domenica 30 ottobre 2016

Mamiffer ‎– Hirror Enniffer (2008)

Il tocco fatato, razionale e fragile di Faith Coloccia è l'anima di Mamiffer, progetto avviato con il compagno di vita Aaron Mr. Isis Turner e qui al debutto.
Uno stile, quello della pianista di Seattle, che è tanto elementare quanto speciale: frasi funzionali, per nulla complesse, di impatto emotivo rilevante, tendenti ad un umore medio-autunnale. Turner appoggia con chitarre ed effetti generalmente aggressivi ma che non invadono mai il campo, restandosene a volume molto più basso. Completa il quadro una saltuaria (ma necessaria per supportare certi disegni) sezione ritmica e qualche sventagliata di violoncelli. Ne esce un quadro spoglio ed avvolgente al tempo stesso, dove le splendide melodie circolari della Coloccia (da citare almeno This Land, Black Running Water, Suckling a dead litter) sono insistenti ed incisive fin quasi a raggiungere un livello di magica ipnosi che ricorda i Three Mile Pilot di Piano Plus/Piano Minus e dintorni. O che la fa immaginare come contraltare femminile di Daniel O'Sullivan.

venerdì 28 ottobre 2016

Michael Stearns ‎– Lyra Sound Constellation (1983)

Ingiustamente incasellato nella categoria dei new-agers, forse più per una congiuntura temporale, l'americano Stearns in realtà è uno sperimentatore di strumenti auto-costruiti, un elettro-acustico di tutto rilievo. Tutt'oggi attivo, col passare degli anni è diventato anche sonorizzatore per cinema e documentari.
Già discograficamente operativo da qualche anno, nei primi '80 costruì una lira gigantesca che diventò protagonista, insieme ai synth, del tenebroso ed imponente Lyra Sound Constellation. Disco che può essere considerato un anello di congiunzione fra le pagine più temibili dei Tangerine Dream e la dark-ambient che andava a nascere proprio in quegli anni con Lustmord.
Il propagarsi delle onde generate dalla lira si vanno ad impastare con i bordoni dei synth e degli audio-generators, per un composto glaciale che lascia pochissimi spazi tonali. Più che una costellazione Stearns sembra voler sonorizzare l'esplorazione di un cunicolo buio e popolato dai fantasmi più inquietanti. L'insieme è pauroso e lascia il segno.

mercoledì 26 ottobre 2016

Flying Saucer Attack ‎– Instrumentals 2015 (2015)

L'inaspettato ritorno di Dave Pearce, senza Rachel Brook, a 15 anni dall'ultimo album, Mirror. Strumentali del 2015, numero 15. Numerologie?
Cos'è successo in questi anni Pearce lo accenna in un'intervista, in cui dichiara di essere andato un po' fuori di testa, di essersi isolato, per un lungo periodo persino di aver lasciato perdere la musica. Ma parte di Instrumentals risale ad un decennio fa, quindi questo ritorno rappresenta una specie di ponte col passato, con quanto rappresentò FSA negli anni '90, quell'esserci ma sempre un po' defilati, fuori dallo shoegaze, fuori dai riflettori ma con vasta gratificazione. E con buona lungimiranza nei confronti delle tendenze sotterranee (soprattutto americane) degli anni a seguire.
Dalla psychedelia rurale però ne è passato di tempo, e questa antologia degli anni bui di Pearce testimonia comunque un cambiamento. Nessuna voce, nessun'accompagnamento, soltanto le chitarre e i pedali; del romanticismo galattico che caratterizzava i momenti più toccanti, ben poca traccia. Il Pearce di questo album è un uomo turbato, che per come lo conoscevamo oggi suona persino apocalittico. Nuvoloni neri in arrivo, tempeste dietro l'angolo, miraggi desertici, allucinazioni scultoree, e poi anche qualche melodia serena e rassicurante, di quelle che ti fanno sollevare, quasi commuovere. 
Questo il senso dei ritorni: welcome back Dave, non ci speravamo più che ricomparisse ed è bello che egli ritorni con qualcosa di diverso, che si sente che è suo ma scandisce il passare del tempo, inesorabile e forse persino un po' pessimista. Ma che strega istantaneamente.

lunedì 24 ottobre 2016

Vic Chesnutt ‎– West Of Rome (1992)

Cantore del malessere di vivere confinato in una sedia a rotelle, Chesnutt è stato uno di quei personaggi intensissimi che mi sono perso in un'epoca in cui avrei potuto amarlo ardentemente. Non dico che sarebbe stato all'altezza degli dei, ma di certo lo avrei consumato come un Jason Molina d'annata. Le sue canzoni meste ed ariose al tempo stesso contenevano un fuoco espressivo dal dna inconfondibilmente americano, fior di canzoni, con una voce unica, strascicata, allungata, da brividi quando si arrochiva. Pupillo di Michael Stipe che lo portò alla ribalta e gli produsse i primi due album, il secondo dei quali è West Of Rome; semplice e disarmante, con ben 22 pezzi fra acusticherie, tradizionalismi ed impennate indie, di cui una metà memorabile e l'altra semplicemente bella.
Qualche anno fa, dopo diversi tentativi, Vic ce la fece a togliersi la vita dopo diversi tentativi, povero in canna ed indebitato. Ci starebbe un film, su quella vita maledetta.

Kukan Gendai - Live In Area Sismica, 23/10/2016

Clamoroso colpo dell'Area Sismica che questa sera si era assicurata la prima performance in Italia dei Kukan Gendai, il fenomenale avant-rock-trio giapponese che avevamo conosciuto grazie alle meticolose ricerche di Savini su Blow Up.
Anzi, più che sera, tardo pomeriggio, dato che l'orario schedulato per il live era alle 18.00, piuttosto bizzarro a dir la verità ma perchè no, gradito soprattutto per chi ha famiglia; possibile soltanto di domenica, probabilmente, ma la reputo una trovata abbastanza geniale. Intorno alle 18.40 i tre (piuttosto giovani all'apparenza, nonostante le cronache datino la fondazione al 2006) salgono sul palchetto e come per magia le premesse che avevamo intuito su disco diventano realtà, visibile e soprattuto udibile.
Spettacolari. Sostituirei la parola math-rock con sci-rock, viste le geometrie impossibili, gli incastri millimetrici, le svolte spericolate che questo crudissimo avant-funk-core mette sul piatto. Tutto ruota attorno al batterista Yamada, che ineffabile e chirurgico guida le ritmiche ultra-spezzettate di quest'oretta scarsa, suonata senza prender fiato un'attimo. Viene da chiedersi quanto tempo passino a provare, vista la coesione paurosa con cui il bassista Koyano ed il chitarrista Noguchi (che si occupa persino di vocalizzi fugaci ed isterici, a seminare ancor più tensione in un suono già nervosissimo) lo francobollano e fanno singhiozzare le costruzioni impossibili dei KG. Una band così poteva uscire soltanto dal Sol Levante. Applausi a loro ed all'Area Sismica.

sabato 22 ottobre 2016

Oiseaux-Tempête ‎– ÜTOPIYA? (2015)

Progetto francese fortemente ispirato dalla geo-politica, il che già di per sè è abbastanza peculiare. ÜTOPIYA?, il loro secondo disco pubblicato dalla veterana belga Sub Rosa, ci rivela quindi una band fuori dal proprio tempo, che scruta l'Europa ed i suoi drammi contemporanei, in questa sede soprattutto focalizzati sulla Grecia. Punti di vista che ricordano i complessi impegnati di altre epoche, insomma; a noi interessa di più l'aspetto musicale, che potrà anche essere molto influenzato dagli aspetti toccati (peraltro in ottica quasi del tutto strumentale, a parte qualche recitato e voci pescate dall'etere) ma sta in piedi per conto suo. Un post-post-rock dalle venature apocalittiche, gotiche, lisergiche, che concettualmente può ricordare i Godspeed You Black Emperor; tuttavia i transalpini sanno amministrare con saggezza la materia (eccetto qualche didascalia funzionale, che si perdona a braccia aperte), e consegnano un lavoro complesso, che evoca visioni su visioni. Che fa riflettere.

giovedì 20 ottobre 2016

Stephan Micus ‎– Implosions (1977)

Autentico missionario delle musiche tradizionali mondiali, il tedesco Micus conduce da 40 anni un documentario sugli strumenti provenienti dalle regioni più remote del globo, di cui si impossessa e con cui crea musiche avventurose sotto l'egida dell'elitarissima Ecm.
Un aspetto molto autorevole di questo personaggio è che si tratta forse dell'unico ad aver fatto parecchi dischi senza prendere neanche un'insufficienza da PS. Implosions vedeva un Micus ancora piuttosto giovane (24 anni) ma già pienamente intraprendente, a far bella mostra nella cover interna degli strumenti utilizzati con relativa ed esauriente didascalia sulle origini. Poco da dire sul contenuto, uno splendido viaggio pregno di misticismo in cui spadroneggia la monumentale As I crossed a bridge of dreams, 21 minuti di pura estasi intimista per chitarra acustica, sitar e voce evocativa; ma di poco inferiore è la facciata B, che semmai accentua il titanico, immancabile e fatal spirito teutonico, non affrancabile neanche da contesti così export. Bellissimo.

martedì 18 ottobre 2016

Eric Chenaux ‎– Skullsplitter (2015)

Cantautore canadese che da anni gioca in casa Constellation, ma rifugge facili classificazioni. Per la verità attivo fin dalla fine degli anni '80, in cui faceva parte di una band di alternative-grunge (Phleg Camp), oggi Chenaux è fautore di un raffinatissimo e sbilenco croonering in cui languide composizioni in odore di soft-jazz vengono trasfigurate in virtù di un chitarrismo manipolato, nonchè scandite da un falsetto educato ed espressivo. In fondo in fondo sarebbe pop perchè le melodie sono molto cristalline e lineari, ma il modo in cui la chitarra viene piegata e ritorta contribuisce a creare uno stile parecchio originale, che per certi versi ricorda concettualmente il Robert Wyatt più sereno e disteso. Con un unica eccezione, la splendida title-track che si affida ad un sottofondo simile ad un assortimento di fiati per creare un'aria struggente ed evocativa.

domenica 16 ottobre 2016

Goblin ‎– Roller (1976)

Più che il celeberrimo Profondo Rosso, Roller fu l'attestazione dei Goblin a band di eccellenza di quella fase post-progressive che riservò visibilità a ben pochi acts italici, nonchè gesto di affrancamento dall'ingombrante soundtrack che li aveva portati alla ribalta. Da notare inoltre che un paio d'anni dopo ci avrebbero riprovato innestando anche il cantato sul Bagarozzo Mark, che nonostante il lodevole proposito non raggiunse risultati significativi.
Invece Roller svariava fra temi cupi e liquidi, parentesi pinkfloydiane, girandole funk, pastoralità inattese, giravolte jazz-rock con una coesione mirabile. Con la ciliegina del lungo Goblin, una sorta di dichiarazione d'intenti auto-omonima, splendido viaggio multiforme dagli orizzonti ampi, con ogni probabilità la cosa migliore che abbiano mai realizzato.

venerdì 14 ottobre 2016

Donato Epiro ‎– Fiume Nero (2014)

Raccolta di tracce provenienti da due uscite nel biennio 2009/10 sulla Stunned di Phil Giacchi di Magic Lantern / Super Minerals. Epiro, che abbiamo già conosciuto nelle fila del temibile duo occult-psych Cannibal Movie, da quasi un decennio pubblica la propria musica nelle maniere più undeground possibili: cassette, vinili limitatissimi, split, compilations, tutto spezzettato in modo che sia difficile dare un giudizio ben focalizzato. Prendendo in considerazione Fiume Nero come se fosse un disco a sè stante, però, si rivela un talento visionario come pochi nel maneggiare materiali così caldi (per non dire tropicali, viste le atmosfere da giungla ricorrenti). Tribalismi, saghe esoteriche, sballi da magia nera, immersioni hauntologiche, allucinazioni galattiche; Epiro è uno stregone moderno con capacità magnetiche notevolissime.

mercoledì 12 ottobre 2016

Bongwater ‎– Double Bummer (1988)

E' così dannatamente lungo che al primo ascolto l'ho snobbato: mi ci sono voluti 3 viaggi lavorativi. Ma già al secondo emerge la dissacrante, surreale vena che Kramer e la Magnuson infondono ed il loro senso dell'assurdo psichedelico. E soprattutto al terzo, le gag passano in secondo piano e resta la musica: un miscuglio ridondante di cristallini jingle-jangle, di stoner fangosi, di cover irrispettose, di collage indefinibili.
E' un opera rock nel suo senso più autentico, diretta erede degli eccessi dadaisti degli anni '60/70 ma con una visione a metà fra il nichilismo e il ludico. Alla fine del terzo ascolto, penso di averne capito un po' di più ma poi, scegliendo a caso fra una delle 38 tracce, mi ritiro dalla sfida. Double bummer è un mattone che può lasciare interdetti, ma riserva sorprese ad ogni angolo.

lunedì 10 ottobre 2016

Tera Melos ‎– Untitled (2005)

Poteva esistere una versione pop degli Hella? Ce l'ha fatta questo gruppo californiano che in occasione del debutto omonimo sfoderava un math-rock irradiato da riffs chitarristici a tratti persino accattivanti.
Con un bagaglio tecnico di prim'ordine come si conviene ad ogni math-rocker, i TM si rivelavano pirotecnici ed acrobatici, ma non fini a sè stessi. Influenzati dal post-rock, dai Don Caballero e dal post-hardcore, sapevano tirar fuori piccoli capolavori di girandole come Melody 2 e Melody 5 che contagiano all'istante e domandano un riascolto quasi immediato. Peccato soltanto per Melody 8, una lungaggine (29 minuti!) di caos effettato che decisamente non li metteva in luce come illuminati improvvisatori.
Comunque parecchio consigliato per i fan dei gruppi citati, anche se affini soltanto per intenti.

sabato 8 ottobre 2016

Totsuzen Danball - Yokushi Oto Chikara (1991)

Diec'anni dopo il simpaticissimo debutto, e le collaborazioni con Frith e Coxhill, i TD che tornavano in pista con alle spalle un lunghissimo silenzio erano una band decisamente migliorata sotto il punto di vista tecnico, per non dire professionale. La produzione pulita ma non troppo di Yokushi Oto Chikara denotava comunque un suono ancora una volta indefinibile nella sua semplicità, straniante ed accessibile al tempo stesso. Restava immutato lo spirito giocherellone del trio, alle prese con 10 pezzi di rock humour-cartoonistico (mia personalissima impressione, vista la totale impossibilità di apprendere info in merito) con qualche vaga reminescenza new-wave; elementi peculiari il vocalist, monotonale e spassoso (qualcuno si ricorda Mai Dire Banzai, che fra l'altro andava in onda proprio in quegli anni?) e questo tintinnio-effetto chorus costante, dall'inizio alla fine, che assume i tratti della lobotomia dissacrante. Simpatia al potere.

giovedì 6 ottobre 2016

Clinic ‎– Visitations (2006)

In tema degli inglesi Clinic, è quasi inevitabile stilare un parallelo con i Clientele; coetanei di fondazione, esordienti nello stesso anno, dotati di un dna profondissimamente britannico e soprattutto vintagisti in termini di ispirazione. Però entrambi capaci di crearsi un appeal tutto personale e di scrivere piccoli-grandi pezzi.
Se però la band di Macclean ha sempre prediletto atmosfere notturne ed autunnali, i Clinic hanno sempre rappresentato l'estate; sound frizzantissimo, passo sostenuto, flower-garage-power. Uno stile di cui non me ne sarebbe fregato un granchè se non fosse che Visitations è una raccolta di pezzi irresistibili, e poco importa se alla fine si assomigliano abbastanza. Un ponte ideale fra gli anni '60 e il 2000, degnamente arrangiato, con una voce atipica che sembra un ghigno, i riff di chitarra spigolosi, le cornici di farfisa che fanno tanto psichedelia: è un trionfo della semplicità.

martedì 4 ottobre 2016

Screams From The List 51 - Semool ‎– Essais (1971)

Trio francese di molto probabili non-musicisti o comunque alle prime armi, che rappresentarono un'influenza capitale sui primi NWW per quanto riguarda l'approccio più nichilista nel senso cerebrale del termine. In rete ho letto un mini-dibattito che discuteva se nel caso di Essais sia lecito parlare del labile confine fra genio e laziness (svogliatezza, ma forse anche inettitudine generale); quel che è certo, non lascia indifferenti. Ma il dubbio di questo confine, dopotutto, non è stato forse una caratteristica costante anche dell'intera carriera di NWW?
Ciò che registrarono (letterale, nella metropolitana parigina Rue Saint Maur, ma che sia una presa in giro?) fra il '69 e il '71 è un assortimento di bizzarrie che definire sperimentazione sembra un po' arduo. Da notare che, incredibile ma vero controsenso, fu ristampato per la prima volta nel 2000 dalla prog-label italiana Mellow e in vinile appena l'anno scorso dalla francese Soufflecontinu, specializzata in recuperi proprio della List.
Innanzitutto la facciata A mi ha fatto venire un colpo, perchè presenta lunghi e spastici soliloqui di chitarra acustica sbilenca conditi da qualche effetto che dopotutto assomigliano abbastanza a quanto realizzammo io e il mio amico Berto in registrazioni casalinghe  una trentina d'anni abbondanti dopo, incluse le citazioni concrete di Pink Floyd e Black Sabbath (!). Ma in tutta sincerità le cose più interessanti arrivano a partire dal saggio n. 5, in cui i Semool iniziano a fare sul serio con i nonsense; assurdità di ogni, pianoforti usati come percussioni, sonagli, triangoli, anticipi industrial, nastri al contrario, sarabande affini ai Red Krayola delle Free form freak out, languide ed improvvise improvvisazioni più musicali, e nel finale un'altra citazione demenziale dei BS, con l'assolo inascoltabile di Paranoid.
Intendiamoci, ci vuole del fegato per ascoltare Essais, ma l'ha detta bene Vlad: i più sbarazzini di noi non potranno sottrarsi all'ascolto.

domenica 2 ottobre 2016

Suishou No Fune - Prayer for Chibi (2008)

La serie è "figli illegittimi di Keiji Haino"; nel caso di questo duo di Tokyo, il maestro viene concettualmente tributato in una versione light, altrettanto spirituale ma più misurata e raccolta.
Uomo e donna, due chitarre, due voci che si alternano, due ore piene per 8 pezzi. L'estremismo giapponese è sempre presente, in qualsiasi contenitore lo si voglia sistemare. Quello degli SNF è il massimalismo dell'anima, con chilometriche divagazioni che nuotano nella psichedelia più antica e consunta, con le chitarre arpeggiate delicatamente o con le corde allungate, diluite ed attorcigliate. Le voci, attonite, sognanti e stonate, a rincorrere le visioni e i miraggi. Niente batteria, niente ritmi.
Prayer for Chibi è in larga parte molto tranquillo e rilassato, ma quando si accendono i distorsori (i 16 minuti di Resurrection Night) appare ancora più marcatamente lo spirito dissennato di KH, soltanto in un formato meno scomposto. Questo per non distogliere comunque dal vero nucleo pulsante degli SNF, che resta l'universo onirico e lucidamente visionario di Pirako e Kageo, due viaggiatori extra-sensoriali.

venerdì 30 settembre 2016

Chrisma – Chinese Restaurant (1977)

Poco da dire su una bomba artistica che scoppiò nell'Italia di piombo. La buonanima di Arcieri, abile e consumato trasformista, a 30 anni ebbe il coraggio di reinventarsi da ex-beat e varò Chrisma spalleggiato dall'altrettanto abile moglie, per un progetto che di italiano aveva nulla, nada, nisba, zero, 0.
Kraftwerk, Stooges, Neu!, Stranglers, queste le basi di partenza per Chinese Restaurant. Le serrate ritmiche di Black Silk Stocking, C.Rock e Mandoya sono new-wave in tempo reale e sono gli episodi più illuminati, ma le tracce che sviano dalle terre di nascita sono percepibili ovunque: i punk and roll di Wanderlust e What for, l'algida sinfonia sintetica di Lycee, la sigla solenne Thank you, marchiano a fuoco un disco che li fece paragonare ai Velvet Underground dalla stampa inglese. Dettaglio non di poco conto: le chitarre, splendide e fondamentali nell'economia del suono, furono a cura di Vevey della Locanda Delle Fate.
Alla faccia del provincialismo italico.

mercoledì 28 settembre 2016

Pyrrhon – The Mother Of Virtues (2014)

Quando, molto candidamente, ascoltavo death-grind dalle trasmissioni di Sorge su Planet Rock, ero molto attirato dalle ali progressive del genere con bands come Cynic, Dark Millenium, Atheist. Ad ascoltare oggi i newyorkesi Pyrrhon con questo mastodontico album, quei ricordi vanno in fumo, in una grassa risata, con la conseguenza che questo quartetto potrebbe dare un senso, se ancora può esistere, al genere.
Il fatto è che secondo me questo non è più death-metal, è una forma superiore. Tralasciando i growls del vocalist, che di fatto restano l'unico vero punto di contatto col passato, The mother of virtues è una colata rovente ed eccitante, che lascia ben poco fiato; fra mattanze doom, sfilacciamenti ritmicamente jazz, ripartenze sprint, orrori lisergici, schemi math-imprendibili, il trio è coeso all'impossibile nel tenere le fila di un suono elastico, propulso da uno splendido chitarrista, poco vanitoso e maniacalmente compulsivo. 
Da ascoltare più volte consecutivamente, senza comunque venirne a capo.

lunedì 26 settembre 2016

Rex ‎– Rex (1995)

Chiudo il discorso con il glorioso trio che tanto amai in vita e tutt'ora continuo a ritenere uno dei più grandi in assoluto del movimento post-folk e slowcore di un ventennio fa. Il primo omonimo, già su Southern, resta il loro disco lo-fi per non dire registrato con approssimazione ma in prospettiva fondamentale nell'aprire un varco che li porterà agli splendidi secondo e terzo.
Le loro cantilene sommesse e solenni erano già classici dopo un minuto, con l'incantevole Nothing is most honorable than you, la spettrale e spiritata Angel tune he hums, la saltellante ed accorata Come Down, con un'estraneo, This is a recording, che si direbbe out-take di Tweez degli Slint. Non lo ascoltavo da tanti anni, ma che cuore....

sabato 24 settembre 2016

Fridge ‎– Ceefax (1997)

Trio londinese che forse viene ricordato più per la presenza di Kieran Hebden che per i suoi reali meriti artistici. Dopo i primi 3 album, infatti, il chitarrista/manipolatore varò il suo personale, fruttuoso progetto chiamato Four Tet che l'ha portato alla ribalta dell'elettronica internazionale.
Tant'è che, anche se risultano ancora attivi, i Fridge hanno rilasciato un solo titolo negli ultimi 10 anni. Ceefax fu il loro esordio e vedeva un trio giovane ed esuberante che tradiva le proprie influenze post-rock ma fra qualche ingenuità, qualche colpetto di genio e qualche sfuriata grintosa riusciva a trovare una propria via. Si provi a pensare a dei Tortoise grezzi con Allen Ravenstine al synth e si idealizzerà il filo conduttore di un disco che è invecchiato piuttosto bene, non come altri titoli affini. Sugli scudi il bassista Ilhan, un virtuoso didascalico vicino, come stile, a Doug McCombs.

giovedì 22 settembre 2016

Zu + Eugene S. Robinson ‎– The Left Hand Path (2014)

Eccezionale collaborazione fra le colonne italiche del jazz-core e l'ormai leggendario, statuario e poliedrico ESR, di cui ci piacerebbe ascoltare persino la lettura dell'elenco telefonico. Ciò che ci si chiede, vista l'assoluta rilevanza di The left hand path, è perchè mai sia stato pubblicato dopo direi 3-4 anni dalla realizzazione, vista la presenza di Battaglia che com'è noto ha abbandonato la formazione nel 2010. Robinson in una recente intervista dichiara che la musica era destinata a sonorizzare un film horror, ma alla fine non se ne fece nulla e gli Zu gli spedirono il pacco, chiedendogli di performarci sopra a modo suo.
C'è poco da dire, è un capolavoro che non ha nulla a che fare con gli Zu che abbiamo sempre conosciuto. Pupillo zavorra il suo basso con linee fangose, monotone e lentissime, snocciola qualche giro lercio di chitarra, gingilla con un'elettronica disturbante e per l'appunto, orrorifica. Mai e Battaglia gingillano e basta. Potrei definirlo il disco dark-elettro-organico degli Zu, un notturno minaccioso ed allucinato in cui Robinson fa quello di cui non ci siamo ancora stancati: emettere i suoi suoni vocali, inconfondibili in tutte le salse (memorabile 6 O'Clock, in cui piange), come al solito capace di elevare ed impreziosire qualsiasi cosa gli passi sotto. L'unico parallelo possibile che mi viene in mente è quello dei primi, indimenticabili Rope, ma con un impronta maggiormente lasciva e melmosa. Ben 19 tracce, e già il rimpianto che non verrà mai bissato.

martedì 20 settembre 2016

Scientist ‎– Heavyweight Dub Champion (1980)

Ho sempre pensato "beh, bello il dub", quando si parlava di Scorn, della seconda facciata di Blind Idiot God, del magnifico Have fun with God di Bill Callahan, le derive degli ultimi Om, e tanti altri ancora. Ma il dub originale, quello inventato dai giamaicani?
Mai ascoltato, allora ho pescato due titoli fra quelli indicati i più storici. Super Ape degli Upsetters l'ho trovato insopportabile, per cui mi sono avvicinato a Heavyweight Dub Champion con una certa riluttanza, salvo poi dovermi ricredere. Un disco spassoso ma in grado di solleticare anche la fantasia, con gli effetti di rigore che tanto influenzeranno, gli echi, i ritmi caracollanti, i bassi in primissimo piano, e gli altri strumenti relegati a comprimari. Sapere che poi l'artefice era un ragazzo di appena 20 anni non fa che accrescere la simpatia. Non credo che andrò a scandagliare il filone, ma almeno ne ho scoperto un esempio luccicante.

domenica 18 settembre 2016

Thou – Heathen (2014)

Lo stato di salute del doom-metal continua a sorprendere, con nuove e giovani formazioni in grado di continuare a dare lustro ad un genere che ormai ha una certa età. Nel caso del quintetto della Louisiana, già attivo dal 2007, si può parlare di un primato: con ogni probabilità è il primo gruppo doom-metal con componenti dai capelli corti (lo screamer è addirittura rasato).
Al di là della curiosità, Heathen impressiona per l'approccio alla materia pesante, sicuramente incompromissorio come suono generale ma con delle dinamiche eccezionali che sembrano sfidare quasi la forza della gravità. Nonostante la lunghezza sconfinata, il disco sa andare ben oltre le mattanze alla moviola; preziosissimi i break, che siano acustici (splendide pur nella loro brevità Dawn e Clarity), l'intromissione alla voce di una donzella in Immortality dictates, le intro epic-instru (Feral faun), ed un songwriting quasi sempre molto efficace. Stiano distanti coloro che mal digeriscono i growls torci-budella; un must per gli amanti del doom, anche quello classico.

venerdì 16 settembre 2016

Maurice Deebank ‎– Inner Thought Zone (1984)

Fu l'anima strumentale dei primi Felt, in cui fino al 1986 irradiò il suo talento di chitarrista promiscuo, prestato probabilmente ad un genere che non era proprio suo ma che cavalcò con estrena brillantezza. Curioso l'aneddoto in cui, durante un'intervista, dichiarò che il suo gruppo preferito erano gli Yes, subito rimbrottato dal cantante Lawrence che lo diffidò dal ripeterlo pubblicamente.
Lo stile di Deebank era eclettico e raffinato, elaborato ma essenziale, solitamente affidato ad un jingle-jangle cristallino coi toni alti squillanti. Questo fu il suo unico album solista; la ristampa Cherry Red del '92 fu un po' un pasticciaccio, perchè alternò le 6 tracce originali con altre 4 nuove, interessanti forse in prospettiva, ma purtroppo non seguite da nessun'altra pubblicazione. La continuità coi Felt era inevitabile, visto lo stato di grazia, ma in piena libertà Deebank era capace di creare sia atmosfere autunnali che saghe esuberanti, sospensioni psichedeliche e ragnatele dai riflessi medioevali, sempre con la grazia ed il tocco inconfondibile di un artista che tanto avrebbe potuto dare ma si è ritirato per motivi sconosciuti.

mercoledì 14 settembre 2016

Kafka’s Ibiki ‎– Kafka's Ibiki (2013)

Dal grande amore di Jim O'Rourke per la Eiko Ishibashi, ecco una conseguenza: questo trio completato da un batterista nipponico (di cui non conosco i gruppi di appartenenza), che mette su nastro le probabili, numerose improvvisazioni che hanno caratterizzato la conoscenza fra l'americano e la cantautrice.
Due brani, lunghi 15 e 22 minuti cadauno, la cui struttura e costruzione non può non ricordare la scomodissima ombra dei Necks. Frasi minimali di piano che crescono in intensità fino a diventare effluvii torrenziali di note, batteria che prima spiattella atmosfericamente e pian piano partecipa alla suite ma sempre un po' per conto suo, al posto del basso c'è O'Rourke che si alterna fra chitarra trattata ed elettronica. Il confronto di talento non si pone neanche, però funziona a livello impressionistico. Decisamente vanitoso, nulla di epocale e che non aggiungerà nè toglierà ai profili dei due personaggi principali. In ogni caso, un bel disco e piuttosto difficilmente catalogabile in un genere preciso.

lunedì 12 settembre 2016

Forrest Fang ‎– The Wolf At The Ruins (1989)

Brillante fusione fra etnica, minimalismo ed ambient da parte di un americano di origini cinesi che, partito dall'elettronica, recuperò le proprie radici studiando i metodi antichi ed innescò una formula che trascendeva la trivialità dei prodotti new-age imbastarditi ad uso e consumo muzak.
Così le tastiere ed i synth, in The wolf at the ruins, forniscono ancora la base compositiva ma diventano quasi secondarie, attorniate come sono dagli strumenti tradizionali dell'estremo oriente che creano quadretti esuberanti, qualunque sia l'umore; trattasi infatti di un disco molto variegato, in cui i bordoni ambientali-minimalistici stabiliscono un clima generalmente solenne ma che mai incute reverenza o timori. Un viaggio avventuroso che peraltro stempera con successo i suoni patinati ed i metodi di registrazione dell'epoca, andando spesso ad evocare le fasi più etniche dei Jade Warrior di 15 anni prima.

sabato 10 settembre 2016

Remember Remember ‎– Forgetting The Present (2014)

Ho sempre trovato un po' fastidiosa ed egocentrica la mania di gruppi che, arrivati ad un certo livello di popolarità, si mettono a fare da chioccia ad altri più giovani che ne ricalcano sonicamente le orme, facendoli incidere sulla loro etichetta, portandoseli in tour, eccetera. Nella fattispecie dei Mogwai, l'adozione dei concittadini Remember Remember è esattamente questa mossa e va a un po' a cozzare contro la filosofia che avevo imputato loro riguardo agli ultimi due dischi, in cui avevo puntato sull'essenza di un gruppo storico che con umiltà ritrovava il bandolo della matassa dopo quasi un decennio di sbandamenti.
Tralasciando questo importante dettaglio, il sestetto scozzese mi avrebbe comunque interessato perchè Forgetting the present, che a quanto pare è il loro canto del cigno, costituisce una curiosa versione barocca dei Mogwai: impianto strumentale ricco, arie autunnali e meditabonde, saliscendi emotivi, ma con arrangiamenti carichi ed esuberanti, ricchissimi di tastiere, qualche fiato, insomma raffinati per non dire sofisticati; a dirla grossa si potrebbe definirli Mogwai meets prog!. Funziona perchè il materiale è in larga parta più che buono (Why you got a blue face e La Mayo sono spettacolari) e costituisce una validissima alternativa all'ormai consunto e stanco epic-instru che ormai ha detto tutto quello che aveva da dire.

giovedì 8 settembre 2016

Scott Walker ‎– Scott 3 (1969)

Ma che strano caso, questa omonimia con uno degli aspiranti presidenti repubblicani che inflaziona le ricerche googlando il nome d'arte di Noel Engel. Un po' fastidiosa.
Un anno prima del suo capolavoro, le prove generali con 3. Andando a ritroso con la cronologia, si nota che Walker non stava percorrendo una particolare strada sperimentale, ma soltanto facendo librare il suo songwriting, la sua voce confidenziale e le grandi orchestre che magistralmente gli dirigevano le musiche. 3 fu l'ultimo disco con le covers di Brel, fra l'altro poste in coda al disco, che valeva a dire mettere un paletto divisorio simbolico. Manco a dirlo, gli episodi deboli.
Al loro confronto, il repertorio autografo di Walker era già avanguardia. I pezzi migliori: Copenhagen, Rosemary, Two ragged soldiers, Two weeks you're gone. Per respirare a pieni polmoni un'aria lontanissima, quella da crooner-pop sinfonico di alta classe.

martedì 6 settembre 2016

Drunkdriver - Miscellaneous 2008-2009

Chiudo definitivamente il discorso DD con le frattaglie sparse in quel bruciante biennio di vita in cui hanno marchiato a fuoco l'ibrido definitivo fra noise-rock e harsh-hc, posizionati più o meno fra il primo, fenomenale disco ed il meno entusiasmante secondo, probabile episodio di transizione se il gruppo non si fosse sciolto improvvisamente per tristissimi motivi extra-musicali, a pochi giorni dal lancio in grande stile su Load.
Nel 2008 esce la cassetta My Chinese Sister, che piazza subito due numeri cattivissimi mozzafiato e la per i loro standard lunghissima Look back and laugh, un caotico coacervo quasi alla Air Conditioning, episodio sperimentale che resterà isolato nella loro produzione. Nel 2009 due singoli al fulmicotone, Fire Sale e Knife Day: poco da dire, questi sismi ultra-abrasivi radono al suolo tutto ciò che incontrano e privano di ogni senso qualsiasi altro concorrente in tema di cattiveria e violenza sonora.
Nello stesso anno, la collaborazione con Mattin; venti minuti che assomigliano più ad un remix del basco che inserisce iper-saturazioni, effetti lavatrice, larsen da tapparsi le orecchie. L'affinità di intenti sulla carta era giustificata, ma al netto di tali, prescindibili disturbi era la solita performance ribollente del trio ad impressionare per la virulenza e l'energia atomica.
Grandissimi, al di là delle tristi vicende che hanno posto la parola fine. Maledetto Villalobos.

domenica 4 settembre 2016

Screams From The List 50 - Basil Kirchin ‎– Worlds Within Worlds (1974)

Inizia con il lamento agghiacciante di un gorilla, e già mette una paura folle. Tempo un minuto ed una serie di droni di fiati manipolati e in flanger prendono il controllo della situazione.
L'inglese Kirchin, formatosi come batterista nell'orchestra jazz del padre, si stufò di suonare le solite cose, fece una permanenza in India e tornò profondamente cambiato. Divenne così un coraggioso sperimentatore, portando le proprie competenze musicali a fondersi in una soluzione indefinibile, disturbante, estrema e a tratti persino violenta; in pratica fu uno degli inventori della musica industriale. 
L'influenza su NWW è enorme in tal senso, grazie alla pratica di collage sonoro che pesca field recordings di varia natura (il gorilla sopra citato, aerei, insetti, fenicotteri, persino bambini autistici di una comunità svizzera, e tanto altro), al trattamento dei nastri, alla creazione di atmosfere allucinate quando non orrorifiche.
Impressionante e da inserire nelle liste dei classici più weird della storia.

venerdì 2 settembre 2016

Ghostpoet ‎– Shedding Skin (2015)

Come nel caso degli Algiers o dei TV On The Radio, il talentuoso Ghostpoet è un coloured che non ignora le sue radici ma guarda intensamente alla musica bianca e la adotta al 100%.
Questo quanto succede nel suo terzo disco, in cui lascia da parte i già esigui residui di hip-hop ed elettronica e diventa un indie-guy, appellativo che non vorrebbe mai sentirsi appioppare. Difficile però non definirlo tale, all'ascolto di Shedding Skin, che è interamente suonato da una band coesa, in cui il suo vociare si fa sempre più simile ad uno spoken-word (per contrasto, le pochissime frasi cantate spesso corrispondono ai migliori climax emotivi), in cui ci sono canzoni dalle strutture piuttosto convenzionali, con un umore molto crooner, in cui il principale riferimento è riconducibile ai National di mezzo. In un paio di pezzi persino i Radiohead.
Detto ciò, il disco è letteralmente bellissimo; non c'è un pezzo che non giri a dovere, che non colpisca, che non regali il brivido di questo coinvolgente ed irresistibile crossover. Potrebbe restare una parentesi isolata, visto il talento del soggetto che pare essere un buon eclettico: comunque vada, Shedding Skin non si dimenticherà facilmente.

mercoledì 31 agosto 2016

Alio Die ‎– Sit Tibi Terra Levis - Introspective (1993)

Da un quarto di secolo è lui l'ambient-master italico, il milanese Stefano Musso, artefice di una discografia sterminata (54 albums, l'approfondimento magari nella prossima vita) di cui almeno 4-5 titoli meritano più di un ascolto. Siamo sulle propaggini più esoteriche del versante ambientale, quelle increspate dai suoni concreti, dai ritualismi sciamanici, innervate da un sentore dark che sfiora il contenitore catacombale ma non vi soccombe mai. Citando nomi del passato, direi fra Nocturnal Emissions e Stephen Micus.
Questà è un antologia del 1993 che assemblava, con un opportuna rimasterizzazione, le prime due cassette con le quali Musso si fece conoscere in Italia e non solo. Non soltanto bordoni di synth, quindi, ma anche sferragliamenti, legni che rollano, lampi nel buio, frammenti terrigni, rimescolamenti acquatici. Splendida la lunga Thoughts By The Side Of The Path. Le solite cose, sì, ma invecchiate molto, molto bene.

lunedì 29 agosto 2016

Lumerians ‎– Transmalinnia (2011)

E' ormai assodato che questo tipo di modernariato psichedelico sfacciatamente vintage, che esce periodicamente dagli Stati Uniti, mi piace a seconda dello stato mentale in cui sono oppure semplicemente in base all'umore. Nessuno dei dischi di Lumerians, Wooden Shijps, Black Angels ed affini sarà mai un capolavoro (assi come Dead Meadow ed Implodes escono ogni 10 anni, c'è poco da fare), ma ciò non toglie che si possano ascoltare con piacere.
I grooves drogati dei californiani Lumerians, snocciolati con un occhio speciale per le melodie, qualche giorno fa in macchina non mi dicevano pressochè nulla. Ascoltati staticamente e con una luce tenue, in una serata di luna piena, mi conquistano anche se resterà un legame effimero (destino comune a tanti dischi da 7/10). C'è un po' di Doors, di Loop, di trance-rock della loro terra di 25/30 anni fa, qualche immancabile fragranza indiana, ed un pugno di melodie poco meno che memorabili. Basta ed avanza.

sabato 27 agosto 2016

Vangelis – L'Apocalypse Des Animaux (1973)

A volte un nome è famoso ed ingombrante che si tende ad ignorarne il lavoro, preventivamente o soltanto sulla base di casi analoghi (come Jarre, che non apprezzo). Snobbare Vangelis è stato un errore, perchè (almeno) questa colonna sonora è un pittoresco assemblaggio di vignette arrendevolmente bucoliche, estatici fermi immagine di jazz notturno e confidenziale (per i quali potrebbe aver influenzato Harold Budd) e soprattutto immagignifici scorci cosmici leggerissimi che, anno 1973, possono contribuire a fregiarlo di onorificenza "uno dei padri dell'ambient". Assurto a fama in veste pop nel decennio precedente, Vangelis diventò così un titano dell'elettronica da devolvere al pubblico mainstream, nonchè delle colonne sonore di grandi produzioni industriali. Improbabile ascoltare la sua discografia principale, ma intanto L'Apocalypse Des Animaux è suggestivo e mirabile.

giovedì 25 agosto 2016

Bent Knee ‎– Shiny Eyed Babies (2014)

Sestetto di Boston che esplode in un caleidoscopio fantasioso con questo loro secondo album, nel nome di un riuscitissimo crossover che esemplifica un modello moderno di progressive, nel senso dello spirito di contaminazione e perchè no? Anche del coraggio.
Potrebbero anche avere successo, perchè prima di tutto davanti hanno una cantante dalle inflessioni molto pop, talmente pop che si direbbe strappata di peso al mondo del mainstream. Ma dietro di lei ribolle un calderone in cui si agitano aria ruspante '70, epica post-rock, neo-classicismi e sinfonismi (il violino è fisso nella line-up), soluzioni tornitruanti, sdolcinatezze e terremoti.
Il coraggio di esporsi con così tanta enfasi ed arrangiamenti carichi non è poco, ma come per miracolo il disco, per quanto lungo sia, è un piacere da sorbirsi in più ascolti, perchè riserva tanti piccoli particolari a chi fa più attenzione. Le migliori: Dry, Battle Creek, Way Too long.

mercoledì 24 agosto 2016

Ange – Au-Delà Du Délire (1974)

Alla mia graduale scoperta del prog francese, non potevo mancare gli Ange con quello che è generalmente indicato come il loro top. Non so se con gli Atoll ho pescato un jolly insuperabile, spero di no: intanto Au-Delà Du Délire si rivela un altro eccellente prodotto, non vorrei dire standardizzato ma semplicemente di ottimo buon vecchio prog. Senza dubbio influenzati dai Genesis di Foxtrot e dai King Crimson di Lizard, gli Ange sapevano comunque portare a compimento una formula eclettica ed abbastanza personale, fatta di saliscendi avvincenti, di passaggi melodici di grande bellezza, di fasi pastorali eleganti, di fraseggi grintosi, di crepuscoli inquietanti, il tutto in nome della teatralità ed enfasi di rigore. Un disco che peraltro cresce con lo scorrere delle tracce (le ultime 3 sono le migliori, credo una rarità) e con gli ascolti.

martedì 23 agosto 2016

Peter Hammill - John Peel Show on BBC Radio 1 19-08-1974 - DEDICATO A....

Dedicato a ... tu, che inondi di meraviglia con un semplice sbadiglio.
Dedicato a ... tu, compagna di vita e straordinaria, sovrumana forza.
Dedicato a ... voi, che dalla scorsa notte mi avete reso un uomo infinitamente migliore.

Per voi, alcuni dei voli più alti del mio eroe.

 

domenica 21 agosto 2016

Jonathan Badger ‎– Verse (2014)

Esempio altamente originale di come si possa restare legati alle tradizioni dell'art-rock con un poco invasivo innesto di elettronica, un pizzico di naivetè mescolato alla seriosità tipica di chi è formato classicamente.
Autore ne è un chitarrista di Baltimora fattosi le ossa come compositore di servizio per teatro ed opera, studente di filosofia e scolaro presso l'istituto artigianale di Bob Fripp. Da lì a pubblicare Verse, il passaggio alla Cuneiform è stato un passo quasi ovvio, vista la qualità eccelsa delle 10 tracce che potrebbero anche segnare l'avvio di un ammodernamento della storica ma un po' ingessata etichetta.
Lungi da me meditare su connessioni fra musica e filosofia; mi è inevitabile però pensare a Verse un po' come un saggio modernissimo, una specie di documentario che passa dalle immagini in bianco e nero del progressive alle copertine neutre e scabre della library, dall'electro-folk alle propaggini più talentuose del cantautorato ambient degli ultimi 10 anni. Davvero difficile da descrivere, ma decisamente un capolavoro di grande equilibrio e gusto, che può intrigare un pubblico veriegato.

venerdì 19 agosto 2016

Echo Art ‎– Coreografie (1993)

Formatisi come uno della miriade di gruppi d'ispirazione dark-wave negli anni '80, i genovesi Echo Art sterzarono bruscamente verso un'ambiziosissima neo-classica che culminò in Coreografie, rilasciato dalla New Tone, etichetta piemontese specializzata in avanguardia, jazz e minimalismo con nomi di rilevanza mondiale in catalogo.
Erano anni in cui, in assenza di archi fisici in dotazione, si pensava che le tastiere a pochi bit potessero sostituire gli strumenti veri. Un viziaccio duro a morire degli anni '80 che inevitabilmente si prolungò nei primi '90. Una volta fatto l'orecchio a questo problema, Coreografie si rivela un gioiello barocco che unisce  solennità classicheggianti, seriosi struggimenti da camera, scorci etnici mediterranei, canti di sirene, elegantissime vignette alla Harold Budd, favorito da ottime composizioni. Un insieme che trasuda teatro da tutti i pori. Certo che con un orchestrazione integrale di strumenti reali sarebbe stato un capolavoro...

mercoledì 17 agosto 2016

KEN Mode ‎– Success (2015)

Non è che l'equazione "disco registrato da Albini" = "disco di qualità garantita" sia assoluta e/o matematica nè frutto di mera sudditanza psicologica; dato per scontato che sia impossibile averli sentiti tutti (a meno di essere un fan terminale dell'occhialuto), il fatto che capiti nella maggior parte dei casi che passano dalle orecchie fa venire il sospetto che sia molto vicino alla realtà, però.
Il caso dei canadesi Ken Mode si ricollega a quello avvenuto pochi anni fa ai Cloud Nothings: gruppo già avviato con uno stile discretamente personale, con la possibilità di farsi un pubblico, ad un certo punto sente il bisogno di guardare indietro a 2 decenni fa ed ispirarsi a quelle sonorità, e per farsi assistere si rivolge ad una delle massime icone dell'epoca. Che inevitabilmente non fallisce e posa i microfoni a modo suo.
Con alle spalle già una manciata di dischi in stile improntata al post-hardcore ai limiti del metal, per i KM è stata una bella scommessa, ed infatti ho letto recensioni un po' contraddette sui siti più settoriali. Success esplode la sua potenza impressionante con una miscela che rimbomba fra Unsane, Jesus Lizard ed un tornado rabbioso e schiumante di energia. L'entusiasmo è di poco inferiore a quello che mi diedero i Pissed Jeans nel 2007. Il noise-rock è duro a morire.

lunedì 15 agosto 2016

Bedhead ‎– Live 1998 (2015)

Dopo la cofana sui Codeine, la Numero Group ne sforna un'altra con i Bedhead. Che tipi giusti, questi discografici.
In rete, un fiorire di recensioni e commenti nostalgici, orgogliosamente in tono "io c'ero", ovvero in quegli anni, e di come sia bello descrivere l'emozione di scoprire questo live più che perfetto. La band più laconica e telegrafica della storia dell'indie-rock, uno degli emblemi più statuari dedicati alla chitarra ed alle sue coloriture, alla jam controllata e schematica, al crescendo lineare del volume. Ma tutto quello che più o meno avevo da dire su di loro ormai l'ho già scritto qui e qui.
Live in Chicago, che capta la band nel corso del loro ultimo tour, offre il fianco al loro lato più elettrico e fisico ed è una registrazione di livello superbo; le canzoni del grandissimo What fun life was (ben 7 su 11!) vengono restituite migliorate, al confronto del suono decisamente impastato dell'originale. E già mi sembra di aver detto tutto, anche perchè restano soltanto 4 pezzi dal resto del repertorio, quasi come se i fratelli Kadane, già decisi a dare il rompete le righe, volessero tuffarsi nel passato ed al probabile entusiasmo dell'inizio di questa band mai sufficientemente tributata.

sabato 13 agosto 2016

Gentle Giant ‎– Free Hand (1975)

Non mi ero mai interessato alla seconda fase dei GG fino a quando non lessi una monografia molto esaustiva su BU, forse un filino partigiana, la quale asseriva che il miglior disco degli 11 fosse Free Hand.
Non li ascolto da così tanto tempo che non mi ricordo neanche Octopus, ma come si può essere così smemorati?
Eppure, nel 1975 si era in una fase di transizione drammatica per il prog. C'era chi lasciava, chi raddoppiava, chi si svendeva e chi cercava strade diverse. I Gentle Giant di Free Hand forse non facevano parte di nessuna di queste categorie; semplicemente cercavano di affinare il loro stile, semmai con melodie più nitide e comunque preziose (His last voyage forse la più bella e cristallina, ma anche la memorabile giga corale di On reflection), qualche riff fragoroso (in vago stile ultimi Family), le loro inconfondibili piroette tecniche fra jazz e musica ispirata al Rinascimento. Come ha scritto Piero, il loro disco medioevale. Una scoperta piacevolissima, al punto da costringermi a scandagliare anche i successivi. Gentilissimi.

giovedì 11 agosto 2016

Arandel ‎– In D (2010)

Splendido esempio di cross-over fra elettronica e ambient, misticismo ed intimismo, classicismo e modernità. Autore un anonimo francese (ma c'è anche chi lo avrebbe identificato) il quale sostiene che mantenere segreta la propria identità aiuta a spostare maggiore attenzione sulla musica in senso stretto.
Punti di vista; io avrei amato questo disco a prescindere da chi l'avesse realizzato, senza stare a fare tante connessioni fra personaggio e solchi. In D è un elegante e struggente prototipo di elettronica che passa in rassegna una marea di ispirazioni e per questo matura, diventa adulta. Il punto di partenza sembra essere la techno più ricercata ed hypnagogica, con un suono notturno e ricco di glitches morbidi, ma dall'incantevole In D #6 la ritmica si interrompe e subentra uno stato di levitazione che strega istantaneamente. Da lì in poi è un gentile e sofisticato deragliamento di tanti rivoli (Aphex Twin incontra i Tangerine Dream, downtempo, echi Popol Vuh, minimalismo, meditazioni pianistiche) fino al solenne Epilogue che chiude con un aura sinistra questo magnifico assortimento.

martedì 9 agosto 2016

Embryo – La Blama Sparozzi - Zwischenzonen (1982)

Nella prima Mental Hour, fra le varie primizie, c'era un diversivo che esulava dalle atmosfere dominanti; un tre minuti scarsi di crossover jazz-etnico, pregno di fragranze orientali, di ticchettii frenetici di marimba e cimbalero, impreziosito dai fiati. Per 23 anni non ho avuto l'idea di chi fosse questo delizioso melting-pot. Poi, qualche mese fa passai un pomeriggio a divertirmi con Shazam alla ricerca di varie identificazioni e scoprii che si trattava di (per l'appunto) Cimbalero degli Embryo, la freak-jazz-ethnic band di Monaco che con incredibile tenacia tutt'oggi continua a fare musica a quasi mezzo secolo dalla fondazione, sempre guidata dal batterista ed unico membro stabile Christian Burchard. Una band del tutto atipica nel panorama krauto, non soltanto per la sua spaventosa longevità, ma anche per il suo stile sfaccettato.
La Blama Sparozzi fu un doppio vinile, e non saprei dire se sia stato uno dei loro capitoli migliori o più rappresentativo di altri, dato che conosco soltanto i loro primi due, quelli degli anni d'oro. E' un coacervo di jazz-rock, etnica tendente all'orientale con commisioni di art-rock, fin quasi a rasentare il RIO. Esaltanti le bonus tracks della ristampa andorrana (!) in cd del '99, all'insegna di una brillantissima fusion, poco vanitosa ed ottimamente orchestrata. Non c'è che dire, un gruppo da esplorare.

domenica 7 agosto 2016

Gnod ‎– Chaudelande (2013)

Robustissima iniezione di space-acid-psych da parte di un collettivo di freaks operativo a Manchester. Non c'è un granchè da dire su questa musica che è tutto fuorchè nuova; chitarroni fuzzati, trasporto lisergico con una grinta nucleare, voci tra il belluino ed il proiettato nel cosmo. Le differenze all'orecchio possono essere rappresentate dalle ritmiche, incessanti ed appartenenti più al motorik tedesco, a certe espressioni post-noise come gli Shit And Shine, piuttosto che a quelle nevrotiche ed elastiche dei La Otracina o dei Gravitar, con cui comunque condividono una certa ferocia esecutiva (si ascoltino i 17 minuti di Genocider per credere).
Questi vortici (molto evocativi quando i ritmi si abbassano drasticamente, The Vertical dead ad esempio ricorda persino i Red Temple Spirits) potranno anche sembrare stantii, ma basti rimarcare la differenza fra gli Gnod e i spesso a loro accomunati e sopravvalutatissimi White Hills: abissale.
Un pentolone ribollente che non mancherà di piacere sia ai fan degli Hawkwind che dei Chrome.

venerdì 5 agosto 2016

Screams From The List 49 - Steve Reich, Richard Maxfield, Pauline Oliveros ‎– New Sounds In Electronic Music (1967)

Dei tre sperimentatori presenti in questa bizzarra raccolta soltanto uno è elencato, cioè Steve Reich, uno dei massimi guru del minimalismo americano degli anni '60. Stranezze della List. Ma è chiaro che gli altri due non stanno lì per caso, anzi.
Mezzo secolo fa poteva capitare che una sussidiaria della super-major Columbia, in mezzo ad un catalogo focalizzato più che altro sulla classica, piazzasse questo trio di sperimentatori senza compromessi. Il pioniere di Seattle Richard Maxfield, un tossico spericolato che si suicidò due anni dopo questa uscita, con Night music, nove minuti di spirali e bubboni che si accavallano senza speranza, come se ci si trovasse in una foresta androide di cinguettii meccanici.
Reich proponeva un lavoro di loop vocali basati sulla ripetizione all'infinito dell'espressione come out to show them, che lentamente si sovrappongono e vanno fuori sincrono rispetto all'inizio fino a formare un gelido urlo primordiale.
La texana Oliveros si prendeva tutta la facciata B con i 20 minuti di I Of IV, un trip buio ed inquietante a base di oscillatori e nastri. Materiale altamente lunare, che mette paura ancora oggi, figuriamoci allora. 
Il sacro furore e il coraggio dell'essere sia avanti che fuori: un manifesto.

mercoledì 3 agosto 2016

Nicola Ratti ‎– From The Desert Came Saltwater (2008)

Chitarrista milanese in attività da oltre un decennio, facente parte di una generazione di artisti borderline / sperimentali che fanno una fatica non indifferente a sbarcare il lunario, che gironzolano fra le etichette di settore, che riescono persino a farsi notare anche oltreoceano, che come lo stesso dichiara in un intervista "a volte si trovano costretti ad elemosinare date".
Partito da un cantautorato piuttosto atipico ma poi rapidamente passato all'elettronica, con il transitorio From the desert... Ratti riuscì a farsi stampare da un etichetta statunitense, e realizzò un piccolo gioiello di musica spettrale, fantasmatica. La sua chitarra tesse trame gentili col timbro squillante sugli alti, molto pulita e penetrante, con quel suono distante che sembra provenire dalla stanza accanto. Attorno ad essa suoni sparsi, quasi dettagli che raramente prendono il sopravvento: un piano accennato, una tuba, qualche suono concreto, spazzole, un bongo, qualche glitch, un bordone di feedback appena udibile, campanelli, altro. Un filo di voce fa capolino in qua e in là.
In pratica è la scarnificazione estrema dei Talk Talk di Laughing Stock, ma con un approccio meno emotivo, quasi distaccato. Immerso in un contesto profondo, il disco avvolge e sa donare una manciata di episodi splendenti come questo pezzo:

lunedì 1 agosto 2016

Randy Holden ‎– Population II (1970)

Una di quelle storie che potevano accadere soltanto in quegli anni. Una di quelle scoperte (per me) che riconciliano con l'hard-blues, con il proto-stoner, con la chitarra atomica. Holden sbarcò a Los Angeles dalla Pennsylvania in tempo per passare un'anno nei Blue Cheer e suonare in metà di New Improved. Dopodichè li lasciò (zero prove, zero soldi, zero comunicazione addotti come motivi della separazione) ed ottenne la sponsorizzazione della Sunn che gli diede in comodato d'uso una pila enorme di ampli, con cui ottenne il suono gigantesco di Population II.
Un freak, un disadattato, ma un guitar god, la cui storia è assimilabile a Peter Green. Con il batterista Lockheed realizzò questo monumento di lava e mercurio, dopodichè tutti gli voltarono le spalle lasciandolo letteralmente sulla strada, senza un soldo e senza la minima voglia di continuare a suonare per un quarto di secolo.
Ingiustizie che creano miti. Chissà, magari se avesse continuato la sua figura si sarebbe sminuita, ma altri 3-4 dischi su questa scia li avremmo graditi in tanti. Resta questa mezz'ora scarsa di post-blues solo a tratti hendrixiano (Guitar Song), di proto-doom sabbathiano (Fruit & iceburgs), di bombe alla Cream, di pirotecnie alla Blue Cheer primo periodo; ma attenzione, con un pugno di pezzi dalla media compositiva superiore a quasi tutti questi nomi (Sabbath esclusi), un suono da far tremare un palazzo intero ed il virtuosismo di Holden, ingombrante ma miracolosamente intatto nel tempo.

sabato 30 luglio 2016

Nicolas Jaar ‎– Space Is Only Noise (2011)

Giovane dj figlio di un artista multimediale cileno, di base a New York, che a 20 anni ha pubblicato questo brillantissimo esordio all'insegna di un esuberanza smisurata.
Potrei definirlo soft-downtempo o cantautorato da club. Dotato di tatto e sensibilità, Jaar spiattella metronomie ponderate, languide cascate di piano elettrico, vocoder sornioni, spunti eleganti di jazz modificato geneticamente in salsa elettronica, quasi più a dare importanza al centellinare dei suoni che alle strutture compositive, che tuttavia sono eccellenti.
L'esuberanza si sfoga in un coacervo di stili che forse avrebbero meritato più omogeneità; fattore da imputarsi probabilmente alla giovane età, ma che stile. Inevitabile far ripartire la scaletta più volte, per scovare dettagli altrimenti non colti. Entusiasmante.

giovedì 28 luglio 2016

Franco Leprino ‎– Integrati… Disintegrati (1977)

Splendida gemma nascosta degli anni '70 italiani, inserita in un contesto al di fuori dalle correnti generaliste, e fra l'altro ristampata proprio l'anno scorso in vinile in Spagna (!). Autore, il polistrumentista siciliano Leprino che dopo aver pubblicato quest'unico disco si dedicò alla professione di musicista di servizio, scomparendo così da ogni panorama visibile.
Ingiustamente paragonato ai lavori contemporanei del conterraneo Battiato (forse per qualche svisata di VCS3, il leggendario synth di cui fu pioniere), Integrati...disintegrati fu diviso in due lati per limite imposto dal vinile, ma di fatto è un'unica suite di 40 minuti in cui convivono splendidi arpeggi di chitarra acustica, sia al naturale che trattata, spirali elettroniche di sapore cosmico, slanci solenni di vaga reminescenza progressive, dolenti sonate per piano e fagotto, quest'ultime in alcuni momenti persino assimilabili a quanto stava realizzando a Napoli Luciano Cilio. Strumentale e privo di percussioni, alternato con sapienza in soluzione di continuità e con un paio di temi ricorrenti che riconducono ad un concetto. 
Un lavoro profondamente mediterraneo ma affrancato da ogni provincialismo, dal respiro ampissimo. Vorrei ascoltare altro di sua firma, se si trovasse.