 2000. Le principali fonti di ispirazione qui sembrano essere Faust (le fosche ambientazioni con basso e batteria ben presenti, il frastuono infernale dei synth, le allucinazioni ludiche nella prima traccia), i Magma (la drammatica tensione della seconda, con l'aggiunta di un free-sax orrendemente deturpato) ed i Nurse With Wound (i taglia e cuci della terza). Ma per carità, si prendano queste pietre soltanto come utilities per dare un idea remota di ciò che la VDO era in grado di realizzare; un assurda, ribollente e labirintica produzione dei suoni più bizzarri possibili, il nonsense vs. la cognizione musicale più coraggiosa.

sabato 22 marzo 2014

Vas Deferens Organization & Brad Laner - Transcontinental Conspiracy (1996)

Una delle mie più sconvolgenti scoperte degli ultimi 2-3 anni è stata la VDO, di base un duo di matti (Matt Castille ed Eric Lumbleau) stabilitisi a Dallas a metà anni '90, aiutato da una serie di collaboratori più o meno saltuari ed autore in pochi anni di una serie serrata di lavori impressionanti che hanno elevato la freakitudine ad un arte superiore, un po' come fecero certi giganti fra i 60 e i 70.
Verso i quali, onesti e trasparenti, hanno sempre dichiarato aperta reverenza e debito di ispirazione. Ma la realtà è che la VDO, specialmente con questo capolavoro assoluto che è Transcontinental Conspiracy (il collaboratore di turno non a caso era piuttosto illustre, ex-chitarrista dei Savage Republic, al tempo nei Medicine e negli Scenic) hanno aperto nuove strade alla sperimentazione grazie anche alle loro professionali capacità di usare le tecniche e lo studio di registrazione come veri e propri strumenti a parte. Per cui: eredità psichedelica e avant-rock delle più eretiche traslate in un universo parallelo in cui l'elettronica deformata si insinuava con ardore e massima libertà espressiva.
Inutile dire che non se li filò nessuno, come gran parte dei geni più incompromissori. Superfluo anche cercare di spiegare Transcontinental Conspiracy, non se ne può uscire con nessuna teoria logica. E' un vulcano in perenne ebollizione; si sente una portentosa coesione del discorso, nonostante i cordoni del suono siano allargatissimi, c'è la visione d'insieme e la fondamentale, irrinunciabile dose gigante d'ironia che solo chi ha il cervello capace di fare tali acrobazie sonore può dispensare.
Colossale.

venerdì 21 marzo 2014

Van Pelt - Speeding Train (1997) + Same as stone (2005) 7"

Spazzolata finale all'esiguo catalogo dei VP, proprio mentre Chris Leo annuncia l'uscita di un immaginario terzo album contenente le ultime registrazioni prima dello scioglimento, che poi in parte confluirono nel primo album dei Lapse e nel 7'' The Speeding Train, quindi nulla di particolarmente prezioso e/o rivelatorio per i residui fans che non dimenticano.
Sempre valida comunque la scusa per recuperare la splendida The Speeding Train e il suo lavorìo di chitarre gracidanti, per uno dei migliori giri discendenti mai composti da Leo. Poco incisiva la b-side, The democratic's teacher union.
Diverso il caso di Same as stone, misterioso oggetto recuperato nel 2005 dall'etichetta hardcore bergamasca (!) Red Cars Go Faster e risalente addirittura al 1993/94, quando Native Nod erano ancora belli attivi. Ripescaggio di rigore, ascoltando il materiale: Same as stone e The swede's down at the beach contengono già, seppur in forma acerba, il prezioso dna di Sultans in chiave compositiva.
Sembra uno scherzetto invece lo split 7'' del 1995 con i punk Young Pioneers; Everything's alright è la ripresa di un tema di Jesus Christ Superstar, interpretata con baldanza indie e la complicità di una vocalist suadente: se Leo aveva delle velleità teatrali, si può dire che con quest'esperimento se le sia affossate da solo ....

giovedì 20 marzo 2014

Van Der Graaf Generator - Live at the Paradiso (2009)

Sono stato testimone oculare della tourneè europea nel 2009 del Generatore, e data l'eccezionale resa non mi ha stupito la pubblicazione di un altro live a soltanto 2 anni di distanza da Real Time. Un filo di autoindulgenza ormai se la possono anche permettere, visto che non devono dimostrare più niente a nessuno e si accontentano del loro zoccolo duro di estimatori.
Il concerto di Amsterdam pertanto va inquadrato in quest'ottica. A dispetto della partenza un po' zoppicante di Lemmings (dovuta più che altro ai ricorrenti errori esecutivi di Hammill, ma quanto gli vogliamo bene per questo!), la scaletta scorre entusiastica annoverando ripescaggi clamorosi come Black Room (fe-no-me-na-le!), Meurglys III e persino la ritualistica Gog che compariva su In Camera. 
Per il resto, come da tendenza soltanto 3 pezzi degli anni recenti su 11 in totale, ed il pugno di ultra-classici di cui è sempre bello godere. Per lo zoccolo duro, s'intenda.

mercoledì 19 marzo 2014

Van Der Graaf Generator - Vital (1978)

Episodio a sè stante della storia VDGG, questo live rappresentò l'addio in quanto uscito pochi mesi dopo l'annuncio ufficiale dello scioglimento. Con Hammill lanciato verso la definitiva carriera solitaria, un rimescolatissimo quintetto suonava al Marquee per pochi testimoni di ciò che avrebbe potuto rappresentare un'apertura verso nuovi orizzonti: senza più Jackson (che fa tuttavia qualche comparsata) nè il maestro Banton, la spina dorsale del suono era in mano al violinista di estrazione orchestrale Smith ed al redivivo Nic Potter, prepotentemente in primo piano.
Hammill tirava fuori tutta la sua grinta, chitarra distorta e voce inerpicata per valichi sempre più impervi. Non gli era bastato essere fra i padri fondatori della new-wave, qui si rilanciava: Vital è quasi rabbioso, un ibrido non catalogabile: le riprese di inizio decennio trasudavano tutto il loro pathos esistenziale ma gli arrangiamenti erano stravolti (Pioneers over C arriva a durare 17 minuti, Killer viene ridotta ed inserita a forza dentro Urban), e nella scaletta abbondano titoli inediti contrassegnati da una virulenza inaudita per i loro standards, con il basso fuzzato fino alla saturazione, il tornado Evans sempre straordinario e uno Smith visionario oltre misura, posseduto da chissà quali demoni.
Vital di solito viene rappresentato così, un po' come un anomalia della discografia perchè isolato da tutto il resto, in tutti i sensi. Oppure addirittura ignorato, neanche menzionato. Che crimine.

martedì 18 marzo 2014

Vampire Rodents - Lullaby Land (1993)

Parlare di un disco dei VM è compito assai aleatorio; una volta settato lo stile generico ed innovativo dei canadesi, c'è giusto da affinare i dettagli. Prima di tutto perchè i loro dischi sono sempre stati piuttosto lunghi e sfaccettati, poi perchè azzardare un termine come industrial-rock da camera potrebbe strappare qualche sorriso piuttosto che sollecitare interesse.
Non è che Lullaby land sia tanto diverso dagli altri, se non che a primi ascolti sembra che il violino abbia maggior spazio rispetto ai precedenti e che una musicalità maggiore si sia infiltrata fra le pieghe dell'anima (c'è persino un pezzo cantato, l'eccellente Catacomb). Per il resto erano sempre al top della loro formula, fra vergate post-Chrome, campionamenti a raffica di ogni tipo e scudisciate industriali da far impallidire tutta la scena che ai tempi peraltro aveva una grossa rilevanza. Grandi.

lunedì 17 marzo 2014

Vagina Dentata Organ - Un chien catalan (1994)

Questo è per la goliardia, per il paradosso e per farsi due risate. 
Ai tempi leggevo Rumore e c'era la rubrica dedicata all'industrial, solitamente curata da Vittore Baroni. Ero molto incuriosito dalle recensioni ed ero ai miei albori di conoscitore di queste musiche altre, ma non avevo il coraggio di acquistare cd e mi arrabattavo con gli scambi e le cassette via posta. VDO scatenò la fantasia in me e nel mio amico Berto, già fan dei Gerogerigegege: Baroni arrendevolmente sparava a zero su Un Chien Catalan sollevando la questione che un cd fatto semplicemente del suono di un trattore che gironzola per i campi fosse  perfettamente inutile al mercato.
A vent'anni di distanza decido di ascoltarlo per la prima volta. Il catalano Jordi Valls, peraltro, era performer recidivo in installazioni di questo tipo: fra latrare di cani, campane, orgasmi manipolati e quant'altro era evidente il livello di provocazione da egli inscenato. In realtà non si tratta di un trattore, bensì dell'Harley Davidson appartenente al tipo illustrato in copertina. Quindi, 70 minuti di rombo della moto che procede a bassa velocità, il soffiare del vento nel microfono, qualche rumore casuale incontrato per strada e nient'altro: 7 movimenti, ognuno si apre con l'accensione, si fa il giretto e si chiude con lo spegnimento.
Il bello è che il folle Valls, in un intervista a dir poco esilarante, la definisce come un opera profondissima e concettuale; non contento di ciò, non trovò di meglio da fare che insultare coloro che avevano recensito bene i suoi lavori e persino chi aveva comprato i cd. Chi lo scarica è bravo, chi se lo ascolta ancora di più.

domenica 16 marzo 2014

Woodworm Festival al Locomotiv Club, venerdì 14

La Woodworm mi appare come un prototipo esemplare di indie italiana moderna, una specie di La7 alternativa: raccoglie glorie nazionali più o meno stagionate, rimescolamenti e qualche gioventù assortita di indubbio appeal moderno. Il sito è esemplare: grafica poco meno che essenziale, sponsor bene in evidenza e la pagina dei servizi offerti che denota una professionalità di matrice aziendale chiara e precisa. Di questi tempi, per sopravvivere occorre questo e ben altro.
Un plauso va sicuro per l'iniziativa, una tre sere per 6 entità del rooster di buon richiamo. I sentimenti finali sono misti. Giungiamo al Locomotiv alle 22.30, nella fiducia che non ci saranno ritardi vista l'ingenza numerica delle esibizioni: i Crazy World of Mr. Rubik stanno già suonando, non li conosco ma mi sembrano davvero poca roba. Passiamo oltre e sale il mitico Umberto Giardini, accompagnato soltanto dal suo chitarrista: soltanto 20-25 minuti ma di grandissima intensità, per un pugno di pezzi recenti, nudi e crudi. La bellezza degli stessi e la sua grandissima vocalità sopperiscono appieno la mancanza della sezione ritmica.
E' il turno dei Julie's Haircut, altri veterani della scena. Non sono mai impazzito particolarmente per loro, e guardandoli purtroppo ottengo solo conferme. Il loro set è troppo lungo (40-45 minuti), i pezzi monotoni e ben poco originali: un pasticcio di post-rock, psichedelia, motorik e indie-shoe-gaze senza tanta fantasia che non è nè carne nè pesce, con cover finale di Planet Caravan dei Black Sabbath che affossa tutto (Succi, perchè ti sei prestato???). Una brutta copia dei Giardini di Mirò, 
Ben altra storia il live di Manzan aka Bologna Violenta, improntato sul tema della gang della Uno Bianca come il suo disco fresco di uscita: la storia viene proiettata dietro al palco, ma si è indecisi se guardare il filmato o osservare Manzan che è spettacolare di suo, nel torturare chirurgicamente la SG, in preda al raptus continuo delle basi convulse ed ipercinetiche. Nel finale estrae il suo violino per eseguire il requiem delle gesta dei Savi, catturati dopo anni di crimini efferati. Bellissimo ed avvincente.
A quel punto speravamo di assistere al live dei Bachi, ma non avevamo fatto i conti con i Fast Animals and Slow Kids, che non conosciamo. Abbiamo dato un occhiata all'orologio, erano quasi le 2 e la stanchezza accumulata durante la settimana lavorativa, unita all'ora di strada necessaria per raggiungere casa, ci ha fatti desistere dal proseguio. Peccato.

sabato 15 marzo 2014

Lino Capra Vaccina - Antico Adagio (1978)

Percussionista / vibrafonista appartenente alla scena art-avant-prog italiana dei primi anni '70, Vaccina si formò negli Aktuala e proseguì la carriera come orchestrale alla Scala, oltre che come importante collaboratore di Battiato ed altri famosi artisti italiani. Antico adagio fu il suo primo album solista ed è un ambizioso collage di new age, esotismi vari ed astrazioni minimalistiche.
La title-track ed Elegia rivelano l'influenza pastorale dei Popol Vuh, sebbene il suono sia limitato all'apporto di vibrafono e flauto. Movimento e silenzi per spazi bianchiVoce in XY è un cicaleccio minimalista nello stile del primo Battiato, oltretutto col contributo vocale estatico del grande Juri Camisasca. Più sperimentale il resto del disco, Canti delle sfere e Frammenti di sono, cupe immersioni in un sottobosco atonale fatto di gong, droni raggelanti e percussioni sorde. E' proprio questo il versante di Vaccina che resiste meglio nel tempo: la prima sfociava quasi nel dark-ambient industriale, la seconda era una ipnosi cerebrale rilevantissima. Pioniere importante, forse non abbastanza riconosciuto perchè ben poco produttivo: il disco successivo lo fece dopo 15 anni.